DOROTHY UHNAK. LA TESTIMONE OCULARE. Christie Opara, agente investigativo della squadra del procuratore distrettuale della polizia di New York, si accinge a svolgere uno strano incarico, che lei giudica quanto meno banale: deve seguire la figlia del suo stesso capo, Casey Reardon, e accertarsi che la ragazza si rechi all'università presso la quale segue alcuni corsi estivi. Ma il pedinamento conduce Christie, invece che al- I'università, in una zona periferica e popolare di New York, dove è in corso una manifestazione studentesca, e l'incarico banale si trasforma in qualcosa di molto piú drammatico: infatti, durante la manifestazione, or- ganizzata da un movimento integrazionista per la difesa dei diritti civili, si verificano episodi di violenza, un colpo di pistola lacera improvvisamente l'aria e un giovane studente viene ucciso. Tutti affermano che il colpo è stato sparato da un po- liziotto, ma Christie sostiene il contrario. In realtà, è l'unica testimone che abbia veramente visto ciò che è accaduto e, anche se le apparenze sono contro di lei, la giovane e volitiva agente si prodiga, insieme con Casey Reardon e con gli altri membri della squadra investiga- tiva, per smascherare i veri autori dell'assassinio e per impedire che la calda estate di New York diventi un'esta- te di violenza. Con un ritmo incalzante, in pagine dense di implica- zioni sociali e psicologiche, La testimone oculare pre- senta una pericolosa caccia al colpevole e alla verità, cui fa da sfondo il conflitto generazionale fra Reardon e la figlia Barbara e il problema dei rapporti razziali. CHRISTIE OPARA aprí gli occhi e s'irrigidí, temendo d'aver dormito troppo. Si girò sullo stomaco e, infilate le mani sotto il cuscino, strinse la piccola sveglia metalíica e trattenne il fiato finché non vide l'ora: le sei e mezzo. Con movimenti automatici, scese dal letto, mise la sveglia vicino alla radio, sul cassettone, accese la radio e alzò al massimo il condizionatore dell'aria. L'annunciatore stava passando in rassegna le varie calamità del mondo, e aveva cominciato dagli avvenimenti internazionali: guerre scaramucce, perdite dell'uno, perdite dell'altro. Fu poi la volta delle notizie dall'interno: politica, scioperi, un incidente aereo nel Midwest. Infine, per la cronaca di New York, descrisse gli scontri razziali avvenuti nell'East Side, dov'erano previsti anche alcuni picchettaggi. Christie voleva sapere che tempo avrebbe fatto: per lei, era importante. Alla fine, la voce annunciò allegramente che, con ogni probabilità, si sareb- bero superati di nuovo i trentotto gradi per il quarto giorno consecutivo. Christie spense la radio. Che bellezza! Una vera bellezza! Un'ondata di caldo proprio in quella che doveva essere la sua prima settimana di vacanze... Accidenti a Reardon! Non aveva nessun diritto di spostarle continuamente le ferie. Dopo la doccia, Christie frugò tra i vestiti, indecisa. In genere, prepa- rava tutto prima di andare a letto, ma la sera prima si era coricata alle due passate. E anche quello era colpa di Reardon, in un certo senso. Se fosse andata a Sag Harbor con suo figlio, Mickey, e sua suocera, Nora, non sarebbe uscita con Gene O'Brien. Aveva bisogno di stare lon- tana per un po' da Gene, aveva bisogno di guardare tutta la faccenda con occhio distaccato. A trent'anni, Gene era capitano nel dipartimento di polizia. Christie l'aveva conosciuto quando era compagno di squadra di suo marito, nella Sezione agenti investigativi in borghese. Gene e Mike erano arri- vati entrambi al grado di sergente, poi Mike era stato ucciso da un gio- vane drogato. Gene, scapolo e dedito alla carriera, aveva continuato a studiare, a superare esami, a essere promosso. Non aveva frequentato la casa come amico di Mike, per prendersi cura della vedova; anzi, Christie non aveva piú visto Gene O'Brien fino al Natale precedente, quando l'aveva incontrato a un ricevimento dato dal dipartimento di polizia. Gene aveva seguito la carriera di Christie nel dipartimento attraverso fonti non ufficiali e, naturalmente, attraverso la pubblicità con la quale i giornali avevano accompagnato la sua ascesa fino al posto di agente investigativo di primo grado, ma non si erano mai in- contrati. L'incontro con Gene O'Brien aveva aperto per un attimo vecchie fe- rite, ma Christie aveva imparato a non vivere nel passato. Gli aveva parlato del presente: di suo figlio Mickey, di sei anni, immagine vivente del padre morto; della meravigliosa Nora, la madre vedova di Mike, che viveva con loro. Non gli aveva parlato del suo lavoro; si era limitata a dire che era stata assegnata alla squadra investigativa speciale del pro- curatore distrettuale. Era tutto ciò che lui doveva sapere, o lei era dispo- sta a rivelare. Negli ultimi mesi, aveva visto spesso Gene, e la loro rela- zione aveva assunto gradualmente un'intensità che lei non era sicura di desiderare. Christie scelse un leggero completo di tela azzurra, poi frugò in un cassetto, tra le sciarpe. Le occorreva qualcosa di poco appariscente, per un pedinamento che doveva effettuare quella mattina. Prese una sciarpa rosso vivo e una blu scuro. Alternate, erano sufficienti a mutare il suo aspetto. Si portò la piccola radio a transistor giú in cucina: il silenzio della casa la deprimeva. Mentre si preparava del pane tostato e una tazza di caffè in polvere, si leccò il labbro superiore imperlato di sudore. Se non altro, Nora e Mickey erano nella villetta in riva al mare, dove Christopher, il fratello di Christie, aveva portato tutta la tribú: la moglie e i quattro figli. C'era sempre posto. Christie diedeun'occhiata all'oro- logio e constatò di essere in orario perfetto. Mentre sciacquava la tazza e il piatto, continuò a dare la colpa esatta- mente a chi se la meritava: a Casey Reardon, il quale aveva aspettato fino a venerdí per informarla che doveva rimandare le ferie di una setti- mana. L'incarico che le aveva assegnato non aveva senso e, tra l'altro, Christie aveva la sensazione che non fosse neanche del tutto legale che il viceprocuratore distrettuale della contea di New York distaccasse un agente investigativo di primo grado per far pedinare la propria figlia. Che qualcuno volesse rapire la ragazza? Reardon si era limitato a dirle che una delle sue figlie gemelle, Barbara, frequentava i corsi estivi dell'università di Columbia. Poi, aveva aggiunto vagamente che era saltato fuori qualcosa e le aveva chiesto di controllare che la ragazza andasse all'università e poi tornasse a casa, in Jamaica Estates. Punto e basta. L'espressione del suo viso aveva gelato le domande sulle lab- bra di Christie. Reardon aveva fatto un cenno brusco con la mano, poi aveva concluso: « Se dovesse accadere qualcosa, decida secondo il suo buonsenso. Inutile dirle che la questione è strettamente confiden- ziale)>. Se non altro, Christie aveva avuto l'ultima parola: «Proprio cosí, signor Reardon, inutile dirmelo ». Christie raccolse un paio di pantofole sdrucite e si domandò se do- vevano essere buttate via oppure se erano quelle preferite da Mickey, che magari si era dimenticato di portarle con sé. Gliel'avrebbe doman- dato quella sera, quando gli avrebbe telefonato. Mise nella borsetta gli occhiali da sole e i fazzolettini di carta, poi controllò che ci fossero le cose piú importanti: il distintivo d'agente, la rivoltella Smith e Wesson calibro 38, I'astuccio del trucco, il petti- ne, le sciarpe, le chiavi. Spense la radio a metà del notiziario. La sua maggiore preoccupa- zione era il tempo, e il tempo era torrido. LA SOMIGLIANZA tra i due uomini era sorprendente. Per altezza, cor- poratura, tinta scura della pelle, luminosità degli occhi, potevano es- sere scambiati facilmente l'uno per l'altro. Entrambi avevano ventitré anni, tutti e due indossavano una camicia di maglia di cotone bianco, che rivelava la compattezza delle spalle leggermente magre, e panta- loni di tela che sottolineavano la snellezza dei fianchi. Nella squallida stanzetta ammobiliata aleggiava una tensione che pa- 393 reva investire tutto, tranne Rafe Wheeler. Rafe Wheeler se ne stava allungato sul materasso pieno di bernoccoli, con le braccia distese al di sopra della testa. Senza battere le palpebre e senza aprire gli occhi socchiusi, spostò lo sguardo su Eddie Champion. « Ehi, amico, perché non ti smolli? E tutta la notte che tiri avanti cosí. Ormai non ci resta molto da aspettare. » Champion si girò di scatto dalla finestrella attraverso la quale si in- travedeva solo un vicolo ingombro d'immondizie. « E tu, te ne stai sul letto come se niente fosse! » esclamò con tono accusatore. Strinse gli occhi, come per penetrare l'oscurità della stanza. Parlava con voce bas- sa, roca. «Che ti succede, amico? Mi stupisci parecchio.» Rafe si mise a sedere con le gambe incrociate, la faccia rilassata. « E tu continua a stupirti, Champ. » « Dico sul serio, Rafe. Con questi occhi, ti ho visto. E tutta la not- te che dormi come un poppante. Be', non è normale, data la situa- zione. » Rafe sorrise. « Tu, invece, sei a pezzi. Non me l'aspettavo da te. Proprio no. » Champion s'irrigidí dalla testa ai piedi: sentí persino le dita dei pie- di curvarglisi contro la suola delle scarpe. Strinse le mani. « Sta' a sen- tire, razza di... » La faccia di Rafe s'indurí per un attimo, ma fu l'unica tensione visi- bile. ll suo atteggiamento rimase tranquillo, rilassato. « Dovevamo te- nere i nervi a posto, ricordi ? Forse, per te è piú difficile perché ti tieni tutto in corpo. Se mi dici subito quel che deve succedere, forse ti levi un po' di tensione di dosso. » Champion rimase assolutamente immobile, mentre l'ombra di un so- spetto gli incurvava la bocca. « Te lo dirò quando saremo sul posto. E farai bene a essere pronto. La dirigo io questa operazione, e la por- teremo avanti come dico io. » « Sarò pronto. Di qualunque cosa si tratti. » Champion articolò le dita, inarcò le spalle, allargò le braccia. Sem- brava voler fuggire al suo stesso corpo. Avvicinatosi alla finestra, ne spostò la tenda e scrutò nel vicolo; poi guardò l'orologio. Le sette e mezzo. Altre due ore. Il peso del tempo colpí Champion come una maz- zata. Colpa del caldo, della stanza troppo angusta e di quell'altro, cosí indifferente a tutto. « Esco a bere una tazza di caffè » disse infine a Rafe. « Fa' pure. Quando torni, bello, portami una boccata d'aria fresca. » Champion rimase immobile per un attimo, a guardarlo pensierosa- mente, poi si strinse nelle spalle. « D'accordo, amico, te la porterò. » Rafe Wheeler non si mosse per sei minuti esatti, controllati sull'oro- logio. Inutile guardare fuori della finestra: Champion non era certo nel vicolo. Rafe si sfilò le scarpe, si avvicinò alla porta senza far rumo- re e la socchiuse, col corpo messo in modo che l'ombra non si proiet- tasse nel corridoio. Ascoltò per un attimo, senza respirare, poi scivolò fuori della stanza. Staccò il ricevitore dal telefono a muro e infilò una moneta nell'ap- posita fessura. Rimase scosso dal violento tintinnio prodotto dalla mo- neta che inseriva il contatto. Formò il numero in fretta. Il telefono suo- nò due volte, e il terzo squillo fu interrotto a metà da una voce conci- sa. « Pronto ? » « Sono io » susurrò Rafe, ma quel susurro suonò fortissimo alle sue orecchie. « Ci sarà una sparatoria, stamattina. Al cantiere. Non si fida ancora abbastanza di me per dirmi chi o perché. Ma sarà una cosa grossa. Ha una pistola. Nessuno di noi dovrebbe essere armato, ma so che lui lo è. Non si è accorto che ho visto la pistola e... » «Pronto? Continua, ragazzo. Che succede? Rafe?» Rafe rimase col ricevitore premuto contro l'orecchio, la voce ragge- lata in gola. Champion era sbucato dall'ombra proiettata dalla scala e sorrideva. Disse con voce amabile: « Lo sapevo. Non so come, ma lo sapevo! Non salutarlo neanche il tuo amico » terminò con voce pacata. « Riattacca e basta. » Come ipnotizzato, Rafe indietreggiò fin nella stanza, ubbidendo ai gesti silenziosi ma inequivocabili del suo compagno, che si appoggiò alla porta, dopo averla chiusa a chiave dietro di sé. Rafe ebbe due impressioni distinte, chiarissime. La prima fu che Eddie Champion era rilassato per la prima volta dopo molti giorni e che la sua mano era assolutamente ferma e sicura, mentre premeva la canna della calibro 38 contro la fronte di Rafe. La seconda... I'ultima della sua vita... fu che, un attimo prima di premere il grilletto, gli occhi giallastri di Champion parvero farsi ancor piú brillanti. CASEY REARDON guardò accigliato l'articolo su The New York Times, sottolineando alcune frasi con decisi colpi di penna. Allungò distratta- mente la mano verso la tazza del caffè, senza accorgersi che era vuota. Sollevò lo sguardo e alzò leggermente il mento, indicando la tazza. Katherine Reardon la portò in cucina e la riempí. Intravide la pro- pria immagine riflessa nel vetro luccicante del forno appeso al muro, e si ravviò una ciocca di capelli bruni. Quando tornò in sala da pranzo per posare la tazza davanti al marito, sua figlia Barbara era in piedi accanto al proprio posto. Katherine le fece un cenno, nel tentativo di mandare la ragazza in cucina, ma Barbara salutò il padre con voce in- naturalmente alta. «Bella giornata per il grande avvenimento, vero?» Casey alzò la faccia, con i lineamenti induriti da un'espressione seccata. Studiò len- tamente la figlia. Katherine portò la caffettiera e versò un po' di caffè per Barbara. « Mettiti a sedere e mangia qualcosa, Barbara. » «Come mai ti sei conciata in quel modo?» Barbara si era seduta e mescolava il caffè. Rispose sottovoce: « Lo sai, perché ». Casey fece scattare varie volte la penna a sfera. « Sembra che tu va- da a un pic-nic, o a una scampagnata, o a rapinare un distributore di benzina. Calzoni di tela, maglietta di cotone... » cacciò la testa sotto il tavolo, « ...e scarpe da tennis. » « Lo sai benissimo » disse Barbara, con voce tremante. La voce di Casey, invece, si indurí. « No, che non lo so! Perché, se non mi sbaglio, un paio di sere fa abbiamo avuto una discussione a proposito del fatto che non devi partecipare a manifestazioni, a scio- peri, a proteste, a rivolte di piazza, a linciaggi, a incendi di libri e cosí via. » La ragazza abbassò gli occhi sulla tazza, giocherellando col cucchiai- no sulla superficie del caffè. « Guardami, quando ti parlo! » Barbara alzò la testa di scatto e sostenne lo sguardo del padre con coraggio, anche se a fatica. Quegli occhi sgranati, che lui conosceva tanto bene, tentavano di costringerlo ad abbassare i suoi. Casey si sentí invadere da ammirazione e rispetto, da amore e collera. « Va' avanti, ti ascolto. » Intuí che Barbara aveva deciso di parlare senza permettere alla pro- pria voce di tradirla. « E va bene, papà. Stamattina andrò al cantiere del Lincoln. Protesteremo contro il razzismo, la meschinità, la scor rettezza, la crudeltà, la corruzione dei metodi con cui vengono effet- tuate le assunzioni nelle imprese edili. » Si morse il labbro, accorgen- dosi di aver alzato la voce; poi continuò in tono piú sommesso: « E impediremo ai razzisti di costruire quell'edificio finanziato dalle auto- rità federali ! » Casey abbozzò un cenno d'assenso, passandosi un dito sul labbro LA TESTIMONE OCULARE inferiore. Guardò la moglie, che giocherellava nervosamente col col- letto della vestaglia e che ebbe un tremito alle labbra, quando escla- mò, con voce troppo alta: « Casey, le ho parlato! Ma non mi dà retta! » Casey si premette la mano sulla fronte, e disse, rivolto alla figlia: « E ti farai anche arrestare? Ti sdraierai in mezzo alla strada e permet- terai ai poliziotti... sai, quei volgari bruti fascisti... di trascinarti via? Ma ti hanno insegnato a trasformare il corpo in peso morto, in modo che i tuoi... quanti sono? cinquanta chili?... sembrino novanta?» La voce si fece dura, ironica. « E ti hanno insegnato che cosa dire quan- do, trascinandoti, ti faranno passare davanti alle telecamere e ai gior- nalisti ? » Barbara impallidí, e Reardon capí che sua figlia si vergognava per- ché non riusciva a trattenere le lacrime che le scorrevano copiose sulle guance levigate. « E ti hanno insegnato » continuò lui con voce amara, « come dovrai fare, tra qualche anno, quando sarai nel bel mezzo di una carriera o sposata a un bravo ragazzo che tenterà di farsi strada nella vita, e da un normale controllo del suo passato... del tuo passato... risulterà che Barbara Reardon, quando era solo una ragazzina disorientata di di- ciotto anni, si è intruppata con un branco di hippies e si è fatta met- tere al fresco con un assortimento di prostitute, protettori e drogati? E, magari, ha scontato trenta giorni di galera per aver manifestato? » Barbara si passò il dorso della mano sulla faccia bagnata di lacrime, mentre la voce del padre si faceva piú bassa e nello stesso tempo piú crudele. « Oh, lo so. Non vuoi nessun futuro che non sia il tuo tipo di futuro, vero? Povera stupidella! Se c'era una cosa sulla quale pensavo di poter contare era che la tua intelligenza fosse in grado di controllare la tua emotività. » Vi fu un silenzio teso. Reardon finí il caffè, poi sbatté la tazza sul piat- tino. All'improwiso, alzò lo sguardo e si trovò di fronte l'altra figlia, Ellen, la prima nata delle due gemelle diciottenni. « Bene, la Bella Ad- dormentata ha deciso di onorarci della sua presenza. E tu, ti sei ag- ghindata per il gran ballo?» Incerta, Ellen guardò la madre, poi la sorella. Incapace di dare una dimensione al conflitto, impreparata all'attacco del padre, rispose: « Og- gi c'è la sfilata di moda dell'università, da Lord and Taylor. Te ne ho 398 parlato, papà. Io sono una delle presentatrici ». Casey calò pesantemente la mano sul tavolo. « Oh, cielo! Una fa la hippy e l'altra il manichino. E tutte e due sono uscite dallo stesso uovo! Divertente. Solo che, forse, io sono privo di senso dell'umorismo. » Barbara gridò: « Oh, altroché se ce l'hai, il senso dell'umorismo, pa- pà! Un senso dell'umorismo radicato, pungente! Forse, quello che ti manca è il senso della giustizia! » Katherine, con voce stridula, gli occhi su Casey, esclamò: « Barbara, non ti permettere di parlare cosí a tuo padre! » Casey fece un cenno impaziente alla moglie. « No, lascia che dica ciò che pensa. Trovo che quello che hai detto è molto interessante, Barbara, davvero. Adesso capisco: ce l'hai tu, il senso della giustizia! Ho passato gli ultimi sedici anni della mia vita nelle aule dei tribunali, nelle sale-interrogatori, in ogni angolo e in ogni vicolo di questa città, perciò come faccio, io, ad avere il senso della giustizia? Sono distorto. Non sono puro e innocente. Non vedo le cose con la tua lucidità. » L'ironia sommessa della sua voce era l'arma piú efficace, con Bar- bara. Sapendo quanto disperatamente desiderasse essere presa sul se- rio, conoscendo la violenza dei suoi sentimenti, lui riusciva a ridurla a elencare soltanto delle frasi fatte, le stesse che lei cominciò a decla- mare appassionatamente anche in quel momento. «Giustizia? Nei tribunali? Giustizia uguale per tutti, papà? Per i poveri e per i ricchi? Per i bianchi e per i neri? Per i portoricani? Giu- stizia per gli agiati e i disagiati? E... giustizia per tutti? Dove, papà, dove ? » Reardon si adagiò tranquillamente contro lo schienale della poltro- na, i gomiti sui braccioli, le mani penzoloni. Se non le rispondeva, po- teva sconfiggerla. Barbara continuò finché non si rese conto di pronun- ciare parole che all'improvviso sembravano aver perso ogni significato, parole che non esprimevano i suoi sentimenti. Si fermò a metà di una frase, si premette una mano sulla bocca e balzò in piedi, rovesciando la sedia. Katherine emise un'esclamazione soffocata; Ellen alzò lo sguar- do sgranando gli occhi. Casey non si mosse. In un'ultima esplosione, Barbara susurrò: « Nei vostri tribunali non si processa, si perseguita! » « Buona, come battuta di chiusura » borbottò Casey, poi indicò la sedia: «Ellen, da brava, tira su la sedia di tua sorella». Piegò con cura il giornale, fece scattare la penna e se la infilò nel taschino. « Scusatemi... » mormorò Ellen, lasciando la stanza prima che qual- cuno rispondesse. Katherine bevve una piccola sorsata di caffè, in attesa. Casey fischiet- tò tra i denti, scuotendo la testa. « Colazione dai Reardon. Sarà una giornata davvero memorabile. Ormai, siamo in ballo. » Si diresse verso la scrivania, dov'era il telefono, e Katherine lo chia- mò sottovoce: « Casey, Casey, e Barbara? » Reardon smise di formare il numero, riattaccò e si voltò verso la moglie. Katherine Reardon era piú piccola delle figlie. Una donna fra- gile, snella, graziosa. La moglie alzò le palme delle mani e scosse la testa. « Non la capi- sco, Casey. Non la capisco proprio. Perché vuole immischiarsi in certe cose ? » Reardon inspirò lentamente. Katherine era sinceramente disorienta- ta. Le sue due figlie, e in particolar modo Barbara, erano un mistero per lei. Lo erano sempre state. Aveva un'aria cosí desolata, cosí sper- duta, in piedi là davanti a lui! Casey allungò una mano per ravviarle una ciocca bruna. « Non preoccuparti, parlerò io con Barbara. D'accordo ? » Kathe- rine assentí, esitante. « Andrà tutto bene, Katherine. Ci penserò io. » Come il solito. Le parole, inespresse, rimasero sospese per un attimo tra loro, poi sua moglie, rassicurata, sorrise. BARBARA REARDON era raggomitolata sul sedile incassato nel vano della finestra della sua stanza, con lo sguardo perduto nel vuoto. Sentí i passi del padre, poi tre colpi decisi alla porta. Si passò le mani sulla faccia e disse: «Avanti». Casey le fece cenno di restare dov'era, affondò le mani nelle tasche dei calzoni e si sedette davanti a lei. Barbara vide che contraeva i mu- scoli delle mascelle. « Barbara, stamattina non ho il tempo di parlare ancora con te di tutta questa storia. So che i tuoi sentimenti sono sinceri, e tu dovresti sapere che i miei lo sono altrettanto. Inoltre, sei abbastanza matura per considerare i fatti. Ho venticinque anni piú di te. Ti è mai passato per la testa che il tuo vecchio possa saperne un po' piú di te? » Barbara tentò di usare l'arma del silenzio e dello sguardo gelido, ma lui sorrise, le posò la mano sul ginocchio e lo scosse leggermente. « Babs... oh, Babs... Come vorrei che tu avessi ancora solo dieci anni! Ti scu- laccerei, e la cosa sarebbe risolta. Ma ne hai diciotto, di anni. Sei adul- ta, sai tutto quel che c'è da sapere e conosci tutte le soluzioni. » Guar- dò l'orologio. « Ho già abbastanza grane, oggi, senza che tu me ne aggiunga delle altre. Ne parleremo stasera, d'accordo?» Lei strinse con forza le mani attorno alle ginocchia e sollevò la fac- cia verso di lui. « Ci andrò, papà. Ci andrò! » gridò con voce stridula. LA TLSTIMONE OCULARL La faccia di Reardon s'indurí, e la voce, per quanto ancora pacata, suonò inflessibile. « Barbara, mettiti in testa una cosa. Sei ancora mia figlia. Vivi ancora sotto il mio tetto. Farai quello che dico, che tu ap- provi o no le mie decisioni. » « Ho delle responsabilità! Me l'hai insegnato tu, questo! Mi hai sem- pre detto che ogni individuo deve imparare ad assumersi le proprie responsabilità. » « Non citarmi a sproposito! » Reardon si massaggiò la nuca, irrita- to. « Impara a essere responsabile di te stessa, prima di assumerti la responsabilità dell'intera razza umana. » Poi, fece per attraversare la stanza. « Ho detto che ci andrò, papà! » Reardon fu incapace di controllare la collera. Si fermò, con le gam- be divaricate, e affrontò la figlia, frustando l'aria con l'indice. « E va bene. Ascolta, e ficcati in testa questo: levati quella roba di dosso, met- titi un vestito, raccogli i libri e va' all'università. E quando le lezioni saranno finite, torna a casa, sali nella tua stanza e restaci finché non sarò rientrato io! » Gli occhi scuri, lucenti, lo sfidarono; Reardon tirò un lungo, profondo respiro. « Perché se fai il minimo tentativo di par- tecipare a quella maledetta manifestazione, te lo dico io che cosa suc- cederà. Nell'attimo stesso in cui apparirai, ti troverai in mezzo a due agenti, che ti accompagneranno discretamente fino a una macchina. Non ci sarà nessun giornalista a chiederti le tue illuminate opinioni di studentella sulla società; solo due agenti della mia squadra che, con tranquillità e fermezza, ti riporteranno a casa e faranno in modo che tu ci resti. Poi scriverò una lettera alla preside del Sarah Lawrence per comunicarle che la signorina Reardon, alla quale era stato permesso di prendere una decisione indipendente e di frequentare i corsi estivi dell'università di Columbia, nel frattempo ha preso un'altra decisione indipendente: cioè, ha deciso di abbandonare tutti i suoi grandiosi pro- getti di prendere diplomi, lauree, specializzazioni. E che la signorina Reardon, sebbene non si sia mai guadagnata di che comprarsi un pa- nino, ha deciso di diventare indipendente e autosufficiente. E il signor Reardon, da bravo padre moderno che fino a questo punto si è as- sunto tutti i conti, pensa che sua figlia sia abbastanza matura da sapere quello che fa. » « Lo faresti sul serio, vero? » « Lo sai benissimo! » Barbara abbandonò la faccia sulle ginocchia; quando la sollevò, ave- va le guance rosse e rigate di lacrime. Reardon rimase ad aspettare, impaziente. « Voglio la tua parola, Barbara. » «A che vale, la mia parola? Cioè, I'accetteresti?» « L'ho sempre accettata, Barbara. E sarà meglio che possa farlo. » Lei si alzò e andò a piazzarsi di fronte al padre, il mento sollevato. « E va bene. Hai la mia parola. A modo tuo: da brava figlioletta ub- bidiente. Papà è l'unico che pensa, in famiglia. Papà ci dice che cosa pensare, che cosa sentire, in che cosa credere, che cosa dire e che cosa fare. La piccola Barbara scervellata, la piccola Ellen scervellata e la piccola... » « Attenta, Barbara » I'ammoní Reardon. « ...e la piccola mamma scervellata » continuò lei, sfidandolo, « fan- no tutte esattamente quello che dice papà. » La reazione di Reardon fu piú fulminea della sua capacità di con- trollo: schiaffeggiò la figlia duramente, sulla bocca, poi girò sui tac- chi e traversò la stanza. Spalancata la porta, si voltò a guardare fred- damente la faccia sbalordita di lei. « E va bene. Era questo che vo- levi ? "Papà non è che un bruto!" E va bene, I'hai voluto tu! » Sbatté con violenza la porta dietro di sé, e imprecando scese i gradini due alla volta. Strappò la giacca dallo schienale della sedia della sala da pranzo, sentendosi furibondo, ma in quel momento con sé stesso: bella dimo- strazione di controllo dell'intelletto sulle emozioni aveva appena dato a Barbara! Cacciò il braccio nella manica della giacca e si voltò cosí in fretta che sbatté contro Ellen, appena arrivata nell'atrio. « Dammi una mano con questa maledetta giacca, per piacere. » La ragazza prese la giacca e lo aiutò a infilarla. Reardon si chinò brevemente su di lei e la baciò sulla fronte. « Grazie, Ellie. Arrivederci. » Ellen lo prese per un braccio. « Papà, potrei parlarti per un attimo ? » « E va bene, ma fai presto. Che cosa c'è? » La voce della ragazza, bassa e appena percettibile, parve voler chie- dere scusa. « Papà, la sfilata della quale ti ho parlato, sai, quella da Lord and Taylor... » « Ebbene ? » « Be', non mi pare il momento adatto, ma... » Esitò, poi disse tutto d'un fiato: « E data in collaborazione con il Corpo della Pace... Si 402 tratta di una manifestazione internazionale che ha lo scopo di interes- sare gli studenti universitari a... » Reardon abbozzò un cenno d'assenso e le premette una banconota LA TESTIMONE OCULARE nella mano. Ellen guardò il denaro, disorientata. « Se trovi qualcosa di piú caro, usa il conto della mamma. Dille che te l'ho detto io, d'ac- cordo?» Reardon smise di parlare, tentando di capire che cosa non andava. Be', se ne sarebbe preoccupato piú tardi. « Di' alla mamma che forse stasera farò tardi. Ciao, Ellie. » L'AGENTE investigativo Tom Dell girò la chiavetta e avviò il motore, in modo che la Pontiac nera fosse pronta a partire appena Casey Rear- don si fosse seduto sul sedile anteriore, accanto a lui. Le prime parole di Reardon furono un ordine conciso. « Inverti il senso di marcia e imbocca lentamente la discesa. » Reardon si lasciò scivolare in avanti e appoggiò le ginocchia contro il cruscotto. Scorse Christie Opara prima che lei individuasse la mac- china che avanzava verso di lei: era appoggiata al paletto di ferro che reggeva il cartello della fermata dell'autobus, la seconda fermata dopo la casa di Reardon. Alla luce del sole, i cortissimi capelli della ragazza sembravano biondo chiaro. Christie faceva dondolare tra due dita una copia de The New York Times e aveva la faccia rivolta verso la collina. Non si mosse, né dette alcun segno d'aver visto Reardon, eppure lui intuí la collera e il risentimento di lei, cosa che intensificò la sua stessa irritazione. Imprecò sottovoce. Tom Dell mantenne lo sguardo fisso sulla strada. Sarebbe stata una gran brutta giornata. CASEY REARDON fece scattare piú volte l'interruttore del condiziona- tore dell'aria, aspettando impaziente che il motore si mettesse in azio- ne, e nello stesso tempo osservò i numerosi rapporti e le cartellette spar- pagliati sulla scrivania esattamente come li aveva lasciati lui la sera prima. Piantò il dito sulla levetta dell'interfono. « Agente Ginsburg, venga da me. » Mollò la levetta prima che gli giungesse una risposta e alzò gli oc- chi, in attesa, mentre una figura indistinta si delineava dietro il vetro 404 smerigliato della porta. « Avanti, avanti. » Martin Ginsburg non sorrideva. Era nella squadra di Reardon da abbastanza tempo per sapere che, quando il capo traversava la sala- agenti ed entrava direttamente nel suo ufflcio senza rallentare il passo, ciò significava che quella era una mattina in cui bisognava stare molto attenti. Ed essere molto formali. «Sí, signore?» domandò educatamente. « Dov'è Stoney? » La mano di Reardon passò veloce sopra la scri- vania, indicò la stanza in generale. « Si è preso una giornata di libera uscita, o che cosa?» « Stoney ha telefonato una ventina di minuti fa e mi ha detto di ri- ferirle che è accaduto qualcosa di inaspettato, qualcosa che lui doveva approfondire. Si metterà in contatto con lei non appena avrà verifica- to la questione. Stoney mi è sembrato strano, signor Reardon, come se fosse accaduto qualcosa di brutto. Sa quel che voglio dire... » Reardon consultò l'orologio. «E la Opara, s'è fatta viva?» « No, signore, ma probabilmente telefonerà da un minuto all'altro. » Il solito tentativo di proteggere un membro della squadra, ma gli oc- chi di Reardon erano come due carboni ardenti, e Martin lasciò l'uffi- cio in tutta fretta. Reardon aprí il secondo cassetto della scrivania e ci appoggiò sopra i piedi, adagiandosi contro lo schienale della poltrona. Invece di pu- lire gli occhiali, che avevano le lenti chiazzate, se li spinse tra i folti capelli rossi tagliati corti, poi guardò di nuovo l'orologio e piantò il dito sulla levetta dell'interfono: «C'è del caffè fresco, lí fuori?» Aspettò il caffè, invece della risposta. Quando bussarono leggermen- te alla porta, porse la tazzina per farla riempire, poi alzò gli occhi. L'agente investigativo Stoner Martin era alto, coi muscoli compatti e un aspetto che poteva essere definito "elegante" in qualunque occa- sione; anche se era costretto da un incarico a indossare brache strac- ciate o stinte, il suo portamento e il suo stile lo rendevano comunque distinto. Era un negro dalla pelle molto scura, la faccia intelligente e la voce pacata. Bastò uno sguardo a Stoner, perché Reardon dimenticasse di essere irritato. Posò la tazzina e guardò l'agente che si lasciava cadere su una sedia. La mano di Stoner tremò quando accese la sigaretta che teneva tra le labbra da quando era entrato nella stanza. Reardon si alzò, preoccupato. «Ehi, Stoney... che cosa succede?» Stoner Martin sollevò la testa. « Hanno beccato il mio ragazzo » ri- spose sottovoce. Reardon spalancò la bocca, come tramortito. « Johnnie ? » domandò, pensando al figlio di Stoner. 405 L'altro scosse lentamente la testa. « No. Non Johnnie. L'altro mio ragazzo: Rafe Wheeler. » Alzò il lungo indice e lo puntò in mezzo alla fronte. « Pum. Proprio tra gli occhi. » WILLIAM EVERETT faceva sempre una colazione abbondante. A sen- tir lui, quello era il motivo per cui, a sessantun anni, godeva ancora di ottima salute e poteva effettuare una irreprensibile consegna della posta degli Stati Uniti, un giorno dopo l'altro, in qualunque stagione, in quella zona particolare di Brooklyn di cui lui era responsabile come postino. Quel giorno, il silenzio che regnava nella cucina degli Everett non era il solito silenzio rispettoso di tre persone che stavano bene tra loro. Era un silenzio teso, come lo era stato tutte le mattine di quella setti- mana; un silenzio che, da un momento all'altro, poteva essere inter- rotto da parole dure. Lucinda Everett cercò di non guardare i due uomini, ma le fu impossibile. Ciò che vide prima sul viso del marito, stoicamente concentrato sulla colazione, poi nella calma controllata del figlio, le fece venire voglia di urlare; ma bevve in silenzio il suo te, senza parlare. A ventidue anni, Billy era molto somigliante al padre, nell'aspetto, ma Lucinda non riusciva a individuare la fonte della sua intensità. La testardaggine, quella sí. Ma la testardaggine di William era lenta, deli- berata, paziente, da mulo, e Lucinda sapeva, anche se William non l'avrebbe mai ammesso, che anche lui era spaventato e disorientato per la determinazione del figlio. Quando finí di mangiare, William alzò gli occhi, e la cosa cominciò, come Lucinda si era aspettata. « E cosí, oggi vai a farti arrestare » disse William. Billy posò la tazza sul piattino, senza far rumore, le dita contratte attorno al manico. Spinse indietro la sedia e alzò gli occhi per incon- trare quelli del padre. « Papà, per favore, non potremmo lasciar per- dere ? » « Vai a farti arrestare » ripeté l'uomo piú anziano, come sovrappen- siero. « Prendi quattro anni di università e due di specializzazione in legge e vai a buttarli a mare. » Scosse la testa per la stranezza del figlio. « Papà, tutti i giorni, per una settimana, tu hai detto quello che ave- vi da dire e io ho detto quel che avevo da dire. E non è cambiato niente. » « Non è cambiato niente? In questa casa è cambiato tutto! » « E il mondo che sta cambiando, papà. Le cose non cambiano da sole. Dev'essere la gente a farle cambiare. Io stesso devo farle cam- LA TESTIMONE OCULARE biare. Possibile che tu non capisca? » disse il giovane con dolcezza. ,' Perso nei suoi pensieri, I'uomo piú anziano fissò per un attimo il piatto vuoto. Quando alzò lo sguardo, Billy gli vide un'espressione che non aveva mai visto prima; un'espressione che Lucinda aveva sperato di non rivedere mai piú. William parlò con voce tremante, facendo un grande sforzo. « Stam- mi a sentire, ragazzo. Stammi a sentire, grande rivoluzionatore del mondo, maledetto ragazzino stupido. Lo vedi il colore di questa mano ? Lo vedi il colore di questa faccia? Ecco che cosa ho visto nello spec- chio ogni giorno della mia vita, per piú di sessant'anni; ecco che cosa vedrò finché campo. Credi di essere l'unico negro, in questa casa ? Credi di essere l'unico negro che appoggia la sua gente... che si ribella alle offese? Ma che ne sai? Gesú, che ne sai? » E ritornò a vecchi schemi di discorso che suo figlio non aveva mai sentito prima, ma che Lucinda ricordava da molto tempo prima che il figlio nascesse. « Sei nato e cresciuto in questa bella casa di Brooklyn, e i tuoi com- pagni, bianchi o neri, sono tutti ben accetti, qui, e tu sei ben accetto nella maggior parte delle loro case, perciò che ne sai? Pensi, portando i tuoi cartelli e cantando le tue canzoni e sdraiandoti per terra e facen- doti arrestare, di aver trovato la soluzione? Pensi che tuo padre e tua madre non abbiano mai fatto niente, in vita loro?» « Papà, no, veramente... » William lo interruppe bruscamente: « No! Tu adesso stai zitto e ascolti, e io ti dico quello che non sai. Razza di stupido. Abbiamo aspettato ad averti per anni, finché non ci siamo potuti permettere que- sta casa, e l'abbiamo comprata quando la tua mamma ti aspettava già, e siamo stati i primi. Allora non era come adesso, con le agenzie alle quali telefonare, che mandano i loro specialisti armati di codici a dire che nessuno può negarci una casa. Nossignore, eravamo soli tua madre e io, e abbiamo tenuto duro, e lei aspettava te, e impazziva dalla paura per quello che poteva succedere ». Gli occhi del vecchio erano vitrei, fissi su cose che non aveva mai dimenticato e mai rivelato. « Col telefono che squillava di continuo e quelle sudicie bocche che gridavano insulti, e i gradini lordati di vernice e le finestre fracassate di notte. » Smise bruscamente di parlare, e qual- cosa cambiò in lui: la faccia si rilassò, il corpo parve ingigantirsi. La sua voce risuonò tranquilla, controllata, e Billy, guardando il padre, si accorse di non averlo mai amato come in quel momento. 407 « Abbiamo sopportato tutto ciò, ragazzo, in ogni giorno della no- stra vita. Io percorrevo quella strada a testa alta, fingendo di non ve- dere che la piccola aiuola coltivata da tua madre era stata distrutta e k insudiciata con immondizie ed escrementi. Abbiamo superato quelle terribili giornate; poi è arrivata qualche altra famiglia negra, e abbiamo imparato a cavarcela comportandoci semplicemente da brava gente, di- sposta a lavorare sodo. E quando tu hai cominciato le scuole, ormai le cose erano migliorate e tu non ne hai mai saputo niente. Non nel vero senso della parola. » Billy non guardava né il padre né la madre. Non poteva, perché ave- va gli occhi pieni di lacrime e temeva che la voce gli tremasse. Non che avrebbe detto ciò che nessuno dei due aveva mai saputo... Ie pic- cole cose che si era portato chiuse dentro, le cose che il suo affetto e la sua sensibilità non gli avrebbero mai permesso di rivelare: perché devo portare la camicia bianca e la cravatta tutti i giorni, e non solo alle riunioni, come gli altri ragazzi ? Perché un sette in matematica non è sufficiente? Perché devo prendere lezioni di violino da un insegnante privato, oltre a frequentare quelle gratuite della scuola? Perché devo essere a casa, chiuso dentro, sotto i vostri occhi, per le otto di sera, anche d'estate? Che cosa c'è di tanto diverso in me? Tutte le piccole cose che lo avevano torturato durante l'infanzia, inespresse, finché non aveva capito, e poi se le era rigirate dentro fin- ché non aveva trovato una soluzione: la sua soluzione. Alla fine, si era creato una sua immagine e non aveva piú potuto risparmiare dolore e sofferenze ai suoi genitori, perché doveva essere sé stesso. Fece scivo- lare le mani lungo il tavolo e raggiunse la mano di ognuno di loro; rimasero immersi in un silenzio sfinito, con le mani allacciate. « D'ac- cordo, non so veramente quello che avete sopportato per me. Ma era la vostra scelta, la vostra battaglia, e l'avete affrontata senza esitazio- ne. Non so se avrei avuto il vostro tipo di coraggio. Ma ora, devo fare la mia parte. » Il padre ritirò la mano nello stesso attimo in cui la madre aumen- tava la stretta. Non c'era collera nel gesto e nella voce di William; c'era qualcosa di simile alla disperazione. « Ma se getti via tutto quel che abbiamo fatto, Billy... allora, a che è servito? Perché io e la mamma l'abbiamo sopportato ? » La madre parlò per la prima volta. « Billy, tu volevi studiare legge fin da quando eri al ginnasio. Hai continuato in quella direzione, e noi ti siamo stati sempre vicini. Se ti arrestano, se ti schedano, non po- LA TESTIMONE OCULARE trai mai essere ammesso all'albo degli awocati. Lo sai benissimo. » Billy lasciò la mano della madre, spinse indietro la sedia e si alzò. Era ora di andare. « Ci sono momenti in cui un uomo deve pensare in termini piú ampi. Momenti in cui non si può pensare solo a sé stessi e alle proprie cose. » Vide il padre alzare la testa di scatto e mantenne la voce pacata, piana. « I tempi sono cambiati, papà. Adesso la gente si unisce. Non è piú una sola voce che grida, che chiede, che implora. Non è piú un solo uomo che percorre una strada ostile, fingendo di non vedere, fingendo di non sapere. Ma una forza piú grande, che si muove tutta assieme, che fa approvare le leggi, che conquista l'opinio- ne pubblica, perché non dice: "Per me, solo per me e per ciò che è mio". Ma dice: "Per tutti noi". Subito, per tutti noi! » William Everett restò silenzioso. Non c'era altro da dire. Non guar- dò il figlio che gli premeva con forza le mani sulle spalle. Poi, Lucinda prese la faccia di Billy tra le mani, lo baciò brevemente sulle guance, lo lasciò. « Sii prudente, Billy. » Lo guardò dalla finestra della cucina mentre, disinvolto e orgoglioso come il padre, percorreva la strada, e chissà perché lui si fermò, si vol- tò e guardò esattamente quella finestra. Lucinda sapeva che non pote- va vederla: la finestra era piccola, e il sole batteva direttamente negli occhi di lui. Mentre il figlio rimaneva là, voltato verso la casa, e poi riprendeva il cammino, a Lucinda parve che il suo cuore si svuotasse di qualunque forma di vita, per riempirsi inaspettatamente e dolorosa- mente di una consapevolezza terribile, inequivocabile: non avrebbe vi- sto mai piú il suo Billy percorrere quella strada. RAFE WHEELER, il cui corpo senza vita giaceva nell'obitorio della città, non era stato un informatore della polizia. Durante i tredici mesi immediatamente precedenti la sua morte era stato un agente. L'alto commissario della polizia di New York, un uomo mite e tran- quillo sui cinquantacinque anni, tenne per un attimo nel palmo della mano il distintivo d'argento dell'agente, studiandolo con occhi inespres- sivi. Poi lo posò sulla scrivania, accanto a una cartelletta piena di ma- teriale riguardante l'agente Rafe Wheeler. « Peccato » ripeté per la ter- za volta, giocherellando con una fotografia che era scivolata fuori del- la cartelletta. « Bel ragazzo. » L'agente investigativo di primo grado Stoner Martin non alzò lo sguardo dal bordo della scrivania. Si sentiva oppresso da un'orribile sensazione di fallimento per il quale Rafe aveva pagato con la propria 409 LA TESTIMONE OCULARE vita. Bel ragazzo, aveva detto l'alto commissario, perché era l'unica frase che era riuscito a mettere insieme. Non era stato lui a scegliere Rafe da un elenco di futuri agenti in attesa di prestare giuramento; non era stato lui a setacciare attentamente e scrupolosamente il passato del ragazzo dal giorno in cui era nato in una fattoria di mezzadri della Carolina del Nord. L'alto commissario non conosceva Rafe: fattorino d'autobus, lustrascarpe, bambinetto del Sud dagli occhi spauriti, con in bocca una sola parola: "Sissignore, sissignora", deciso a salire al Nord per migliorare la sua situazione. Il ragazzo era arrivato a New York due anni prima: ventun anni, controllato nel parlare, senza trop- pi grandi sogni, aveva trovato un lavoro nel deposito di un grande ma- gazzino. Per aumentare le proprie possibilità, passava le serate a fre- quentare le lezioni del City College... penosamente, perché non aveva nessuna attitudine particolare per lo studio. Un ragazzo risoluto, pru- dente, che nella vita procedeva un passo alla volta. L'esame di agente di polizia che aveva sostenuto non rappresentava per lui l'ambizione di una vita, ma solo l'opportunità di aprirsi una strada migliore. Era stato Stoner Martin a effettuare la selezione: ave- va ristretto la rosa dei prescelti a tre nomi e aveva sottoposto a Rear- don le sue conclusioni; ma era sempre stato lui, Stoner, a fare l'ultima scelta e a prendere contatto. Brutto affare, da qualunque parte lo si guardasse. Se Rafe avesse respinto l'offerta, avrebbe trovato qualche scusa per liquidarlo. Sareb- bero stati costretti a farlo: quando Stoner avesse finito di parlare con lui, Rafe ne avrebbe saputo troppo. Stoner non l'aveva raggirato in alcun modo; era stato chiaro, col ragazzo: sarebbe stato un lavoro segreto dal principio alla fine, cominciando dalla cerimonia del giura- mento, che si sarebbe svolta in privato, per finire... chissà dove. «Non avrò nessuna identificazione del dipartimento di polizia? Lei sarà il mio unico contatto? » Stoner aveva annuito. « Mi avete scelto perché sono un povero stupido del Sud, senza nessun legame né qui né giú a casa, vero?» « Cancella lo "stupido" e il quadro è esatto. » Rafe aveva sorriso e Stoner aveva sorriso, e Rafe era diventato "suo". Ma in quel momento, Rafe Wheeler, non identificato e senza nessuno che ne richiedesse la salma, giaceva all'obitorio. Stoner Martin non 410 poteva richiedere il suo cadavere e il dipartimento di polizia non voleva richiederlo. Un donatore anonimo avrebbe mandato una somma di denaro con le istruzioni per la sepoltura di Rafe Wheeler in un cimitero della Carolina del Nord, e il resto dei diecimila dollari della polizza assicurativa sulla sua vita sarebbe stato versato sul fondo destinato agli orfani e alle vedove del dipartimento di polizia. « Abbiamo studiato i rapporti dell'agente Wheeler e tutto il lavoro d'appoggio che lei ha effettuato negli ultimi due mesi. » Casey Reardon premette il piede sulla scarpa di Stoner. Stoner alzò lo sguardo, stupito. Non si era accorto che nell'ufficio era entrato il capo degli agenti investigativi, né che questi si era rivolto a lui. « Si- gnore ? » Il capo degli agenti investigativi era un bell'uomo alto, dagli occhi del colore del granito. « Dal lavoro che ha svolto al fianco dell'agente Wheeler, si è fatto un'idea di ciò che potrebbe accadere oggi? » Stoner scosse la testa. « No, signore, ma senz'altro ha a che fare con l'infiltrazione effettuata da parte di alcuni membri della Secret Nation nel gruppo Freedom for All, il movimento di integrazione raz- ziale che, all'insegna della non-violenza, chiede "Libertà per tutti". » La Secret Nation - la "Nazione segreta", un movimento violento integrazionista - era capeggiata dal Royal Leader, il quale era protetto da un gruppo di giovani chiamati Royal Guards, che avevano potere di vita o di morte su qualunque vittima avessero scelto. Il capo degli agenti investigativi e l'alto commissario si erano ormai familiarizzati con quegli strani termini, e conoscevano la triste realtà rappresentata da quei nomi da operetta, una realtà svelata dai rapporti di polizia che descrivevano morti violente, pestaggi insensati e minacce messe in atto. Sapevano che la Secret Nation esisteva realmente. « L'agente Wheeler e un certo Eddie Champion... » proseguí Stoner indicando con un gesto vago il fascio di fogli sulla scrivania, «...ave- vano avuto ordine dal Royal Leader della Secret Nation di infiltrarsi nel gruppo Freedom for All. Altri cinque o sei membri della Secret Nation si sono introdotti nelle varie sezioni del gruppo, quanto basta per trasformare la politica della "non-violenza" in quella del "tutto è permesso". Rafe mi ha detto solo... » Stoner chinò la testa e chiuse per un attimo gli occhi, mentre parlava, «...ha potuto dirmi solo che oggi ci sarebbe stata una sparatoria, al cantiere. « Era membro delle Royal Guards da pochi mesi. Il suo compagno, Champion, non si fidava di lui. Due giorni fa, Rafe mi aveva informato che lui e Champion erano stati incaricati di una missione segretissima ma Champion si era limitato a dirgli che si trattava di qualcosa che avrebbe fatto esplodere questa città. » « Eddie Champion » disse pensieroso il capo degli agenti investiga- tivi. «Gli state addosso?» Stoner Martin strinse le lunghe dita contro il palmo della mano, e alzò gli occhi. « Gli staremo addosso. Negli ultimi due giorni, lui e Rafe avevano abitato in una pensione del West Side. Rafe si era messo in contatto con me solo due volte: Champion gli stava alle costole, e Rafe non poteva raggiungermi. Abbiamo messo alcuni agenti di guar- dia all'appartamento di Champion, a quello dove abita la sua ragazza e in tutti i posti in cui potrebbe farsi vivo. » « Secondo me » disse l'alto commissario, « sarà difficile incastrarlo per quest'omicidio. » « Lo incastreremo » promise Stoner. « In un modo o nell'altro. » « C'è un unico modo in cui vogliamo averlo » intervenne Reardon, osservando attentamente Stoner. « Lo vogliamo nel modo giusto. » Il capo degli agenti investigativi era incuriosito. « Pensavo che nessun membro della Secret Nation fosse autorizzato a portare armi. Ero con- vinto che fosse la regola numero uno. » « Lo è, infatti. Per questo sono stati tutti addestrati in karatè. » Sto- ner spostò la sedia e la sua voce si fece forzata. « Rafe mi aveva detto che Champion si preparava a fare la sua mossa. Da molto tempo nel gruppo era nato un certo dissenso: alcuni dei tipi piú svegli si erano fatti irrequieti e avevano cominciato a scalpitare per avere le teste rotte e il sangue che erano stati promessi loro. Poi, è circolata la voce che si stavano raccogliendo armi, e il vecchio, il Royal Leader, ha preso a guardare con sospetto tutti quelli che lo circondano... e con ragione. Deve usare il pugno di ferro. La pena per qualunque membro della Secret Nation trovato in possesso di armi è la morte. In origine, la regola è nata perché, se un membro veniva preso dalla polizia, doveva essere trovato "pulito". Inoltre, nessuno dei membri deve essere sche- dato... e questa è la regola numero due. Ora sembra che la proibizione di portare armi serva soprattutto come protezione per il vecchio. Se si è sorpresi: bum, zac, e si è finiti! » La mano di Stoner tagliò l'aria. « Ma allora, secondo lei, come mai Eddie Champion non solo ave- va una rivoltella, ma ha anche rischiato tanto usandola contro l'agente Wheeler?» domandò l'alto commissario. « Evidentemente, quel tipo aveva cominciato a sospettare di Rafe, 412 e lo ha sorpreso mentre lui si metteva in contatto con me. Se l'avesse abbattuto con un colpo di karatè, sarebbe stato come ammettere di es- sere stato negligente, di essersi quasi portato dietro un poliziotto in LA TESTIMONE OCULARE un colpo grosso. Il vecchio avrebbe puntato il dito su di lui, e zac! » « Un modo come un altro per eliminare gli incompetenti » osservò acidamente il capo degli agenti investigativi, voltandosi. Era stato un commento amaro, distratto, e il capo non vide Stoner balzare di colpo in piedi, con la faccia stravolta. « Non voleva dire questo! Controllati, Stoney » ordinò Reardon, co- stringendo l'agente a rimettersi a sedere. Il capo si voltò; la sua faccia sembrava variegata da milioni di sotti- lissime rughe. «Ha pensato che alludessi all'agente Wheeler?» Stoner esalò le parole a scatti convulsi. « Quel ragazzo ha fatto uno splendido lavoro. Avete altri due agenti nella Secret Nation. Che infor- mazioni vi hanno fornito? E stato Rafe Wheeler a dirci tutto quel che sappiamo al momento. Ed è morto mentre me lo diceva. E lei lo con- sidera un incompetente ? » « No. Vorrei che ne avessimo degli altri, come lui » rispose il capo degli agenti investigativi. Stoner si tolse bruscamente la mano di Reardon dalla spalla. « Va bene. Forse sono un po' troppo suscettibile, riguardo a questa fac- cenda. Chiedo scusa. » L'alto commissario si schiarí la gola. « L'ispettore capo ha avuto or- dine di mandare un grosso contingente di agenti al cantiere. Inoltre, ci saranno delle camionette, nelle vicinanze, da usare in caso d'emergen- za. Ma se ci sarà una sparatoria... il bersaglio potrebbe essere chiunque. Capo, ha preso provvedimenti per dare al signor Reardon tutta l'assi- stenza necessaria per inchiodare Champion? » Il capo degli agenti investigativi alzò le mani: « Avrà tutto ciò che vuole ». « Ho già tutti gli uomini che mi servono. Ho mandato alcuni dei miei agenti giú alla manifestazione, e il capo mi ha fornito altri venti uomini. Se non avete piú bisogno di noi, I'agente investigativo Martin e io andremmo sul luogo, adesso. » L'alto commissario si alzò, e tutti gli altri seguirono il suo esempio. « Se almeno finisse questo caldo. C'è già fin troppa gente irrequieta e in ebollizione, per lc strade. » Stoner Martin fece un breve cenno di saluto al capo degli agenti investigativi e seguí Reardon fuori della stanza. Dalla Pontiac nera, Reardon telefonò al suo ufficio, tenendo gli oc- 413 chi fissi sull'orologio. « La Opara si è fatta viva? » domandò. Impre- cò sottovoce nel ricevitore, poi riattaccò. LA TESTIMONE OCULARE «Viene al cantiere con me, Casey?» domandò Stoner. « Sí » rispose Reardon, e dette ordini concisi a Tom Dell. Rimase in silenzio per un attimo, poi si voltò verso Stoner e susurrò: « Come se non bastasse, potremmo incontrare la Opara e mia figlia Barbara, laggiú ». CHRISTIE OPARA era parte integrante della folla accaldata, compat- ta, sgradevole, che nell'ora di punta riempiva la metropolitana, e tut- tavia il suo cervello restava freddo, lucido. L'attenzione di Christie era concentrata sulla strana deviazione effettuata dalla figlia di Reardon. Dopo un breve tragitto in autobus, erano scese entrambe per prendere la metropolitana. Ma, arrivate alla stazione di Manhattan, dove avreb- bero dovuto cambiare treno per andare verso l'università di Columbia, Barbara Reardon era salita sul convoglio diretto verso la periferia, in- vece che su quello diretto verso il centro. Christie si era fatta strada fra la gente ammassata e aveva sentito gli sportelli caldi e appiccicosi del- la vettura chiudersi contro le sue spalle. In quel momento, teneva lo sguardo fisso sui capelli scuri di Barbara, legati con un nastro rosso. Non riusciva a vedere altro della ragazza; I'abito di cotone rosso vivo era nascosto dalla folla. Mentre il treno riprendeva la sua corsa, la folla si spostò e Barbara fu costretta a voltarsi. Christie guardò oltre le spalle della ragazza, mantenendo un'espressione impassibile e distratta: il tipo di faccia che non si nota. Quando il treno raggiunse Delancey Street, la folla si era diradata parecchio, e Christie si mise a sedere con gli occhi fissi su The New York Times. Mantenne sotto osservazione la macchia vivace del vestito rosso, poi, quando Barbara scese, si diresse verso l'uscita. La ragazza non si era accorta di lei. Quando si sentí investire la faccia dal bagliore accecante del sole, Christie operò alcune piccole trasformazioni al suo aspetto: si legò at- torno alla testa il fazzoletto blu scuro, inforcò un paio di grandi oc- chiali da sole dalle lenti rotonde, fece cadere il giornale in un cestino per la carta straccia, allungò la cinghia della borsetta in modo da tra- sformarla in borsa a tracolla e procedette in fretta, guardando di fron- te a sé. Barbara Reardon sapeva esattamente dove andare, e avanzava 414 nella pesante atmosfera estiva delle strade del Lower East Side. Christie procedeva disinvolta sul marciapiede ingombro di rifiuti, sul lato opposto della strada, in modo da avere Barbara in diagonale. Quando la ragazza proseguí verso est, la sua destinazione divenne chia- ra. Gruppi di giovani si dirigevano decisi al cantiere per la costruzione del quartiere popolare Abraham Lincoln. Si intravedevano cartelli con scritte dai colori vivaci: LIBERTA PER TUTTI. Il gruppo aveva pic- chettato il cantiere per tutta la settimana, e per quel giorno si preve- deva un massiccio sit-in. Christie allungò il passo. I giovani affollavano i marciapiedi, e la figlia di Reardon stava distaccandosi troppo. La stradetta sfociò improvvisamente, inaspettatamente, in un vasto spiazzo aperto, sgomberato di recente dagli edifici. Si notavano nume- rosi cartelli, dalle scritte accuratamente dipinte a mano: FREEDOM FOR ALL - Quartiere Queens; FREEDOM FOR ALL - Aderenti del Bronx; FREEDOM FOR ALL- Brooklyn College - Brooklyn Heights... cartelli che rappresentavano quartieri, scuole e università di tutta New York. Era una folla allegra, e Barbara Reardon fu salutata da facce sorri- denti, da ragazzi e ragazze che parlavano con voci innaturalmente vi- vaci. Christie rispose ai commenti anonimi che le venivano rivolti strin- gendosi nelle spalle, sorridendo con aria sperduta e spiegando: « Non riesco a raggiungere il mio gruppo... Il gruppo di Manhattan superio- re ». Si tenne vicinissima a Barbara Reardon e tentò di capire che cosa stavano per fare i ragazzi. Ma ciò che la interessava di piú, era di farsi un'idea chiara del qua- dro completo, perché aveva visto i blocchi della polizia, dalla parte opposta del cantiere, e dietro a quei blocchi aveva visto qualcosa che ai ragazzi era sfuggita: il formarsi di una folla. AL SERGENTE Stanley Frankel la situazione non piaceva. I dodici uomini che gli erano stati assegnati, e che in quel momento erano se- duti di fronte a lui nel furgone della polizia, rappresentavano un'inco- gnita, e al sergente le incognite non andavano. « Sarò sincero con voi » disse. « Non ho la piú pallida idea del mo- tivo per cui, all'ultimo momento, e stato deciso di aumentare il con- tingente di forze dell'ordine. Negli ultimi quattro giorni ci sono state manifestazioni che possiamo definire pacifiche, e non si è reso neces- sario effettuare alcun arresto. Quei ragazzi sono nei loro diritti, quan- do fanno cortei, innalzano i loro cartelli e gridano i loro slogan. Finché non bloccano l'entrata o l'uscita del cantiere, niente da ridire. Il nostro 415 compito è di tenerli in movimento. » Il sergente Frankel sentí che le gocce di sudore della fronte andavano a formare un unico rivolo con LA TESTIMONE OCULARE quelle che gli scendevano dalla tempia sinistra. Si alzòperché fino ad allora era stato accoccolato e, mentre lo faceva, dodici paia di occhi seguirono i suoi movimenti. « Il clima è decisamente contro di noi. E caldo e umido, e i ragazzi ci hanno detto che intendono fare un sit-in. Non sono dei criminali. Ci hanno messi al corrente dei loro piani e noi li abbiamo informati della situazione in cui si cacceranno. Se metteranno in atto il loro pia- no, allora il nostro compito consisterà nel sollevarli di peso e caricarli sulle camionette. » Gli uomini borbottarono, flettendo le spalle e imprecando. Il gio- vane sergente si piazzò al centro del furgone, con le gambe divaricate, e incontrò ogni paio d'occhi, cercando di mandare a mente ogni faccia e di stabilire di quale di quegli uomini poteva fidarsi e da quale, invece, doveva guardarsi. Il suo viso si indurí, mentre continuava a parlare, agi- tando un dito nell'aria: « Se e quando riceveremo l'ordine di arrestare i manifestanti, voi sei... » si voltò e indicò di nuovo, <...avrete il com- pito di sollevare i corpi. Il resto di voi si occuperà di controllare la folla ». Allungò la mano sotto uno dei sedili per prendere il ruolino delle presenze. « Firmate tutti il ruolino e aggiungete numero del di- stintivo, sezione alla quale appartenete e l'incarico specifico, contrad- distinguendolo con "s.c.", sollevare corpi, o "c.f.", controllare folla. Tornerò fra un minuto.... non muovetevi. » Il tenente Ralph McDermott aveva trentasei anni. Portava il berret- to calato sulla fronte e teneva il mento sollevato in modo tale da sem- brare che ce l'avesse col sergente Frankel. « Ehi, Stan, che tipo di grup- po hai, là dentro?» « Tenente, perché hanno mandato gli agenti delle sezioni di quar- tiere ? Ho la sensazione che ci stiamo preparando a qualcosa di grosso. » « Figlio, il dipartimento di polizia di New York è sempre preparato per qualcosa di grosso. Sarà meglio che io vada a tirar su di morale i tuoi ragazzi. » Il sergente lo precedette sul furgone e fece cenno agli uomini di re- stare seduti. « Questo è il tenente McDermott, della sezione tattica, incaricato del comando del nostro settore di operazioni. » La parte superiore della faccia del tenente McDermott era tenuta in ombra dal berretto, ma gli uom ini notarono la mascella quadrata e decisa, le labbra dure, e il loro silenzio fu pieno di rispetto. « Il sergente Frankel vi ha già messi al corrente della situazione, e io desidero aggiungere solo qualche parola. Siamo in una posizione deli- cata. Ci sono piú giornalisti e fotografi di quanti ne abbiate mai visti riuniti in un solo posto, quindi saremo tenuti costantemente sotto os- servazione. Se arriverà l'ordine di sollevare i corpi, è esattamente quel- lo che farete: li solleverete. » Reclinò leggermente indietro la testa, e i suoi occhi chiari scrutarono tutte le facce dei presenti. « Non darete spintoni, né calci, né pugni nello stomaco, né pizzicotti, né userete inu- tilmente la forza. Inoltre, non farete commenti, battute, dichiarazioni e cosí via. Chiaro? Ora, un'altra sola cosa: parte degli insulti saranno diretti contro di noi... contro tutti noi, contro le nostre divise azzurre. Probabilmente, i manifestanti ci chiameranno con tutti gli epiteti pos- sibili, da maiali a fascisti. E una consuetudine, ormai. Gli operai del cantiere e i loro sostenitori, invece, ci daranno dei venduti e dei cala- brache. Mi auguro che tutti voi signori abbiate la pelle abbastanza dura da accettare con buona grazia qualunque offesa. » Vi fu una risatina educata, e McDermott fece cenno al sergente Fran- kel di seguirlo fuori del furgone. Attese finché lo sportello non si ri- chiuse dietro di loro. « Potrebbe anche essere una delle solite faccende, Stan. Darei non so che, perché avessero lasciato fare solo a noi. » CHRISTIE aveva visto spesso il giovane leader studentesco alla tele- visione, sicché conosceva la sua faccia e la sua voce che, per quanto sommessa, poteva essere udita chiaramente grazie al silenzio che cir- condava il ragazzo. Ciò che la colpí, in quel momento, fu l'aria di se- renità e di pacata determinazione che si irradiava da lui. « Oggi sono presenti tutti i mezzi d'informazione » disse Billy Eve- rett,ed è questo il nostro obiettivo primario: arrivare agli occhi e alla mente dell'opinione pubblica, e quindi arrivare alla sua coscienza. Abbiamo scelto liberamente la via della nostra azione. E dobhiamo per- seguirla. I poliziotti faranno il loro sporco dovere, non avranno altra scelta. La scelta è stata nostra, I'abbiamo operata noi. La nostra dovrà essere una manifestazione morale, e io conto su di voi... cosí come dobbiamo contare l'uno sull'altro... perché non dimentichiate: abbia- mo fatto la nostra scelta! » Quelle parole furono ripetute dai dimo- stranti, finché nell'intera zona echeggiò il grido: «Abbiamo fatto la nostra scelta! » Billy Everett studiò le facce che lo circondavano e consultò l'orologio. « Muoviamoci, adesso! » esclamò. Alcune mani si protesero, gli strin- sero le spalle, le braccia, gli carezzarono la testa con ruvida affettuosità. E Christie si accorse che Everett era sinceramente stupito e commosso: anche lui, a sua volta, tese le mani verso gli altri. La figlia di Reardon rimase vicina a un ragazzo che portava il cartello dell'associazione per la sezione di Brooklyn, che era quella di Billy La ragazza prese Everett per un braccio e scambiò qualche parola con lui, al che Everett annuí e sorrise. Christie rimase vicina ai due, senza che nessuno la notasse, mentre i dimostranti cominciavano ad attraver- sare il piazzale ricoperto di macerie. Quando si avvicinarono alle bar- riere di legno erette dalla polizia per bloccare il cantiere da una parte e la stradetta improvvisata dall'altra, cominciarono a serrare le fila. All'altra estremità della strada sorgeva una seconda barriera che tratteneva un folto gruppo di spettatori. Gli agenti della sezione tattica, alti e impecca- bilmente vestiti, davano le spalle alla folla, formando una lunga linea regolare, a distanza ravvicinata gli uni dagli altri. Un capitano e un tenente di polizia, che si trovavano dall'altra parte della strada, non guar- davano la fila di camion del cantiere che avanzava lentamente verso di loro, né gli automezzi d'emergenza della polizia, disposti su un lato della strada: guardavano Billy Everett. Il capitano aveva la faccia arrossata. Si passò la lingua sulle labbra, poi si mise di fronte ai manifestanti. Alzò la mano guantata di bianco: « Ehi, voi, basta cosí. Non potete superare i blocchi ». Billy Everett rimase immobile, con il fianco appoggiato contro il bordo della barriera. Christie lo udí inspirare lungamente l'aria, mentre alzava per un attimo la faccia verso il cielo. Alla luce violenta del sole, la sua pelle era color nocciola. Everett buttò fuori il fiato con un suono triste, pieno di rammarico, e guardò in fondo alla strada, verso i quattro camion che avanzavano lentamente. La sua voce suonò incrinata da un tono di scusa, eppure ferma. « Capitano, spiace piú a me che a lei per le azioni che saremo costretti a intraprendere. Cosí come mi spiace per i fastidi che daremo a lei e ai suoi uomini. » Con un movimento veloce, aggraziato, improvviso, Billy Everett si chinò ed emerse dall'altra parte della barriera, e prima che qualcuno potesse fermarlo la spostò. Mentre i giovani si accalcavano verso quel- I'apertura, il capitano fece un gesto, e quattro agenti della sezione tattica avanzarono verso l'apertura. Un giovane agente della sezione, con la faccia levigata e ansiosa, 418 esclamò con voce amichevole: « Avanti, Billy, non vorrai farti arrestare! » Billy gli sorrise, sfiorandogli leggermente il gomito. « Cosí vanno le cose » disse a bassa voce. LA TESTIMONE OCULARE Molti cavalletti furono rimossi, e il capitano fece un gesto verso le camionette e i furgoni della polizia. I manifestanti si riversarono nella strada improvvisata e si disposero attorno al loro capo, che si era sdraia- to ai piedi del capitano. Christie afferrò Barbara per le spalle, nel tentativo di trattenerla, ma poco dopo erano tutte e due sdraiate a terra. Christie tenne la testa al- zata quel tanto che bastava per vedere che cosa stava accadendo. Vi fu una serie di lampi accecanti, mentre i fotografi puntavano le macchine fotografiche direttamente sui dimostranti, e allora Christie si chinò per nascondere con la testa la faccia di Barbara Reardon. Sentí il rombo cupo dei camion che si avvicinavano. Gli autisti rallentarono i loro vei- coli, cacciarono la testa fuori dai finestrini e cominciarono a urlare. La voce del capitano suonò stridula, tagliente, quando si rivolse ai dimostranti, e non riuscí a superare completamente il chiasso della folla vociante. « Siete colpevoli di molestia alla quiete pubblica. Se vi rifiu- tate di sgomberare la sede stradale, non avrò scelta. Dovrò arrestarvi. » Billy Everett si sollevò su un gomito. « Capitano, i funzionari dei sinda- cati ammetteranno ai loro corsi d'addestramento membri dei gruppi minoritari ? Accetteranno nel loro sindacato individui qualificati di qua- lunque razza e colore? Fino ad allora, non abbiamo alternativa. » La faccia del capitano era inespressiva. « E va bene. Vi dichiaro in arresto. » Christie voltò la testa e guardò avanzare gli automezzi della polizia. Si sentiva la bocca arida e piena di polvere per il calore del sole e per il terriccio della strada. Barbara Reardon era sdraiata accanto a lei, pal- lida, gli occhi socchiusi, il respiro faticoso, convulso. Il rumore dall'altra parte della strada, che fino a quel momento era stato un ronzio indistinto, prese forma: parole cattive, dure. Una voce maschile risuonò alta sopra le altre: « Impiccateli, quei comunisti! » La folla applaudí e riprese la cadenza della frase, finché le parole si trasformarono in un inno. Ogni tanto, esplodevano insulti e maledi- zioni, ma Christie vide che i dimostranti sembravano sotto controllo. In quel momento, un coro s'innalzò da loro, salendo nell'aria, e Barbara Reardon, le labbra aride e leggermente tremanti, gli occhi serrati, ri- peté lo slogan: « Abbiamo fatto la nostra scelta! » Christie ragionò in fretta: quando fossero state in piedi e mentre si avviavano agli automezzi della polizia, lei si sarebbe qualificata e avreb- be preso personalmente Barbara in custodia. Nessuno le avrebbe ri- volto domande. Avrebbe portato via di lí la ragazza e... Il chiasso fu ;,uperato all'improvviso da un violento tintinnio, il tin- tinnio di un vetro che veniva fracassato con orribile determinazione. Tutte le teste si voltarono istintivamente verso il primo camion dell'im- presa di costruzione, che era stato bloccato per ordine della polizia. Lentamente, come allucinato, I'autista scese dalla cabina, con la mano premuta sulla fronte, sorpreso per il sangue che gli zampillava rosso fra le dita e gli colava sulla faccia. La vista del sangue parve infuriare la folla, che premette contro i cordoni della polizia. Una voce gridò: « Se vogliono il sangue, glielo daremo... il loro! » Christie girò istintivamente il corpo, in modo da premere la spalla contro la faccia di Barbara Reardon. « Abbassa la testa! Girati a faccia in giú e resta a terra! » Esplosero grida acute di dolore e di sorpresa quando bottiglie, lattine di birra, pietre, pezzi di catena cominciarono a piovere sui dimostranti. Christie udí la voce inferocita di un tecnico che si era appena accorto che la sua telecamera era rimasta danneggiata. Il capitano urlava ordini, e le sue espressioni, fino a quel momento tanto prudenti e ufficiali, sa- rebbero state senz'altro censurate, prima che il telegiornale della sera potesse trasmettere un solo metro di pellicola su di lui. Una mano afferrò Christie per la spalla e la sollevò quasi da terra, e Christie, senza sollevare lo sguardo, afferrò a sua volta Barbara Reardon. « Vieni, alziamoci adesso. Barbara, alzati! » La ragazza rimase dov'era, risoluta quanto gli altri dimostranti. Qualcuno, all'interno del gruppo di dimostranti, lanciò una bottiglia rotta, rispondendo all'attacco. Un grido di rabbia e di dolore si alzò dalla folla: non si erano aspettati di essere aggrediti. Billy Everett si mise in ginocchio. Per la prima volta aveva la faccia preoccupata. Le sue labbra formularono la parola "no", ma la sua voce non poté superare le grida di reazione che esplosero all'interno del suo stesso gruppo: « Per quanto tempo dobbiamo sopportare? Per quanto tempo dobbiamo restarcene sdraiati a sopportare? » Era qualcosa di nuovo. Christie spostò lo sguardo, tentando di indivi- duare da che punto era partita la voce. Il suo cervello registrò un fatto curioso: prima una voce gridava, incollerita; poi, come in risposta, da un altro settore dei giovani mezzo sdraiati e mezzo inginocchiati echeg- giava un'altra voce. Sembrava un accordo prestabilito. Un altro proietti- le, un pezzo di catena, sibilò nell'aria, tornò sulla stessa folla che l'aveva scagliato. Un grido stridulo risuonò, mentre la catena colpiva il bersa- glio. (~li agenti della sezione tattica non riuscirono piú a contenere la LA TESTIMONE OCULARE pressione esercitata dalla folla che, rotto il cordone, si riversò sui dimo- stranti sdraiati. Un muro compatto di uniformi azzurre avànzò verso la folla, costringendola ad arretrare e ad allontanarsi. Una mano tirò Christie in piedi, un braccio la sospinse di nuovo a terra. Christie con- tinuò a stringere come in una morsa il braccio di Barbara Reardon, e mentre precipitava alla cieca nella massa di corpi, andò a battere con la guancia contro la spalla di Billy Everett, poi la sua faccia fu premuta contro la camicia azzurra di un'uniforme. Non riusciva piú a vedere la figlia di Reardon, ma le sue mani non avevano mollato la ragazza. Gli agenti di polizia afferravano braccia, gambe, corpi. Billy Everett, alto, dinoccolato, parve opporre resistenza, facendo scivolare le braccia dalle loro prese. Si voltò verso il gruppo di dimostranti. Erano come degli sconosciuti: avevano la stessa faccia della folla. Tutt'attorno a lui, varie voci gridavano parole che non riusciva a capire, rilanciando la rabbia, le minacce e le richieste che venivano scagliate contro di loro. « Ammazzateli! Restituitegli quel che ci hanno dato! » « Non restiamo piú sdraiati! Seguiamo il loro esempio! » « No! » gridò Billy Everett. « No. Abbiamo fatto la nostra scelta! » « Avvicinate le camionette e caricateli. Svelti! » ordinò il capitano; poi, tenendo Billy per il braccio, disse all'agente piú vicino: « Ammanetta questo tipo ». Billy Everett si sentí piegare le braccia dietro la schiena e si voltò stupefatto, tentando di sollevare le mani verso i suoi compagni. Un grido si alzò, proprio di fronte a lui: « I poliziotti hanno ammanettato Billy! » Billy scosse la testa, disperato: « No, no. Va bene cosí » disse, ma la sua voce si perse nel chiasso. Barbara Reardon si liberò con uno strattone, senza guardare Christie afferrò il braccio di Billy e lo tenne saldamente. Christie si gettò sulla ragazza e la fece girare su sé stessa. La faccia di Barbara era come una maschera cerea, rigida, cieca. Christie posò lo sguardo su Billy Everett nel momento esatto in cui l'aria veniva lacerata da un colpo di rivoltella e vide il viso di lui irrigidirsi improvvisamente in un'espressione disorien- tata, sbalordita. Il ragazzo spalancò la bocca e cadde senza una parola. Ma Christie non ne seguí la caduta: i suoi occhi videro qualcosa che il cervello non riuscí a interpretare. Una lunga mano nera cacciò una pi- stola d'ordinanza calibro 38 nella destra vuota di un agente e Christie, senza batter ciglio, spostò lo sguardo da quella mano nera in su, e per una frazione di secondo, sopra i corpi che l'attorniavano, si trovò a guardare gli occhi piú strani che avesse mai visto. Occhi vitrei quasi gialli LA TESTIMONE OCULARE Ancor prima che il cadavere di Billy Everett toccasse terra, una voce gridò: « Hanno ammazzato Billy! Quel poliziotto ha sparato a Billy! » Barbara Reardon si voltò, e la sua voce suonò simile a un lungo ge- mito, quando si uní al grido degli altri. « Hanno ammazzato Billy! Oh, Dio del cielo, quel poliziotto ha sparato a Billy! » CHRISTIE OPARA si muoveva per il soggiorno e toccava gli oggetti fami- liari senza vederli. Aveva il corpo dolorante, i muscoli indolenziti, il gomito destro e le ginocchia che le bruciavano e pungevano nei punti in cui erano spellati. Si sedette sul divano, allungò le gambe nude ed esaminò le lacerazioni. Christie moriva dal desiderio di essere con suo figlio. Povero Mickey, quante ginocchia spellate! E lei che l'aveva li- quidato con un po' di antisettico e di cerotto! Aveva dimenticato quanto facessero male quelle cose. Sentí un'auto fermarsi di fronte alla casa: il motore si spense e si udí il tonfo di una portiera. Alzandosi in fretta, Christie aprí la porta prima che Reardon suonasse. I} suo capo guardò direttamente verso le scale, il viso sollevato con aria interrogativa. « Barbara dorme ancora » lo informò Christie. « Signor Reardon... » Reardon la superò ed entrò nel soggiorno. « E stata una giornata bestiale » disse, piú a sé stesso che a lei, mentre si calava su una poltrona, si allentava la cravatta e si massaggiava la fronte col palmo della mano. « Mi dia il tempo di riprendermi, Christie. Faccia la brava e mi prepari qualcosa da bere. » Quando tornò dalla cucina con lo scotch per Reardon, Christie attra- versò la stanza e sedette sul divano, di fronte a lui. « E una gran brutta situazione » disse Reardon, con voce che pareva accusare lei. Christie, che non si era aspettata quella collera, in quel momento la avvertí tangi- bilmente; si mise sulla difensiva e per quel motivo fu invasa dal rancore anche lei. L'informazione che doveva dare a Reardon parve perdere di urgenza, parve passare in secondo piano. « Non poteva portare via di là mia figlia prima che accadesse quella faccenda ? » Christie rimase colpita non solo dall'irritazione di Reardon, ma anche dal suo malcelato tono di delusione. « Signor Reardon, lei non aveva neanche lontanamente accennato a ciò che poteva accadere. Non sono una chiaroveggente e... » Troncò la frase a metà. ~: Gli occhi di Reardon si strinsero, incupendosi. Lo scotch sembrava averlo rinfrancato. Posò il bicchiere sul tavolo, accanto a sé. « E va bene. Ricominciamo da capo. Non le ho detto niente perché non ero real- mente convinto che mia figlia andasse al cantiere. Se fosse andata all'uni- versità, sarebbe stato inutile mettere lei al corrente delle eventuali alter- native. Giusto ? » Riusciva sempre a far sembrare tutto cosí logico, a fatto compiuto! « Già, sarebbe stato giusto. Solo che Barbara non è andata all'uni- versità. » « Su questo siamo d'accordo. So che scoppia dalla voglia di raccon- tarmi quel che è successo, e dalla conversazione telefonica che abbiamo avuto presumo che Barbara stia bene, perciò proseguiamo un gradino alla volta. D'accordo ? Senza fretta e con calma. Prima di tutto, mi dica di Barbara. Che cos'ha visto?» « Le dirò che cosa pensa di aver visto. Pensa di aver visto l'agente... come si chiama? Linelli.... sparare a Billy Everett. » La domanda di Reardon suonò dura, precisa: « Che cosa significa "pensa di aver visto" ? » « Significa che sua figlia si è lasciata contagiare dall'isterismo gene- rale. C'è stato uno sparo. Qualcuno ha cominciato a gridare ''quel poliziotto ha sparato a Billy'. Poi tutti, compresa Barbara, hanno ur- lato la stessa cosa, piú e piú volte. Barbara è assolutamente convinta di averlo visto accadere. » « E lei sembra assolutamente convinta che non l'abbia visto. Perché ? » Christie aveva aspettato tutto il giorno di poterglielo dire, e in quel momento esitò, pregustando il piacere di essere sul punto di scuotere Casey Reardon, I'uomo che sapeva sempre tutto. « Non ha visto il po- liziotto sparare contro Billy Everett, perché il poliziotto non ha sparato contro Billy Everett. » Conosceva Reardon da troppo tempo per aspettarsi una reazione sco- perta, e tuttavia rimase irritata per il modo indifferente con cui lui si portò il bicchiere alle labbra, bevve un sorso, poi fece ruotare il bicchiere tra le palme delle mani. Ma la sua voce suonò mutata: era la voce dura particolare, del viceprocuratore distrettuale che esigeva delle informa- zioni. « E lei ha visto chi ha sparato a Billy Everett? » « Sí. » Reardon chiuse gli occhi per un attimo e aggrottò la fronte. Christie 423 avrebbe voluto parlare, ma aspettò che lo facesse prima lui, che fosse lui a porre le domande. Reardon posò il bicchiere e si alzò, voltandole LA TESTIMONE OCULARE 424 le spalle. « Quanto era vicina a Everett? » domandò poi bruscamente « Lo toccavo quasi e lo guardavo direttamente in faccia. Sua figlia era incastrata tra me e lui, rivolta verso di me. C'è stato uno sparo e... » « Non serve! » esclamò Reardon, interrompendola bruscamente. La fissò nuovamente negli occhi: « Ha visto chi ha sparato? » « Sí e no. Nell'attimo dello sparo guardavo la faccia di Everett, ma immediatamente dopo la mia attenzione è stata attratta da qualcosa: ho visto un uomo che impugnava una rivoltella d'ordinanza e poi ho visto la stessa mano cacciare la rivoltella nella destra dell'agente. » Reardon s'irrigidí, chinandosi in avanti. « E ha visto la faccia dell'uomo che ha fatto questo? » « Sí, signore. Era un negro dalla carnagione nocciola, sui venti, venti- cinque anni. E con... be', con gli occhi... gialli. » « Occhi gialli? Aveva gli occhi gialli? E che cos'era, quel tipo, un gatto ? » Christie si sfiorò il ginocchio spellato con la punta delle dita, e parlò in fretta, senza guardare Reardon. « Indossava unacamicia di maglia di cotone bianco. Non sono riuscita a vedergli i calzoni. Doveva essere alto almeno un metro e ottantadue. » « Strana storia » mormorò Reardon, con un tono sarcastico che mera- vigliò Christie. « E esattamente quel che è accaduto, signor Reardon. L'ho visto! » Reardon non si lasciò impressionare dalla sua veemenza. « Ho venti- cinque studenti universitari pronti a firmare deposizioni giurate in cui dichiarano di aver visto l'agente Linelli sparare a quel ragazzo. » Christie traversò la stanza, si avvicinò alla scrivania che sporgeva dalla parete ricoperta di libri, raccolse alcune pagine dattiloscritte e le porse a Reardon. « Ho messo tutto nero su bianco, e sono pronta a giurare che ciò che le ho appena raccontato è vero. » Reardon diede un'occhiata ai fogli, poi li arrotolò fino a formarne un cilindro che picchiettò leggermente sul bracciolo della poltrona. Il gesto infuriò Christie. Aveva aspettato tutto il giorno, tentando disperatamente di mettersi in contatto con lui per dirgli che l'agente Linelli era stato incastrato. Lei aveva visto quel che era realmente accaduto. E adesso, lui liquidava come se niente fosse la sua testimonianza. Gli si piazzò di fronte. « Che cos'ha detto l'agente Linelli? » La voce di Reardon suonò piatta, vaga. « L'agente Linelli ha detto che c'è stata una zuffa, poi uno sparo, e che all'improvviso gli hanno cacciato nella destra la sua rivoltella. » Christie allargò le braccia. « Visto? E chiaro. » Reardon scosse lentamente la testa. « No, non è molto chiaro. Cioè, sí e no, come ha detto lei prima. Sappiamo che non è stato Linelli a spa- rare. I test chimici hanno escluso che possa aver sparato con un'arma qualsiasi nelle dodici ore precedenti l'uccisione di Everett, ma... » « Qual è il problema, allora? Io ho visto che cos'è accaduto! » Reardon fece schioccare la lingua, seccato. « Sa, Opara, a volte lei mi stupisce. Si comporta come una bambina. Questa è la sostanza dei fatti e cosí, bum-bum-bum, questa è la soluzione. Cresca! Ho venticinque dimostranti ipersensibili che domani verranno a giurare di aver visto l'agente sparare al ragazzo. I leader del movimento per i diritti civili ci hanno chiesto di arrestare l'agente e di rilasciare le quaranta persone arrestate oggi. In meno di un quarto d'ora, la televisione blatererà in tutta New York, chiedendo azione. E a proposito d'azione, I'intero dipartimento di polizia e il posto di comando dei vigili del fuoco sono in stato d'allarme. La centrale e il municipio sono picchettati. Le strade di Harlem, Bedford-Stuyvesant, Jamaica, e chissà quante altre, pullulano di gente stravolta, emotiva, pronta a esplodere. E io che cos'ho? Ho la versione dell'agente Linelli, e ora ho la sua versione su una mano miste- riosa e una faccia misteriosa. » Vide gli occhi verdi di Christie stringersi, notò il lungo sospiro delibe- rato. All'improvviso, Reardon scoppiò in una risata; una risata dura, senza allegria. « Si rilassi, Christie. Io le credo. Ma, a questo punto, ho bisogno di qualcosa di piú. Altrimenti, la sua dichiarazione verrebbe interpretata come il tentativo '; un agente di polizia di proteggere un collega. Non ho nessuna inti ..ione di buttarla nella gabbia dei leoni senza avere qualcosa di solid., con cui proteggere lei e me stesso. Abbia- mo gettato altri ami. » Fece scorrere lo sguardo su Christie e tese la mano verso lcua gamba. « Che cosa si è fatta? » Christie si- contro lo schienale del divano, poi si chinò ancora a guard~rf cchia escoriate, sfiorandole leggermente con la punta di un dno. « La slluazione era calda, laggiú, signor Reardon. » La voce di Reardon tornò seria. Sembrava stanco, in quel momento. « Come ha fatto a portare Barbara qui? » « Era traumatizzata. Dopo lo sparo c'è stata una confusione terribile, io mi sono aggrappata a lei e l'ho trascinata via. Non si è resa conto di quel che stava accadendo. Eravamo ormai a piú di un isolato di distanza, quando si è fermata. Le ho mostrato il mio distintivo e le ho detto che mi aveva mandato lei. Abbiamo preso un tassí in Delancey Street. » LA TESTIMONE OCULARE Reardon annuí, ammirato. « Non so come abbia fatto a cavarsela Christie. Stoney e io siamo arrivati una quindicina di minuti dopo lo sparo, e c'era l'iradiddio. » « Be', non so come, ma ce l'abbiamo fatta. Barbara non ha aperto bocca finché non siamo arrivate qui, poi è cominciata la reazione. Non riusciva a smettere di parlare, continuava a ripetere: "Il poliziotto ha sparato a Billy". Poi si è coperta di sudore freddo e si è messa a tremare. Dato che non ero riuscita a mettermi in contatto con lei, ho chiamato il mio medico. Gli ho detto che Barbara era una mia amica, che aveva appena saputo della morte del suo fidanzato in un incidente, e che la sua famiglia era fuori città. Il dottore le ha fatto un'iniezione che la tenesse tranquilla... finché non fossi riuscita a mettermi in contatto con qual- cuno. » Reardon vuotò il bicchiere. « Grazie, Christie. » DAPPRIMA, Barbara Reardon pensò che i rumori facessero parte del sogno. Poi riconobbe la voce familiare del telecronista, e pur rendendosi conto di essere sveglia, non riuscí a capire bene dov'era. Fu la voce di suo padre a lacerare il velo pesante della sua confusione. Sebbene la stanza le apparisse estranea, ricordò di essere stata portata a casa di Chri- stie Opara. Poi, era arrivato un medico che le aveva fatto un'iniezione e lei era piombata nel vortice del sonno. "Billy Everett è morto". Le parole le salirono alle labbra con scon- volgente chiarezza, restituendole una lucidità fredda, totale. Billy Eve- rett era morto, e lei doveva parlarne con suo padre. Quando la ragazza scese, Christie si mosse istintivamente per aiutarla, ma Reardon le bloccò il passo: rimase immobile a guardare la figlia, e Christie fu colta da un violento desiderio di dargli uno spintone, di costrin- gerlo ad aprirle le braccia. Ma Reardon non fece un solo gesto. E, tutta- via, qualcosa dovette passare tra padre e figlia, perché nello stesso atti- mo in cui Barbara formulava in silenzio la parola "papà", Reardon aprí le braccia e la ragazza gli si buttò sul petto. Christie si voltò. Non aveva mai pensato che il viso duro di Reardon potesse rivelare cosí apertamente i suoi sentimenti. Per un attimo Reardon strinse a sé la figlia, poi, quando i singhiozzi di lei si fecero piú forti e meno controllati, I'afferrò per le spalle e la scosse con violenza. 426 « Barbara, ora basta! » Barbara respirò a fondo, poi suo padre l'accompagnò al divano, dove la ragazza sedette rigidamente. « Bel pasticcio hai combinato, oggi, eh?» La ragazza mosse la bocca, ma non emise alcun suono. Christie, scandalizzata dal tono di Reardon, disse: « Signor Reardon, Barbara è ancora intontita dal sedativo e in stato di choc. Non pensa che sarebbe meglio.... » « Penso che lei dovrebbe lavarsi le mani di questa faccenda, e subito! » Barbara si voltò verso Christie, disorientata, ma la voce del padre la costrinse a guardarlo di nuovo. « Avanti, racconta. Gran bel pandemo- nio, eh? Oggi hai vissuto un brano di storia, vero?» La voce di Barbara suonò esile, vuota. « E stato terribile. E stato spa- ventoso. » Tentò di aggiungere qualcosa, ma parve incapace diformu- lare altre parole. Finalmente si alzò, la faccia vicina a quella del padre, la voce tornata normale. « Ho visto un poliziotto sparare a Billy Eve- rett... » Si voltò verso Christie. « L'ho visto, qualunque cosa mio padre le abbia consigliato di dirmi. L'ho visto! » Reardon rilassò i lineamenti e parlò con tono quasi gentile. « Barbara, perché quel poliziotto avrebbe dovuto sparare a Billy ? » La ragazza scosse la testa. « No, papà, non funziona. » Christie si stupí che Reardon lasciasse correre. « E va bene, per il momento non discutiamo di questo aspetto della faccenda. Che altro hai visto, oggi ? Che altro hai imparato, oggi ? » Tese la mano e costrinse la figlia a voltare la faccia verso di lui. « Avanti, voglio sapere se, tutto sommato, è stata un'esperienza valida. » Nonostante la pacatezza della voce, il tono era insistente. Barbara sapeva che suo padre stava chiedendole di fare certe ammissioni. Non solo, sapeva che l'avrebbe costretta a fare certe ammissioni con sé stessa. « E stato terribile. Tutto è stato terribile. » « Continua » insistette Reardon. Lei si tolse la mano di lui dalla faccia, e Reardon vide nei suoi occhi un lampo di collera. « E va bene. Quegli individui erano come bestie. Sembravano tutti impazziti. Tutti. Eravamo attorniati da una violenza spaventosa. Anche noi ne facevamo parte. E questo che vuoi sentirti dire ? »~ Reardon si passò una mano sugli occhi. « Che cosa diavolo pensavi che sarebbe accaduto? Un folto gruppo di persone che manifesta ille- galmente, guidato in modo debole... » « Non dire niente contro Billy Everett » I'ammoní Barbara. « Era forse in grado di controllare i suoi? » « Non dire niente contro Billy! » ripeté lei. « Non ne sapeva niente del gruppo di persone che in teoria avrebbe 427 LA TESTIMONE OCULARE dovuto guidare. Non sapeva che nel suo stesso gruppo si erano infiltrati alcuni individui pericolosi. Non sapeva che i suoi potevano essere fa- cilmente trasformati in violenti. E la sua responsabilità, il suo dovere, era proprio questo: sapere. Per giunta, mi avevi dato la tua parola che oggi te ne saresti tenuta lontana! » « Perché ti sei preso il disturbo di chiedere la mia parola? Tanto, non ti fidavi di me. » « A quanto pare, la mia sfiducia era giustificata. » Si sfidarono con lo sguardo, e Christie pensò che erano bene assortiti: la ragazza, fragile e pallida, gli occhi azzurri luminosi attraversati da lampi di collera; e Casey Reardon, con una espressione di estrema du- rezza, gli occhi incupiti fino a diventare color del miele, la testa piegata da un lato. Christie gli sfiorò il braccio. « Signor Reardon, ho la sensa- zione che abbiamo tutti bisogno di un buon caffè. » « Io, invece, ho la sensazione che mia figlia abbia bisogno di un po' piú di materia grigia, altro che di caffè! » rispose lui, brusco. Barbara si abbandonò sul divano: la stanchezza le piegava le ginoc- chia. Strinse a pugno le mani esili, tentando di aggrapparsi a quella capa- cità di controllo che stava rapidamente sfuggendole. « Non so perché qualcuno di noi ha risposto alla violenza. Ma so che la maggior parte non l'ha fatto. Billy non l'ha fatto. E so che quel poliziotto ha sparato a Billy senza alcuna provocazione... » Barbara si portò di scatto le mani alla bocca, e per un attimo il suo corpo si irrigidí, mentre il respiro si trasformava in un gemito d'angoscia. Casey le tolse le mani dalla bocca e si sedette vicino a lei, ma la ragazza si ritrasse. « Mio Dio! » esclamò. « Billy è morto. Non è possibile. Billy è morto! » « Prepari quel caffè, Christie, faccia la brava. » Christie esitò un attimo, ma qualcosa in Reardon la rassicurò. Reardon scostò dal viso di Barbara le ciocche di capelli bruni e scarmigliati, e le sfiorò una guancia. « Papà » mormorò lei, con voce giovane e spaven- tata, « Billy Everett è morto, e io gli volevo tanto bene. Tutti noi gli vole- vamo tanto bene. Billy era come un fratello, ed è morto. » Reardon prese il viso della figlia tra le mani e rispose dolcemente: « Sí, bambina. Siamo tutti fratelli e tutti ci vogliamo bene, e un giorno moriremo tutti. Giusto?» 428 IL GIORNO dopo, quando entrò nell'ufficio di Reardon, Christie trovò il suo capo seduto sul bordo della scrivania. Reardon si voltò e le ordinò bruscamente: <( Si metta a sedere ». Poi, con voce bassa e dura, continuò a parlare al telefono. « George, ti do tre minuti perché tu faccia sparire dal mio piano tutti quei giornalisti e tutti quei fotografi. Sto svolgendo un'indagine, qui, e quei tipi disturbano. » Riattaccò, guardò l'orologio, pOi spostò gli occhi su Christie. « Tutte le ferie sono state sospese a tempo indefinito. Se ancora non le era stato comunicato, le viene comunicato adesso. D'accordo?» « D'accordo » lo imitò lei, ma Reardon non se ne accorse. « Voglio che vada immediatamente all'obitorio. Stoney l'aspetta. Deve dare un'occhiata a un cadavere. » «A un cadavere?» « Un cadavere. Uno stoccafisso. Un morto. D'accordo? » « Si, signore. » « Vada a dargli un'occhiata, e poi ci dica che cosa ne pensa. Inoltre: la sua deposizione è stata consegnata stamattina all'alto commissario, e ormal dovrebbe averla il sindaco. Da come stanno le cose, con tutti quei ragazzi e le loro testimonianze, in fase d'istruttoria la giuria arri- verebbe senz'altro a giudicare colpevole l'agente Linelli e a chiedere un processo. Per il momento, Christie, la sua storia viene tenuta segreta. La squadra sta svolgendo un'indagine approfondita.... abbiamo biso- gno di qualcosa di concreto. » Questo gli ricordò qualcos'altro. « Dopo aver parlato con Stoney all'obitorio, tornate qui. Ho indetto una riunio- ne di tutti i membri della squadra per l'una in punto. » « Si, signore. » Reardon si scostò dalla scrivania, con la borsa stretta sotto il braccio ma Christie non si mosse. Le parole le mulinarono nel cervello finché Reardon non si fermò. « Sí? Che cosa c'è ancora? » « Be'... volevo chiederle una cosa. » Esitò per un attimo, cercando accuratamente le parole. «E Barbara?» « Agente Opara, le consiglio di lasciarmi condurre a modo mio questa faccenda. E, nel caso che non mi sia spiegato bene, per quanto la riguarda la questione di mia figlia è strettamente confidenziale. » La voce di Christie suonò ancor piú fredda di quella di Reardon. « Signor Reardon, considero confidenziale qualunque cosa faccia in rela- zione al mio lavoro. Non piú confidenziale o meno confidenziale o stret- tamente confidenziale... solo confidenziale. Qualsiasi cosa! » I suoi occhi erano pieni di lampi verdi di collera, e Reardon l'osservò in silenzio; poi, inaspettatamente, emise una breve risata secca, la prese 429 per le spalle e la costrinse a voltarsi verso la porta. « Si rilassi, Opara. Via, si muova! Stoney sta aspettandola. » LA TESTIMONE OCULARE 430 CHRISTIE non aveva mai visto Stoner Martin in quello stato. L'aveva cercato per lunghi e complicati corridoi, seguendo i cartelli che l'avevano diretta verso il piano piú basso dell'edificio, e aveva provato una sensa- zione di sollievo nel vedere l'alta figura dinoccolata e familiare di lui. Poi, Stoner si era voltato, e la faccia che Christie si era trovata davanti era quella di un estraneo. Le concise parole di saluto erano uscite roche dalle labbra di lui, come se la lingua gli si fosse inaridita e si muovesse nella bocca con grande sforzo. Gli occhi erano spenti, iniettati di sangue. « Vado a far mettere il visto su questo foglio, poi andiamo » annun- ciò il custode, scomparendo in un ufficetto sul retro. « Stoney, ma che cos'è questa storia? » Stoney giocherellava con un mozzicone spento. « Prima diamo un'oc- chiata, poi vedremo. » « Eccomi. Andiamo » disse il custode. Li guidò in una stanza ampia, dal soffitto alto, che su due lati pareva tappezzata di schedari metallici. Il custode consultò il foglio di carta, poi batté il palmo della mano contro uno sportello. Mentre tirava fuori della cella refrigerata il cada- vere e lo scopriva, Christie chiuse per un attimo gli occhi. Quando li riaprí, non guardò il morto, ma Stoner Martin, che aveva la bocca se- miaperta, la faccia tirata e un'espressione vacua. Christie si costrinse a guardare il cadavere, a vederlo. La faccia, che nella morte non appariva né giovane né vecchia, era levigata e di un pallido color nocciola. L'unica visibile deturpazione era rappresentata da un forellino scuro e raggrumato al centro della fronte. La bocca leggermente aperta, sembrava sul punto di parlare. Gli occhi incassati nelle orbite erano aperti, come appannati da un velo opaco. Il custode, in piedi dall'altro lato del cadavere, al fianco di Stoner Martin, le domandò: « Be', lo conosce? » Con un movimento appena percettibile degli occhi, Stoner le impose di dire di no. Christie scosse la testa. « No, non lo conosco. » « Be', e nessun altro lo conosce. Solo che qualcuno ha mandato dei quattrini per il seppellimento, magari il tipo che l'ha ammazzato! Avreste dovuto vederlo quando è arrivato qui. Non l'avrebbe riconosciuto nean- che sua madre. Tutto considerato, abbiamo fatto un buon lavoro. » La faccia di Stoner Martin era rigida come una maschera, e un pallore grigiastro stava diffondendoglisi sulle guance. I suoi occhirimaserofissi sul viso del ragazzo. « Be', lo spediamo al Sud domani mattina. Scom- metto che è di là che veniva » concluse il custode e tirò il lenzuolo sulla faccia di Rafe Wheeler. Il povero ragazzo provinciale tornava in provincia. Stoner Martin tese la mano. Il custode non notò il gesto, ma Christie Opara sí. Le lun- ghe dita nere lisciarono il lenzuolo sulla testa del ragazzo morto e vi si soffermarono un istante, piegandosi delicatamente per seguire i contorni del volto, per poi ritrarsi mentre il custode spingeva il corpo nella cella refrigerata. In strada, Christie tirò fuori gli occhiali da sole dalla borsetta. « Sto- ney; chi era ? » Stoner Martin rimase immobile. Respirava pesantemente. « Chi era ? » ripeté, come se lo chiedesse a sé stesso. Poi, con grande sforzo, domandò a Christie: « Ma tu, chi credevi che fosse ? » « Non ne sono sicura... non ne sono del tutto sicura, ma... » « Non importa. Dillo lo stesso. » « Be', assomigliava a quello che ha sparato a Billy Everett. » Stoner scosse la testa. « Non è lui. Che ne dici di andare a bere un caffè ? » IL PlCCOLO bar era impregnato di odore di fritto rancido e affollato di impiegati municipali dei vicini edifici, venuti a bere un caffè durante l'intervallo. Christie e Stoner presero posto a un tavolo, fecero l'ordina- zione, poi, lentamente, lui cominciò a raccontare. Le parole uscirono velocemente, soffocate, quasi in un susurro, dirette alla superficie del tavolo, leggermente incoerenti, piene di dolore e sfinimento e senso di colpa. A un certo punto, Stoner portò alle labbra la tazza di caffè tie- pido e la posò di nuovo sul piattino senza accorgersi del liquido che gli era schizzato sulla manica della giacca. Christie non sapeva come fare a consolarlo. Rimase silenziosa e lo lasciò parlare. « Gli abbiamo fatto un brutto scherzo, al ragazzo. Era troppo vulne- rabile. Sai una cosa? Rafe Wheeler non esisteva neanche, finché non l'ho trovato io. » Alzò la faccia per la prima volta, e le parole formula- rono il pensiero che gli era appena venuto in mente. « L'ho creato io, dal primo giorno. Gli ho mostrato un mondo sconosciuto, corrotto, e adesso lui è là, come l'hai visto. Sono responsabile io: ho creato e distrut- to Rafe Wheeler, che era solo un bravo ragazzo docile che non aveva mai... che non sapeva niente. Ci ho pensato io a istruirlo per bene. » Dopo un lungo silenzio, Stoner proseguí: « Sta' a sentire, piccolina, ho parlato troppo. Piú di quanto intendessi... piú di quanto dovessi. Ma... be', alla riunione il capo metterà al corrente tutti, farà un reso- conto completo, e cosí... » Christie lo interruppe. « Stoney, so solo che Rafe Wheeler era qual- cuno che ti stava molto a cuore. Sono lieta di essere stata a portata di mano, e spero di averti aiutato un po'. » « Mi hai aiutato molto, piccolina... Molto. Be', come dice il capo, è ora di muoversi. » Pagò il conto e uscirono. EDDIE CHAMPION adagiò il corpo magro sulle lenzuola pulite e rab- brividí di piacere. Certo che il condizionatore dell'aria era una gran comodità. Eddie seguí distrattamente con la punta delle dita la serie di cicatrici spesse e rugose che gli andavano dalla spalla sinistra giú lungo il braccio, ma il dolore era lieve e non lo infastidiva particolar- mente. Le altre cicatrici, dalla gola al diaframma, non gli facevano mai male; solo le ginocchia gli facevano male. Irrigidí le gambe, poi le rllasso. Quando Eddie Champion aveva tre anni, sua madre, che ne aveva venti, era salita sul tetto della casa popolare dalla quale lei, Eddie e la sorellina di due mesi stavano per essere sfrattati. Si era portata sull'orlo del tetto, passando la bambina sul braccio sinistro e afferrando la ma- glietta di Eddie con la destra. Senza un attimo di esitazione, aveva gettato il figlio nel vuoto e poi, senza guardarlo cadere, con la bambina ancora tra le braccia, I'aveva seguito. La madre e la sorellina di Eddie erano morte sul colpo. Eddie Champion non conservava alcun ricordo reale dell'incidente sul tetto, né dei lunghi periodi di ricovero in ospedale durante i quali i chirurghi gli avevano praticato ben sedici operazioni ortopediche su varie parti del corpo. I suoi ricordi arrivavano solo alla seconda infan- zia, che aveva trascorso nell'orfanotrofio cattolico nel quale era stato mandato perché, quando gli avevano aperto il piccolo pugno serrato, al suo arrivo al pronto soccorso del Bellevue Hospital, gli avevano trovato in mano una medaglietta religiosa. Non era stato possibile accertare se la medaglietta gli era stata messa in mano dalla madre, oppure se lui l'aveva strappata dal collo del suo soccorritore; comunque, era stato deciso che doveva essere allevato dalle suore. 432 Oltre al fatto di essere l'unico ragazzo negro dell'orfanotrofio (a parte tre bambine negre), Eddie aveva rappresentato per gli altri una grande attrazione per via dell'interessante serie di cicatrici di punti chi- LA TESTIMONE OCULARE 434 rurgici che sottolineavano le varie giunture del suo corpo. Quando si era fatto adolescente, Eddie Champion si era ormai abituato, anche se ciò lo faceva soffrire, al soprannome di "Frankenstein" ... perché in realtà sembrava una creatura strana, messa insieme in qualche modo. Eddie era cresciuto snello e compatto, e in grado di muoversi per lo piú senza impedimenti. La sua guarigione era stata considerata una spe- cie di miracolo medico. Quando aveva lasciato l'orfanotrofio St. Anne, a diciassette anni, era considerato un ragazzo educato, che si esprimeva bene, piuttosto devoto e abbastanza intelligente. Aveva un diploma di scuola superiore ed era capace di smontare e rimontare alla perfezione qualunque meccanismo. Aveva una lettera di raccomandazione di Padre Ryan, prefetto dei ragazzi piú anziani, e una stanza riservata a suo nome presso un ostello della gioventú cattolica, nel centro di Man- hattan. Aveva anche un cervello che diffondeva periodicamente ondate di panico e di terrore in ogni parte del suo essere. Aveva lasciato il St. Anne con una ferma determinazione: trovare il modo di vendicarsi di un mondo che l'aveva respinto e gli aveva inflitto solo crudeltà, dolore e umiliazione. Con la sua scorta di paura, Eddie Champion si era spinto nelle strade buie del ghetto di Harlem, alla ricerca di qualcosa. Aveva evitato le eva- sioni facili, che aveva a portata di mano, come la droga, I'alcool, la vio- lenza aperta: tutte cose che gli avrebbero fatto del male. E lui non aveva nessuna intenzione di aumentare le sue pene, anzi, aveva intenzione di fare esattamente il contrario. Il primo trauma l'aveva subíto quando si era accorto di essere un estraneo tra la sua stessa gente. All'orfanotrofio, se non altro, aveva saputo chi era e che cosa ci si aspettava da lui. La vita della strada lo terrorizzava, e aveva passato le giornate a spingere da un magazzino all'altro porta-abiti di ferro carichi di vestiti di cotone da quattro soldi, deciso a non lasciarsi impaurire dal chiasso convulso delle macchine e degli esseri umani. La sera, aveva trovato qualcosa di incredibile, di inaspettato: un centro giovanile nel cuore del ghetto, un centro gui- dato con inflessibile sicurezza da giovani studenti universitari neri, decisi, preparati, intelligenti. Eddie Champion sapeva di essere diverso dagli altri ragazzi che, sera dopo sera, si riunivano per schiamazzare, giocare a biliardo, par- lare in modo sguaiato, suonare la batteria o, a volte, picchiarsi tra loro. Ciò che non sapeva era che quella differenza veniva doverosamente annotata e riferita a gente di cui lui ignorava l'esistenza. Dopo qualche mese, era stato avvicinato da uno dei piú noti consiglieri del centro gio- vanile, uno che frequentava l'ultimo anno del Brooklyn College. Eddie era stato prescelto come candidato ideale per diventare membro della Secret Nation. Eddie si era sentito al sicuro, all'interno delle regole ferree della Secret Nation. La collera profonda che aveva soffocato per tanto tempo aveva trovato un obiettivo, e nel giro di due anni Eddie era diventato uno dei piú abili, meglio addestrati e maggiormente devoti membri di quel gruppo scelto di Royal Guards, il cui scopo era chiaro e semplice: distruggere tutti i nemici del Royal Leader della Secret Nation. EDDIE CHAMPION guardò la grande stanza immacolata. La sorella del Royal Leader indossava una specie di saio, e i suoi occhi erano i piú freddi, i piú calcolatori di tutti quelli in cui Eddie avesse affondato lo sguardo. Lo aveva accompagnato nella stanza, dopo il breve incontro col Royal Leader, gli aveva portato una cena fredda su un vassoio metallico ed era ricomparsa in silenzio per ritirare il vassoio, senza mai rivolgergli una sola parola. E, tuttavia, ogni suo gesto, ogni movimento solido e deliberato, erano sembrati minacciosi. Gli occhi, osservandolo attentamente, erano parsi dirgli quel che nella Secret Nation tutti sape- vano: suo fratello era la sua vita, e la vita di lei e di tutti gli altri conta- vano quanto un granello di polvere alla luce del Royal Leader. Eddie pensò al vecchio, alla sua faccia antica come la morte ma senza una sola ruga, alla sua pelle tesa sugli zigomi sporgenti e levigata come quella di un frutto, ai suoi occhi lucenti come onice. Solo la voce pa- reva vecchia, cosí esile da essere appena udibile. Eppure, quando il Royal Leader presiedeva una riunione e parlava nei potenti microfoni, quella voce assumeva un che di bisbigliante che andava dritto al segno. Eddie pensò alle parole assurde, nelle quali lui non aveva mai creduto, ma che avevano uno strano potere sul pubblico teso, silenzioso, pieno di speranza. Il vecchio apriva ogni riunione con la stessa tiritera: « Io sono la prova vivente! Io sono la prova visibile davanti ai vostri occhi nudi! Vedete di fronte a voi novemila anni di vita racchiusi in questa forma nera e scarnificata. La carne si è dissolta attraverso tutte le inter- minabili reincarnazioni, ma il fuoco interiore è sopravvissuto a tutta la successione di corpi e il cervello ricorda com'era! » A questo punto, i piú anziani cominciavano a dire, dapprima sotto- voce, poi sempre piú forte: « Amen. Amen, fratello! Abbiamo visto! Crediamo! » LA TESTIMONE OCULARE E il vecchio pareva allontanarsi da loro, mentre evocava la storia: « Questo cervello ricorda. Ricorda la foresta calda e fumante di vapori degli inizi. Ricorda la grande nazione nascosta nel cuore delle foreste e della palude. Ricorda il voto e la promessa pagati col sangue, rinno- vati col sangue, eternati nel sangue, e la mia voce ha parlato in voi, inspessita dal sangue del voto. La voce vi parla della nuova generazione dei miei figli. Dal sangue e col sangue, questa voce di novemila anni vi parla e vi dice: questa nazione vincerà; questa generazione vincerà, questa bella pelle nera vincerà, vendicando la distruzione della nostra grandezza. Non chiederà, ma esigerà, lo splendore e la gloria e il potere che sononostri! Esigerà! » Quando quella litania settimanale terminava, il vecchio li aveva tutti nel pugno della sua mano rinsecchita. E quando chiedeva loro i figli e le figlie, glieli davano. Chiunque avesse superato i venticinque anni era escluso dalla Youth Brigade, la brigata della gioventú, in seno alla quale ogni membro doveva prestare un giuramento di sangue, che consisteva in una piccola incisione praticata con un coltello all'interno del polso sinistro. I genitori vedevano i figli scontrosi e le figlie irrequiete assumere un portamento piú eretto e abbandonare i vagabondaggi senza meta. Vedevano i figli accorciare i capelli e farsi orgogliosi; li vedevano ab- bandonare i colori sgargianti a favore di abiti scuri, camicie bianche cravatte sobrie. Vedevano le figlie perdere la sfacciataggine, avere mag- glor pudore, comportarsi con maggiore ritegno, e ne erano grati, per- ché... per buona sorte... c'era il Salvatore che ci pensava. I genitori non sapevano niente di ciò che il Royal Leader insegnava ai loro figli, e mai una sola parola veniva ripetuta al di fuori della sala delle riunioni. « Ora voi siete il sangue della nuova generazione della Secret Nation, e come il vostro sangue è corso stasera, cosí altro sangue scorrerà. Come voi siete nati stasera, cosí i nostri nemici moriranno. Dapprima intuiranno la potenza della Secret Nation attraverso piccole cose: plccole cose misteriose, terrorizzanti, che andranno crescendo e crescen- do, finché i nostri nemici non ne saranno travolti e sconfitti, e lasceranno a noi queste strade, queste case e questi negozi, e saremo noi a comandare sulle nostre strade, dopo averli scacciati, e dalla loro rovina creeremo il nostro trionfo, e a poco a poco avanzeremo ancora. Strada per strada, ci sostituiremo a loro, finché i nostri confini oltrepasseranno i confini che essi hanno tracciato per noi, e allora fuggiranno dalle loro grandi case moderne, pieni di terrore per la loro vita e per la vita dei loro figli, e tutto ciò che abbandoneranno nella loro paura, I'occuperemo noi nel nostro trionfo! » In questo Eddie credeva, perché quelle affermazioni sollecitavano l'avidità, la rabbia e il vuoto che aveva dentro. Non credeva in una me- moria vecchia novemila anni, piú di quanto non credesse nell'angelo fiammeggiante che aveva annunciato la grande novella a Maria. Ma il vecchio sapeva ciò che voleva, e aveva un piano e il piano funzionava. La Secret Nation aveva preso piede e il numero dei suoi membri era in aumento. Si trattava di individui selezionati e Eddie, a volte, si stupiva che certe persone avessero la cicatrice segreta all'interno del polso sinistro: insegnanti, infermiere, assistenti sociali, pompieri, rappre- sentanti di commercio, scrittori, un tipo che si occupava di pubblicità televisiva e perfino sei poliziotti appartenevano infatti all'organizza- zione che annoverava quasi seicento membri fra uomini e donne. L'accento veniva messo soprattutto sul miglioramento personale: ra- gazze che passavano le giornate a pulire, a lustrare e a servire le signore bianche, trascorrevano le serate a imparare a scrivere a macchina, a stenografare, ad archiviare, ad adoperare le macchine per cucire. I ragazzi venivano esaminati e valutati, poi smistati nelle varie organizza- zioni cittadine che li pagavano per insegnare loro un mestiere. Ma, ai ragazzi e ai giovani, veniva dato anche un altro genere di adde- stramento, quello che piú contava per la Secret Nation. Eddie Champion sapeva uccidere un uomo con le mani nude in ventidue modi diversi. Si era dimostrato tanto abile che, appena terminato il corso, era stato nominato istruttore e aveva insegnato a novantatré ragazzi l'arte del- I'omicidio incruento e disarmato. Verso la fine del corso, venti dei suoi allievi si erano avventurati per le strade e, per settimane, avevano dato prova di sé. Poi, Eddie Champion era stato assegnato alle Royal Guards, il cui unico dovere consisteva nell'ubbidire agli ordini diretti del Royal Lea- der. Eddie si era sentito onorato di essere stato ammesso nel corpo piú scelto della Secret Nation, e nello stesso tempo aveva provato un certo rimpianto perché il lavoro d'istruttore gli era veramente piaciuto. Lavo- rare a diretto contatto con il Royal Leader aveva demolito completa- mente qualsiasi residuo d'illusione. Quello non era altro che un vecchio rinsecchito che beveva latte caldo di capra e mangiava verdure passate sei volte al giorno, massaggiandosi il ventre magro sotto la tunica e 437 ruttando. A Eddie era stato assegnato il compito di restare nel grande ufficio del Royal Leader, tenendo lo sguardo fisso davanti a sé e il corpo LA TESTIMONE OCULARE immobile, era uno di quei giovani che aprivano in silenzio le porte all'avvicinarsi del Leader, facevano da passacarte, temperavano le matite e tenevano d'occhio chiunque si avvicinasse al Royal Leader, attenti a captare l'ordine silenzioso di distruggere un nemico. Come dipendente a tempo pieno della Secret Nation, con le spese e l'affitto pagati, il mangiare gratuito, e un po' di quattrini che gli arri- vavano in tasca tutte le settimane in cambio dei suoi servizi e delle sue missioni speciali, Eddie Champion aveva cominciato a domandarsi molte cose sulla Secret Nation, a notare la processione di visitatori ad ascoltare le conversazioni. A poco a poco, si era reso conto che ii Royal Leader pareva avere a sua disposizione enormi somme di denaro. Eddie sapeva che, a ogni riunione settimanale, le coppie anziane introdu- cevano una banconota da cinque dollari nella cassetta dei contributi, dopo averne mostrato un angolo all'uomo incaricato della colletta per fargli vedere che l'ammontare era quello giusto. Era un buon in- troito, ma bisognava pagare l'affitto della sala. E poi c'era il grande appartamento in cui il Royal Leader abitava con la sorella e aveva l'ufficio. E poi c'erano le spese delle Royal Guards, e le spese di viaggio del Royal Leader. Eddie, quando era solo nella sua stanzetta angusta, cercava sempre piú spesso di calcolare le somme di denaro che entravano in possesso del Royal Leader. E poi, un giorno, per Eddie Champion tutto era stato chiaro, e allora aveva dato inizio al suo piano. Il Royal Leader aveva ricevuto un visita- tore che Eddie non aveva mai visto: un tipo alto, magro, dalla carna- gione chiara, I'abito color nocciola, che portava una borsa di pelle e par- lava con voce alta e gracchiante. Eddie non era riuscito a sentire le pa- role del Royal Leader, ma aveva sentito quelle dell'altro. « Sono dovuto venire personalmente. Non c'è nessun altro di cui possa fidarmi. Jed è stato liquidato, cosí son dovuto venire io. » Un bisbiglio indecifrabile, poi l'uomo aveva continuato: « Sí, sí. Certo. Mai piú. Te lo giuro, mai piú ». L'uomo aveva aperto la borsa e, ben- ché il corpo gli nascondesse le mani, Eddie aveva intravisto per un at- timo alcuni pacchetti di banconote passare nelle mani del Leader, per poi scomparire nel cassetto superiore della scrivania. Quella sera Eddie non era riuscito a prendere sonno, a forza di pen- sare al mistero di quei quattrini. Si era vestito, aveva vagato senza meta per le strade, poi era entrato in un bar. Era un locale terribilmente squallido, al cui banco stava una donna grassa, ma, se non altro, era un posto in cui fermarsi a pensare, per stabilire una linea d'azione. Eddie stava rigirandosi tra le dita il bicchiere colmo di un liquido annacquato, quando l'uomo in abito nocciola era entrato, aveva tra- versato il bar a passo deciso, aveva aperto una porta con la scritta PRI- VATO e se l'era richiusa alle spalle. La barista si era voltata, aveva pian- tato il dito su un tasto della cassa, aveva contato qualche banconota da dieci, aveva chiuso la cassa con un tonfo e aveva seguito l'uomo. Pochi minuti dopo l'uomo era uscito: aveva la faccia madida di sudore, gli occhi fissi di fronte a sé. Eddie Champion aveva bevuto un'altra sorsata, aveva spinto lenta- mente il bicchiere lungo il banco, ed era uscito dal bar. Quella sera aveva seguito l'uomo dall'abito nocciola in sei bar diversi, e in ognuno si era ripetuta la scena alla quale aveva già assistito. Poi, I'uomo era entrato in una casa. All'esterno, I'edificio era una delle solite topaie puzzolenti, e l'interno verniciato di fresco era stato una sorpresa. Niente scarafaggi che corre- vano sui muri, anzi, attorno a Eddie aleggiava un profumo leggero, invitante. Eddie aveva sentito voci acute, femminili, miste a risate. Aveva voltato di scatto la testa verso la porta contrassegnata col nu- mero 4, nell'attimo stesso in cui quella alle sue spalle si apriva e ne emer- geva l'uomo dall'abito nocciola. Una voce di donna aveva gridato a Eddie: « Ehi, ragazzino, lasciala perdere, quella! Hai bisogno di qual- cosa di giovane, tu! » Eddie aveva guardato la giovane prostituta, mentre in lui si faceva gradualmente strada la consapevolezza di ciò che aveva scoperto. La donna si era spanciata dalle risate, quando lui era fuggito di corsa giú per le scale. L'uomo dall'abito nocciola era scomparso, ma ormai Eddie Champion sapeva qual era la provenienza del denaro. Il Royal Leader riscuoteva delle taglie: sui bar, sulle prostitute, probabilmente anche sulle roulette e le partite ai dadi e alle carte. Ormai, Eddie aveva trovato la risposta a tutti gli interrogativi che l'avevano maggiormente ossessionato. Non tutte le vittime morte col collo spezzato erano state bianche. C'erano stati anche dei negri. Allora, Eddie Champion aveva violato la regola principale della Secret Nation. Era andato a Bedford-Stuyvesant, nel cuore del quartiere negro di Brooklyn, e, senza che gli venisse rivolta alcuna domanda, aveva comprato una rivoltella. Era stato il primo passo del suo piano per impossessarsi della Secret Nation. Il Royal Leader aveva perso la presa su Eddie Champion. Altro che Salvatore! Quello era soltanto LA TESTIMONE OCULARE un vecchietto astuto che stava arricchendosi vertiginosamente alle loro spalle e Eddie Champion voleva la sua parte. E perché no? IL PIANO del vecchio per uccidere quel ragazzo, Billy Everett, era stato piuttosto intelligente. Il ragazzo era un moderato, I'idolo di quegli ingenui che sproloquiavano sul "comportati-bene, fai-il-bravo, tu- sei-il-fratello-mio-e-io-sono-l'amico-tuo". La sua morte, avvenuta per mano di un poliziotto, sarebbe stata la miccia, e i membri della Secret Nation avrebbero rappresentato la torcia. Per le strade, avrebbero dif- fuso sommessamente la voce, appiccando la violenza che sarebbe ser- vita allo scopo del Leader. Violenza nelle strade, guerra aperta e dichia- rata contro poliziotti e bottegai bianchi... e poi la calma e la pace sa- rebbero tornate a poco a poco. Ma ormai i bianchi sarebbero stati terrorizzati e ansiosi di vendere le loro proprietà. E il Royal Leader aveva i contanti necessari. I bianchi avrebbero accettato qualunque offerta, felici di ottenerla. Eddie aveva studiato accuratamente il terreno, scegliendo quelli che erano chiaramente stanchi di aspettare, che si chiedevano che cosa stava succedendo e quando avreblbe avuto inizio la vera azione. Il Leader continuava a parlare di sangue, a martellare costantemente quella parola nei loro cervelli, ma di sangue ne veniva versato ben poco. Colli spezzati, corpi paralizzati, ma fatta eccezione per il giovane Eve- rett, non si era visto sangue, e le altre morti non erano state né abba- stanza frequenti né abbastanza drammatiche. Eddie aveva fatto par- lare i piú irrequieti, incoraggiandoli a esprimere i loro pensieri. Poi aveva aggiunto la sua: « Già, continuiamo a sentir parlare di sangue da far scorrere. Ma ci sono solo due modi per vedere il sangue: il col- tello o la pistola ». Poi, era capitato quel guaio con Rafe Wheeler. Wheeler era l'ultima persona al mondo che Eddie avrebbe sospettato di essere un informa- tore. Per Eddie, Rafe era un tonto del Sud, non certo uno che lavorava per la polizia. Eddie si portò la mano alla fronte madida di sudore, ricordando il suo rapporto al Royal Leader. L'esecuzione di Everett era andata liscia come l'olio, proprio come avevano previsto. Tutti credevano solo a ciò che la folla aveva gridato: "E stato il poliziotto a uccidere Billy!" Eddie tentò di ricordare che cos'aveva detto il Royal Leader quando lui l'aveva messo al corrente di Rafe Wheeler, ma riuscí a rammentare solo l'espressione gelida dei suoi occhietti, fissi su di lui, mentre raccontava: « L'iradiddio, c'era, e tutti gridavano che era stato il poliziotto. Io e Rafe siamo stati divisi dalla gente e io sono ca- duto. Poi mi sono messo a strisciare rapidamente tra le gambe e i corpi in modo che nessun poliziotto mi mettesse le mani addosso. Non mi sono guardato neanche indietro, ho continuato a filare finché non ne sono stato fuori, e poi mi sono alzato in piedi e mi sono allontanato alla svelta. Pensavo che Rafe avesse fatto la stessa cosa ed ero convinto di trovarlo qui ». La sorella del Royal Leader aveva spostato lo sguardo sulla faccia del fratello, per poi riportarlo su Eddie. Eddie si era costretto a restare calmo. Aveva staccato tutte le etichette dagli indumenti di Rafe e gli aveva vuotato le tasche di ogni frammento di carta. Rafe sarebbe stato solo un ragazzo di colore sconosciuto, morto in una pensioncina. L'unico poliziotto che la sapeva piú lunga su di lui, si sarebbe trovato un altro informatore da dieci dollari. E lí, sarebbe finita la storia. GLI IMPIEGATI dell'ufficio del registro della contea avevano tutti l'aria vecchia, polverosa e abulica. Christie si sentiva impaziente, come sem- pre le accadeva quando era circondata da gente calma e convinta che l'informazione da lei cercata sarebbe saltata fuori, prima o poi, in qual- cuno dei voluminosi registri. Era solo questione di localizzare il registro giusto. Gli occhi le bruciavano; alzò la faccia dalle interminabili righe scrit- te a mano. Quello era un aspetto del mestiere che l'agente investigativo Opara detestava: le ricerche; il compito faticoso di risalire a un'infor- mazione attraverso gli uffici municipali. Reardon le aveva consigliato di iniziare le ricerche a partire dal 1960. Per precauzione, lei aveva co- minciato qualche anno prima di quella data, ma Reardon aveva avuto ragione. A quanto pareva, prima del '60, non era registrato alcun cer- tificato di costituzione della chiesa "Kingdom Here and Now" (*). Il registro che Christie aveva davanti era aperto a una pagina datata ot- tobre 1963, e non vi era ancora annotato niente. All'una, la squadra aveva ascoltato il conciso resoconto di Reardon sulla Secret Nation; senza fare commenti, avevano preso qualche ap- punto pertinente e accettato i diversi incarichi assegnati da Reardon. Con voce roca, sommessa, Stoner Martin aveva parlato dell'agente Rafe Wheeler. E pensare che, all'obitorio, Christie aveva guardato la faccia (~) La denominazione della chiesa, non traducibile letteralmente in italiano significa press'a poco: "L'avvento immediato del Regno". (N. d. T.) del morto pensando di avere davanti l'uomo che aveva ucciso Billy Everett... « L'agente Wheeler e Eddie Champion si assomigliano fino a questo punto. Si assomigliavano, anzi » si era corretto Stoney. Chri- stie avrebbe voluto entrare in azione insieme con gli altri, mescolarsi agli studenti universitari, raccogliere qualche informazione su Eddie Champion. Reardon aveva ascoltato la sua richiesta con occhi ine- spressivi, poi le aveva ordinato di svolgere un'indagine su quella chiesa. Ridicolo. Tempo sprecato. Assurdo. Ma era inutile discuterne. Chri- stie riprese a voltare le pagine del registro, facendo scorrere il dito lun- go le righe. Provò un lieve senso di soddisfazione quando finalmente apparvero le parole che cercava da ore. Copiò laboriosamente l'anno- tazione: "Chiesa Kingdom Here and Now, 122esima Strada Ovest, numero 626, Manhattan, New York. Tipo di costruzione: negozio con vetrina, stanza m. 6 x 9, gabinetto e lavandino con acqua corrente sul retro; proprietario: Wiselow Corporation; affitto 75 dollari il mese; domanda a nome della chiesa Kingdom Here and Now presentata dal reverendo Darrell Maxwell Littlejohn jr., pastore. Scopo: culto e istru- zione religiosa. Funzioni: domenica mattina ore 11/12; istruzione dei giovani: domenica mattina ore 9/11; martedí e giovedí sera 19,30/20,30. Data della costituzione: 13 novembre 1963". Christie chiuse il taccui- no senza nessuna sensazione di sollievo. Era solo un altro compito assolto. L'impiegato del dipartimento di Giustizia dello stato di New York le disse: « Dunque, agente investigativo Opara, la sua richiesta è la seguente: I'organizzazione religiosa in questione ha legalmente diritto all'esenzione dalle tasse secondo le leggi dello stato di New York, e ha mai venduto proprietà immobiliari sotto la sua denominazione so- ciale? Naturalmente, questo solleverà alcune questioni fiscali, a secon- da di ciò che avremo scoperto. Se mi aspetta qualche minuto, ci pen- SO 10 ». Tornò venti minuti dopo, e Christie, grata, copiò l'informazione che aveva ottenuto, ringraziandolo in lungo e in largo. Poi prese l'ascen- sore, salí di due piani e seguí i cartelli che indicavano la strada per l'ufficio amministrazione e catasto del dipartimento di Giustizia. Là, scoprí che negli ultimi due anni la chiesa aveva venduto numerosi beni immobiliari di valore, nel cuore di Harlem. La mente di Christie co- 442 minciò a funzionare di nuovo; se aveva venduto varie proprietà, la chiesa doveva averle prima acquistate, e le informazioni in proposito erano reperibili all'ufficio immobiliare municipale. LA TESTIMONE OCULARE Dai registri risultò che la società della chiesa Kingdom Here and Now aveva acquistato e rivenduto quattro caseggiati e tre appezzamen- ti industriali; aveva comprato, e a quanto pareva non ancora riven- duto, due edifici che erano stati trasformati in abitazioni ammobiliate, sette bar e tavole calde ("Controllare al dipartimento licenze superal- coolici" annotò Christie al margine degli appunti), cinque drogherie e un bowling. Poi, Christie andò all'ufficio metropolitano della divisione fiscale per la Commissione di Stato, e riuscí a ottenere le copie fotostatiche del certificato di esenzione dalle tasse concesso alla chiesa. Christie rientrò in sede, e si trovava nella sala-agenti a scrivere a macchina il suo rapporto quando, alle sette, arrivò Casey Reardon e domandò di lei. Reardon, che era senza giacca e senza cravatta, guardò il rapporto di Christie, poi prese gli occhiali e ritornò alla prima pagina. Si acci- gliò e scosse la testa. «C'è qualcosa che non va, signor Reardon?» « Altro che, se c'è qualcosa che non va! C'è qualcosa che va ma- lissimo. » Agitò il foglio. « Non nel suo lavoro, Christie. Quello va bene. Stia a sentire, anzi, per stasera lei ha finito. Torni domani mat- tina verso le undici. Immagino che sappia che tutti resteranno in ser- vizio per dodici ore al giorno fino a nuovo ordine. Ho un incarico spe- ciale per lei, da svolgersi domani sera, e nel frattempo potrà dare una mano a Ginsburg e a Treadwell. » Si tolse gli occhiali e li gettò sul rap- porto, che aveva posato sulla scrivania. « Un momento, Christie, ho qualcosa per lei. » Andò all'attaccapanni vicino alla porta, affondò una mano nella tasca della giacca, poi consultò un foglietto di carta. « Questo pomeriggio c'è stata una telefonata per lei. Da un certo ca- pitano Gene O'Brien. » Sembrava che l'accusasse di qualcosa. « Gene ha telefonato qui ? » Immediatamente, Christie pensò che qualcuno avesse informato Reardon della telefonata per lei, e impulsi- vamente domandò: « Come fa a saperlo? » Reardon appallottolò il foglietto e lo buttò verso il cestino della carta straccia, dall'altra parte della stanza. La pallottola rimbalzò con- tro il muro, poi cadde sul pavimento. « Be', agente Opara, non c'era nessuno, nell'altro ufficio, e mi è capitato di passare vicino alla scri- vania quando il telefono ha suonato. Mi è sembrato che non ci fosse niente di male a rispondere. Voglio dire, non c'è stato niente di male, vero? E adesso, chi è il capitano Gene O'Brien?» LA TESTIMONE OCULARE