FRED UHLMAN. L'AMICO RITROVATO. ENTRO' nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne piú. Da allora è passato piú di un quarto di secolo, giorni e anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito. Ricordo il giorno e l'ora in cui il mio sguardo si posò per la prima volta su quel ragazzo. Fu due giorni dopo il mio compleanno, alle tre di uno di quei pomeriggi grigi e bui, caratteristici dell'inverno tedesco. Ero al Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda, il liceo piú famoso del Wurttemberg, fondato nel 1521, I'anno in cui Lutero comparve davanti a Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spa- gna. Ricordo ogni particolare: I'aula scolastica, con le panche e i banchi massicci, I'odore acre, muschioso, di quaranta pesanti cappotti inver- nali, i contorni bruno-giallastri sulle pareti grigie in corrispondenza del punto in cui, prima della rivoluzione, erano appesi i ritratti del Kaiser Guglielmo e del re del Wurttemberg. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a vedere le schiene dei miei compa- gni, molti dei quali sono morti nelle steppe della Russia o nelle sabbie di el-Alamein. Risento ancora la voce stanca e disillusa di Herr Zimmer- mann che, condannato all'insegnamento a vita, aveva accettato il suo destino con triste rassegnazione. Aveva il volto pallido e i capelli, i baffi e la barbetta a punta erano striati di grigio. Guardava il mondo attraverso gli occhiali a pince-nez che teneva appoggiati sulla punta del naso, con l'espressione di un cane randagio in cerca di cibo. Anche se non doveva avere piú di cinquan- t'anni, a noi pareva che ne avesse ottanta. Lo disprezzavamo perché era buono, gentile e aveva addosso l'odore dei poveri, e anche perché in autunno e nei mesi invernali indossava un abito lustro e rappezzato (possedeva un altro vestito, che portava in primavera e in estate). Lo trattavamo dall'alto in basso e, a volte, anche con crudeltà, la crudeltà codarda che i ragazzi in buona salute mostrano spesso nei confronti dei deboli, dei vecchi e degli indifesi. Si stava facendo buio, ma non abbastanza per accendere la luce. Dalle finestre distinguevo ancora con chiarezza la chiesa della guarni- gione, un brutto edificio, temporaneamente abbellito dalla neve che copriva le torri gemelle svettanti nel cielo plumbeo. E belle erano anche le colline bianche che circondavano la mia città natale, al di là delle quali finiva il mondo e iniziava il mistero. Scarabocchiavo, mezzo addormentato, inseguendo le mie fantasie, quando si udí un colpo alla porta e, prima che Herr Zimmermann avesse potuto dire: "Herein" ("Avanti"), entrò il professor Klett, il direttore. Nessuno, tuttavia, degnò di uno sguardo l'ometto azzimato, perché i nostri occhi si posa- rono all'unisono sullo sconosciuto che lo seguiva. Lo fissammo come se fosse stato un fantasma. Piú ancora del porta- mento pieno di sicurezza, dell'aria aristocratica, del sorriso appena accennato e vagamente altezzoso, ciò che mi colpí - e con me anche gli altri - fu la sua eleganza. Per quanto riguardava l'abbigliamento, infatti, io e i miei compagni costituivamo una congrega ben squallida. Le nostre madri erano convinte che per andare a scuola andasse bene qualsiasi cosa, purché fatta di stoffa robusta e resistente. Visto che l'interesse nei confronti delle ragazze era ancora sopito, non ci importava molto di farci vedere con indosso quell'insieme penoso di giacche e pantaloni corti o alla zuava, tutti ugualmente pratici e funzionali, acquistati nella speranza che sarebbero durati finché non fossimo cresciuti troppo per portarli. Ma il ragazzo che ci stava davanti era diverso. I pantaloni lunghi che portava erano di ottimo taglio e perfettamente stirati, ben diversi dai nostri confezionati in serie. L'abito dall'aria costosa era di un tessuto grigio chiaro a spina di pesce, di sicura fabbricazione inglese. La camicia azzurra e la cravatta blu a pallini bianchi facevano apparire le nostre, per contrasto, sporche, unte e sdrucite. Anche se ogni tentativo di eleganza costituiva ai nostri occhi un segno di effeminatezza, non potemmo impedirci di provare invidia nei confronti di quella figura, che trasudava agio e distinzione. Il professor Klett andò dritto verso Herr Zimmermann, gli sussurrò qualcosa all'orecchio e sparí nell'indifferenza generale. I nostri sguardi erano fissi sul nuovo venuto che se ne stava immobile e composto, senza mostrare alcun segno di nervosismo o di timidezza. In un certo senso sembrava piú vecchio e piú maturo di noi, tanto da farci dubitare che si trattasse di un futuro allievo. Non saremmo rimasti sorpresi se fosse sparito altrettanto in silenzio e misteriosamente di com'era arrivato. Herr Zimmermann si tirò su gli occhialini, esplorò la classe con occhi stanchi, scoprí un posto vuoto proprio davanti a me, scese dalla pedana e, tra la sorpresa dei presenti, accompagnò il nuovo venuto al banco che gli aveva assegnato. Poi, con un leggero cenno del capo, quasi che avesse avuto in mente di inchinarsi ma non avesse osato farlo, indietreg- giò lentamente senza smettere di guardarlo. Tornato alla cattedra, gli si rivolse dicendo: « Vorrebbe cortesemente comunicarmi il suo nome e cognome, e il luogo e la data di nascita? » Il giovane si alzò. « Konradin, conte di Hohenfels, nato a Burg Hohenfels, il 19 gennaio 1916 » annunciò. Poi si sedette. FISSAVO lo strano ragazzo, che aveva esattamente la mia età, come se fosse giunto da un altro mondo. Non dipendeva dal fatto che fosse conte. Nella mia classe c'erano parecchi von ma nessuno di loro pareva diverso dal resto della scolaresca, composta da figli di commercianti, di banchieri, di pastori, di sarti o funzionari delle ferrovie. C'era Freiherr von Gall, un povero ragazzino, figlio di un ufficiale dell'esercito in pensione che, non potendo permettersi il burro, dava solo margarina ai suoi figli. C'era il barone von Waldeslust, il cui padre possedeva un castello nei pressi di Wimpfen-am-Neckar e i cui antenati erano stati insigniti del titolo nobiliare per servigi di dubbia natura. C'era persino un principe, Hubertus Schleim-Gleim-Lichtenstein, ma era cosí stupido che nemmeno il sangue blu gli impediva di essere lo zimbello di tutti. Ma questo era un caso diverso. Gli Hohenfels facevano parte della nostra storia. Per la verità il loro castello, situato tra Hohenstaufen, Teck e Hohenzollern, era ormai in rovina, ma la fama del casato era ancora viva. Le imprese della famiglia mi erano note quanto quelle di Scipione l'Africano, di Annibale o di Cesare. Ildebrando von Hohenfels era morto nel 1190 nel tentativo di salvare Federico I di Hohenstaufen, il grande Barbarossa, dai flutti turbinosi del Cidno, un fiume dell'Asia Minore. Anno von Hohenfels, amico di Federico II, il piú grande degli Hohenstaufen, la cui magnificenza gli aveva valso il soprannome di Stupor mundi, aveva aiutato l'imperatore a redigere De arti venandi cum avibus ed era spirato a Salerno nell'anno 1247 tra le sue braccia. Federico von Hohenfels era stato ucciso a Pavia, dopo aver preso prigioniero Francesco I di Francia. Valdemaro von Hohenfels era caduto a Lipsia. I due fratelli Fritz e Ulrico avevano perso la vita a Champigny nel 1871, prima il piú giovane e in seguito il maggiore, mentre cercava di portarne il corpo in salvo. Un altro Fede- rico von Hohenfels era stato ucciso a Verdun. E qui, a mezzo metro di distanza, nella stessa stanza dov'ero io, sotto i miei occhi attenti e ammaliati, sedeva un membro di quell'illustre stirpe. Seguivo affascinato ogni suo gesto: il modo in cui apriva la cartella tirata a lucido quello in cui disponeva con le dita bianche e perfettamente pulite (cosí diverse dalle mie, che erano tozze, goffe e perennemente macchiate d'inchiostro) la penna stilografica e le matite dalla punta acuminata come quella di una freccia, il movimento con cui apriva e chiudeva il quaderno. Tutto in lui risvegliava la mia curiosità: la cura con cui sceglieva la matita la posizione in cui stava seduto - tanto eretto da far pensare che fosse sul punto di alzarsi per impartire un ordine a un esercito invisibile - la mano che passava sui capelli biondi. Studiavo il suo volto fiero dai tratti finemente cesellati. Mi rilassavo solo quando, al pari di chiunque altro, anche lui comin- ciava ad annoiarsi e a giocherellare, nell'attesa che suonasse la campana che annunciava l'intervallo tra una lezione e l'altra. Ma chi ero io per avere l'ardire di rivolgergli la parola'? In quale ghetto d'Europa erano stati rintanati i miei progenitori quando Federico von Hohenstaufen aveva porto ad Anno von Hohenfels la sua mano ingioiellata? Cosa potevo mai offrire io, che ero figlio di un medico ebreo, nipote e bisni- pote di rabbini e discendente da una famiglia di piccoli commercianti o mercanti di bestiame, a quel ragazzo dai capelli d'oro il cui solo nome bastava a riempirmi di tanta rispettosa ammirazione'? Come avrebbe potuto, dall'alto della sua gloria, capire la mia timi- dezza, il mio orgoglio e il mio timore di venire ferito? Cosa poteva mai avere Konradin von Hohenfels in comune con me, Hans Schwarz, privo com'ero di sicurezza e di qualsiasi dote mondana? Per quanto possa sembrare strano, non ero l'unico a cui la sola idea di rivolgergli la parola provocasse un simile stato di agitazione. Anche gli altri lo evitavano. Nonostante l'abituale grossolanità dei gesti e del linguaggio, gli epiteti che erano sempre pronti a rivolgersi l'un l'altro- Ammasso-di-lardo Faccia-di-porco - e la facilità a menar le mani anche senza ragione. quando se lo trovavano davanti ammutolivano, assu- mendo un'aria imbarazzata e. ovunque andasse, gli cedevano il passo. Anche essi sembravano stregati. Se uno qualsiasi di noi avesse osato presentarsi vestito come Hohenfels, si sarebbe coperto di ridicolo. Nel suo caso, invece, persino Herr Zimmermann sembrava preoccuparsi di non disturbarlo. E non era tutto; anche i suoi compiti venivano corretti con la massima cura. Mentre Zimmermann si limitava a scrivere a margine dei miei fogli commenti lapidari come "Mal costruito", "Cosa significa?", "Non c'è male" o "Piú attenzione, per piacere", i suoi elaborati erano chiosati con un'abbondanza di osservazioni e spiegazioni che dovevano essere costate al nostro professore un bel po' di lavoro supplementare. Hohenfels, tuttavia, non sembrava soffrire del fatto di essere lasciato a se stesso. Forse ci era abituato. Eppure non dava mai l'impressione di essere orgoglioso, vanitoso, o animato dal desiderio di differenziarsi dagli altri, anche se, al contrario di noi, era sempre estremamente gen- tile, sorrideva quando qualcuno gli rivolgeva la parola e teneva aperta la porta per far passare quelli che volevano uscire. Ciò nonostante i ragazzi avevano paura di lui. Penso che fosse il mito degli Hohenfels a renderli, come me, timidi e incerti. Persino il principe e il barone lo lasciarono in pace, all'inizio, ma una settimana dopo il suo arrivo vidi tutti i von avvicinarglisi nell'intervallo tra la seconda e la terza ora di lezione. Il principe fu il primo a parlargli, seguito dal barone e da Freiherr. Non riuscii ad afferrare che qualche frammento della loro conversazione. « Mia zia Hohenlohe », « Maxie ha detto » (chi era Maxie?). Furono citati altri nomi, evidentemente familiari a tutti loro. Alcuni suscitarono l'ilarità generale, altri vennero pronunciati con grande rispetto, quasi sottovoce, come se si fosse alla presenza di un'altezza reale. Ma la riunione non parve approdare a niente. In seguito, quando si incontravano, si limitavano a scambiarsi un cenno del capo, un sorriso e qualche parola, senza che Konradin uscisse dalla sua riservatezza. Qualche giorno dopo fu il turno del "Caviale della classe". Il sopran- nome designava tre ragazzi, Reutter, Muller e Frank, che avevano l'abi- tudine di starsene per conto loro, senza mescolarsi agli altri, nella cer- tezza di essere destinati, unici fra tutti, a lasciare la loro impronta nel mondo. Si recavano a teatro e all'opera, leggevano Baudelaire, Rim- baud e Rilke, apprezzavano Dorian Gray e La saga dei Forsyte e, naturalmente, erano pieni d'ammirazione per se stessi. Il padre di Frank era un ricco industriale ed essi si riunivano regolar- mente a casa di quest'ultimo, dove avevano l'occasione di incontrare attori e attrici, un pittore che, di tanto in tanto, si recava a Parigi per far visita al "mio amico Pablo" (Picasso) e alcune dame dotate di ambizioni letterarie e di conoscenze in quell'ambiente. Lí avevano il permesso di fumare e chiamavano le attrici per nome. Dopo aver unanimemente stabilito che la presenza di un von Hohen- fels avrebbe recato vanto alla loro combriccola, lo avvicinarono, anche se con qualche trepidazione. Frank, che era il piú sicuro dei tre, lo abbordò mentre usciva di classe e balbettò qualcosa sul "loro piccolo salotto", sulle letture di poesia, sul bisogno di difendersi dal profanum vulgus, soggiungendo che sarebbero stati onorati se avesse voluto entrare a far parte del loro Literaturbund. Hohenfels, che non aveva mai sentito parlare del "Caviale", sorrise educatamente, disse che "al momento" era terribilmente occupato e se ne andò, lasciando i tre saccenti profondamente delusi. NON RICORDO esattamente quando decisi che Konradin avrebbe dovuto diventare mio amico, ma non ebbi dubbi sul fatto che, prima o poi, lo sarebbe diventato. Fino al giorno del suo arrivo io non avevo avuto amici. Nella mia classe non c'era nessuno che potesse rispondere all'idea romantica che avevo dell'amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bisogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita. I miei compagni mi sembra- vano tutti, chi piú chi meno, piuttosto goffi, degli svevi sani, insignifi- canti, privi di immaginazione. Nemmeno gli appartenenti al "Caviale" facevano eccezione. Erano ragazzi simpatici e io andavo abbastanza d'accordo con tutti. Ma cosí come non ero animato da particolari simpatie nei confronti di nessuno, nemmeno loro sembravano attratti da me. Non andavo mai a casa loro né loro venivano mai a trovare me. Un altro motivo della mia freddezza, forse, era che avevano tutti una mentalità estremamente pratica e sapevano già cosa avrebbero fatto nella vita, chi l'avvocato, chi l'ufficiale, chi l'insegnante, chi il pastore, chi il banchiere. Io, invece, non avevo alcuna idea di ciò che sarei diventato, solo sogni vaghi e delle aspirazioni ancora piú fumose. Volevo viaggiare, questo era certo, e un giorno sarei stato un grande poeta. Ho esitato un po' prima di scrivere che "avrei dato volentieri la vita per un amico", ma anche ora, a trent'anni di distanza, sono convinto che non si trattasse di un'esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l'avrei fatto quasi con gioia. Cosí come davo per scontato che fosse dulce et decorum pro Germania mori, non avevo dubbi sul fatto che morire pro amico sarebbe stato lo stesso. I giovani tra i sedici e i diciotto anni uniscono in sé un'innocenza soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il biso- gno appassionato di una devozione totale e disinteressata. Si tratta di una fase di breve durata che, tuttavia, per la sua stessa intensità e unicità, costituisce una delle esperienze piú preziose della vita. TUTTO CIO che sapevo, allora, era che sarebbe diventato mio amico. Non c'era niente in lui che non mi piacesse. In primo luogo il suo nome glorioso che lo distingueva ai miei occhi da tutti gli altri, von compresi. Poi il portamento fiero, i suoi modi, la sua eleganza, la bellezza del suo aspetto - e chi avrebbe potuto restare indifferente? - mi facevano pen- sare a buon diritto che avessi finalmente trovato qualcuno che corri- spondeva all'ideale d'amico da me vagheggiato. Il problema era come attirarlo a me. Cosa potevo offrire a quel ragazzo, lo stesso che aveva gentilmente, ma fermamente, rifiutato le profferte degli aristocratici e del "Caviale"? Cosa dovevo fare per con- quistarlo, chiuso com'era dietro le barriere della tradizione, dell'orgo- glio naturale e dell'altezzosità acquisita? Senza contare che sembrava perfettamente soddisfatto di starsene da solo e di non mescolarsi agli altri, che frequentava solo perché vi era costretto. Come attirare la sua attenzione, come fargli capire che io ero diverso da quella folla opaca, come convincerlo che io e solo io avrei dovuto diventare suo amico, erano tutti quesiti di cui non conoscevo la risposta. L'unica cosa che awertivo istintivamente era che avrei dovuto tro- vare il modo di farmi notare. Tutt'a un tratto cominciai a interessarmi a quello che avveniva in classe. Di solito ero ben felice di essere lasciato in pace, a crogiolarmi nei miei sogni, senza che mi venissero sottoposti domande o problemi, in attesa che il suono della campana mi liberasse dalla schiavitú. Non c'era mai stata alcuna ragione perché dovessi far colpo sui miei compagni. Perché sforzarmi oltre il minimo necessario a passare gli esami, obiettivo che, peraltro, non si presentava molto fati- coso? Perché darmi da fare per impressionare gli insegnanti, quei vecchi stanchi e delusi? Ma ora ero risvegliato alla vita. Alzavo la mano ogni volta che mi pareva di avere qualcosa da dire. Dissertavo su Madame Bovary e sull'esistenza di Omero, attaccavo Schiller, definivo Heine un poeta per commessi viaggiatori e Holderlin, il maggiore lirico tedesco, "piú grande persino di Goethe." Ripensandoci, mi rendo conto di quanto fosse infantile quel mio atteggiamento, eppure riuscii a elettrizzare i professori attirandomi per- sino l'attenzione del "Caviale". I risultati sorpresero persino me. I miei insegnanti, che avevano ormai rinunciato a ogni speranza, si awidero tutt'a un tratto che i loro sforzi non erano stati vani e cominciarono a ricavare qualche soddisfazione dalla loro fatica. Si rivolsero a me con rinnovato ardore e con gioia commovente, quasi patetica. Mi chiesero di tradurre e di spiegare alcune scene del Faust e dell'Amleto, cosa che feci con vero piacere e, voglio credere, con una certa abilità. La mia seconda prodezza ebbe luogo durante le poche ore destinate all'educazione fisica. A quell'epoca - forse oggi le cose sono cambiate - i nostri insegnanti, al liceo Karl Alexander, ritenevano che lo sport costituisse un lusso. Inseguire una palla o colpirla, come si faceva in America o in Inghilterra, sembrava loro una terribile perdita di tempo prezioso, che poteva essere impiegato con maggior profitto per ampliare le proprie conoscenze. Le due ore alla settimana dedicate a fortificare il proprio corpo erano considerate perfettamente adeguate, se non piú che sufficienti. Il professore di ginnastica era un ometto energico e chiassoso. Si chiamava Max Loher, meglio noto come Max Muscolo, e perseguiva con ardore disperato l'obiettivo di svilupparci il torace, le braccia e le gambe nel breve tempo a sua disposizione. Si serviva a questo scopo di tre strumenti di tortura di fama internazionale: la sbarra fissa, le paral- lele e il cavallo. La lezione iniziava immancabilmente con una corsa attorno alla palestra, seguita da una serie di flessioni e di distensioni. Dopo questa prima fase destinata al riscaldamento, Max Muscolo andava al suo strumento preferito, la sbarra fissa, e si esibiva in alcuni esercizi che, eseguiti da lui, sembravano facili come saltare alla corda, mentre alla prova dei fatti si rivelavano molto difficili. Di solito invitava i piú agili a emulare la sua esibizione e a volte capitava che anche io fossi tra i designati, ma negli ultimi tempi aveva dimostrato una spiccata predilezione per Eisemann, che adorava mettersi in mostra e, comun- que, aveva già dichiarato di voler intraprendere la carriera militare. Questa volta, tuttavia, ero ben deciso a non lasciarmi scavalcare. Max Muscolo andò alla sbarra fissa, si mise sull'attenti, poi balzò in alto con eleganza e afferrò il sostegno stringendolo in una morsa d'acciaio. Con grande disinvoltura ed estrema perizia, si sollevò lentamente fino ad appoggiare il corpo alla sbarra. Poi si voltò verso destra, tendendo le braccia aperte, tornò nella posizione di partenza, si voltò verso sinistra e di nuovo al centro. Tutt'a un tratto parve cadere; invece rimase appeso per le ginocchia, con le mani che quasi sfioravano il pavimento. Infine prese a oscillare, prima lentamente, poi sempre piú In fretta, firo a ritrovare la posizione che aveva all'inizio dell'esercizio, dopo di che con un movimento rapido e perfetto si lanciò nel vuoto e atterrò, leggero come una piuma, sulla punta dei piedi. La sua bravura era tale da far sembrare facile l'esercizio, anche se esso richiedeva un controllo totale, uno straordinario equilibrio e una buona dose di coraggio. Possedevo in una certa misura le prime due qualità, ma non si poteva certo dire che fossi coraggioso. Spesso, all'ultimo mo- mento, dubitavo di riuscire a farcela. Esitavo a lasciare la sbarra e, quando finalmente mi decidevo, non osavo neanche pensare che avrei potuto cavarmela quasi altrettanto bene di Max Muscolo. La differenza era la stessa che passa tra un funambolo capace di destreggiarsi con sei palle e chi invece è ben contento di riuscire a maneggiarne tre. Questa volta, però, appena Max terminò la sua esibizione, mi feci avanti e lo fissai dritto negli occhi. Esitò qualche istante, poi disse: « Schwarz ». Mi avvicinai lentamente alla sbarra, mi misi sull'attenti e balzai in alto. Mi appoggiai, come lui, all'asta e mi guardai attorno. Sotto di me vidi Max, pronto a intervenire in caso di necessità. I miei compagni mi osservavano in silenzio. Rivolsi lo sguardo a Hohenfels e notai che mi teneva gli occhi addosso. Mi protesi prima verso sinistra, poi verso destra, poi mi lasciai penzolare tenendomi con le gambe piegate e presi a oscillare finché, con un ultimo slancio, tornai ad appoggiarmi alla sbarra. Tutt'a un tratto mi sollevai in verticale, mi lanciai oltre la sbarra, e. . . bum! Almeno ero tornato con i piedi per terra. Si udirono delle risatine represse, ma poi qualcuno batté le mani. Dopotutto, non erano cattivi i miei compagni... Rimasi immobile e voltai gli occhi verso di lui. Inutile dire che Konradin non aveva riso. Per la verità non aveva nemmeno applaudito. Ma mi guardava. Qualche giorno dopo arrivai a scuola con alcune monete greche (col- lezionavo monete da quando avevo dodici anni). Avevo portato una dracma d'argento di Corinto, un gufo, simbolo di Pallade Atena, e l'effigie di Alessandro il Grande. Appena vidi Konradin che si avvicinava al suo posto, feci mostra di esaminarle con la lente di ingrandimento. Konradin notò le mie manovre e la sua curiosità, come avevo sperato, la spuntò sulla sua riservatezza. Mi chiese il permesso di guardarle. Dal modo in cui le maneggiava, mi awidi che non doveva essere del tutto inesperto. Le toccava come un collezionista tocca gli oggetti a lui cari e, del collezionista, aveva persino lo sguardo carezzevole e ammirato. Mi disse che anche lui collezionava monete e possedeva quella con il gufo, ma non l'altra con l'effigie di Alessandro il Grande. Ne aveva, invece, altre di cui ero privo. A questo punto fummo interrotti dall'ingresso dell'insegnante ma, all'intervallo delle dieci, Konradin, dimentico delle monete, lasciò l'aula senza degnarmi di uno sguardo. Eppure mi sentivo felice. Era la prima volta che mi aveva rivolto la parola e io ero ben deciso a fare il possibile perché non fosse l'ultima. TRE GIORNI DOPO, il quindici marzo - una data che non dimenticherò piú - stavo tornando a casa da scuola. Era una sera primaverile, dolce e fresca. I mandorli erano in fiore, i crochi avevano già fatto la loro comparsa, nel cielo si mescolavano il blu pastello e il verde mare. Davanti a me vidi Hohenfels; pareva esitare come se fosse in attesa di qualcuno. Rallentai - avevo paura di oltrepassarlo - ma dovetti comun- que proseguire perché sarebbe stato ridicolo non farlo e lui avreb- be potuto fraintendere la mia indecisione. L'avevo quasi raggiunto, quando si voltò e mi sorrise. Poi con un gesto stranamente goffo e impreciso, mi strinse la mano. « Ciao, Hans » mi disse e io all'improv- viso mi resi conto, con un misto di gioia, sollievo e stupore, che era timido come me e, come me, bisognoso di amicizia. Non ricordo piú ciò che mi disse quel giorno, né quello che gli dissi io. Tutto quello che so è che, per un'ora, camminammo avanti e indietro come due giovani innamorati, ancora nervosi, ancora intimiditi. E tutta- via io sentivo che quello era solo l'inizio e che da allora in poi la mia vita non sarebbe piú stata vuota e triste, ma ricca e piena di speranza. Quando infine lo lasciai, percorsi in un batter d'occhio la strada che mi separava da casa. Ridevo, avevo voglia di cantare e trovai ben diffi- cile non rivelare ai miei genitori la mia felicità, non dire loro che la mia vita era cambiata, che non ero piú un mendicante, ma tutt'a un tratto ero diventato una specie di Creso. Per fortuna i miei genitori erano troppo occupati da altro per notare il cambiamento. Ormai erano avvezzi alle mie espressioni cupe e an- noiate, alle mie risposte evasive e ai miei silenzi prolungati, che attribui- vano alla crescita e alla misteriosa transizione dall'adolescenza all'età adulta. Di tanto in tanto mia madre aveva cercato di far breccia nelle mie difese, qualche volta aveva cercato di accarezzarmi i capelli, ma vi aveva rinunciato da tempo, scoraggiata dall'ostinazione con cui respin- gevo i SUOI aPPrOCCi. L'incontro non fu senza conseguenze. Dormii male, perché temevo il momento del risveglio. Forse Konradin mi aveva già dimenticato o si era pentito della sua resa. Forse era stato un errore fargli capire che avevo bisogno della sua amicizia. Forse avrei dovuto mostrarmi piú cauto, piú riservato. Forse aveva parlato di me ai suoi genitori che l'avevano messo in guardia dal diventare amico di un ebreo. Continuai a torturarmi per un pezzo finché sprofondai in un sonno inquieto. TUTrE le mie paure si rivelarono prive di fondamento. Appena entrai in classe Konradin mi si avvicinò e si mise a sedere vicino a me. Il suo piacere nel vedermi era cosí genuino, cosí evidente, che io stesso, nono- stante la mia diffidenza innata, persi ogni paura. Dalle sue parole dedussi che doveva aver dormito benissimo e che nemmeno per un attimo aveva dubitato della mia sincerità, tanto che mi vergognai dei miei sospetti. Dal quel giorno fummo inseparabili. All'uscita della scuola torna- vamo a casa insieme - abitavamo nella stessa direzione - e ogni mattina lo trovavo immancabilmente ad aspettarmi. All'inizio i nostri compagni rimasero stupiti, ma in seguito presero sul serio la nostra amicizia, salvo Bollacher, che ci soprannominò "Castore e Pollack" e i membri del "Caviale" che decisero di metterci al bando. I mesi che seguirono furono i piú felici di tutta la mia vita. Con l'arrivo della primavera, la campagna si riempí di fiori, fiori di ciliegio e di melo, di pero e di pesco, mentre i pioppi si tingevano d'argento e sui salici spuntavano le foglie giallo limone. I colli azzurrini di Svevia, cosí dolci e sereni, erano coperti di vigneti e di orti, e incoronati dai castelli: piccole città medioevali con il municipio dal tetto spiovente, e le fontane in cima alle quali, sorretti da pilastri e circondati da mostri vomitanti acqua, si ergevano duchi e conti baffuti che portavano nomi come Eberardo il Beneamato o Ulrico il Terribile, figure comiche dall'atteggiamento rigido e dall'armatura pesante. Il Neckar scorreva lento attorno alle isole verdeggianti. Dal paesaggio emanava un senso di pace, di fiducia nel presente e di speranza nel futuro. Il sabato Konradin e io prendevamo un accelerato per andare a pas- sare la notte in una delle antiche locande rivestite in legno che abbonda- vano da quelle parti, dove, per una cifra modica, si trovavano camere pulite, ottimo cibo e vino locale. A volte andavamo nella Foresta Nera, dove i boschi scuri, odorosi di funghi e di resina, che colava dai tronchi in lacrime ambrate, erano intersecati da torrenti ricchi di trote. Di tanto in tanto ci spingevamo fin sulla cima delle colline da cui, nell'azzurrina lontananza, il nostro sguardo abbracciava la valle del rapido Reno, le sagome color lavanda dei Vosgi e le guglie della catte- drale di Strasburgo. A volte sceglievamo l'Hegau, dove c'erano sette vulcani estinti, o il lago di Costanza, immerso in un'atmosfera di sogno. Un giorno arrivammo fino a Hohenstaufen, a Teck e a Hohenfels. Non era rimasta nemmeno una pietra di quelle fortezze, neanche una traccia a indicare il cammino seguito dai Crociati, diretti a Bisanzio e a Gerusa- lemme. Poco lontano si trovava Tubingen, dove Holderlin, il nostro poeta preferito, aveva trascorso trentasei anni della sua vita nelle spire della follia, entruckt von den Gottern, rapito dagli Dei. Fissando lo sguardo sulla torre che era stata la sua casa, la sua dolce prigione, recitavamo la nostra poesia preferita: Carica di pere gialle E di rose selvatiche coperta La terra si specchia nel lago. Voi dolci cigni, Ubriachi di baci Tuffate il capo Nell'acqua sacra, sobria. Ahimé, dove potrò trovare I fiori nell'inverno, Dove del sol la luce E della terra l'ombra? Le pareti si ergono Mute e fredde, nell'inverno Bandierine di ghiaccio tintinnano. PASSARONO i giorni e i mesi, e niente venne a turbare la nostra amici- zia. Dall'esterno del nostro cerchio magico provenivano voci di sovvertimenti politici, ma l'occhio del tifone era lontano: a Berlino, dove, a quanto si diceva, c'erano stati scontri tra nazisti e comunisti. Stoccarda continuava a essere la città tranquilla e ragionevole di sem- pre. Per la verità, anche lí avvenivano di tanto in tanto degli incidenti, ma non erano che episodi di poco conto. Sui muri erano comparse delle svastiche, un ebreo era stato molestato, alcuni comunisti percossi, ma in generale la vita proseguiva come al solito. I ristoranti, il Teatro dell'O- pera e i caffè all'aperto erano sempre gremiti. Faceva caldo, i vigneti erano coperti di grappoli e i rami dei meli si piegavano sotto il peso dei frutti in via di maturazione. La gente parlava delle località dove si sarebbe recata a trascorrere le vacanze estive- in casa mia si accennava all'eventualità di un viaggio in Svizzera e Konra- din avrebbe raggiunto i suoi genitori in Sicilia. Insomma, tutto lasciava pensare che non ci fosse nulla di cui preoccuparsi. La politica riguardava gli adulti; noi avevamo già i nostri problemi. E quello che ci pareva piú urgente era imparare a fare il miglior uso possibile della vita, oltre, naturalmente, a cercare di scoprire quale scopo avesse, se l'aveva, e a chiederci quale potesse essere la condizione umana in questo cosmo spaventoso e incommensurabile. Questi sí che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai piú importanti per noi dell'esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mus- solini. Poi accadde qualcosa che ci turbò entrambi ed ebbe su di me forti npercussiom. Fino a quel giorno avevo dato per scontata l'esistenza di un Dio onnipotente e benevolo, creatore dell'universo. Mio padre non mi aveva mai parlato di religione, lasciandomi libero di scegliere ciò in cui volevo credere. Una volta l'avevo sentito dire a mia madre che, nono- stante l'assenza di prove storiche, era certo che un Gesú fosse realmente vissuto, un maestro di morale ebreo di grande saggezza e gentilezza, un profeta simile a Geremia o Ezechiele, ma, aveva soggiunto, non riu- sciva a capire come fosse possibile considerarlo "figlio di Dio". Eppure, nonostante mio padre non credesse alla divinità del Cristo, penso che fosse piú agnostico che ateo e che, se io avessi voluto conver- tirmi al cristianesimo, non avrebbe mosso obiezioni, come non ne avrebbe avute, d'altra parte, se avessi deciso di diventare buddista. Ero sicuro, invece, che avrebbe fatto di tutto per impedirmi di prendere i voti, indipendentemente dal tipo di confessione, perché riteneva che la vita monastica e contemplativa fosse irrazionale e sprecata. Quanto a mia madre, sembrava muoversi in uno stato confusionale di cui, peraltro, era assolutamente soddisfatta. Andava alla sinagoga il giorno dello Yom Kippur, ma cantava Stille Nacht, Heilige Nacht a Natale. Dava un contributo in denaro all'organizzazione ebraica che si occupava di assistere i bambini ebrei in Polonia e sovvenzionava i cri- stiani per favorire le conversioni degli ebrei al cristianesimo. Quando ero bambino mi aveva insegnato qualche semplice preghiera in cui invo- cavo Dio perché mi aiutasse e proteggesse il babbo, la mamma e il nostro gatto. Ma era tutto qui. Sembrava che, come mio padre, non avesse alcun bisogno della reli- gione, ma in compenso era attiva, buona e generosa e soprattutto con- vinta che io, suo figlio, avrei seguito l'esempio dei miei genitori. E cosí ero cresciuto tra ebrei e cristiani, abbandonato a me stesso e L'AMICO alle mie idee, senza avere né una profonda convinzione né seri dubbi sull'esistenza di un essere superiore e benevolo, sul fatto che il nostro pianeta fosse il centro dell'universo e che gli uomini, ebrei o gentili che fossero, erano i figli prediletti di Dio. Ora i nostri vicini, i signori Bauer, avevano due figlie, una di quattro e l'altra di sette anni, oltre a un figlio dodicenne. Non li conoscevo bene - erano tutti troppo giovani per me - ma ero spesso rimasto a osservarli con una certa invidia quando giocavano insieme ai loro genitori in giar- dino. Rivedo con chiarezza il padre che spingeva una delle bambine sull'altalena, in alto, sempre piú in alto; il bianco dell'abito e il rosso dei capelli, che oscillavano rapidi tra le tenere foglie verde chiaro dei meli, la facevano sembrare una candela accesa. Una sera, mentre i genitori erano usciti e la cameriera era andata a fare una commissione, dalla casa di legno dei Bauer si levarono le fiamme e l'incendio divampò con tale rapidità che, all'arrivo dei pom- pieri, i bambini erano già morti bruciati. Non vidi il fuoco né udii le grida della madre e della cameriera, ma appresi la notizia il giorno dopo, quando i miei occhi si posarono sui muri anneriti, sulle bambole carbonizzate e sulle funi bruciacchiate dell'altalena, che dondolavano come serpenti dall'albero accartocciato. Ne rimasi sconvolto, come mai prima di allora. Avevo sentito parlare dierremoti nei quali erano state inghiottite migliaia di persone, di fiumi di lava incandescenti che avevano travolto interi villaggi, di onde gigantesche che avevano spazzato via le isole. Avevo letto che un milione di persone erano annegate durante l'inonda- zione del Fiume Giallo e altri due in quella dello Yangtze. Sapevo che a Verdun avevano perso la vita un milione di soldati. Ma non erano che astrazioni, numeri privi di significato, dati statistici, notizie. Non si può soffrire per un milione di morti. Quei tre bambini, invece, li avevo conosciuti, li avevo visti con i miei occhi e questo cambiava radicalmente le cose. Cosa avevano fatto loro, quale male avevano commesso i genitori per meritare tutto ciò? Non restavano che due alternative: o Dio non c'era o esisteva una divinità che era mostruosa. Una volta per tutte rinunciai a credere a un essere superiore che guardava l'uomo con occhio benevolo. Comunicai queste mie riflessioni in termini disperati e appassionati al mio amico, il quale, essendo stato educato nella stretta fede prote- stante, si rifiutò di accettare quella che, a parer mio, era l'unica conclu- sione logica, e cioè che non esisteva alcun padre divino oppure che, nel caso fosse esistito, era del tutto indifferente al destino dell'umanità. Konradin ammise che la morte dei bambini era una disgrazia terribile 499 e che lui stesso non riusciva a spiegarsela. Ma una risposta doveva esserci, insisteva, anche se noi eravamo troppo giovani e inesperti per trovarla. Catastrofi del genere erano sempre successe e uomini ben piú saggi e intelligenti di noi - sacerdoti, vescovi, santi - ne avevano discusso ed erano riusciti a dare delle spiegazioni. Dovevamo accettare la loro superiorità e sottometterci umilmente al loro giudizio. Rifiutai energicamente tutte queste argomentazioni, dicendogli che niente, assolutamente niente, poteva spiegare o scusare la morte atroce di due bambine e di un ragazzino. « Non li vedi bruciare? » gridai disperato. « Non senti le loro urla? E hai ancora il coraggio di giustifi- care l'accaduto perché sei troppo pavido per vivere senza il tuo Dio? Cosa ci può servire un Dio privo di pietà? Un Dio che se ne sta nel suo paradiso e tollera la malaria e il colera, la carestia e le guerre? » Konradin obiettò che, personalmente, non era in grado di dare alcuna spiegazione razionale a questi fatti, ma che ne avrebbe parlato al suo pastore e, alcuni giorni dopo, tornò pienamente rassicurato. Le mie parole non erano state che lo sfogo di un ragazzo immaturo e privo d'esperienza. Il pastore, oltre a rispondere alle sue domande in modo completo e pienamente soddisfacente, gli aveva consigliato di non pre- stare orecchio a simili discorsi blasfemi. E tuttavia, o il suo mentore non si era spiegato con sufficiente chia- rezza o Konradin non aveva capito la spiegazione, fatto sta che non riuscí a rendermela comprensibile. Si dilungò sul male, dicendo che era indi- spensabile per poter apprezzare il bene, cosí come, senza la bruttezza, non sarebbe esistita la bellezza, ma non riuscí a convincermi. Le nostre discussioni, quindi, sfociavano immancabilmente in un vicolo cieco. Si dava il caso che, proprio in quel periodo, mi fossi messo a leggere per la prima volta dei libri che parlavano di anni luce, di nebulose, di galassie, di soli infinitamente piú grandi del nostro, di stelle cosí nume- rose che era impossibile contarle, di pianeti le cui dimensioni supera- vano di molto quelle di Marte e di Venere, di Giove e di Saturno. Per la prima volta mi resi conto della mia infinita piccolezza e del fatto che la nostra terra non era altro che un sassolino su una spiaggia dove, di sassolini, ne esistevano a milioni. Tutto questo portò nuova acqua al mio mulino. Serví a rafforzare la mia convinzione che Dio non esistesse; come avrebbe potuto badare, infatti, a quello che succedeva in tanti corpi celesti? Questa nuova scoperta, unita all'impressione suscitata in me dalla morte dei bambini, mi portò da un periodo di totale disperazione a uno di intensa curiosità. Ora il problema fondamentale non era piú la natura della vita, ma ciò che di questa vita, priva di valore e al tempo stesso preziosa, dovevamo fare. Come impiegarla? A che fine? E per il bene di chi, il nostro o quello dell'umanità? Com'era possibile, insomma, met- tere a buon frutto quella brutta realtà che era l'esistere? Ne discutevamo quasi quotidianamente, mentre passeggiavamo con aria solenne in su e in giú per le strade di Stoccarda, levando spesso lo sguardo al cielo, verso le stelle, Betelgeuse o Aldebaran, che ci fissa- vano di rimando con i loro occhi serpigni, gelidi, luccicanti, ironici e, soprattutto, distanti milioni di anni luce. Ma questo non era che uno degli argomenti di cui amavamo parlare. Avevamo anche interessi pro- fani, che ci sembravano ben piú importanti dell'estinzione del nostro pianeta, lontana milioni di anni, e della nostra morte, per noi ancor piú remota. C'era l'amore comune per i libri e la poesia, la scoperta del- l'arte, l'impatto del post-impressionismo, il teatro, l'opera. Parlavamo anche delle ragazze. Rispetto all'atteggiamento disincan- tato dei giovani d'oggi, il nostro comportamento era incredibilmente ingenuo. Le ragazze erano per noi esseri superiori di straordinaria purezza, a cui bisognava accostarsi come, in passato, avevano fatto i trovatori, con ardore cavalleresco e adorazione distante. Le ragazze che conoscevo erano ben poche. A casa nostra vedevo di tanto in tanto due cugine che avevano piú o meno la mia età, due creature spente, prive di qualsiasi somiglianza con Andromeda o Anti- gone. Le ricordo solo perché una si rimpinzava senza sosta di torta al cioccolato, mentre l'altra diventava muta al solo vedermi. Konradin era piú fortunato. Le ragazze che incontrava avevano nomi eccitanti; si chiamavano, infatti, contessa von Platow, baronessa von Henkel Donnersmark, oltre a una certa Jeanne de Montmorency che, a quanto lui stesso mi confessò, gli era apparsa piú di una volta in sogno. Era un argomento, quello, di cui a scuola non si parlava mai. Cosí ci sembrava, almeno, anche se a nostra insaputa avrebbero potuto avve- nire molte cose visto che noi due, al pari dei membri, del "Caviale", facevamo vita a parte. Eppure, ripensandoci, sono ancora convinto che la maggior parte dei ragazzi, compresi quelli che si vantavano delle loro avventure, erano impauriti dalle loro coetanee. La televisione, che avrebbe introdotto il sesso nelle famiglie, era di là da venire. Non voglio con questo affermare i meriti della nostra innocenza, che mi limito a citare come uno degli aspetti della nostra amicizia. L'unica ragione che mi induce a rievocare gli interessi, le gioie, i dolori che condividevamo è il tentativo di comunicare quale fosse la nostra vita interiore. Quanto ai problemi che ci assillavano, cercavamo di risolverli da soli, senza l'aiuto degli altri. Non ci venne mai in mente di rivolgerci ai nostri 5()1 genitori. Appartenevano a un altro mondo - ne eravamo certi - e non ci avrebbero capito o si sarebbero rifiutati di prenderci sul serio. Di loro non parlavamo mai: ci sembravano lontani come le nebulose, troppo grandi e troppo cristallizzati in convenzioni di un tipo o dell'altro. Konradin sapeva che mio padre faceva il medico, cosí come io ero al corrente del fatto che il suo era stato ambasciatore in Turchia e in Brasile, ma la nostra curiosità finiva qui ed era forse per questo che nessuno dei due era mai stato a far visita all'altro. Le nostre intermina- bili discussioni avvenivano per la strada, sulle panchine, o negli androni dove andavamo a rifugiarci quando pioveva. Un giorno, mentre eravamo davanti a casa mia, mi venne in mente che Konradin non aveva mai visto la mia stanza, con i miei libri e le mie varie collezioni, e quindi, sotto l'impulso del momento, gli dissi: « Per- ché non entri con me? » L'invito lo colse impreparato. Ebbe un attimo di esitazione, ma poi mi seguí all'interno. LA CASA DEI MIEI GENITORI, una villa modesta costruita in pietra locale, si ergeva in un giardinetto pieno di ciliegi e di meli nella zona definita die Hohenlage (la Collina). Era lí che abitava la borghesia ricca o benestante di Stoccarda, una delle città piú belle e prospere della Germania. Circondata da colline e da vigneti, Stoccarda si stende in una valle cosí stretta che solo poche strade sono state costruite in piano; la mag- gior parte si inerpica sulle colline appena lasciata la Konigstrasse, la via principale. La vista che si offre allo sguardo dall'alto dei rilievi circo- stanti è di grande bellezza: migliaia di ville, il vecchio e il nuovo Schloss, la Stiftskirche (Chiesa della Collegiata), l'Opera, i musei e quelli che un tempo erano i parchi reali. Ovunque, sulle colline, un'infinità di ristoranti, sulle cui ampie ter- razze la gente di Stoccarda soleva trascorrere le calde sere d'estate, bevendo vino del Neckar o del Reno e ingozzandosi di enormi quantità di cibo: insalate di carne e patate, trote della Foresta Nera, salsicce calde di fegato e sanguinaccio con i crauti, tournedos in salsa bernese e Dio sa cos'altro, il tutto seguito da una straordinaria scelta di torte farcite, guarnite di panna montata. Se i cittadini di Stoccarda si fossero dati la pena di alzare gli occhi dal piatto, avrebbero visto, tra gli alberi e i cespugli di alloro, la foresta che si stendeva per chilometri e chilometri e il Neckar che scorreva lento tra i dirupi, i castelli, i pioppeti, le vigne e le antiche città, verso Heidel- berg, il Reno e il Mare del Nord. All'imbrunire il panorama aveva la stessa magia di quello che si gode da Fiesole: migliaia di luci, l'aria calda e pervasa dal profumo dei gelsomini e dei lillà e, da ogni parte, le voci, i canti e le risa allegre della gente. Giú in basso, nella città afosa, le strade portavano nomi che ricorda- vano agli svevi il loro ricco retaggio: Holderlin, Schiller, Hegel, Schel- ling, David Friedrich Strauss, Hesse, conferrnandoli nella loro convin- zione che la vita, fuori dal Wurttemberg, non valesse la pena di essere vissuta e che nessun bavarese, sassone o, meno che mai, prussiano, fosse degno di lustrar loro le scarpe. Per la verità questo orgoglio non era del tutto ingiustificato. Nono- stante la sua popolazione non superasse il mezzo milione di abitanti, Stoccarda aveva piú spettacoli d'opera, teatri migliori, musei piú belli, collezioni piú ricche e, nel complesso, la vita piú piena che Manchester o Birmingham, Bordeaux o Tolosa. Anche se ormai priva di re, era pur sempre una capitale, cui facevano ala piccole città prospere e castelli dai nomi come Sanssouci e Monrepos e, non lontano, Hohenstaufen e Teck e Hohenzollern e la Foresta Nera, e il lago di Costanza, i monasteri di Maulbronn e Beuron, le chiese barocche di Zwiefalten e Neresheim. DALLA nostra casa si vedevano solo i giardini e i tetti rossi delle ville i cui proprietari, piú abbienti di noi, si erano potuti permettere un pano- rama, ma mio padre era sicuro che prima o poi anche la nostra famiglia non avrebbe avuto niente da invidiare a quelle patrizie. Nel frattempo dovevamo accontentarci di una dimora fornita di riscaldamento cen- trale, quattro camere da letto, sala da pranzo, "giardino d'inverno" e una stanza in cui papà riceveva i suoi pazienti. La mia camera, al secondo piano, era stata arredata in ossequio ai miei desideri. Alle pareti erano appese alcune riproduzioni: il Ragazzo con il gilet rosso di Cézanne, qualche stampa giapponese e i Girasoli di Van Gogh. E poi i libri: i classici tedeschi, Schiller, Kleist, Goethe, Holderlin e, naturalmente, il "nostro" Shakespeare, oltre a Rilke, Deh- mel e George. La mia raccolta di opere francesi comprendeva Baude- laire, Balzac, Flaubert e Stendhal, mentre tra i russi figuravano le opere complete di Dostoievskij, Tolstoi e Gogol. In un angolo c'era una vetrina contenente le mie collezioni: monete, coralli, ematiti e agate, topazi, granati, malachite, oltre a un blocco di lava prelevato da Ercolano, al dente di un leone, a un artiglio di tigre, a un brandello di pelle di foca, a una fibula romana, a due frammenti di vetro romani (rubati in un museo), a una piastrella ugualmente 503 romana che recava l'iscrizione LEG XI e al molare di un elefante. Era il mio mondo, un mondo in cui mi sentivo totalmente al sicuro e che, ne ero certo, sarebbe durato in eterno. D'accordo, non potevo far risalire le mie origini al Barbarossa, ma quale ebreo avrebbe potuto? Per me niente aveva importanza oltre al fatto che quello era il mio Paese, la mia patria, senza inizio né fine, e che essere ebreo non era in fondo diverso che nascere con i capelli neri piuttosto che rossi. Eravamo prima di tutto svevi, poi tedeschi e infine ebrei. Perché mai avremmo dovuto pensarla diversamente, sia io che mio padre o mio nonno? Certo, non potevamo negare che eravamo di "origine ebraica", né ci interessava farlo, cosí come nessuno si sarebbe mai sognato di sostenere che lo zio Henri, che non vedevamo da dieci anni, non faceva piú parte della famiglia. Ma questo nostro essere di "origine ebraica" non aveva altre implicazioni oltre al fatto che una volta all'anno, e precisamente il giorno del Yom Kippur, mia madre andava alla sinagoga e mio padre si asteneva dal fumo e dai viaggi, non perché fosse un credente convinto, ma perché non voleva urtare i sentimenti altrui. Ricordo ancora un'accanita discussione tra mio padre e un sionista incaricato di raccogliere fondi per Israele. Mio padre detestava il sioni- smo, che giudicava pura follia. La pretesa di riprendersi la Palestina dopo duemila anni gli sembrava altrettanto insensata che se gli italiani avessero accampato dei diritti sulla Germania perché un tempo era stata occupata dai romani. Era un proposito che avrebbe provocato solo immani spargimenti di sangue, perché gli ebrei si sarebbero scontrati con tutto il mondo arabo. E comunque, cosa c'entrava lui, che era nato e vissuto a Stoccarda, con Gerusalemme? Quando il sionista accennò a Hitler, chiedendogli se il nazismo non gli facesse paura, mio padre rispose: « Per niente. Conosco la mia Ger- mania. Non è che una malattia passeggera, qualcosa di simile al mor- billo, che passerà non appena la situazione economica accennerà a migliorare. Lei crede sul serio che i compatrioti di Goethe e di Schiller, di Kant e di Beethoven si lasceranno abbindolare da queste scioc- chezze? Come osa offendere la memoria dei dodicimila ebrei che hanno dato la vita per questo Paese? » A questo punto il sionista accusò mio padre di essere un "prodotto tipico dell'assimilazione", al che mio padre rispose in tono orgoglioso: « Sí, è vero. E cosa c'è di male? Io voglio identificarmi con la Germania e sarei uno dei piú accaniti sostenitori dell-integrazione completa degli ebrei se fossi sicuro che questo potesse costituire un vantaggio stabile per il nostro Paese. A tutt'ora, invece, sono convinto che gli ebrei evitando di integrarsi completamente, agiscano da catalizzatori, arric- chendo e stimolando la cultura tedesca come hanno sempre fatto ». Era troppo per il sionista che, battendosi la fronte con l'indice della mano destra, esplose gridando: « Lei è completamente meschugge ». Poi raccolse le sue carte e sparí. Non avevo mai visto mio padre, abitualmente un uomo tranquillo e pacifico, cosí furioso. Ai suoi occhi quell'uomo era un traditore della Germania, il Paese per cui lui, che era stato ferito due volte durante la prima guerra mondiale, sarebbe stato disposto a combattere ancora. Capivo bene mio padre, e ancora lo capisco. Perché mai dovevamo scambiare il Reno e la Mosella, il Neckar e il Meno con le acque pigre del Giordano? Per lui i nazisti non erano altro che una malattia della pelle manifestatasi in un corpo sano e, per curarla, sarebbe stato suffi- ciente praticare qualche iniezione, tenere il paziente tranquillo e la- sciare che la natura facesse il suo corso. Perché mai avrebbe dovuto preoccuparsi, d'altra parte? Non era forse un medico noto, rispettato sia dagli ebrei che dai gentili? E il giorno del suo quarantacinquesimo compleanno non si era presentata a rendergli omaggio una delegazione di eminenti cittadini, guidata dal sindaco in persona? La sua fotografia era stata pubblicata sul quoti- diano locale, lo Stuttgarter Zeitung, e un gruppo di gentili aveva ese- guito per lui Eine kleine Nachtmusik. Senza contare che possedeva un talismano infallibile: a capo del suo letto, infatti, erano appese la Croce di Ferro di prima classe e la spada da ufficiale, accanto a un quadro che rappresentava la casa di Goethe, a Weimar. Mia madre aveva troppo da fare per preoccuparsi dei nazisti, dei comunisti o di altra gente di quella risma e, se mio padre non aveva dubbi sulla sua germanicità, mia madre ne aveva ancora meno. Non le veniva neanche in mente che un essere umano dotato di buon senso potesse mettere in discussione il suo diritto di vivere e morire in quel Paese. Veniva da Norimberga, dove era nato anche suo padre, avvocato, e parlava ancora tedesco con l'accento della Franconia. Una volta alla settimana si trovava con le amiche, per la maggior parte mogli di medici, avvocati e banchieri, per mangiare pasticcini alla crema e al cioccolato, bere innumerevoli caffè mit Schlagsahne (con panna) e spettegolare sulla servitú, le rispettive famiglie e gli spettacoli che avevano visto. Una volta ogni quindici giorni andava all'Opera e una volta al mese a teatro. Di rado trovava il tempo per leggere, ma di tanto in tanto veniva in ' Termine yiddish che significa "svitato" . (N. d. T. ) 504 | sns camera mia, guardava con nostalgia i miei libri, ne toglieva uno o due dallo scaffale, li spolverava e li rimetteva a posto. Poi mi chiedeva come andava la scuola, ottenendone in cambio un immancabile "benissimo", e infine mi lasciava, portando con sé gli eventuali calzini da rammen- dare o le scarpe da risuolare. A volte, con gesto impacciato, mi appoggiava la mano sulla spalla, ma ormai lo faceva sempre piú sporadicamente, awertendo la mia resi- stenza persino nei confronti di espansioni cosí modeste. Solo quando ero malato riuscivo ad accettare la sua compagnia e mi arrendevo con riconoscenza alla sua tenerezza repressa. PENSO che i miei genitori, dal punto di vista fisico, fossero due esem- plari umani piuttosto notevoli. Con la sua fronte alta, i capelli grigi e i baffi tagliati corti, mio padre aveva un'aria distinta e un aspetto cosí poco ebreo che un giorno qual- cuno lo invitò a iscriversi al partito nazista. E persino io, nonostante le mie resistenze filiali, non potevo fare a meno di notare che mia madre, a dispetto della semplicità del vestire, era una bella donna. Non dimenti- cherò mai la sera in cui - avevo sei o sette anni - entrò in camera mia per darmi il bacio della buona notte. Indossava un abito da ballo e io la fissai come se fosse stata un'estranea. Mi aggrappai al suo braccio, rifiutandomi di lasciarla andare, e cominciai a piangere, cosa che la turbò molto. Chissà se capí che non ero né infelice né malato, ma che, per la prima volta nella vita, la vedevo obiettivamente com'era: una donna attraente con un'individualità tutta sua. Quando Konradin entrò, lo guidai verso la scala con l'intenzione di condurlo direttamente in camera mia, senza presentarlo prima a mia madre. Al momento non avrei saputo dire perché mi comportassi cosí, ma oggi mi è piú facile spiegarlo. Sentivo che Konradin apparteneva a me e non volevo dividerlo con altri. E forse - ne arrossisco ancora oggi - avevo l'impressione che i miei non fossero abbastanza "importanti" per lui. Non mi ero mai vergo- gnato di loro, anzi, me ne ero sempre sentito piuttosto orgoglioso, ma ora scoprivo con ripugnanza che, a causa di Konradin, mi comportavo come un piccolo snob idiota. Per un istante provai una certa ostilità nei suoi confronti, attribuendogli la responsabilità del mio atteggiamento. Era la sua presenza che mi faceva provare quei sentimenti e, se disprez- zavo i miei genitori, disprezzavo ancor piú me stesso. 506 Ma nell'attimo stesso in cui mi accingevo a salire, mia madre, che doveva aver sentito il rumore dei miei passi, mi chiamò. Ero in trap- pola. Avrei dovuto presentarle il mio amico. Lo portai nel soggiorno, con il tappeto persiano, i pesanti mobili di quercia, i piatti azzurri in porcellana di Meissen e i calici rossi e blu dal lungo stelo, in bella mostra su una credenza. Mia madre era seduta nel "giardino d'inverno" sotto un albero della gomma, intenta a rammen- dare un paio di calzini, e non parve affatto sorpresa di vedermi in compagnia di un amico. Quando annunciai: « Mamma, questo è Konradin von Hohenfels » alzò gli occhi per un istante, sorrise e gli porse la mano, che egli baciò. Poi gli fece qualche domanda, essenzialmente sulla scuola, sui suoi progetti futuri, sull'università che intendeva frequentare, e infine gli disse che era molto contenta di vederlo in casa nostra. Si comportò, insomma, come meglio non avrei potuto sperare e io mi accorsi che Konradin era rimasto affascinato. In seguito lo condussi in camera mia, dove esibii tutti i miei tesori: i libri, le monete, la fibula romana e la piastrella con l'iscrizione LEG XI. Tutt'a un tratto udii i passi di mio padre e, dopo un attimo, lo vidi entrare in camera, cosa che non faceva piú da mesi. Senza lasciarmi il tempo di fare le presentazioni, mio padre batté i tacchi, si raddrizzò, mettendosi quasi sull'attenti, tese il braccio destro e proclamò: « Lieto di conoscerla, sono il dottor Schwarz ». Konradin gli strinse la mano, si piegò in un inchino appena accen- nato, ma rimase muto. « Sono molto onorato, signor conte, di avere sotto il mio tetto il rampollo di una famiglia tanto illustre » proseguí mio padre. « Non ho mai avuto il piacere di incontrare suo padre, ma ho conosciuto molti amici suoi, in particolare il barone von Klumpf, comandante del secondo squadrone del primo reggimento Ulani e Putzi von Grimmelshausen, noto come "Bautz". « Il suo signor padre le avrà sicuramente parlato di Bautz, che era un amico intimo di Sua Altezza Imperiale. Un giorno, cosí mi raccontò Bautz, Sua Altezza Imperiale, il cui quartier generale si trovava allora a Charleroi, lo chiamò e gli disse: "Bautz, amico mio, ho un grande favore da chiederti. Tu sai che Gretel, la mia scimpanzé, è ancora vergine e ha un gran bisogno di trovar marito. Voglio unirla in matrimo- nio e ho deciso che inviterò alla festa gli ufficiali. Ti prego quindi di montare in macchina e di girare per tutta la Germania finché non avrai trovato un bel maschio in buona salute per la mia Gretel". « Bautz batté i tacchi, si mise sull'attenti e rispose: "Jawohl, Altezza Imperiale". Poi uscí, saltò sulla Daimler e cominciò a viaggiare da uno 507 zoo all'altro. Un paio di settimane dopo tornò con un gigantesco scim- panzé che si chiamava Giorgio Quinto. Venne organizzato un ricevi- mento straordinario, durante il quale tutti si ubriacarono di champagne e Bautz fu insignito della Ritterkreuz, ornata di foglie di quercia. » Poi mio padre si ricordò che, nel suo studio, c'erano dei pazienti ad aspettarlo. Batté i tacchi un'ultima volta e disse: « Spero, signor conte, che vorrà considerare questa come la sua seconda casa. La prego di ricordarmi al suo signor padre ». Dopodiché, raggiante di piacere e di orgoglio, mi rivolse un breve cenno del capo per mostrarmi la sua soddisfazione e lasciò la stanza. Rimasi seduto in preda a un grande turbamento. Ero sconvolto, orri- pilato. Perché l'aveva fatto? Non l'avevo mai visto comportarsi cosí sfacciatamente. Né mai, prima di allora, I'avevo sentito parlare del terribile Bautz. E la disgustosa storia della scimmia, poi! Che avesse inventato tutto per far colpo su Konradin, proprio come avevo fatto io, anche se con minore invadenza? Che fosse anche lui, come me, vittima del mito degli Hohenfels? E quel battere di tacchi! A beneficio di un ragazzo per giunta! Per la seconda volta in meno di un'ora provai un sentimento di odio nei con*onti del mio innocente amico che, con la sua sola presenza, aveva trasformato mio padre nella caricatura di se stesso. Avevo sem- pre nutrito una grande ammirazione nei confronti di papà. Mi sembrava dotato di tutte le qualità di cui ero privo, prime tra tutte il coraggio e la chiarezza della mente, poi era un uomo che faceva amicizia facilmente e svolgeva il suo lavoro con scrupolo e senza risparmiarsi. Certo, con me era riservato e non riusciva a dimostrarmi il suo affetto, ma io sapevo che mi voleva bene e che era orgoglioso di me. E ora aveva distrutto quest'immagine, dandomi buoni motivi per vergognarmi di lui. Come mi era sembrato ridicolo, pomposo e servile! Lui, I'uomo verso cui Konradin avrebbe dovuto mostrarsi rispettoso! L'immagine di mio padre che batteva i tacchi e si rivolgeva al mio amico salutandolo in stile militaresco avrebbe cancellato per sempre il mito del padre-eroe che avevo coltivato in passato. Per me non sarebbe piú stato lo stesso: non avrei piú potuto guardarlo negli occhi senza provare vergogna e dolore, e senza vergognarmi del fatto che mi vergognavo. Tremavo violentemente e a malapena riuscivo a trattenere le lacrime. Non avevo che un desiderio: non rivedere mai piú Konradin. Ma il mio amico, che doveva aver capito il dramma che si stava svolgendo dentro di me, pareva totalmente assorbito dai miei libri. Se non si fosse com- portato cosí, se mi avesse parlato, o peggio, se avesse cercato di conso- larmi, I'avrei certamente colpito. Aveva insultato mio padre, mettendo a nudo lo snob che era in me e infliggendomi una meritata umiliazione. E invece Konradin fece ciò che andava fatto. Mi lasciò il tempo di riprendermi e quando, cinque minuti dopo, si voltò e mi sorrise, gli Trascorsi due giorni, tornò. Senza farselo dire, appese il suo cappotto in anticamera e, come se fosse la cosa piú naturale del mondo, si diresse verso il soggiorno in cerca di mia madre. Lei lo salutò nello stesso modo amichevole e rassicurante della volta precedente, alzando appena gli occhi dal lavoro, quasi che si trattasse di un altro figlio. Poi ci offrí del caffè e degli Streusselkuchen e da allora in poi Konradin venne a tro- varmi con regolarità, tre o quattro volte la settimana. Pareva felice e rilassato di essere con noi e solo il timore che mio padre potesse raccontare qualcun altro dei suoi terribili aneddoti get- tava un'ombra sul mio piacere. Ma anche papà era piú tranquillo e finí per abituarsi a tal punto alla presenza del ragazzo che smise di chia- marlo "signor conte" per passare al piú familiare "Konradin". D A QUANDO Konradin era stato a casa mia, mi aspettavo di essere invitato a mia volta, ma i giorni e le settimane passavano senza che questo avvenisse. Indugiavamo sempre davanti al cancello sormontato dai due grifoni che reggevano lo stemma degli Hohenfels fino al momento in cui lui mi salutava e, aprendo il pesante cancello, risaliva il vialetto odoroso, bordato di oleandri, che portava al portico e all'ingresso principale. Bussava piano all'enorme portone nero, che si apriva silenziosamente, e spariva all'interno come se non dovesse mai piú ricomparire. Di tanto in tanto, io restavo ad aspettare per qualche istante, nella speranza che Sesamo si aprisse di nuovo e che Konradin riemergesse, facendomi cenno di entrare. Ma la mia speranza non si awerava mai e la porta incombeva minacciosa quanto i due grifoni che mi scrutavano dall'alto, crudeli e impietosi, con gli artigli acuminati e le lingue bifor- cute a forma di falce, pronti a strapparmi il cuore. Giorno dopo giorno subivo la tortura dell'esclusione, giorno dopo giorno la casa, che conteneva la chiave della nostra amicizia, cresceva in importanza e in mistero. Con la fantasia la riempivo di tesori: stendardi di nemici sconfitti, spade di crociati, armature, lampade che un tempo avevano diffuso la loro luce a Isfahan e a Teheran, broccati provenienti da Samarcanda e da Bisanzio. Ma le barriere che mi tenevano lontano da Konradin continuavano a ergersi come se non dovessero mai crol- lare. Non riuscivo a capire; era impossibile che lui, cosí attento a non ferire nessuno, cosí premuroso, sempre pronto a scusare la mia impulsi- vità e aggressività, si fosse dimenticato di invitarmi. Frattanto io, troppo orgoglioso per chiederglielo, divenivo sempre piú sospettoso e agitato, mentre il desiderio di penetrare nella roccaforte degli Hohenfels si tra- sformava in un'ossessione. Un giorno - stavo quasi per andarmene - si voltò all'improwiso e mi disse: « Vieni dentro, non hai mai visto la mia stanza ». Senza lasciarmi il tempo di rispondere, spinse il cancello di ferro battuto e i due grifoni retrocedettero, ancora minacciosi ma momentaneamente impotenti, sbattendo invano le loro ali predatrici. L'invito mi aveva colto alla sprowista ed ero terrorizzato. Il corona- mento dei miei sogni era giunto cosí inatteso che per un attimo provai la tentazione di fuggire. Avrei dovuto conoscere i suoi genitori cosí, con le scarpe impolverate e il colletto sporco? Come avrei potuto affrontare sua madre che una volta avevo scorto da lontano, sagoma scura su uno sfondo di magnolie rosa, con la pelle del colore delle olive (non bianca come quella di mia madre), gli occhi a forma di mandorla e, nella mano destra, un parasole bianco che faceva ruotare come una girandola? Ma non mi restava altro che seguirlo tremando. Cosí come gli avevo già visto fare, alzò la mano destra e bussò piano alla porta che, obbedendo al suo comando, si aprí silenziosamente per farci entrare. Per un attimo ebbi la sensazione di sprofondare nel buio, poi, man mano che i miei occhi si abituavano all'oscurità, vidi una grande anticamera, le cui pareti erano coperte di trofei di caccia: corna gigantesche, la testa di un bisonte europeo, le zanne color crema di un elefante il cui piede, montato in argento, fungeva da portaombrelli. Appesi il cappotto e lasciai la cartella su una sedia. Arrivò un cameriere e si inchinò. « Il caffè è servito, signor conte » disse a Konradin. Questi rispose con un cenno d'assenso e mi precedette su per una scala di quercia scura fino al primo piano, dove intravidi una serie di porte chiuse e notai, sulle pareti rivestite in quercia, un quadro raffigu- rante una caccia all'orso, un altro che rappresentava un combattimento di cervi e un ritratto dell'ultimo re. Da lí salimmo al secondo piano e ci inoltrammo in un corridoio dov'erano appesi altri quadri: "Lutero davanti a Carlo V", "I Crociati entrano a Gerusalemme". C'era una porta aperta. All'interno vidi una camera da letto femmi- nile con il piano della toilette zeppo di bottigliette di profumo e di spazzole con il dorso di tartaruga intarsiata d'argento. C'erano molte fotografie inserite in cornici anche esse d'argento, soprattutto ritratti di ufficiali; uno di essi somigliava in modo sorpren- dente ad Adolf Hitler, tanto che ne rimasi sconvolto. Non avevo tempo di indagare e, comunque, dovevo essermi sbagliato perché che senso mai poteva avere una foto di Hitler nella camera di un Hohenfels? Finalmente Konradin si fermò. Entrammo nella sua stanza, che non differiva molto dalla mia, se non per le dimensioni. Da essa lo sguardo spaziava su un giardino ben tenuto in cui spiccavano una fontana, un tempietto dorico e la statua di una dea coperta di licheni gialli. Ma Konradin non mi lasciò il tempo di contemplare il paesaggio. Si precipitò verso un armadio e, con una fretta che mi rivelò fino a che punto avesse atteso quest'occasione, gli occhi risplendenti al pen- siero dello stupore e dell'invidia che stava per suscitare in me, espose i suoi tesori. Dal cotone idrofilo in cui erano riposte estrasse le sue monete greche: un Pegaso di Corinto, un Minotauro di Cnosso, e altre che provenivano da Lampsago, Agrigento, Segesta e Selinunte. Ma non era tutto qui: a queste seguirono altre rarità, ben piú preziose delle mie: la statuina di una dea proveniente da Gela, una bottiglietta originaria di Cipro, dalla forma e dal colore simili a quelli di un'arancia e ornata di disegni geo- metrici, una tanagra che rappresentava una fanciulla con indosso il chitone e in testa un cappello di paglia, una coppa di vetro siriano, iridescente come un opale e sfaccettata come una pietra di luna, un vaso romano di colore verde pallido, lattiginoso come la giada, e una figurina greca in bronzo raffigurante Ercole. Era commovente vedere quanto fosse felice di mostrarmi la sua collezione e di scorgere sul mio viso lo stupore e l'ammirazione. Il tempo passò con una straordinaria rapidità e quando, due ore dopo, me ne andai, non provai alcun rimpianto all'idea di non aver conosciuto i suoi genitori, né mi sfiorò il sospetto che avrebbero potuto essere fuori di casa. UN PAIO di settimane dopo mi invitò nuovamente a casa sua. Tutto si svolse esattamente come la volta precedente: chiacchierammo, osser- vammo, paragonammo, ammirammo. Anche stavolta, a quanto pareva, i suoi genitori erano assenti, ma io non me ne dolsi, anche perché ero piuttosto timoroso di incontrarli. La quarta volta che ciò awenne, tuttavia, cominciai a sospettare che non si trattasse di una coincidenza e a temere che mi invitasse unica- mente quando i suoi genitori erano via. Nonostante mi sentissi vaga- mente offeso, non osai chiedergli delle spiegazioni al proposito. Poi un giorno mi tornò in mente la fotografia di quel tipo che assomi- gliava tanto a Hitler, ma subito mi vergognai di avere sospettato, anche per un attimo, che i genitori del mio amico avessero rapporti con un individuo del genere. EVENNE il giorno in cui non rimase piú spazio per i dubbi. Mia madre mi aveva procurato un biglietto per il Fidelio, diretto da Furtwan- gler, e io ero già seduto in poltrona, in attesa che si levasse il sipario. I violinisti cominciarono ad accordare i loro strumenti, poi a suonare in sordina, mentre una folla elegante gremiva il Teatro dell'Opera, uno dei piú belli d'Europa. Ma quasi nessuno lo ammirava. Tutti gli sguardi erano rivolti verso la porta, accanto alla prima fila di poltrone, attraverso la quale, lenti e maestosi, stavano facendo il loro ingresso gli Hohenfels. Con un sussulto di sorpresa e qualche incertezza riconobbi nel gio- vane elegante, che sfoggiava uno smoking, il mio amico. Era seguito dalla contessa, in un abito nero completato da una tiara scintillante di brillanti, una collana di brillanti e un paio di orecchini di brillanti, che diffondevano una luce azzurrina sulla sua carnagione olivastra. Per ultimo veniva il conte, che vedevo per la prima volta, un uomo dai capelli e dai baffi grigi, con una stella tempestata di brillanti che man- dava bagliori all'altezza del cuore. Si fermarono un attimo, poi il conte avanzò, seguito dalla contessa, sulla cui bella testa danzava l'aurora boreale dei brillanti. Infine si mosse Konradin che, prima di sedersi, si guardò attorno, salutando con un cenno del capo le persone che cono- sceva con la stessa sicurezza del padre. Tutt'a un tratto mi vide, ma non diede alcun segno di riconoscermi, poi il suo sguardo riprese a vagare per la platea, si levò verso i palchi e tornò ad abbassarsi. Mi vide, ne sono certo, perché i suoi occhi, incon- trando i miei, ebbero un guizzo da cui capii che aveva registrato la mia presenza. Poi il sipario si alzò e tanto gli Hohenfels che noi, apparte- nenti al volgo, precipitammo nell'oscurità fino al primo intervallo. Appena calò il sipario, senza attendere che si spegnessero gli applausi, andai nel foyer, un salone enorme con colonne di marmo in stile corinzio, lampadari di cristallo, grandi specchiere dalle cornici dorate, tappeti rosso ciclamino e, alle pareti, una tappezzeria color del miele. Mi appoggiai a una colonna e, cercando di assumere un'aria altera e disdegnosa, attesi che comparissero gli Hohenfels. Quando li vidi, tuttavia, provai il desiderio di fuggire. Non sarebbe stato meglio evitare la pugnalata che, come ben sapevo con l'atavico istinto dei figli degli ebrei, di lí a poco mi sarebbe stata inferta al cuore? Perché non sottrarsi al dolore? Perché rischiare di perdere un amico esigendo delle 512 1 5l3 prove, invece di lasciare che i sospetti sfumassero pian piano, da soli? Ma non avevo la forza di fuggire, cosicché, contro la sofferenza e appoggiandomi tutto tremante alla colonna per sostenermi, mi preparai a ricevere il colpo di grazia. Frattanto gli Hohenfels, con incedere lento e maestoso, si facevano sempre piú vicini. Procedevano uno accanto all'altro e la contessa, che stava nel mezzo, salutava i conoscenti con un cenno del capo o agitando la mano ingioiellata come se fosse stata un ventaglio, mentre i brillanti che le incorniciavano il collo e il capo emanavano raggi di luce simili a gocce di acqua cristallina. Anche il conte chinava leggermente il capo per salutare. Gli Hohenfels distavano ancora una decina di metri dal punto in cui li attendevo, ben deciso ad appurare la verità. Non avevo piú via di scampo. La distanza si ridusse a cinque metri, poi a quattro. Tutt'a un tratto Konradin mi vide, sorrise, portò la mano destra al bavero come per togliersi un granello di polvere e. . . mi aveva già superato. Continua- rono ad avanzare con solennità, senza smettere di sorridere e di alzare la mano in un gesto quasi benedicente. Quando giunsero all'estremità del foyer li persi di vista, ma qualche istante dopo il conte e la contessa tornarono, questa volta senza Konradin. Continuarono il loro andiri- vieni, accettando l'omaggio dei presenti. Quando suonò il campanello che annunciava l'inizio del secondo atto, abbandonai la mia postazione, tornai a casa e, senza farmi vedere dai miei genitori, me ne andai dritto a letto. Quella notte dormii malissimo. Sognai che venivo aggredito da due leoni e da una leonessa e forse urlai perché, svegliatomi di soprassalto, vidi i miei genitori chini sul mio letto. Mio padre mi misurò la febbre, ma non dovette trovare niente di anormale perché, la mattina seguente, andai a scuola come il solito, nonostante mi sentissi debole come al termine di una lunga malattia. Konradin non era ancora arrivato. Mi diressi al mio banco dove rimasi seduto, fingendo di correggere un compito, e non alzai gli occhi nemmeno quando entrò. Anche lui andò dritto al suo posto e si mise a sistemare libri e matite, senza guardarmi. Ma appena suonò la campana che annunciava la fine della lezione, mi si awicinò e, appoggiandomi le mani sulle spalle - un gesto che non aveva mai fatto - mi rivolse qualche domanda, evitando tuttavia la piú owia, e cioè se mi fosse piaciuto il Fidelio. Risposi il piú naturalmente possibile. Al termine della giornata scolastica Konradin mi aspettò e ce ne tornammo a casa assieme come se nulla fosse successo. Per una buona mezz'ora continuai a far finta di niente, poi, mentre il cancello di ferro apriva, preannunciando la nostra separazione, mi voltai verso di lui e gli dissi: « Konradin, perché mi hai evitato, ieri? » Forse si aspettava la domanda, ma essa dovette ugualmente turbarlo, perché prima arrossí, poi impallidí. Chissà, probabilmente aveva sperato che non gliela ponessi e che, dopo qualche gior- no di broncio, avrei dimenticato l'accaduto. Una cosa era chiara, non era preparato alla. mia franchezza, tanto che prese a farfu- gliare qualcosa del tipo che "non mi aveva affatto evitato" che "sof- che ero "ipersensibile" e che "non aveva potuto lasciare i genitori." Ma io mi rifiutai di accettare le sue giustificazioni. « Senti un po', Konradin » gli dissi. « Credi che non mi sia accorto che le uniche volte in cui mi hai invitato a casa tua, i tuoi genitori non c'erano? Sei dawero convinto che siano tutte allucinazioni? Ho bisogno di sapere come stanno le cose. Non voglio perdere la tua amicizia, lo sai... Ero solo prima del tuo arrivo e tornerei a esserlo se tu mi respingessi, ma non posso sopportare l'idea che ti vergogni di me al punto da non volermi presentare ai tuoi genitori. Cerca di capirmi. Non mi interessa frequen- tarli abitualmente, mi basta solo conoscerli, rimanere con loro cinque minuti. Basterebbe questo a far sí che non mi sentissi indesiderato in casa tua. E poi, preferisco la solitudine alle umiliazioni. Valgo quanto tutti gli Hohenfels del mondo. Nessuno ha il diritto di umiliarmi, te l'assicuro, re, principe o conte che sia. » Parole fiere, ma ormai ero sull'orlo del pianto e credo che avrei dovuto interrompermi se Konradin non mi avesse preceduto. « Ti sba- gli, non ho nessuna intenzione di umiliarti. E come potrei? Sai benis- simo che sei il mio unico amico. E sai che ti sono affezionato piú che a chiunque altro. Sai anche che ero molto solo e che, se ti perdo, perderò l'unico amico di cui possa fidarmi. Come potrei vergognarmi di te, se tutta la scuola è al corrente della nostra amicizia, se siamo sempre assieme? E adesso vieni fuori con questa storia! Come osi accusarmi di una cosa simile? » « Ti credo » gli risposi. « Credo a tutto quello che hai detto. Ma perché ieri eri cosí diverso? Avresti potuto rivolgermi la parola per un solo istante, dandomi atto di avermi riconosciuto. Non mi aspettavo molto: un saluto, un sorriso, un cenno della mano sarebbero stati sufficienti. Konradin, tu sei un altro in presenza dei tuoi genitori! Perché non hai voluto che li conoscessi? Dopotutto tu conosci mio padre e mia madre. Dimmi la verità. Dev'esserci una ragione se non mi hai presentato, ma l'unica a cui posso pensare è il timore che io riesca loro sgradito. » Ebbe un attimo si esitazione. « D'accordo » disse poi. « Vuoi la verità e l'avrai. Come hai intuito, non ho osato presentarti. Ma la ragione non è quella che pensi. Essa è molto piú semplice e piú sgrade- vole. Mia madre appartiene a un'importante famiglia polacca di origine reale e odia gli ebrei. Per secoli e secoli la gente come lei ha ritenuto gli ebrei indegni di qualsiasi considerazione, inferiori ai servi, la feccia della terra, una razza di intoccabili, insomma. E mia madre non solo detesta gli ebrei, ma li teme, anche se non ne ha mai conosciuto uno. Se stesse per morire e non ci fosse nessuno, tranne tuo padre, in grado di salvarla, dubito che si deciderebbe a chiamarlo. Vedi, Hans, mia madre non accetterà mai l'idea di conoscerti. Senza coniare che è gelosa di te perché tu, un ebreo, hai saputo conquistare l'affetto di suo figlio. Secondo lei, il fatto che mi si veda con te costituisce una macchia per il nome glorioso degli Hohenfels. E poi ti teme. E convinta che tu non solo abbia minato la mia fede religiosa, ma sia al servizio del giudaismo internazionale, il che per lei è come dire comunismo. Insomma, mi crede vittima delle tue infernali macchinazioni. Non devi ridere, lei fa sul serio. Ho cercato di discuterne, mautto quello che sono riuscito a cavarle è stato: "Mio povero ragazzo, non ti accorgi che sei già nelle loro mani? Hai iniziato a parlare corne un ebreo". Se vuoi tutta la verità, ti dirò anche che ho dovuto lottare per ogni ora passata con te ma c'è di peggio. Se ho preferito non volgerti la parola, ieri sera, è stato solo per evitarti un'umiliazione. No, caro amico, non hai diritto di rimproverarmi, nessun diritto, te lo garantisco. » Fissai negli occhi Konradin che, al pari di me, era molto turbato. « E tuo padre? » balbettai. « Oh, mio padre! Be', per lui è diverso. Mio padre si disinteressa delle persone con cui sto. Per lui un Hohenfels sarà sempre un Hohen- fels, ovunque sia e chiunque frequenti. Forse se tu fossi una ragazza sarebbe diverso. Probabilmente ti accuserebbe di volermi incastrare e la cosa non gli andrebbe affatto. Certo, se la ragazza in questione fosse immensamente ricca potrebbe, dico potrebbe, pensare all'eventualità di un matrimonio, ma anche in questc caso non credo che oserebbe urtare i sentimenti di mia madre. Sai, è ancora molto innamorato di lei. » Fino a quel momento era riuscito a non perdere la calma, ma tutt'a un tratto, travolto dall'emozione, gridò: « Non guardarmi con quegli occhi da cane ferito! Non sono responsabile di quello che pensano i miei genitori. Oppure credi che sia colpa mia? Vuoi forse accusarmi di tutti i mali del mondo? Non ti sembra che sia arrivato il momento di crescere di smetterla di sognare e di affrontare la realtà? » Dopo questo sfogo, si placo. « Mio caro Hans » disse con grande dolcezza, « accettami come sono stato fatto da Dio e da circostanze indipendenti dalla mia volontà. Ho cercato di nasconderti la verità, ma avrei dovuto sapere che non potevo imbrogliarti a lungo. Chissà, forse sarebbe stato meglio se te ne avessi parlato prima, ma sono un codardo e non ne ho avuto il coraggio. Eppure non credo di essere l'unico responsabile; non è facile essere all'altezza del tuo concetto di amicizia! Ti aspetti troppo dai comuni mortali, mio caro Hans, cerca, quindi, di capirmi e perdonarmi e, ti prego, non togliermi la tua amicizia. » Gli diedi la mano, senza osare di guardarlo negli occhi, per timore che uno dei due potesse scoppiare a piangere. Dopotutto avevamo solo 516 1 517 sedici anni. Con gesto lento Konradin richiuse il cancello di ferro che mi separava dal suo mondo. Sapevamo entrambi che non avrei piú oltre- passato quel confine e che la casa degli Hohenfels non si sarebbe piú aperta ad accogliermi. Konradin si awiò piano verso l'edificio, bussò e la porta si aprí senza far rumore. Si voltò e agitò la mano in segno di saluto, ma io non lo ricambiai. I grifoni, con i loro becchi adunchi e gli artigli simili a falci, mi guardavano dall'alto del cancello su cui si ergeva, trionfale, lo stemma degli Hohenfels. Konradin non mi invitò piú a casa sua e io accolsi con riconoscenza questa sua delicatezza. Continuammo a frequentarci come se niente fosse successo e lui venne ancora a trovare mia madre, anche se meno frequentemente di prima. Ma sapevamo che le cose erano ormai cambiate e che quell'episodio era l'inizio della fine della nostra amicizia e dell'adolescenza. 10 ELA FINE non tardò molto a venire. Il vento che aveva cominciato a soffiare dall'est raggiunse anche la Svevia. La sua forza crebbe fino a raggiungere l'intensità di un tornado e non si placò che dodici anni dopo, quando Stoccarda era stata distrutta per tre quarti, la medie- vale Ulm non era piú che un ammasso di rovine e Heilbronn un cimitero in cui avevano lasciato la vita dodicimila persone. Tornato a scuola dopo le vacanze estive, che avevo trascorso in Sviz- zera con i miei genitori, scoprii che, per la prima volta dopo la guerra mondiale, la dura realtà era penetrata all'interno del liceo Karl Alexan- der. Fino a quel momento, la scuola era stata un tempio di studi classici, in cui scarsa importanza avevano la tecnologia e la politica. Omero e Orazio, Euripide e Virgilio contavano ancora, in quelle mura, piú di tutti gli inventori e i padroni temporanei del mondo. Nemmeno noi, comunque, potevamo piú ignorare gli eventi che andavano svolgendosi fuori dal sacro tempio. La città era invasa da enormi manifesti rossi che si scagliavano contro Versailles e gli ebrei. I muri erano deturpati da svastiche e dal simbolo della falce e martello, e lunghi cortei di disoccupati sfilavano di continuo per le strade. Ma, non appena ci ritrovavamo all'interno del nostro liceo, il tempo si fermava e la tradizione riprendeva il sopravvento. Alla metà di settembre arrivò Herr Pompetzki, il nuovo professore di storia. Veniva da una località tra Danzica e Konigsberg ed era forse il primo prussiano che avesse mai insegnato da noi; la sua pronuncia aspra e dal tono secco suonava strana alle orecchie degli studenti, abituati alla cadenza e alle vocali aperte del dialetto svevo. « Signori » esordí all'inizio della lezione, « c'è storia e storia. C'è la storia contenuta nei vostri libri e quella che lo sarà tra poco. Sapete tutto della prima, ma nulla della seconda perché alcune potenze oscure, di cui mi auguro di potervi parlare presto, hanno tutto l'interesse a tenervela nascosta. Per il momento, però, mi limiterò ad accennarvene in linea generale. « Queste "potenze oscure" come le ho chiamate, sono all'opera ovunque, in America, in Germania, ma soprattutto in Russia e, abil- mente camuffate, stanno influenzando il nostro stile di vita, minando i nostri principi morali e il nostro retaggio nazionale. "A quale retaggio si riferisce?" mi chiederete. "Di cosa sta parlando?" Signori, non vi sem- bra incredibile che dobbiate rivolgermi una domanda del genere? Che non abbiate mai sentito parlare del dono inestimabile che abbiamo ricevuto? « Ebbene, ora vi spiegherò ciò che questo retaggio ha significato negli ultimi tremila anni. Verso il 1800 a.C. un gruppo di tribú ariane, i Dori, fece la sua comparsa in Grecia. Fino a quell'epoca la Grecia, Paese povero e montuoso, abbibato da popolazioni di razza inferiore, era rima- sta immersa nel sonno dell'impotenza. Patria di barbari, senza passato e senza futuro. Ma poco dopo l'arrivo degli ariani il quadro mutò comple- tamente finché, come tutti sappiamo, la Grecia fiorí, fino a trasformarsi nella civiltà piú fulgida della storia dell'umanità. « E ora facciamo un salto in avanti. Tutti avete sentito parlare del periodo di oscurantismo che seguí la caduta dell'Impero romano. Si tratterebbe dunque solo di un caso se il Rinascimento ha avuto inizio poco dopo la calata in Italia degli imperatori germanici? O non è piú probabile che sia stato il sangue tedesco a rendere nuovamente fertile la terra d'Italia, che era sterile dalla caduta di Roma? E dunque da consi- derare una coincidenza che le due massime civiltà del mondo siano sbocciate subito dopo l'arrivo degli ariani? » Proseguí su questo tono per un'ora intera. Evitò accuratamente di dare un nome alle "potenze oscure", ma tutti sapevamo a chi si riferiva, tanto che, appena uscito, si scatenò una violenta discussione, a cui io, tuttavia, rimasi estraneo. La maggior parte dei miei compagni era con- vinta che avesse detto un mucchio di idiozie. « E la civiltà cinese, allora? » tuonò Frank. « E gli arabi? E gli incas? Chissà se ha mai sentito parlare di Ravenna, quest'imbecille. » Ma alcuni, soprattutto i meno brillanti, sostennero che le sue idee non erano del tutto prive di valore. Come spiegare altrimenti la mi- 518 1 519 steriosa ascesa della Grecia, verificatasi poco dopo l'arrivo dei Dori? Ma, qualunque fosse la nostra opinione su Pompetzki e le sue teorie, la sua presenza cambiò da un giorno all'altro l'atmosfera della scuola. Fino a quel momento non mi ero mai trovato a dover affrontare un'animosità superiore a quella che si manifesta di solito tra ragazzi che hanno interessi diversi e appartengono a varie classi sociali. Nessuno aveva delle opinioni precise al mio riguardo e mai ero incorso in feno- meni di intolleranza religiosa o razziale. Ma una mattina, arrivato a scuola, udii, oltre la porta chiusa della classe, un suono di voci impe- gnate in un'accanita discussione. Non riuscii a distinguere altro che "gli ebrei", ma il termine ricorreva come una cantilena ed era impossibile fraintendere la passione con cui veniva pronunciato. Aprii la porta e la discussione si interruppe bruscamente. Sei o sette ragazzi erano riuniti in crocchio e, quando entrai, mi fissarono come se non mi avessero mai visto prima. Cinque di loro se la squagliarono, raggiungendo i rispettivi banchi, ma gli altri due - uno era Bollacher, l'inventore del nomignolo "Castore e Pollack", che non mi rivolgeva piú la parola da un mese, e l'altro era Schulz, uno zoticone violento dal peso di ben settantasei chili - mi guardarono dritto negli occhi. Bollacher sogghignò, producendosi in quella stupida smorfia di supe- riorità che assumono alcuni quando, allo zoo, si trovano davanti alla gabbia delle scimmie, e Schulz, tenendosi il naso come se avesse sentito una gran puzza, mi scrutò con espressione provocatoria. Ebbi un attimo di esitazione. Finalmente mi si presentava l'occasione di dare una lezione a quella testa di legno, ma capii che non sarebbe servito a migliorare la situazione. Troppo veleno si era ormai infiltrato nell'atmosfera della scuola. Mi diressi quindi al mio posto fingendo di dare un'occhiata ai compiti, come Konradin, d'altra parte, che sem- brava troppo impegnato per accorgersi di quello che stava accadendo. A questo punto Bollacher, incoraggiato dal fatto che non avevo raccolto la provocazione di Schulz, si precipitò verso di me. « Perché non te ne torni in Palestina? » urlò e, estraendo dalla tasca un foglietto di carta, lo leccò e lo appiccicò sul mio banco, proprio davanti a me. Sul foglio c'era scritto: "Gli ebrei hanno rovinato la Germania. Tedeschi, svegliatevi!" « Togli quella roba » gli ingiunsi. « Toglila da te. Bada, però: se lo fai ti spezzo le ossa a una a una. » Eravamo arrivati al dunque. Tutti i ragazzi, compreso Konradin, si alzarono per vedere cosa sarebbe successo. Questa volta ero troppo impaurito per esitare. Era vincere o morire. Colpii Bollacher sul viso piú forte che potei. Vacillò, poi mi restituí il colpo. Entrambi eravamo privi di qualsiasi tecnica e ci scagliavamo l'uno contro l'altro nell'igno- ranza totale di ogni regola... sí, ma era anche nazista contro ebreo e io mi battevo per la giusta causa. La mia appassionata consapevolezza non sarebbe stata sufficiente a farmi prevalere se Bollacher, nel tirarmi un pugno che io schivai, non fosse inciampato andando a incastrarsi tra due banchi nell'attimo stesso in cui Pompetzki entrava in classe. Bollacher si rialzò. Con le guance rigate da lacrime di umiliazione mi additò e disse: « E stato Schwarz a cominciare ». Pompetzki mi squadrò. « Perché hai aggredito Bollacher? » « Perché mi ha insultato » risposi, tremando per la rabbia. « Dawero? E cosa ti ha detto? » si informò Pompetzki. « Mi ha detto di tornare in Palestina. » « Ah, capisco » commentò il professore con un sorriso. « Ma non si tratta di un insulto, caro Schwarz! E un buon consiglio, un consiglio d'amico. E adesso sedetevi, tutti e due. Se volete prendervi a pugni, fatelo pure, ma fuori di qui. E tu, Bollacher, ricorda che devi essere paziente. Presto tutti i nostri problemi saranno risolti. E adesso tor- niamo alla nostra lezione di storia. » Quando, al sopraggiungere della sera, venne il momento di tornare a casa, attesi che tutti se ne fossero andati. Nutrivo ancora una debole speranza che lui fosse rimasto ad aspettarmi, che mi avrebbe aiutato e consolato in quel momento di disperazione. Ma quando uscii, la strada era fredda e vuota come una spiaggia in una giornata d'inverno. Da allora lo evitai. Sapevo che il farsi vedere con me avrebbe costi- tuito per lui motivo di imbarazzo e pensai che mi sarebbe stato ricono- scente per la mia decisione. Ormai ero solo. Nessuno mi rivolgeva piú la parola. Nemmeno Max Muscolo, che aveva preso a portare una piccola svastica d'argento sulla giacca, mi chiedeva piú di esibirmi di fronte agli altri. Persino i vecchi professori parevano essersi dimenticati di me. Non me ne dolevo. Il lungo e crudele processo che mi avrebbe portato a perdere le mie radici era iniziato e già le luci che avevano guidato il mio cammino si stavano affievolendo. UN GIORNO, all'inizio di dicembre, mio padre mi convocò nel suo studio. Era invecchiato negli ultimi sei mesi e sembrava che avesse qualche difficoltà a respirare. « Siediti, Hans, voglio parlarti. Ciò che sto per dirti costituirà per te un grosso colpo. Tua madre e io abbiamo deciso di mandarti in America almeno momentaneamente, finché la tempesta non si sarà calmata. s2n 1 521 « Abbiamo a New York dei parenti che si prenderanno cura di te e faranno in modo che tu possa andare all'università. Siamo convinti che questa sia la soluzione migliore. Non mi hai mai parlato di ciò che succede a scuola, ma immagino che non deve essere stato facile per te. All'univer- sità sarebbe ancor peggio. Oh! Questa separazione non durerà a lungo! Il nostro popolo tornerà a ragionare nel giro di qualche anno. « Quanto a tua madre e a me, abbiamo deciso di rimanere. Questa è la nostra patria, la terra in cui siamo nati e a cui apparteniamo e non permetteremo che nessun bastardo di austriaco ce la sottragga. Sono troppo vecchio per mutare le mie abitudini, mentre tu sei giovane e hai tutta la vita davanti. Ti prego di non fare obiezioni, di non discutere, per non renderci tutto ancor piú difficile. E ora, per l'amor di Dio, ti prego di non parlare per un po'. » E cosí fu deciso. Lasciai la scuola a Natale e il 19 gennaio, circa un anno dopo che Konradin era entrato nella mia vita, partii per l'America. Prima della partenza ricevetti due lettere. La prima, in versi, era il prodotto degli sforsi tonglunti di Bollacher e di Schulv: Piccolo Yid - vogliamo dirti addio Che tu raggiunga all'inferno i senza dio. Piccolo Yid - ma dove te ne andrai? Nel Paese da cui non si torna giammai? Piccolo Yid - non farti piú vedere Se vuoi crepare con le ossa intere. La seconda, invece, diceva: Mio caro Hans, questa è una lettera difficile. Prima di tutto voglio dirti quanto mi dispiaccia che tu stia per partire per l'America. Non dev'essere facile per te, che ami tanto la Germania, ricominciare una nuova vita in un Paese con cui né io né te abbiamo niente in comune e mi immagino l'amarezza e l'infelicità che devi provare. Tuttavia, questa è la solu- zione piú saggia, date le circostanze. La Germania di domani sarà diversa da quella che abbiamo cono- sciuto. Sarà una nazione nuova, guidata da un uomo che deciderà del nostro fato e di quello di tutto il mondo per i prossimi cento anni. So che resterai sconvolto nell'apprendere che io credo in que- st'uomo. Lui solo è in grado di salvare il nostro amato Paese dal materialismo e dal comunismo, e grazie a lui la Germania potrà ritro- vare l'ascendente morale che ha perduto per colpa della sua follia. So bene che non sei d'accordo, ma non vedo altra speranza per noi. La nostra scelta è tra Stalin e Hitler e, tra i due, preferisco Hitler. La sua personalità, la sincerità del suo intento, mi ha colpito come non avrei mai creduto possibile. L'ho incontrato di recente a Monaco, dove mi ero recato con mia madre. Esteriormente è un ometto insignificante, ma appena lo si ascolta parlare si viene travolti dalla forza della sua convinzione, daUa sua volontà di ferro, dalla sua intensità e dalla perspicacia quasi profe- tica di cui è dotato. Quando lo lasciammo, mia madre era in lacrime e continuava a ripetere: "E Dio che ce l'ha mandato". Non so dirti quanto mi addolori il fatto che, almeno temporanea- mente, non ci sarà posto per te in questa Nuova C;ermania. Ma non vedo ragione perché tu non possa tornare in futuro. La Germania ha bisogno di uomini come te, e io sono convinto che il Fuhrer non solo è perfettamente in grado, ma è anche desideroso di operare una scelta tra gli ebrei di valore e gli indesiderabili. Mi raUegro che i tuoi genitori abbiano deciso di restare. Nessuno li molesterà, naturalmente, ed essi potranno vivere e morire qui, in pace e in serenità. Forse un giorno i nostri cammini si incroceranno di nuovo. Mi ricorderò sempre di te, caro Hans! Hai avuto una grande influenza su di me. Mi hai insegnato a pensare e a dubitare e, attraverso il dubbio, a ritrovare Gesú Cristo, nostro Signore e salvatore. n tuo affezionato, Konradin v.H. E cosí me ne andai in America, dove vivo ormai da trent'anni. Quando arrivai, terminai gli studi superiori e poi mi iscrissi a Har- vard, alla facoltà di legge. La sola idea mi ripugnava. Volevo diventare un poeta, ma il cugino di mio padre non era disposto ad ascoltare simili sciocchezze. « La poesia, la poesia » diceva. « Credi di essere un secondo Schiller? Sai quanto guadagna un poeta? Prima studia legge. Poi, nel tempo libero, potrai scrivere tutte le poesie che vorrai. » E cosí studiai legge. A venticinque anni divenni avvocato e sposai una ragazza di Boston da cui ho avuto un figlio. Nel mio mestiere me la sono cavata piuttosto bene, anzi, molti sarebbero disposti ad affermare che sono un uomo di successo. In apparenza non si potrebbe dare loro torto. Ho tutto quello che ci vuole: un appartamento che si affaccia sul Central Park, delle automo- bili, una casa di campagna, senza contare che sono socio di parecchi club ebraici e via dicendo. Ma io non la penso cosí. Non ho mai fatto Si trattava, comunque, di giovani con cui ero stato per anni, che un tempo erano stati vivi e pieni di speranza, che avevano riso e sofferto al pari di me. "FRANK, Kurt." Sí, lui lo ricordavo. Era uno dei tre membri del "Caviale", un bravo ragazzo. Mi dispiaceva che fosse morto. "MULLER, Hugo, caduto in Africa." Anche lui me lo ricordavo. Chiusi gli occhi e dalla mia memoria emerse, simile a un dagherrotipo sbiadito, l'immagine vaga e indistinta di un ragazzo biondo con le fossette. Ed era morto. Poveretto. Non fu questo il commento che feci leggendo "BOLLACHER, morto, sepoltura ignota." Se c'era qualcuno (e sottolineo se) che meritava di morire, questi era lui. E lo stesso valeva per Schulz. Oh, entrambi si stagliavano nella mia memoria e nemmeno la loro poesia avevo dimen- ticato. Come cominciava? Piccolo Yid - vogliamo dirti addio Che tu raggiunga all'inferno i senza dio. Eccome se si erano meritati di morire, sempre che qualcuno se lo meritasse. Esaminai l'intera lista, saltando a pié pari tutti i nomi che iniziavano per H e, giunto alla fine, scoprii che ben trentasei sui quaran- tasei studenti che componevano la mia classe avevano perso la vita. Deposi l'opuscolo e attesi. Aspettai dieci minuti, poi mezz'ora, senza lasciare con lo sguardo quelle pagine stampate che erano emerse dall'in- ferno del mio passato, per turbare la pace del mio spirito, riesumando ciò che con tanto sforzo avevo cercato di dimenticare. Lavoricchiai, feci qualche telefonata, dettai un paio di lettere, senza riuscire a buttare via l'appello, né a trovare il coraggio di cercare l'unico nome che mi ossessionava. Decisi finalmente di distruggere quell'oggetto atroce. Volevo vera- mente sapere? Ne avevo davvero bisogno? Che importanza poteva avere che fosse vivo o morto, visto che, comunque, non l'avrei piú rivisto? Ma ne ero proprio sicuro? Era dawero impossibile che la porta di casa si aprisse per farlo entrare? E non stavo già, in quello stesso istante, tendendo l'orecchio per cogliere il suo passo? Afferrai l'opu- scolo con l'intenzione di stracciarlo ma, all'ultimo momento, mi trat- tenni. Facendomi forza quasi tremando, lo aprii alla lettera H e lessi: "VON HOHENFELS, Konradin, implicato nel complotto per uccidere Hitler. Giustiziato." Notizie sull'autore 1, FRED UHLMAN Nato nel 1901 a Stoccarda, in una famiglia benestante di commercianti di cotone, Fred Uhlman esercitò per breve tempo nella sua città la pro- fessione di avvocato, ma, essendo socialdemocratico ed ebreo, nonché difensore di molti dissidenti politici non ebbe vita facile all'avvento dei nazismo e dovette espatriare. Riparato a Parigi nel 1933, fece diversi mestieri - fra cui il mercante d'arte e il commerciante di pesci esotici per acquari - iniziando tutta- via, nel clima ricco di fermenti cul- - - turali della capitale francese, anche quell'attività che lo avrebbe accompa- gnato per tutta la vita: quella di pittore. Recatosi in Spagna nel 1936, vi incontrò la ventiquattrenne Diana Croft, figlia di un importante membro del parlamento britannico, e innamoratosi di lei, la sposò pochi mesi dopo in Inghilterra, paese che designò come sua patria d'elezione e dove rimase fino alla morte awenuta pochi anni fa, nel 1985. Se Uhlman riuscí a scampare alla follia antisemita, lo stesso non accadde ai suoi familiari, i quali perirono tutti nell'Olocausto: i genitori finirono nelle camere a gas di Theresienstadt e la sorella si gettò con il figlio sotto un treno diretto ad Auschwitz. Questi terribili avvenimenti e, in genere, l'immane tragedia degli ebrei, segnarono profondamente Uhlman, il quale, durante la guerra, si adoperò costantemente in favore dei perseguitati del nazismo (attorno al 1940 fondò in Inghilterra una Lega per i Profughi Tedeschi). Inoltre, il tema del dramma della Germania - terra da lui enormemente amata - affiora in tutti i suoi scritti che, seppur non numerosi, sono dotati di un alto valore letterario, morale e civile. Oltre a quel piccolo capolavoro che è L'amico ritrovato, l'autore diede alle stampe altri due racconti (Niente resurrezioni, per favore e Un'anima non vile, pubblicati da Guanda) e un'autobiografia, Storia di un uomo (Feltrinelli). Scrisse i suoi testi in inglese, quasi in segno di riconoscenza per il paese che gli aveva ridato dignità umana. La fama eluse Uhlman mentre era in vita e gli arriderà solo postuma, in seguito al grande successo ottenuto recentemente da L'amico ritrovato, che è diventato un best-seller e ha ispirato un film campione d'incassi. "La mia ambizione" dichiarò l'autore prima di morire, "è di lanciare un libro di qualità che mi sopravviva. Si può soprawivere con un solo libro". fine.