GIOVANNI VIGNOLA. ARDUINO D'IVREA: PERCHE' L'ITALIA NON HA AVUTO IL SUO RE. San Benigno Canavese è un piccolo centro agricolo-industriale di circa 1.300 abitanti, situato a 19 chilometri da Torino lungo l'autostrada che collega il capoluogo piemontese con la valle d'Aosta. La coltura di cereali e foraggi, il ricco patrimonio zootecnico, la pioppicoltura, costituiscono la base delle risorse agricole. L'industria è rappresentata da due officine metalmeccaniche, una fabbrica di compensati e altri stabilimenti minori per la lavorazione del legno. Ma i giovani, come i giovani di tutti i paesi, preferiscono occuparsi nelle industrie e abbandonare i campi. Naturali poli di attrazione le grandi fabbriche di Torino e di Chivasso. Ma San Benigno Canavese non avrebbe interessato questa storia se nel 998 il famoso abate Guglielmo da Volpiano non vi avesse iniziato la costruzione dell'altrettanto famosa abbazia cluniacense di Fruttuaria, la cui opera fu portata a termine in cinque anni di duro e instancabile lavoro. Così la storia del paese si confuse con quella dell'abbazia. Largamente beneficata da imperatori e pontefici, come era uso in quei tempi, con privilegi, donazioni e immunità, estese i suoi domini su molte terre viciniori, tanto da costituire quasi uno stato a sè nel cuore del Piemonte, finchè i suoi beni non furono riscattati e incorporati dai Savoia nel 1741. Della celebre abbazia, che il tempo ha corroso e gli uomini modificato, non rimane purtroppo che la torre campanaria, magnifico esempio di stile romanico che può darci una pallida idea della grandiosità della costruzione che doveva farle da cornice. Fu proprio alla porta di quell'abbazia che un giorno non precisato del settembre 1014 si presentò Arduino, marchese d'Ivrea e re d'Italia. Gli facevano seguito pochi fedelissimi, ormai rassegnati alla sua irrevocabile decisione. Chiese di parlare con l'abate. Il seguito e i monaci si riunirono nella chiesa e aspettarono commossi. L'austero feudatario che aveva osato sfidare vescovi, imperatori e papi ascese all'altare accompagnato dall'abate. Quivi, in presenza di chi aveva tante volte offeso, e degli altri che con la stessa veemenza aveva a suo tempo difeso, depose davanti a Dio sull'altare la corona regia che gli era stata offerta e imposta sul capo a Pavia il 15 febbraio 1002 presenti i grandi feudatari italiani, fra l'entusiasmo delirante di tutta la popolazione. Poi con la stessa solennità e umiltà si tolse le insegne regie, si slacciò dal fianco la spada e, prostratosi a terra, chiese l'onore e il privilegio di indossare il rozzo saio benedettino. L'ultimo difensore del cosiddetto Regno italico indipendente contro il prepotere degli imperatori di Germania si era fatto monaco. Con quel suo atto egli dichiarava che la sua opera era definitivamente terminata. Eppure quindici anni prima aveva accolto con risa beffarde un'intimazione del genere da parte del papa Silvestro II, come aveva ignorato con altrettanta spavalderia la minaccia di scomunica che il predecessore di Silvestro, papa Gregorio V, gli aveva lanciato un anno prima. La lettera di papa Gregorio V, redatta in termini concisi e perentori, suonava press'a poco così: Gregorio vescovo, servo dei servi di Dio, a Arduino. Quale violento contro la fede cristiana tu non meriti nessuna benedizione. Abbiamo sentito, e per questo gravemente ci lamentiamo, come la santa chiesa eporediese abbia dovuto incorrere in danni intollerabili per le tue vessazioni! E dove tu abbia preso il latte della dottrina a medicamento dell'anima tua! Non inorridisci nell'estendere il veleno della persecuzione se non nella speranza di una diabolica ricompensa e poichè non temi di devastare con incendi tutta la regione. Infatti noi abbiamo per certo che tu sei stato tanto preso dall'istinto del male che ti diletterai nella persuasione di dover aggiungere iniquità a iniquità. Dunque, in nome dell'autorità apostolica, io ti comando: o di cessare immediatamente dai mali intrapresi rimediando ai peccati commessi, oppure senza alcun dubbio sappi che sarai colpito con la spada dell'anatema in occasione della Pasqua di Nostro Signore. La minacciata scomunica, a parte le considerazioni personali di Arduino, non andò ad effetto perchè il papa Gregorio V moriva in Roma il 18 febbraio del 999. E pare che la sua improvvisa dipartita fosse dovuta ad una somministrazione piuttosto abbondante di veleno propinatagli dai suoi numerosi nemici; fatto che, in considerazione dei costumi dei tempi, rientra nella più assoluta normalità. Ma la tranquillità di Arduino dura pochi mesi. Il successore di Gregorio, Silvestro II, riunisce in Roma un sinodo episcopale che emette nel maggio del 999 la seguente sentenza: Penitenza imposta ad Arduino, in Roma nella chiesa del beato Pietro apostolo, dal signore e papa Silvestro e dall'augusto imperatore Ottone III, emanata dai vescovi italiani cattolici riuniti in sinodo (anno 999). Sia noto a tutti che Arduino ha riconosciuto davanti al santo sinodo e in presenza del signore santissimo Silvestro e del nostro signore Ottone III, augusto imperatore dei Romani, e ancora davanti a tutti i vescovi ivi residenti, di essere stato a capo di quegli uomini che avevano ucciso il vescovo di Vercelli, Pietro, di essere stato presente alla sua uccisione, di aver ricondotto con sé gli assassini e di aver in seguito conservato dimestichezza con essi. Nello stesso tempo è stato appurato nel santo sinodo non doversi imporre una penitenza leggera per aver lo stesso partecipato a un così grave delitto, poichè, anche se egli non partecipò al delitto con le proprie mani, tuttavia fu causa della di lui morte come condottiero degli uccisori. Egli fu come Giuda il quale non catturò il Signore per crocifiggerlo, ma condusse gli altri, onde ne derivò la morte e per questo egli è dannato in eterno. Tuttavia, in questo, Giuda fu più benigno in quanto non fu più in dimestichezza con coloro che uccisero il Signore. Nello stesso tempo poichè egli ha confessato pubblicamente la sua colpa, il santo sinodo ha voluto imporgli la stessa penitenza come se egli avesse segretamente confessato di aver ucciso il vescovo di sua mano. Naturalmente, in primo luogo egli dovrà deporre le armi; non mangerà più carne; non darà bacio nè a uomo nè a donna; non vestirà lino; non dormirà più che due notti, se sano, nello stesso luogo; non riceverà il Corpo del Signore se non in morte; condurrà penitenza, dove nessuno possa offendere di coloro che avevano fatto sacramento contro di lui; oppure dovrà farsi monaco incontanente. Come si vede, la mano del Santo Sinodo era stata piuttosto pesante. Arduino obbedirà alla seconda ingiunzione dopo ben quindici anni indossando la veste monacale. Riguardo alla prima penitenza non era neppure da prendersi in considerazione, tanto era mostruosa la sua raffinata crudeltà. Significava essere messo al bando da Dio e dagli uomini. Ma che cosa aveva combinato questo marchese d'Ivrea per attirarsi i fulmini della Chiesa di Roma e l'inimicizia più irriducibile dell'imperatore? Di quali delitti si era macchiato se, nei suoi confronti, lo stesso Giuda poteva passare quasi per un galantuomo? La cosa era stata inizialmente molto semplice: si era messo in urto con i vescovi di Vercelli e d'Ivrea. Poi il fatto aveva assunto proporzioni che forse lo stesso marchese non aveva previsto. Il vescovo Pietro di Vercelli era una creatura di assoluta fiducia degli imperatori della Casa di Sassonia. Aveva ricevuto l'investitura imperiale della sede di Vercelli da Ottone II nel 978, aveva seguito lo stesso imperatore nella spedizione contro i Saraceni nell'Italia meridionale e aveva sopportato in Egitto ben otto anni di prigionia. Ritornato nella sua diocesi nel 990, si mette alacremente all'opera per ripristinare i privilegi vescovili caduti in disuso o usurpati dai vicini signorotti di campagna. In particolare la sua autorità si fa sentire nel mandamento di Caresana i cui abitanti, abituati ormai da lunghi anni al godimento di certe libertà, mal sopportano il ritorno al regime fiscale vescovile. Si tratta dell'esazione di dazi, gabelle, prestazioni, decime ed altre simili angherie che vanno ad arricchire la mensa della curia. La gente del luogo passa dalle lamentele alle proteste per culminare poi in aperta ribellione. Invocare l'aiuto di Arduino, naturale signore del paese, è la conseguenza più logica a cui possano arrivare i malvessati abitanti. Costui si limita, in un primo tempo, a invitare il vescovo Pietro a dar soddisfazione ai propri sudditi, ma i suoi reiterati appelli cadono nel vuoto. Allora è necessario venire ai ferri corti. Arduino raduna le sue milizie, le unisce ai contadini di Caresana e muove alla volta di Vercelli, ben deciso a ridurre il vescovo all'obbedienza. La città gli chiude le porte in faccia, ma l'assedio è di breve durata. Presa d'assalto, grazie anche all'aiuto fornitogli da due prelati della curia che non hanno in simpatia il loro vescovo, la città è messa a sacco, come era uso di quei tempi. Ruberie, incendi, assassini si succedono per alcuni giorni. Il vescovo Pietro è ferocemente ucciso proprio sulla piazza della cattedrale. Il suo cadavere viene bruciato e con esso la chiesa stessa e il palazzo vescovile. E' improbabile che Arduino abbia voluto deliberatamente giungere a tali eccessi. Quando una folla si scatena è troppo difficile mantenerne il controllo. Ma in fondo la punizione del vescovo ribelle era stata una lezione che avrebbe dovuto insegnare agli altri ad essere più prudenti. Oppure, come in realtà avvenne, a fare blocco comune contro un pericolo, che, se avesse preso piede, poteva scuotere la potenza ecclesiastica fin dalle fondamenta con conseguenze non immaginabili. Siamo nell'anno 996, data che coincide con la prima discesa in Italia dell'imperatore Ottone III. Il fatto che un vescovo, creatura fedelissima della Casa di Sassonia, fosse stato trucidato e la sue sede vescovile data alle fiamme, non poteva passare inosservato agli occhi del giovane imperatore che proseguiva nella politica filoepiscopale già praticata dai suoi predecessori. Nè la cosa poteva far piacere al nuovo papa Gregorio V, il quale altri non era che un cugino dello stesso imperatore che lo aveva seguito nel suo viaggio in Italia, un certo Brunone, appena ventitreenne, non completamente digiuno di affari ecclesiastici. Non fu difficile a Ottone III imporlo ai Romani come papa ed in cambio costoro lo incoronavano imperatore il 21 maggio del 996 con tutta la solennità e la pompa possibili. Gli affari si sarebbero messi male per Arduino, se il giovane imperatore non avesse dovuto riprendere la via della Germania subito dopo la cerimonia dell'incoronazione. Anche lassù i brandi feudatari non mancavano di creargli delle grane ed era necessario tenerli d'occhio. Ma non passano che poche settimane dalla partenza dell'imperatore che già in Roma scoppia una rivolta. Gregorio V per sua fortuna si trova a Pavia dove ha in animo di radunare un concilio. Nell'urbe, già da più di un decennio, la famiglia patrizia dei Crescenzi fa il buono e il cattivo tempo; depone papi e ne elegge a suo piacere (Giovanni XV è infatti figlio di un Crescenzio). Anche in questa occasione si ha l'elezione di un altro papa: Giovanni XVI. Gregorio V, dal suo comodo rifugio di Pavia, condanna, scomunica, anatemizza e intanto lancia disperati appelli di aiuto al suo imperiale cugino perchè si affretti a ridiscendere in Italia. Ciò avviene un anno dopo. Nel 998 imperatore e papa sono davanti alla porte di Roma, dove non trovano resistenza alcuna. La vendetta è spietata. L'antipapa ha le mani mozzate, la lingua strappata, gli occhi accecati e, così ridotto, viene abbandonato alla folla perchè lo finisca. Crescenzio, che aveva tentato di resistere, chiuso in Castel Sant'Angelo, viene preso, decapitato ed esposto sulle pendici di Monte Mario, insieme ad altri dodici compagni che hanno subito la stessa sorte. I Romani prendano esempio e cerchino di trarne le dovute conseguenze. Come si vede imperatore e papa avevano questioni ben più gravi da sistemare che non interessarsi dell'assassinio del vescovo di Vercelli. Ma non lo avevano dimenticato. E anche se per avventura ciò fosse accaduto, ci sarebbero stati altri ben disposti a ricordarlo loro nei termini più drastici e diffamatori. Si trattava di molti vescovi dell'Italia settentrionale, che si vedevano esposti al pericolo di fare la fine del povero Pietro di Vercelli. E avevano scelto il loro leader proprio nella tana del lupo, cioè in Varmondo, vescovo d'Ivrea, come colui che si sentiva più direttamente minacciato. Se Arduino non aveva tollerato soprusi e prepotenze nella sede episcopale di Vercelli, era tanto meno disposto a farlo nella sede del suo marchesato. Gli storici non sono concordi nello stabilire da quanto tempo Varmondo occupasse la sede d'Ivrea. Quello che è certo è che anche lui era una creatura devota alla Casa di Sassonia, come ebbe a dichiarare nel discorso tenuto in occasione della sua nomina: essere stato egli stesso elevato alla dignità vescovile per grazia del Divin Redentore e per concessione dell'Imperatore. Arduino, specie dopo i fatti di Vercelli, intensifica la sua ostilità contro il vescovo, ne limita i privilegi, impedisce l'estendersi delle sue possessioni terriere, anzi le riduce impadronendosene con la violenza. Infatti è la vastità dei possedimenti che può provocare i famosi brevetti o diplomi di immunità che gli imperatori concedono con tanta facilità ai dignitari ecclesiastici. Vale la pena di riportare integralmente un'allocuzione pronunciata da Varmondo, conservata in un codice membranaceo nell'Archivio della Cattedrale d'Ivrea e riportata da Cesare Violini nel suo libro Arduino d'Ivrea. Essa dice testualmente: Sappia la carità vostra, o fratelli miei, che un certo tale di nome Arduino, posponendo per consiglio diabolico le cristiane promesse fatte nel battesimo e la fede giurata a questa Santa Chiesa Eporediese, abbandonato il servizio di Dio e della Santa Chiesa, voltosi in apostasia ed al demonio, al quale e alle cui opere aveva rinunciato, non teme di dare il guasto e di derubare la vigna del Signore, cioè la Chiesa di lui, opprimendo e uccidendo i poverelli di Cristo, redenti col prezioso suo sangue, assiduamente rapinando le loro sostanze. Or dunque, perchè costui doveva essere figlio di questa Chiesa a noi commessa per volere di Dio, ed invece si è reso nemico e persecutore di quella; perchè rinato in essa per l'acqua e lo Spirito Santo, annoverato fra gli adottivi figlioli di Dio, egli con l'imitare il demonio si dimostrò figlio di questo, noi dobbiamo andar solleciti affinchè nessuna delle pecorelle nostre non vada in perdizione per la pastorale nostra negligenza, e non abbiamo poi a render conto di essa al Principe dei Pastori Gesù Cristo Signore Nostro nel tremendo giudizio, giusta quanto Egli stesso ne minaccia. Mandammo a lui un sacerdote nostro con lettere ammonitrici, una volta, due volte ed una terza, secondo i canoni, invitandolo ad emendazione, satisfazione e penitenza, e rimproverandolo con paterno affetto. Ma esso, purtroppo, con diabolica ostinazione disprezzò i nostri avvisi salutari; chè anzi, perdurando nella sua prima malizia, di giorno in giorno fa peggio e, imitatore di Giuliano l'Apostata, gonfio di superbia, sdegna di soddisfare alla Chiesa di Dio. Contro simili trasgressori e violatori della santa legge, e di quella pace che Gesu Cristo donò e lasciò ai suoi Discepoli, abbiamo precetti divini ed apostolici che ci prescrivono quello che dobbiamo fare di costoro. Infatti dice il Signore nel Vangelo: Se il fratel tuo è fornicatore, od omicida o ladro, non ti è lecito prender cibo con lui. Adempiendo pertanto i precetti divini ed apostolici, questo putrido membro, incapace di medicina, troncheremo dal corpo della Chiesa, col ferro della scomunica e di una terribile maledizione, affinchè le altre membra del corpo nostro da sì pestifero morbo non vengano avvelenate. Certamente un discorso del genere, così scarsamente improntato alla carità cristiana, in cui sacro e profano si mescolano in maniera così poco decorosa e in cui tutto è in difesa quasi esclusiva di un potere temporale, riesce ostico ad una mentalità moderna. Ma Arduino non doveva essere molto tranquillo di fronte alla minaccia di una scomunica che avrebbe impressionato enormemente l'animo religiosamente superstizioso dei suoi sudditi. Tollera persino che il vescovo lo rappresenti in una specie di messale nell'atto di vomitare un ripugnante diavoletto nero. E continua nella sua opera demolitrice del patrimonio vescovile incoraggiato dal favore popolare, che approfitta dei tumulti e dei disordini cittadini per arraffare qualche cosa dalle case dei ricchi prelati. La contesa dura negli anni 997 e 998, a volte sotterranea e altre volte con manifestazioni violente di piazza. Il papa Gregorio V, in tutt'altre faccende affaccendato, annulla l'atto di scomunica di Varmondo. Non vuole crearsi altri grossi fastidi nella Marca d'Ivrea. Ma il vescovo continua ad agitarsi. Cerca la collaborazione degli altri suoi colleghi vicini e lontani e invia al pontefice una nuova lamentela contro Arduino. Questa volta non ne è il solo firmatario. E poi in Italia si trova anche Ottone III che proprio in quell'anno 998 ha fatto vendetta dei Crescenzi in Roma, sbranato letteralmente l'antipapa e rimesso sulla cattedra di S. Pietro il devoto cugino Brunone, cioè Gregorio V. Il momento non potrebbe essere più propizio. Arduino è minacciato di anatema per la Pasqua del 999. La lamentela contro Arduino è redatta secondo lo stile pomposo dell'epoca in cui non si riesce a distinguere dove cessi l'adulazione e comincino una venerazione e un rispetto sentiti. Non si riesce neppure a comprendere chiaramente se i frequenti richiami alla fede cristiana facciano parte del costume o non abbiano piuttosto lo scopo di forzare la mano del pontefice in nome di un'autorita alla quale tutti sono tenuti a sottostare. Una cosa, invece, appare chiarissima, senza mezzi termini, e sono le accuse lanciate contro Arduino. Egli vi è descritto come un essere che nulla ha di umano, molto probabilmente senz'anima, bramoso soltanto di uccidere e distruggere gli spiriti e i corpi di tutti. E ce l'ha in maniera particolare coi sacerdoti del Signore che trucida bestialmente. Non sazio di infierire contro di loro con inaudite sevizie non si perita di bruciarne persino i cadaveri. Il riferimento all'uccisione del vescovo Pietro di Vercelli è evidente. E le accuse continuano col solito stile iperbolico; non si è mai visto nulla di simile, di così palesemente diabolico tanto da provar diletto soltanto nelle stragi e da compiacersi esclusivamente di delitti. Un vero demonio che ha preso sembianze umane! Ed era per questo che i vescovi scriventi si gettavano costernati ai piedi della Santità del Papa affinchè volesse con la sua pietà e misericordia discutere e consultarsi con loro tutti, allo scopo di trovare un rimedio che li liberasse da quell'uomo, che altri non era che un mostro infernale. A nulla erano valse le minacce di scomunica. Il male era così radicato nell'animo di Arduino che ormai non esisteva più alcuna possibilità di redenzione. Insomma, si chiedeva al papa di Roma di riunire un sinodo di vescovi, che prendesse in considerazione tutti gli avvenimenti e le accuse, per addivenire ad una condanna esemplare. Ciò non avrebbe soltanto riportato la pace nella marca d'Ivrea, ma sarebbe servito di monito agli altri feudatari che avessero voluto seguire la strada e i metodi del marchese d'Ivrea. Alcuni storici insistono nell'affermare che il comportamento di papa Gregorio fosse improntato nei confronti di Arduino da un senso di equità, ma un tale giudizio lascia luogo a non pochi sospetti. Aveva sì, per ben due volte, rifiutato di applicare la pena della scomunica richiesta con tanta insistenza dal vescovo Varmondo, ma sono note le condizioni precarie in cui veniva a trovarsi in quel tempo lo stesso pontefice, allontanato con la violenza dalla sua sede romana e mancante dell'appoggio morale e materiale del cugino imperatore. Del resto appare per lo meno dubbio che egli preferisse accordare la sua protezione ad un feudatario laico che si era posto in così netto contrasto con un membro della chiesa, col pericolo che un tale esempio prendesse piede anche nelle altre Marche. Una politica del genere era poi in aperto contrasto con quella praticata dai diversi Ottoni, i quali miravano a ridurre il potere dei grandi feudatari a favore dei vescovi, delle abbazie, dei monasteri, delle autorità ecclesiastiche in genere. Le motivazioni di una tale condotta avevano origini molto lontane. Tutto era cominciato con la dissoluzione del Sacro Romano Impero che Carlo Magno aveva restaurato quando nel fatidico Natale dell'800 aveva cinto la corona imperiale per mano di papa Leone. A Carlo piissimo augusto, coronato da Dio, pace e vittoria. Queste erano state le parole che avevano accompagnato la sacra investitura. Ma da quel giorno erano passati quasi due secoli. Il Sacro Romano Impero non era neanche più l'ombra di se stesso. Il feudalesimo, che ne aveva costituito inizialmente la forza, si era dimostrato col passare degli anni uno dei principali elementi di dissoluzione dell'impero stesso. E' un fenomeno che può trovare il suo riscontro, naturalmente in scala molto ridotta, nella scomparsa del latifondo nell'epoca moderna. Quello che oggi avviene o è avvenuto per rivoluzioni o riforme sociali, allora fu un processo che maturò dall'alto, quasi in maniera impercettibile prima, in forme man mano più clamorose poi. Il grande proprietario terriero si trova nell'impossibilità materiale di provvedere ad una conduzione adeguata dei suoi fondi. Gli conviene, perciò, spezzettarla e cederne la coltivazione e lo sfruttamento a lavoratori abili e fidati col sistema contrattuale che ritiene più opportuno: affitto, mezzadria, enfiteusi, ecc. Che altro si poteva fare di meglio per provvedere all'amministrazione di un impero che comprendeva tutta la Francia, i Paesi Bassi, la Germania, l'Austria, la Svizzera e buona parte dell'Italia? Dividere il territorio in grandi province secondo certi criteri geografici e affidarne il governo ad amici, parenti, persone fidate e devote. Questo sostanzialmente fu il feudalesimo: una nuova organizzazione politica, economica e sociale che sotto sotto nascondeva una grave lacuna, cioè la mancanza di una forte autorità centrale capace di imporre le sue leggi e di farle rispettare. In principio tutto corre liscio come l'olio. Il sistema si diffonde rapidamente dalla Francia alla Germania e all'Italia Si tratta di un vero e proprio contratto. Il sovrano concede una parte della sua terra, cioè il beneficio. Il beneficiato giura fedeltà al suo re, si dichiara homo suo, vassus suo (vassus è una parola di origine celtica che significa semplicemente servo) e il territorio concessogli gode del privilegio dell'immunità. Questa è l'essenza finale del contratto e significa che il re o il signore che concede il beneficio rinunziano a tutti i poteri politici di loro pertinenza in favore del fittavolo. Non è che questi riceva tutto senza nulla dare. Esiste anche una contropartita. Il vassallo, il feudatario, il beneficiato è obbligato a fornire al suo signore consilium et auxilium, cioè consiglio e aiuto. Specie quest'ultimo riveste particolare importanza. Si tratta di dargli man forte in caso di guerra con un certo numero di soldati, di ospitarlo ed onorarlo tutte le volte che gli farà visita o che dovrà attraversare il suo territorio (dovere di albergaria), di fornirgli somme di denaro in particolari occasioni, ecc. Il signore a sua volta gli doveva protezione contro eventuali nemici e aveva l'obbligo di rendergli giustizia in caso di contesa con i propri vicini. La cerimonia dell'investitura assumeva un carattere spiccatamente religioso e simbolico. Il vassallo, congiunte le mani, le deponeva in quelle del suo signore chiedendone la protezione e dichiarandosi homo suo. Gli giurava poi fedeltà sui Vangeli o su altre sacre reliquie. Riceveva come dono simbolico una zolla della sua terra, un mazzo di spighe, un cesto dei frutti locali. La cerimonia culminava con un reciproco bacio sulla bocca a suggello della conclusa alleanza per la vita e per la morte. Fulberto, vescovo di Chartres, scriveva al duca di Aquitania nel 1020 a proposito dei doveri e dei diritti feudali: Chi giura fedeltà al suo signore, deve sempre avere presenti queste sei cose: salvezza, sicurezza, onore, interesse, facilità, possibilità. Salvezza vuol dire che nessun danno deve patire il signore nel suo corpo. Sicurezza vuol dire che nessun danno deve patire la sua residenza, o i luoghi forti che la rendono sicura. Quanto all'onore, nulla deve essere fatto a danno della sua giustizia o di altre cose che riguardano il suo onore. Quanto all'interesse, nulla che possa nuocere ai suoi beni. Facilità e possibilità vuol dire che non si deve rendere difficile al signore il bene che facilmente si può fare, nè rendergli impossibile ciò che era possibile. Conviene al vassallo guardarsi dal mancare a queste norme; ma ciò non basta per essere meritevole del feudo. Infatti non basta astenersi dal male, ma bisogna anche fare il bene. Bisogna adunque che nelle sei cose sopraddette egli presti fedelmente consiglio ed aiuto al suo signore, se vuole parere degno del beneficio e degno della fede giurata. Anche il signore deve in tutte queste cose rendere la pari al suo vassallo. Se non lo farà, sarà giustamente chiamato malfido, e così pure il vassallo, se sarà convinto di perfidia e di spergiuro per avere mancato ad una di queste cose, come agente o come consenziente. Ma la lettera del vescovo di Chartres, per il fatto stesso che richiama alla mente di un duca i diritti e i doveri feudali, sta a indicare che essi erano già passati in gran parte nel dimenticatoio. Non ci voleva molto perchè questi grandi signori, in mancanza di un'autorità centrale che si facesse rispettare, acquistassero quell'autonomia e quell'indipendenza che più tardi re e imperatori cercheranno invano di limitare. Sono i successori di Carlo Magno, morto nell'814, che cominciano e seguitano a dare il cattivo esempio. Le rivalità, le lotte per la divisione dell'impero non si contano. Esse tornano soprattutto a beneficio dei grandi feudatari che si rendono sempre più indipendenti dal potere centrale. Re di Francia, d'Italia, di Germania servono soltanto per concedere privilegi nuovi, nuovi benefici, che vengono spesso a sanzionare situazioni di fatto già esistenti da tempo. Così è per il capitolare di Kiersy, concesso dall'imperatore Carlo il Calvo nell'877, con il quale si riconosce l'ereditarietà dei feudi maggiori. Se morirà un conte, dice il capitolare, e il figlio di lui si troverà in mezzo a noi, nostro figlio insieme agli altri nostri fedeli disponga perchè uno fra quelli che più erano vicini al defunto, insieme ai ministeriali della contea stessa e insieme al vescovo, governi la contea finchè sia riferito a noi... Se dopo la nostra morte qualcuno dei nostri fedeli per amore di Dio e per amore nostro vorrà rinunziare al secolo ed avrà un figlio o un parente prossimo atto a servire lo Stato, possa lasciare ad esso i suoi onori, come meglio gli piacerà. E' un po' il fenomeno moderno che tende a trasformare mezzadrie e affittanze in proprietà vere e proprie. Solamente che oggi il movimento segue la via inversa, cioè dal basso verso l'alto. E' un'aspirazione di molti, anzi di moltissimi. Allora si trattava di pochi nobili che volevano garantire potenza, prestigio e ricchezza ai membri della loro famiglia. Ma, come si suol dire, una ciliegia tira l'altra. Prima si prega, poi si pretende e infine ci si impone, anche con la forza, per piegare ai propri interessi la volontà del sovrano. Siamo appena arrivati all'armo 887, cioè solo 73 anni dopo la morte di Carlo Magno, quando i grandi feudatari si riuniscono a Tribur e costringono l'imperatore Carlo il Grosso a lasciare la corona e a ritirarsi in un convento. Ne avevano fatto di strada questi vassi che, con le mani congiunte nelle mani del loro re, giurando fedeltà sulle sacre reliquie, avevano suggellato il patto di eterna sudditanza col bacio reciproco sulla bocca! L'impero è bell'e liquidato. Non ne resterà che il nome e una corona il cui prestigio dipenderà dalla potenza militare che gli starà alle spalle. L'anarchia che succede alla deposizione di Carlo il Grosso è la più completa. Basterà elencare i regni a cui danno origine le forze centrifughe rappresentate dalle tendenze e dalle rivalità dei grandi feudatari. Sorgono così il regno di Francia, il regno di Borgogna, il regno di Provenza, il ducato di Lorena, il regno d'Italia, il regno di Germania. Ma sarebbe un'illusione pensare a quei domini come a un saldo possesso dei loro re. Spesso e volentieri l'autorità di questi non si estende che a poche miglia dalla capitale. I veri sovrani del territorio sono i signori feudali, che si limitano, quando lo fanno, a qualche omaggio formale verso il sovrano. Ma che se ne guardi bene dall'andare a mettere il naso nei loro affari! Il precedente della deposizione di Carlo il Grosso insegni come deve comportarsi un sovrano nei confronti dei suoi vassalli, che ancora amano definirsi tali non si sa se per beffa o per ironia. Ma se esiste in fisica una legge che si esprime in questi termini: Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, ciò vale anche per gli avvenimenti umani. Alla disgregazione dell'impero succede quella dei regni che si frantumano in tanti feudi. Il fenomeno è particolarmente precoce e vistoso in Italia. Grandi casate feudali affermano la loro incontrastata potenza nel Friuli, nella Marca d'Ivrea, nella Marca della Liguria orientale e occidentale, nella Toscana, nel ducato di Spoleto. Sono nomi celebri come gli Arduini, gli Aleramici, gli Obertenghi, i Canossa. C'è poi l'anacronistico esarcato di Ravenna, la Pentapoli, nominale residuo nell'Italia settentrionale dell'impero romano d'Oriente, che vive in continue lotte col papa di Roma. E Roma stessa, il Ducatus Romanus, nominalmente sotto il dominio pontificio, è praticamente preda delle famiglie patrizie che si contendono avidamente il potere non solo amministrativo ma anche religioso. L'Italia meridionale fa parte a sé. Ci sono i Bizantini, i Saraceni, i principati longobardi di Salerno e di Benevento. A nulla valgono gli sforzi bellici nè le trattative da parte degli imperatori per tentare una riunificazione col resto della penisola, almeno nominalmente Gli interessi sono troppo contrastanti. I signori del luogo si alleano con la massima indifferenza ora col nord, ora con l'oriente, ora col papa, ora coi Saraceni. Si mettono dalla parte del più forte, salvo poi a tradirlo non appena si delinei una vittoria troppo netta. Il che non accade soltanto nel meridione, ma nell'Italia intera dove per oltre sessant'anni regna la più indiscriminata anarchia. Un elenco dei nomi di coloro che furono od aspirarono al titolo di re d'Italia basterà a dare un'idea della situazione caotica in cui venne a trovarsi il paese: Dall'anno 888 abbiamo dunque Berengario I, Guido duca di Spoleto, Lamberto suo figlio, Arnoldo duca di Carinzia, Ludovico duca di Provenza, Rodolfo duca di Borgogna, Ugo di Provenza, Lotario, Berengario II e per ultimo Arduino d'Ivrea. Non è soltanto un caso che Berengario II, irriducibile avversario dell'imperatore Ottone I della casa di Sassonia e di tutti gli altri aspiranti stranieri alla corona d'Italia, fosse marchese d'Ivrea. Nominalmente egli fu re d'Italia dal 950 al 964, anno in cui fu costretto ad arrendersi nella rocca di Montefeltro, dopo aver sostenuto un assedio da parte delle truppe tedesche per la durata di circa due anni. Deportato in Germania con tutta la famiglia finiva colà miseramente i suoi giorni. Ma la marca d'Ivrea non aveva con questo finito di vivere, anzi con i successori di Berengario aveva continuato ad estendere i suoi domini. Essa occupava una posizione strategica di primo piano. Sbarrava le vie di accesso alla penisola dalle Alpi occidentali e, spingendo i suoi domini nella pianura padana, era anche pronta ad affrontare in campo aperto le forze tedesche che solitamente arrivavano in Italia per la via del Brennero. Comprendeva il territorio dell'attuale diocesi d'Ivrea, di Vercelli, di Novara, di Vigevano e quasi tutta la Lomellina, in un perimetro press'a poco delimitato a nord dalla catena delle Alpi, ad est dal fiume Ticino, ad ovest dal fiume Stura e a sud dalle città di Asti, Acqui e Tortona. Dice il Violini, nell'opera citata, che i signori d'Ivrea, tenuti in grande considerazione dagli altri feudatari sia Italiani che d'oltr'Alpe, erano sempre pronti a gettarsi nelle contese contro re e imperatori, facendola un po' da antesignani, da fomentatori di primo piano. Ma le cose cambiavano completamente quando si trattava di faccende riguardanti i propri territori. Quivi governavano secondo gli usi strettamente feudali, per cui la volontà del signore era l'unica legge alla quale si dovesse sottostare. Insomma, mentre predicavano la rivoluzione in casa d'altri, si guardavano bene da accettarne il minimo accenno in casa propria. E fatti del genere non si verificavano soltanto nel secolo decimo. La storia di tutti i tempi, anche la più recente, insegna che non vi è nulla di nuovo sotto il sole. Come Arduino sia giunto al marchesato d'Ivrea è una cosa piuttosto complicata, se si considera che suo padre, Dadone, era appena conte di Pombia, un piccolo villaggio situato nei pressi di Novara. Ma tutto risulterà più chiaro se si considera che la disgregazione succeduta al grande impero di Carlo Magno, non si era limitata ai regni di Francia, d'Italia, di Germania, di Borgogna, ecc. ma aveva investito gli stessi domini dei grandi feudatari. Il capitolare di Kiersy, che aveva sanzionato l'ereditarietà dei feudi, riduceva intere province allo stato di beni privati e soggette quindi a tutte le leggi e gli usi sulla successione. Ne conseguiva un naturale spezzettamento della proprietà a seconda del numero dei figli, i quali spesso e volentieri non si mostravano troppo condiscendenti nella divisione dei beni, con le conseguenze facilmente immaginabili di liti, contrasti, violenze, lotte a mano armata. I grandi feudatari, poi, sull'esempio dei loro re e imperatori, procedevano anche loro alla distribuzione di benefici. Ne erano destinatari parenti, amici, compagni d'arme che dovevano formare un nucleo particolarmente riconoscente e fedele, ad esclusiva garanzia del feudatario benefattore. Come il feudatario era legato da giuramento di fedeltà con l'imperatore, così erano legati a lui, ed a lui solamente, i nuovi beneficiati. Da questa prassi derivava tutta la gerarchia feudale dei vassalli, valvassori e valvassini, a seconda se il beneficio era di prima, di seconda o di terza mano. Ma, come si vedrà in seguito, il principio dell'ereditarietà del feudo che i grandi avevano strappato agli imperatori, ora pretendevano che non fosse esteso anche ai vassalli minori. E costoro, sull'esempio dei grandi che avevano mandato a quel paese i giuramenti di fedeltà prestati sulle sacre reliquie, ora pretendevano lo stesso diritto. Da qui altre complicazioni, altre lotte, altre guerre. Il grande feudatario, disposto a concedere benefici, voleva riservarsi il privilegio di toglierli a coloro che non si dimostravano troppo zelanti nel servirlo. Di Arduino d'Ivrea non si conosce con precisione neppure la data di nascita. Si presume che sia avvenuta nel decennio fra il 950 e il 960, piuttosto verso la fine del decennio stesso. Riguardo alla sua parentela con lo sfortunato Berengario II, pare che fosse da considerarsi un suo pronipote. Non si sa nulla della sua giovinezza trascorsa in gran parte presso il castello avito di Pombia e forse, come era uso di quei tempi, anche presso altre corti come quella del marchese di Torino, Arduino Glabrione, suo nonno materno. Non si può escludere, anche se non esiste documentazione, che abbia a lungo vissuto anche presso i signori d'Ivrea. Infatti il signore della Marca, Corrado Conone, trovandosi senza figli, chiede l'autorizzazione all'imperatore di Germania, Ottone I, di adottare come figlio, con diritto quindi di successione, lo stesso Arduino. Ora, di fronte a questo fatto, è completamente da escludere che una tale richiesta non sia stata fatta con precisa cognizione di causa. Corrado Conone doveva necessariamente conoscere le virtù, i meriti, il valore di colui che destinava a succedergli nel governo del marchesato, a parte le considerazioni sui tenui e lontani legami di parentela che li potevano unire. Così il nome di Arduino appare la prima volta nella storia nell'anno 989, come marchese d'Ivrea. Ed è probabile che proprio in quell'anno fosse venuto a mancare il padre adottivo, passato a miglior vita, dopo essersi assicurato un degno successore. Che Arduino faccia il suo ingresso nella storia come capo ideale del movimento antiepiscopale che si era venuto sviluppando nell'Italia settentrionale, non può fare meraviglia, specialmente se si considera il fatto che nel castello di Pombia egli aveva dovuto fare esperienza dei contrasti paterni col vicino vescovo di Novara. Egli era stato, per così dire, avviato all'opposizione contro i vescovi dagli avvenimenti vissuti e, psicologicamente parlando, da un'identificazione col padre, confermata e riforzata dal suo ardore giovanile. Il Vescovo di Novara aveva ottenuto nel 972 un diploma dall'imperatore Ottone I, che gli concedeva il privilegio dell'immunità dai conti di Pombia. Il diploma attribuiva al vescovo fra le altre cose una giurisdizione fino a quattro miglia dalla città, l'esercizio dei diritti fiscali, oltre a quello di costruire torri, castelli, aprire strade, costruire acquedotti. Gli abitanti compresi in tale territorio erano soggetti esclusivamente alla giustizia del vescovo, e nessun funzionario imperiale avrebbe potuto esercitare sul luogo qualche autorità. Il che significava che anche i signori di Pombia, quali funzionari dell'impero, ne erano esclusi. Che cosa poi fossero queste immunità concesse ai vescovi si può facilmente ricavare da documenti pervenutici. Già nel 783 Carlo Magno stesso ne aveva dato l'esempio con un diploma emanato da Worms, in favore della chiesa di Arezzo. Se ne riporta la traduzione libera dal latino, tratta dal volume di B. Barbadoro: La Storia nei Libri (vol. I, Il Medioevo): Carlo per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani. Se noi consentiamo volentieri alle petizioni che ci pervengono da parte dei sacerdoti e dei servi di Dio, e se in nome di lui le mandiamo ad effetto, in ciò noi esercitiamo una consuetudine regia e confidiamo che la concessione ci ottenga merito e valga alla stabilità del regno. Sia noto all'eccellenza di tutti i nostri fedeli tanto presenti quanto futuri, che il venerabile uomo Ariberto, vescovo della chiesa aretina, costruita in onore di S. Donato, si è rivolto alla nostra Clemenza ed ha chiesto alla nostra Serenità affinchè ci piacesse di confermare a quel santo luogo, con la nostra autorità, tutte le cose che già da lungo tempo appariscono appartenenti a quella Chiesa, cioè monasteri, ospizi, chiese battesimali, possessioni e quant'altro per vendite, permute e pie donazioni è oggi di sua pertinenza, nonché il monastero di San Benedetto entro le mura, già fondato da Cunemondo di buona memoria, già suo antecessore nella sede vescovile aretina. La quale petizione, per reverenza verso quel santo luogo, non abbiamo voluto respingere, anzi si sappia che, con atto di pietà, così la confermiamo. Pertanto, risultando che la detta casa di San Donato possiede le predette cose da lungo tempo e legalmente, comandiamo e ordiniamo che da qui innanzi il predetto vescovo Ariberto, ed i suoi successori, possano tenere e possedere le cose di cui trattasi. E nessuno dei nostri fedeli, ora e in avvenire, presuma d'inquietare il vescovo e i successori nelle predette cose, o di generare calunnia contro di loro; anzi, in questi e nei futuri tempi, concorrano all'incremento di quella casa di Dio. Affinchè questa disposizione rimanga più salda, e se ne conservi il ricordo, abbiamo decretato di corroborarla, nella sottoscrizione, col segno della nostra mano e di sigillarla con l'impronta del nostro anello. Signum manus Caroli gloriosissimi regis. Ma dal 783 al 962 sono passati ben 179 anni. Quanti di questi diplomi sono stati rilasciati? Quante migliaia di vescovi hanno ricevuto simili benefici? A fianco della potenza feudale laica si va formando una potenza ecclesiastica. La rivalità fra i due campi doveva un giorno o l'altro esplodere in maniera clamorosa e in campo aperto. E la lotta tra il potere laico e il potere ecclesiastico non sarà una cosa di breve momento. La legge Siccardi, ministro di grazia e giustizia del governo piemontese, è del 1850. Con essa viene abolito il foro ecclesiastico e il diritto d'asilo. Nel 1855 vengono aboliti tutti gli Ordini religiosi che non abbiano compiti di predicazione, di educazione e di assistenza. I loro beni sono incamerati dallo stato. Nel 1870 è la fine del potere temporale dei papi. Sono passati mille anni, anzi circa 1100 dal diploma rilasciato da Carlo Magno alla chiesa aretina. Ci sono delle questioni in cui pare che la storia non abbia molta fretta di arrivare ad una soluzione. Si è accennato alla data del 962 perchè essa coincide con l'incoronazione imperiale di Ottone I di Sassonia, avvenuta in due tempi; prima in Aquisgrana come re di Germania e poi a Roma come imperatore per mano del papa Giovanni XII. E' in quell'occasione che Ottone I dimostra la sua prodigalità nei confronti della Chiesa. Il diploma d'immunità rilasciato al vescovo di Reggio Emilia vale la pena di essere messo a confronto con quello concesso da Carlo Magno al vescovo di Arezzo ben 179 anni prima. I privilegi, le concessioni, le immunità, i diritti sono ampiamente descritti, chiariti e ben specificati; segni tutti questi dell'evoluzione sociale ed economica che quasi due secoli hanno apportato nelle popolazioni italiche. Ciò che appare strano, e nello stesso tempo molto significativo, è il fatto che fu proprio il conte di Modena e Reggio a intercedere presso l'imperatore per il rilascio di questo diploma. Di fronte all'invadenza del vescovo, che oltre a farla ormai da padrone nella città minacciava quotidianamente di estendere i suoi domini ben più lontano, il povero conte tentò di ottenere una delimitazione della giurisdizione vescovile. In poche parole di salvare il salvabile. Il diploma, che porta la data del 20 aprile 962, inizia con l'usuale preambolo: Nel nome di nostro signore Gesù Cristo, Dio Eterno, Ottone per divina provvidenza imperatore augusto. E dopo aver ritenuto cosa degna e altamente meritoria porgere orecchio ed esaudire i voti espressi dai rettori della Chiesa di Dio, passa ad elencare i diritti che vengono conferiti al reverendo vescovo Ermenaldo, che con tanta pastorale cura sovrintende alla Santa Chiesa di Reggio. L'elenco è lunghissimo e minuzioso. Gli vengono affidate tutte le terre della contea per un raggio di quattro miglia oltre il fossato che circonda la città con tutte le pubbliche funzioni inerenti all'amministrazione delle terre stesse. Gli affida, inoltre, la potestà di deliberare e di decidere sulle cose e le famiglie sia del clero che dei chierici e di tutti gli altri uomini che a qualunque titolo abitino nel territorio predetto. Lo autorizza a prendere le disposizioni che crederà opportune sulle terre, le vigne, i campi, i prati, i pascoli, i boschi, le piantagioni di alberi da frutto e no, sulle isole, sui luoghi di pesca, sulle saline, sui molini, sui corsi delle acque. Vi aggiunge il diritto di esigere imposte, in particolare il teloneo che costituiva una delle tante esosità del mondo feudale, che merita una sia pur breve illustrazione. Il teloneo era una tassa che era passata dal mondo romano a quello barbarico con un aggravio notevole di voci che trovano la loro perfetta corrispondenza nel mondo di oggi. Si potrebbe tradurre con una sola parola, cioè dazio, ma le sottigliezze della burocrazia non finiscono lì. C'è il dazio che si paga ai confini che è preferibile chiamare dogana, c'è quello che si paga all'ingresso del territori comunali a cui viene aggiunta la parola consumo o meglio addirittura cambiata la denominazione in Imposta di consumo. Poi c'è l'Imposta Generale sull'Entrata (I.G.E.), le tasse sulla circolazione, le imposte di licenza, di fabbricazione e chi più ne ha più ne metta. Il teloneo era tutto questo: si pagava per transitare sulle strade, sui fiumi, sui ponti, per sbarcare merci o imbarcárle. Si distingueva l'imposta a seconda dello stato della strada seguita e del mezzo di trasporto usato: se con carri, con animali da soma oppure a piedi. Anche le vie d'acqua avevano le loro brave sottigliezze: altro era scaricare su di una riva qualunque, altro se ci si serviva di un porto, altro ancora se si gettava l'ancora o no. Tutta questa sottile arte di depredare il prossimo era giustificata dai bisogni di manutenzione e di costruzione di opere di pubblica utilità, ma in realtà assomigliava moltissimo ai nostri pedaggi sulle autostrade che servono in definitiva ad arricchire le società costruttrici. E' naturale, quindi, che un tale sistema fiscale ottenesse come effetto un rallentamento degli scambi e che il feudo tendesse all'autarchia. Al feudatario, dunque, erano riservate tutte le iniziative industriali come la molitura del grano, quella delle olive, la tessitura, la produzione del vino, ecc. Poichè il corso della moneta era piuttosto scarso e precario, si preferiva, ai fini fiscali, prelevare una certa parte del prodotto finito, che andava così ad alimentare feudatari, vassalli, vescovi e tutta la gerarchia che li circondava per la loro sicurezza e per le loro esigenze amministrative. Ma per finire il discorso sul diploma d'immunità rilasciato al vescovo di Reggio Emilia, si dovrà aggiungere che egli era altresì autorizzato a scegliersi i propri funzionari. I quali avrebbero esercitato la propria autorità per il bene del vescovo e del clero, senza subire molestia o rifiuto da qualsiasi persona. Che, infine, qualsivoglia funzionario imperiale, o duca, o marchese, o conte si guardasse bene dall'intervenire nelle cose della chiesa, nè per prelevare imposte, nè per citare in giudizio, pignorare beni, o molestare persone, si trattasse di uomini liberi come di servi od ancelle. E per chiunque avesse osato infrangere tali privilegi ecco la pena: cento libbre di oro di ottima qualità da versarsi per metà all'imperatore e per metà al vescovo. L'autorità concessa attraverso questi diplomi era dunque totale. Letto il contenuto di uno se ne conosce la sostanza di tutti. Se fosse esistita la stampa o un semplice ciclostilo, si sarebbe potuto risparmiare molta fatica agli amanuensi costretti dalla generosità imperiale a copiare e ricopiare fino alla noia sempre le stesse cose. Unica variante il nome del vescovo, della città e della chiesa. E infine il sigillo imperiale. Ma questa era una fatica che non era di loro spettanza. Arduino d'Ivrea passa, dunque, ben sette anni al governo del suo marchesato senza palesare, almeno con gesti vistosi, la sua ostilità verso i vescovi, o meglio verso l'estendersi scandaloso delle loro pretese immunitarie. E ciò anche per la semplice ragione che, per il momento, nessun imperatore o re aveva concesso particolari benefici ai vescovi della sua marca, esclusione fatta per la diocesi di Novara nel 972. Memore di quanto era accaduto al padre, a quel tempo ancora conte di Pombia, il nuovo marchese non ha bisogno che gli si pestino troppo i calli per farlo andare su tutte le furie. Si è visto il suo comportamento col vescovo Pietro di Vercelli (996) le sue lotte contro Varmondo d'Ivrea (997-98) e il suo scontro con Leone, nuovo vescovo di Vercelli nel 999. La nomina di questo personaggio alla sede di Sant'Eusebio in Vercelli era stata un vero e proprio atto di ostilità intenzionale verso Arduino; una vera e propria sfida. La minacciata scomunica da parte di Gregorio V per la Pasqua del 999 era andata in fumo per l'improvvisa morte del papa. Ma, naturalmente col beneplacito di Ottone III, sale sulla Cattedra di S. Pietro il monaco Gerberto, già arcivescovo di Reims prima e di Ravenna poi, intimo amico sia del papa defunto che del vivente imperatore. Come monaco era portato al fanatismo. La chiesa era, secondo lui, la più alta autorità spirituale e temporale della terra. I suoi diritti sacrosanti, inalienabili ed eterni. Uno dei suoi primi atti come pontefice, col nome di Silvestro II, è quello di nominare il nuovo vescovo di Vercelli, la cui sede si era resa proprio in quel tempo vacante. La scelta cade su di un monaco di nome Leone, la cui carriera è tutto un programma. Ha vissuto fino allora alla corte imperiale, dove ha ricoperto successivamente le cariche di arcidiacono e di giudice di palazzo. Una creatura dell'imperatore; ecco tutto. E la nomina è accompagnata da uno dei soliti, pedanti, burocratici diplomi d'immunità per la sua chiesa, che porta la data del 7 maggio 999. Si vuol vedere fino a che punto potrà spingersi l'audacia del marchese d'Ivrea, ora che è posto di fronte ad un uomo del prestigio e della forza di Leone. Questi, appena giunto in sede, non perde tempo e si accorda subito con Varmondo d'Ivrea, allo scopo di concertare non soltanto un piano di difesa ma anche di attacco contro Arduino. Il marchese questa volta, di fronte alla coalizione dei due potenti prelati, è incerto; forse ha paura di ricorrere alla violenza. Oppure, prima di passare all'azione, vuol tentare la via della legalità. Le leggi feudali imponevano che, in caso di contrasti fra grandi feudatari, ci si presentasse davanti al sovrano, cui spettava di diritto giudicare della contesa. L'imperatore Ottone III si trova a Roma in allegra compagnia e dimestichezza coll'ex- arcidiacono e giudice di palazzo, Silvestro II. Quale occasione migliore per l'ingenuo Arduino per presentarsi alle due supreme autorità, esporre le sue ragioni e far valere i suoi diritti? Decidere la partenza, affidare il governo della Marca al primogenito Ardicino e porsi in cammino per Roma con un buon seguito di nobili è tutt'uno. Ma il vescovo Leone e il collega Varmondo lo hanno già preceduto coi loro intrighi, che trovano presso la corte romana un'eco più che favorevole. E' giunto il momento di infliggere una dura lezione al superbo marchese che viene ingenuamente a cacciarsi nella tana del lupo. E' appena arrivato nella città che viene perentoriamente invitato a comparire davanti ad un sinodo episcopale per rendere conto del suo comportamento nei confronti dei vescovi di Vercelli e d'Ivrea, e soprattutto a giustificarsi dell'assassinio del Vescovo Pietro. Il fatto, accaduto tre anni prima, era stato ignorato da pontefici e imperatori, ma non dimenticato. Ora costituisce il primo e più grave atto di accusa. Arduino, che si presenta, nelle sue intenzioni, come parte offesa, si trova di colpo a dover sostenere quella di imputato. I suoi tentativi di difesa davanti al Sinodo appaiono puerili, inutili, anzi dannosi, poiché ogni sua ragione viene interpretata a suo danno piuttosto che a sua discolpa. La sentenza è già scontata. Si tratta di un tribunale speciale per la difesa dello stato il cui primo dovere è quello di condannare. E se no, che senso avrebbe la difesa dello stato? La sentenza ci è nota. Penitenza imposta ad Arduino, in Roma nella chiesa del Beato Pietro apostolo, in presenza ecc. ecc. Pensare che Arduino rimanesse indifferente di fronte a una tale inaspettata conclusione non sarebbe umano. Certamente durante il viaggio di ritorno a Ivrea, maturano in lui delle decisioni e la prima per importanza è quella di non eseguire la sentenza del Sinodo. Comportarsi come se nulla fosse accaduto è troppo poco. Confortato dall'appoggio dei suoi fedeli ed in perfetto accordo col figlio, il quale, a suo onore, non tiene conto alcuno del codicillo aggiunto alla sentenza che lo nomina successore del padre, seduta stante Arduino decide di vendicarsi aspramente e di Varmondo e di Leone. Aiutato dai secundi milites costringe i due vescovi a levare i tacchi in tutta fretta dalle loro diocesi e ad andarsene in esilio. Ma chi erano questi secundi milites che prestavano man forte al marchese nelle sue lotte antiepiscopali? E quali interessi difendevano per impugnare le armi e correre i rischi della guerra? Intanto, per chiarire chi fossero questi uomini, bisogna rifarsi ancora una volta al mondo feudale e alla sua gerarchia: grandi feudatari o principi, capitani, valvassori, valvassini. I Grandi avevano già ottenuto implicitamente nel capitolare di Kiersy (877) non soltanto l'inamovibilità dal beneficio ma anche la trasmissione ai loro discendenti del beneficio stesso per eredità. Ma i minori, quelli che venivano ai secondi posti, ai terzi, agli ultimi, malgrado le loro agitazioni, le loro proteste, i loro scioperi, non erano ancora arrivati a tanto. Il pericolo del licenziamento incombeva sempre su di loro, anche senza il motivo della giusta causa. Queste loro rivendicazioni sindacali erano già sul tappeto da tempo e i feudatari sotto sotto le osteggiavano perchè non desideravano affatto che i loro feudi subissero la sorte dei regni. Finché la distribuzione degli incarichi, cioè l'assunzione della mano d'opera rimaneva un loro esclusivo diritto o capriccio, erano sempre in grado, licenziando gli inetti e gli infedeli, di garantirsi il servizio di una massa compatta e devota. La burocrazia dell'impero tendeva nella sua totalità non soltanto ad essere assunta in pianta stabile, vale a dire a passare in ruolo, ma ad assicurarsi che la loro posizione fosse trasmessa in eredità da padre in figlio. I concorsi allora non erano di moda. Il feudalesimo era un legame tra uomo e uomo e ciò bastava per amministrare, non importa se bene o male. Chiunque era investito di una carica più o meno importante aveva il diritto e il dovere di andare a cavallo armato alla pesante. E quello era un segno, non soltanto esteriore, della sua autorità, perché uno spadone tagliente che pendeva al fianco doveva avere l'effetto di un mitra nelle mani di un poliziotto. Senza contare poi che anche il più modesto valvassino, custode di mura o di castelli sperduti nella vastità del feudo, non usava mai mostrarsi solo, bensì sempre accompagnato da un seguito al pari di lui armato alla pesante. Era dal codazzo di armati, più o meno numeroso, che si poteva indovinare il suo rango. E il numero era anche proporzionato all'entità delle gabelle che il funzionario riusciva a spremere dal suo beneficio. Maggiori entrate, maggiori aiutanti, quindi maggior sicurezza. Come si vede, la potenza di un uomo è sempre stata in definitiva commisurata alle sue disponibilità finanziarie. E queste sono sempre fornite, in un modo o in un altro, dal popolo che lavora. La denominazione di primi milites, cioè di primi soldati, spettava di diritto ai grandi feudatari (duchi, marchesi, conti) che avevano ricevuto l'investitura direttamente dai re o dagli imperatori. La denominazione, invece, di secundi milites, cioè soldati di second'ordine, era riservata a quei vassalli che avevano ricevuto l'investitura di un beneficio minore da parte di grandi feudatari. Il grande industriale, con un complesso ristretto di collaboratori, impianta la sua azienda, ma non si preoccupa poi della scelta della mano d'opera. Questo è un compito riservato alle varie branche direzionali. I secondi militi erano tutta gente di campagna, nella quale risiedevano per dovere d'ufficio. Che si trattasse della custodia di un ponte, di un porto, di una strada o del mantenere in efficienza un torrione, un fortilizio, un castello, la loro dislocazione era sempre fuori della città. Il loro servizio era svolto in nome del conte, del marchese, del duca che risiedeva nella sua roccaforte più o meno lontana. Nel suo nome, sì, ma non nel suo esclusivo interesse, in quanto questi secundi milites miravano prima di tutto ad accumulare ricchezze per conto loro, anche in previsione di un eventuale possibile licenziamento. Era questa spada di Damocle sospesa sul loro capo il motivo fondamentale delle loro inquietudini e delle loro agitazioni. Come si spiega allora che appoggiassero l'opera di Arduino, nelle sue lotte contro i vescovi, se il marchese d'Ivrea apparteneva a quella categoria di grandi che osteggiavano palesemente le rivendicazioni di questi funzionari di second'ordine? I motivi possono essere tanti, ma è certo che in quell'occasione Arduino dimostrò delle qualità non comuni come agitatore sindacale, se riuscì a strumentalizzare per i suoi fini una categoria che gli doveva essere, almeno nell'intimo, decisamente ostile. Si pensa e si dice che egli sia riuscito innanzi tutto a convincere i secondi militi che l'estendersi dei privilegi e delle immunità vescovili non avrebbe arrecato loro altro che danno. E forse c'era in questo un fondo di verità, in quanto i vescovi sarebbero stati poco disposti a lasciare certi incarichi nelle mani di gente di nomina feudale. Ogni nuovo signore aveva la sua clientela da favorire, i suoi protetti da mettere a posto, i suoi parenti prossimi e remoti da soddisfare. Fin qui il pericolo era reale e, se non proprio incombente, almeno potenziale. Per quanto, invece, riguardava le rivendicazioni di categoria, Arduino deve aver fatto promesse che andavano molto al di là delle sue possibilità. Rendere stabili ed ereditarie le cariche e i benefici dei piccoli vassalli non era cosa che fosse in suo potere, almeno per quanto riguardava l'universalità del mondo feudale. Ma certamente promesse del genere deve averne fatte moltissime per il territorio della sua Marca. E questo gli bastava per radunare al suo seguito un discreto numero di armati, tanto da poter tradurre in atto le sue minacce e i suoi castighi contro chi lo aveva così duramente beffato. Che poi non tutti quelli che lo seguirono nelle sue prime imprese e in quelle successive prendessero per oro colato le sue promesse, dev'essere stato un fatto altrettanto ovvio. Ma fare qualche cosa nel senso e nella direzione delle loro rivendicazioni era meglio che non fare niente. Il problema non riguardava più soltanto la marca d'Ivrea. Che ci fosse un grande signore che in modo ufficiale prendesse la difesa dei loro diritti era già un gran passo avanti. La traduzione in legge, ad esempio, dei diritti dei lavoratori, sanciti dalla Costituzione Italiana nel 1946, ha impiegato 25 anni per arrivare in porto in qualche maniera. I 38 anni che passano dal 999 al 1037, data dell'emanazione della Constitutio de feudis da parte dell'imperatore Corrado II, appaiono pochi in confronto. Chi aveva seguito Arduino soltanto sulla fede di vaghe promesse, aveva l'onore e il piacere di vederle ora tradotte in realtà da una legge imperiale, chiamata Editto dei benefici del regno italico. Il documento è troppo interessante per essere passato sotto silenzio. Porta la data del 28 maggio 1037, a firma di Corrado II imperatore. (Testo di B. Barbadoro tradotto dal latino nell'opera citata.) In nome della Santa ed individua Trinità. Corrado, per grazia di Dio, augusto imperatore dei Romani. Vogliamo che sia noto ai fedeli nostri e della Chiesa di Dio, tanto ai presenti quanto ai futuri, che noi, per riconciliare gli animi dei grandi feudatari e dei valvassori, affinchè si ritrovino fra loro in concordia e affinchè con fedeltà e perseveranza ci siano devoti, comandiamo e ordiniamo: che nessun valvassore di vescovi, abati, abadesse, o marchesi, o conti, o di qualsiasi altro feudatario, il quale presentemente tiene, o tenne o fin qui ha ingiustamente tenuto qualche beneficio dei nostri pubblici beni o delle possessioni delle chiese (sia esso valvassore maggiore o soltanto milite di valvassore) possa essere privato del beneficio senza certa e convinta colpa, e se non in forza delle costituzioni dei nostri antecessori e del giudizio dei suoi pari. E fino a questo punto sembrerebbe che la perdita di un beneficio fosse rimessa, secondo l'uso feudale, ad un giudizio di condanna pronunziato da un'assemblea o sinodo di pari grado. Il che poteva prestarsi a collusioni, congiure, manovre più o meno lecite, come era avvenuto per il caso di Arduino. Ma sia per evitare questi casi, sia per rinforzare l'autorità dell'imperatore, di cui c'era tanto bisogno, l'editto così prosegue: Se verrà ad insorgere conflitto tra un grande feudatario ed un valvassore, anche nel caso che i pari di quest'ultimo abbiano giudicato che deve perdere il beneficio, ma egli dica che siffatta sentenza è stata data con ingiustizia e per odio, possa il valvassore tenersi il suo beneficio finchè il grande feudatario ed egli medesimo non siano venuti alla nostra presenza, e davanti a noi non sia definita con giustizia la lite. Nel caso poi che i pari del valvassore abbiano dissentito in giudizio dal grande feudatario, egli tenga ugualmente il suo beneficio fino a quando, insieme col feudatario e coi pari, non sia venuto al nostro cospetto. Sia che l'iniziativa del presentarsi a noi venga dal feudatario, sia che venga dal valvassore accusato, quegli che abbia preso la decisione di appellarsi debba notificarlo all'avversario sei settimane prima di mettersi in viaggio. Ciò si applica ai maggiori valvassori; quanto ai minori, la causa sia definita nel Regno davanti ai grandi feudatari e al nostro messo. Diritto d'appello per tutti, dunque, sia per i grandi che per i piccoli. La sentenza per essere definitiva, o per dirla in termini giuridici per passare in giudicato, deve avere il beneplacito dell'imperatore o di un suo delegato. Fino a quel momento nulla può essere cambiato. Ma il punto interessante della questione viene subito dopo: Ordiniamo inoltre che quando alcun valvassore, sia dei maggiori, sia dei minori, esca da questa vita, il figlio suo gli succeda nel beneficio. Questo era l'obbiettivo principale a cui si voleva giungere. Ed era lì bell'e formulato senza possibilità di equivoci. Ma per rendere più sicura la trasmissione ereditaria, l'editto prende in considerazione anche chi non ha figli. Al diritto di successione subentra un nipote, purchè sia figlio di un fratello del defunto. E se manca il nipote ci sarà pure un fratello, disposto ad assumere onori ed oneri derivanti dal beneficio stesso. Sempre a garanzia dei diritti dei vassalli minori l'editto così prosegue: Inoltre proibiamo in ogni modo che alcun grande feudatario presuma di far cambio o permuta o livello (cessione in godimento perpetuo di un terreno con l'obbligo di pagare un canone annuo) delle terre che costituiscono il beneficio dei suoi valvassori senza loro consenso. E di quei beni che costoro tengono, o per diritto di proprietà o per livello o per precaria (possesso di un bene altrui revocabile in qualsiasi momento da parte del titolare) nessuno ardisca ingiustamente spogliarli. Era di fatto un congelamento della situazione. Una specie di amnistia generale. Quello che era accaduto prima non era conveniente andarlo a rivangare. La vita nuova cominciava da quel preciso giorno. L'editto terminava con queste ingiunzioni: Il fodro che i nostri predecessori ebbero dai castelli, anche noi lo vogliamo; ma quello che essi non ebbero, in nessun modo noi pretendiamo. Chi contravvenga a questi precetti paghi una penale di cento libbre d'oro: la metà al nostro erario e la metà a colui che ha subito il danno. (Sia detto per inciso che il fodro consisteva inizialmente in prestazioni in natura, consistenti in ricovero e foraggio per i cavalli, dovute ai funzionari imperiali durante i loro viaggi attraverso i feudi; prestazione che fu poi sostituita da un corrispettivo in denaro. La parola deriva dal longobardo fodr che significa proprio foraggio. Certamente se imperatore e grandi feudatari fossero venuti a patti coi vassalli minori ai tempi delle prime alzate di capo di Arduino, lo scotto che avrebbero dovuto pagare sarebbe stato sicuramente molto minore. Si fa colpa ad Arduino di aver limitato la sua azione antivescovile ai due soli casi di Vercelli e d'Ivrea. Gli si fa colpa di non aver cercato intese con gli altri grandi feudatari: gli Aleramici, gli Obertenghi, gli Arduinici, i Canossa, che si dibattevano, su per giù, negli stessi problemi. Insomma lo si accusa di non aver saputo esportare le sue idee rivoluzionarie. E pensare che era unito a tutte quelle grandi famiglie da vincoli di parentela; fatto questo che avrebbe dovuto facilitare un'intesa. Ma i sessant'anni di anarchia in cui era caduta l'Italia, dalla deposizione di Carlo il Grosso (888) all'incoronazione di Ottone I (951) doveva avere insegnato qualche cosa a chi nutriva speranze di poter impunemente cingere la corona d'Italia. Sulla scena erano apparse e scomparse, in quel breve lasso di tempo, ben dieci figure più o meno scialbe di monarchi. E' una girandola di nomi che comincia con Berengario I, marchese del Friuli, che trova subito sulla sua strada un rivale, anzi due: Guido, duca di Spoleto, con il figlio Lamberto. Berengario è costretto a chiudersi nei suoi castelli del Friuli, in attesa di tempi migliori. Ma i duchi di Spoleto non hanno la vita facile perchè devono a loro volta lottare con un altro pretendente: Arnolfo di Carinzia. La morte di costui e quasi contemporaneamente quella dei duchi di Spoleto, permette a Berengario di uscire dai suoi rifugi, per riprendere il suo posto di re. Ma non ha neppure il tempo di sedersi sul trono che gli capita una grossa tegola fra capo e collo: l'invasione degli Ungari. Questa specie di barbari predano e devastano il Veneto, spingendosi in Lombardia fino al corso dell'Adda, dove le truppe di Berengario vengono duramente sconfitte. Contro un re così poco fortunato si fa avanti Ludovico di Provenza, che riceve la solita corona d'Italia insieme a quella imperiale. Ma Berengario, cessata l'invasione degli Ungari e procedendo nella politica di larghe concessioni alle grandi famiglie feudali, riesce a mettere fuori causa il rivale e a riprendersi le due corone. Ma il suo trionfo dura pochi anni. C'è un nuovo pretendente in Rodolfo di Borgogna, che riesce a far uccidere a tradimento Berengario in una chiesa di Verona nel 924. Rodolfo dura appena due anni ed è soppiantato da Ugo di Provenza, il quale riesce a mantenersi sul trono per ben vent'anni, alla fine dei quali deve abdicare in favore del figlio Lotario. Quest'ultimo viene fatto assassinare, si dice, da Berengario II d'Ivrea, che assume nel 950 il titolo di re d'Italia. A parte gli intrighi più o meno torbidi che si nascondono dietro questi fatti, i voltafaccia, i tradimenti, gli osanna e i crucifige che accompagnano i trionfi e le sconfitte dei vari pretendenti, alcuni fatti essenziali si fanno luce in mezzo a questo groviglio di avvenimenti. Il primo e il più evidente è la rivalità fra i grandi feudatari italiani. I quali, poi, italiani lo sono soltanto di nome, perché, di fatto, sono tutti di origine germanica o longobarda. Preferiscono i signori di Carinzia, di Borgogna, di Provenza a uno dei loro. Sono intenti esclusivamente ad ottenere nuovi benefici, nuove immunità, nuovi diplomi. Non importa chi sia il concessionario. E' la concessione che conta. E sfruttando abilmente le rivalità fra i vari contendenti si può ottenere il parecchio, di giolittiana memoria. Un secondo fatto, forse altrettanto decisivo per le sorti del Regno italico, è l'apparizione sulla scena politica della potenza della Chiesa precisamente impersonata nei suoi vescovi, piuttosto che nei suoi papi. La politica filoepiscopale aveva trovato i suoi più grandi sostenitori nella casa di Sassonia, a cominciare da Ottone I imperatore di Germania, o meglio re e imperatore del nuovo impero romano-germanico. Il regno di Ottone I, che ricevette l'appellativo di Grande, va dal 936 al 973. Se la sua personalità non fosse stata eccezionale non sarebbe riuscito a sfuggire alle varie congiure di palazzo, ordite contro di lui dal fratello Enrico e dal figlio Liudolfo. Invece di soccombere di fronte allo strapotere dei vari duchi di Baviera, Svevia, Franconia e Lorena riuscì non soltanto a dominarli ma a cacciare via gli infedeli sostituendoli con persone di fiducia. Minacciato ai confini orientali da Ungari e Slavi, ne esce fuori vittorioso imponendo vassallaggi, feudi, marche in territori in cui l'affermazione del cristianesimo, attraverso i vescovi, è la prima garanzia del consolidamento del suo predominio. L'anarchia feudale che regna in Italia e in Francia gli permetterà, in seguito, di intervenire anche negli affari interni di questi due paesi. La politica ottoniana in favore dei vescovi è sostanzialmente una politica antifeudale, cioè fatta a danno dei grandi feudatari. Oltre l'influenza religiosa che i vescovi esercitavano sulle nascenti città e che doveva essere notevole in considerazione del clima superstizioso medioevale, c'erano anche altri vantaggi. Un tempo l'elezione dei vescovi era stata un privilegio delle assemblee popolari e del clero, ma ora le cose non stavano più così. La popolazione, dedita ai suoi commerci che andavano rifiorendo, aveva ben altro da pensare. Accettava, senza guardar troppo per il sottile, il candidato che si presentava a nome di chi, in quel momento, rappresentava la forza politica predominante, fosse il papa, l'imperatore o il grande feudatario. Ora i privilegi, le immunità concesse alle diocesi avevano questo di particolare: che erano fatte alle Chiese e non alla persona del vescovo. Questo annullava di fatto ogni diritto di eredità. Non erano, dunque, i figli, i fratelli, i parenti a succedergli nel beneficio, in caso di morte o di deposizione del prelato, bensì il nuovo eletto. Il fatto permetteva naturalmente a imperatori e papi di scegliere persone di fiducia e funzionari sinceramente devoti. L'inizio di questa politica non poteva certamente prevedere le dure lotte che sarebbero scoppiate più tardi, cioè, appena un secolo dopo, la cosiddetta lotta per le investiture, in cui papi e imperatori si contenderanno in campo aperto il privilegio della nomina dei vescovi-conti. Era fatale che, prima o poi, le due maggiori autorità, quella spirituale e quella temporale, venissero a conflitto. La persona eletta o prescelta, doveva essere prima consacrata come vescovo e poi investita dell'autorità comitale, oppure viceversa? Il concordato di Worms (1122) mette fine alla rivalità fra i due poteri, stabilendo quanto segue. L'elezione del vescovo fu riservata al clero. L'investitura spirituale al pontefice e quella temporale all'imperatore. Al di qua delle Alpi la precedenza spettava al pontefice; al di là all'imperatore. Come dire che i vescovi tedeschi erano un privilegio imperiale e quelli italiani una riserva del papato. Ma i trattati, come affermò un giorno Bismark, erano soltanto dei pezzi di carta. Si rispettano finchè fa comodo. Quello di Worms seguì la stessa sorte. La rivalità fra i due poteri, anche se in forme diverse, è sempre di attualità. Certamente Ottone I e gli altri due Ottoni che gli succedettero non potevano immaginare che la loro ostilità verso il vecchio mondo feudale laico in favore della Chiesa avrebbe creato ai loro successori più grane di quante loro avessero dovuto sopportare. Per il momento le cose stavano così: appoggiarsi ai vescovi e cercare d'impadronirsi del papato, il quale era, per il momento, alla mercè del patriziato romano. E non soltanto di questo, in quanto i vicini marchesi di Toscana e i duchi di Spoleto rivaleggiavano per imporre la loro sovranità sul Lazio. I nomi di Guido di Toscana, di Marozia, dei Teofilatto, dei Crescenzi, di Alberico di Spoleto meriterebbero tutti una storia a parte. Il papato è nelle loro mani e tocca il fondo della decadenza e dell'abiezione. Alberico riesce ad assicurare la nomina del proprio figlio sulla cattedra di S. Pietro nel 955. Pare che il nuovo papa, Giovanni XII, non avesse più di 18 anni e gli storici del tempo lo definiscono uno svergognato giovinastro, perduto dietro una serie di femmine e giovanotti corrotti, sacrilego e simoniaco. Il giovanotto si lancia subito in imprese di conquista verso le terre dell'esarcato di Ravenna e verso l'Italia meridionale. Ma le sue affrettate imprese falliscono. Berengario II d'Ivrea, re d'Italia, lo guarda di mal occhio, e minaccia d'intervenire per porre freno all'ingordigia del giovane pontefice. Questi, contrariamente a quella che era stata la politica del patriziato romano e dei suoi predecessori, invia suoi messaggeri a chiedere aiuto a Ottone I di Germania. Anche questo fatto, che si ripeterà nella storia più e più volte, cioè quello di chiamare in aiuto sovrani stranieri in difesa del papato, sarà una delle cause non ultime di una mancata formazione di uno stato italiano indipendente. Ottone I è felicissimo di scendere in Italia nel 962. Le cose di Germania sembrano sistemate in maniera piuttosto solida. Così non era ancora nel 951, quando aveva fatto la sua prima visita a Pavia, in cui si era accontentato di prendere per sé la marca del Friuli e di pretendere da Berengario II d'Ivrea un nuovo giuramento di fedeltà. Prima dell'ingresso di Ottone in Roma, il papa Giovanni XII aveva richiesto all'imperatore un giuramento del seguente tenore: Io, Ottone Re, prometto e giuro a te Papa Giovanni che, se con l'aiuto di Dio entrerò in Roma, onorerò, secondo ogni mio potere, la Santa Chiesa Romana e te suo reggitore. Tu conserverai la vita e la dignità tua e nulla sarà fatto contro di te di mia iniziativa e col mio consenso. In Roma io non terrò alcun placito, nè farò cosa che possa riguardare te ed i Romani, senza il tuo consenso; e ciò che del dominio di S. Pietro verrà a mie mani, restituirò in potestà tua. A chiunque io sia per commettere il regno d'Italia, gli ordinerò di giurare che sia sempre tuo sostenitore e difenda il patrimonio di San Pietro con ogni suo forza. (Violini; opera citata). Solito premio per questo, la solita corona imperiale. Ma c'era nel giuramento anche qualche accenno a questioni d'ordine strettamente materiale che riguardavano il Patrimonio di S. Pietro. Questo comprendeva teoricamente il Lazio, la parte sud-ovest della Toscana, e, attraverso un piccolo corridoio nell'Umbria con Assisi e Perugia, dilagava nella Pentapoli oltre il Po fino a raggiungere l'Adige a nord, mentre, seguendo la dorsale degli Appennini, poneva i suoi confini press'a poco lungo il corso del fiume Secchia. Ma in realtà il dominio del papa, o meglio quello delle famiglie aristocratiche che lo amministravano in suo nome, si riduceva all'attuale Lazio, cui l'imperatore munifico aggiunse alcuni borghi e città tolte al duca di Spoleto. Inoltre riuscì a far scivolare nel contratto una clausola che passò alla storia col nome di Privilegium Othonis. Con essa si stabiliva che, per l'avvenire, nessuna persona avrebbe potuto ricevere la più alta carica della Chiesa, cioè il papato, senza che la stessa non avesse prestato prima nelle mani dei messi imperiali una specie di giuramento di fedeltà. Si ripristinava così quelle forma di omaggio feudale che Leone III, nella notte del Natale dell'800, aveva prestato a Carlo Magno, inginocchiandosi davanti a lui e adorandolo, dopo avergli posto sul capo la corona imperiale. Ottone I ebbe subito occasione di mettere in pratica il suo Privilegium. Allontanatosi da Roma per finirla una buona volta con Berengario II d'Ivrea, ecco che il papa Giovanni XII, forse pentito di essere caduto così miseramente nelle mani dell'imperatore di Germania, accoglie presso di sé Adalberto, figlio di Berengario stesso, e insieme a lui si mette a tramare contro Ottone. Altro che politica dei giri di valzer del secolo ventesimo! Ma Ottone ritorna come un fulmine a Roma. Il papa e il suo protetto fuggono nel meridione portandosi seco il tesoro di S. Pietro. L'imperatore non ha difficoltà a imporre un antipapa: Leone VIII. I Romani accettano di buon grado tutte le situazioni imposte con la forza. Salvo poi a ripensarci su non appena l'impositore si è allontanato, o appena si è acquietato. Ottone riparte circa un mese dopo e Giovanni XII fa subito ritorno, fra i dovuti entusiasmi della popolazione. L'antipapa Leone VIII, che tra l'altro era stato investito del titolo papale senza neppur essere stato ordinato sacerdote, è costretto a darsela a gambe. E l'altalena avrebbe persino un aspetto umoristico, se si potesse allontanare il pensiero che ogni sua oscillazione era accompagnata dal sangue e dalla vita di tante persone, che avrebbero certamente preferito essere lasciate in santa pace, ad attendere ai propri lavori sufficienti appena a sfamarli. Non si saprà mai che cosa spinse il Re Arduino a finire i suoi giorni, rivestito del saio monacale, nell'abbazia di Fruttuaria. Vi entrò in un giorno imprecisato del settembre 1014 e vi morì precisamente l'anno dopo, il 14 dicembre 1015. Pare che il suo fisico fosse minato da un morbo di natura non precisata che ne aveva fiaccato la volontà e la forza di proseguire nella lotta. E che questa si preannunziasse lunga, dura e feroce lo aveva esplicitamente dichiarato il nuovo Imperatore Enrico II che era succeduto al padre Ottone III, nel 1002. Purtroppo le cose in Italia erano andate come erano andate anche perchè i diversi Ottoni, ed ora il quarto re della casa di Sassonia, avevano dovuto spendere le loro migliori energie nel consolidamento del loro regno tedesco. In un primo tempo c'erano stati i grandi feudatari da far rigare diritto. Poi c'erano state le grandi riscosse slave, di Ungheria, di Polonia e di Moravia che avevano tentato di frenare quella spinta verso oriente, il Drang nach Osten, che fu il sogno di tutti i condottieri tedeschi, da Carlo Magno a Hitler. Pare che la strategia militare della Germania non abbia mutato di un filo nel corso di dieci secoli. La strategia classica di Alessandro Magno, di Cesare, di Napoleone: piombare sui nemici con la massima sorpresa possibile e batterli separatamente prima che riescano a congiungersi. Il Drang nach Osten, così decisamente condotto da Ottone I aveva subito un totale rallentamento, specialmente per la politica di Ottone III. Questi, sotto l'influenza della madre greca Teofane e imbevuto delle idee mistico-riformatrici predicate da S. Romualdo e S. Nilo, si era dedicato anima e corpo al compito della Renovatio Imperii. Sotto questa etichetta si nascondeva l'ambizione di una nuova ricostruzione dell'impero romano d'occidente, che aveva assunto le sue forme esteriori nella fastosa corte instaurata nel palazzo imperiale, appositamente costruito sul monte Aventino in Roma. Il sogno di riportare Roma alla grandezza di un tempo, come sede della suprema autorità spirituale e temporale, era un'utopia bella e buona, che poteva albergare soltanto nella mente di un giovane infatuato di ideali anacronistici. La nobiltà romana vedeva tutto questo come un attentato ai propri privilegi e il popolo mal tollerava la presenza di un imperatore tedesco, circondato da un seguito poco raccomandabile. E' nel 1001 che scoppia la rivolta. Non è da escludersi che emissari di Arduino abbiano contribuito a fomentare la riscossa popolare che costringe Ottone e il suo papa Silvestro II a fuggire dalla città in maniera precipitosa. Ma l'idea di una rivincita non lo abbandona. Ritiratosi in Toscana, riorganizza le sue forze e si dispone a riprendere la sua marcia su Roma. Ma una cruda fatalità tronca il suo sogno. Il 23 gennaio del 1002 una rapida malattia lo porta alla tomba presso il piccolo villaggio di Paterno. Ai suoi fedeli non rimane altro che caricarsi sulle spalle la sua salma e riprendere la via del nord. E quel che è peggio è che sono costretti molte volte ad aprirsi la via con le armi, in mezzo a popolazioni ostili. Infierire sui vinti è una cosa che fa comodo a tutti. Ma questa specie di divorzio che Ottone III aveva fatto dalla sua gente aveva avuto conseguenze disastrose per il regno di Germania. La spinta verso oriente aveva subito non soltanto un rallentamento, ma addirittura un'involuzione. La Polonia, guidata da Boleslao detto il Valente, aveva conquistato di fatto l'indipendenza ed estesa la propria sovranità anche sulla Moravia e sulla Boemia. Ci vorranno lunghi anni di guerre nel tentativo di ridurre all'obbedienza Slavi e Polacchi. Con la pace del 1018, Enrico II si vede costretto a riconoscere il regno di Polonia, accontentandosi di ridare l'indipendenza alla Boemia previo il solito omaggio feudale, ridotto ormai a un puro atto formale. Gli imperatori di Germania non si sono ancora resi conto quanto sia difficile mantenere il piede in due scarpe. E la scarpa italiana, in fondo, è quella che calza meno, che procura più calli e che obbliga chi la vuol portare per forza a zoppicare con maggiore o minore evidenza. Che la politica degli Ottoni non fosse riuscita di pieno gradimento ai signori italiani lo dimostra il fatto che la salma dell'imperatore era appena transitata dalla Lombardia che già Arduino d'Ivrea era proclamato re d'Italia con la dovuta solennità. I compiti fondamentali della dinastia sassone erano stati essenzialmente quattro. In Germania, il primo era consistito nel dominare la prepotenza dei feudatari, praticando una politica filoepiscopale con la creazione dei vescovi-conti; politica che si era poi estesa anche al regno d'Italia. Il secondo era stato quello di assoggettare i popoli turbolenti dell'est, che continuavano ad agitarsi alle frontiere, quali i Polacchi, gli Ungari e gli Slavi. Il terzo aveva avuto di mira l'affermazione dell'autorità imperiale sul papato. Il quarto, infine, aveva teso ad estendere il proprio dominio all'Italia meridionale. Il primo che aveva tentato l'avventura delle armi verso il sud era stato lo stesso Ottone I. In occasione della sua seconda discesa in Italia nel 966, procede con ordine alle seguenti operazioni. Rimette sul trono il suo papa Giovanni XIII che i Romani avevano regolarmente cacciato durante la sua assenza. Lo stesso papa, in segno di riconoscenza, impone sul capo al figlio, Ottone II, la corona reale e imperiale, consacrandone così in anticipo la successione. Poi col suo esercito, ben rifornito, riposato e rifocillato prova a fare una capatina verso la terra del sole. I duchi di Capua, di Benevento, di Salerno, considerata l'inutilità della loro resistenza, non hanno molte difficoltà a prestare omaggio feudale a questo tipo, il cui aspetto, come scrive lo storico tedesco Hellmann, sapeva incutere terrore. Non merita di attaccar briga con uno che, oltre ad essere circondato da un forte esercito, che sapeva incutere terrore quanto lui, si accontenta di poco, poco si trattiene e forse non si farà vedere mai più. E la sua passeggiata continua nelle Puglie e nella Calabria. Ciò preoccupa non poco l'imperatore bizantino, impegnato con tutti i suoi mezzi alla riscossa contro l'invadenza mussulmana. Gli conviene, suo malgrado, mandare lettere di tutto rispetto a Ottone, riconoscerne la dignità imperiale in occidente e consentire al matrimonio della principessa Teofane col giovane Ottone II. L'imparentarsi fra due case regnanti, o meglio fra due potenti casate, è sempre una questione che corrisponde a certe mire politiche. Si tratti di consolidare un'amicizia, di concludere un accordo, di porre fine a una rivalità, o, in tempi moderni, di addivenire ad un trust economico, all'unificazione di grandi aziende, all'accrescimento di beni patrimoniali; le motivazioni, in fondo, sono sempre le stesse. Ragioni plausibilissime allora come oggi. Unico fatto che non desti alcuna preoccupazione: la simpatia o l'amore fra i due futuri sposi. Oggi ci sono i mezzi per conoscersi, per frequentarsi, per accordarsi e anche per sperimentarsi. A quei tempi le cose erano ben diverse. Ai due sposi era sufficiente incontrarsi presso l'altare il giorno delle nozze, quando le trattative, condotte magari a loro insaputa, erano approdate a buon fine. E di trattative di genere concreto si era ben dovuto parlare per giungere alla conclusione del matrimonio. La principessa avrebbe avuto, in seguito, come dote, le due province meridionali, cioè la Calabria e le Puglie. Forse non c'era stato un impegno esplicito, ma la cosa doveva essere quasi certa. Ma a nozze avvenute, il buon imperatore di Bisanzio, Niceforo Foca, aveva pensato bene di non più parlarne e di lasciar le cose come stavano. Aveva condotto a buon fine le operazioni contro i mussulmani e ripreso il pieno dominio dei mari. Poteva anche permettersi il lusso di non mantenere la parola data, supposto che questo fosse avvenuto in un momento di stretto bisogno. Ottone II succede al padre nel 973. Il principio del suo regno è funestato dalla ribellione del duca di Baviera, il solito grande feudatario che aspirerebbe alla corona di Germania. La lotta per schiacciare il duca ribelle e punirlo come si deve è lunga e sanguinosa. Per questo deve disinteressarsi degli affari italiani fino al 980. Ma questi sette anni di lontananza bastano ai Romani per fare i loro comodi sotto la guida del nobile Crescenzio. Il primo gesto è sempre quello di scacciare il papa di nomina imperiale per sostituirlo con una persona di comodo. Ma quando Ottone II appare nelle vicinanze di Roma, al Crescenzio non resta che trovare rifugio in un monastero. Il papato è di nuovo in mano dell'imperatore tedesco. Il suo pensiero si volge ora verso il sud. A dire la verità egli si sente un po' gabbato dal suo matrimonio. Le terre promesse non arrivano. Perchè non approfittare delle lotte in corso fra Arabi e Bizantini per prendersi con le armi ciò che gli è dovuto? I duchi di Capua, di Benevento, di Salerno sono interessati anch'essi a combattere Saraceni e Bizantini. Anche se non c'è da confidare molto nel loro aiuto, c'è da sperare per lo meno in una benevola neutralità. Sulle prime la penetrazione nel sud gli riesce facilissima, ma un disgraziato giorno si incontra a Stilo, località della Calabria a una ventina di chilometri nell'interno dalla punta omonima, con una grossa colonna di mussulmani. Il combattimento, al quale per la cronaca partecipa anche il vescovo Pietro di Vercelli, si risolve in un disastro dal quale per miracolo riesce a scampare lo stesso imperatore. Forse fu la spedizione mal preparata, forse fu la mancata conoscenza dei luoghi, forse fu la ferocia e il modo di combattere dei Saraceni che contribuirono al disastro. Al vescovo Pietro toccheranno otto anni di prigionia in terra d'Egitto. La sorte gli riserverà una fine meno gloriosa: quella di venir assassinato dai seguaci di Arduino e il suo cadavere bruciato insieme al suo palazzo episcopale di Vercelli. L'imperatore sconfitto raggiunge Roma in preda a tutto il furore teutonico possibile, non sognando altro che la rivincita e deciso a metterla in atto al più presto. Ma la morte troncava il suo furore e i suoi propositi di vendetta. Aveva appena ventotto anni. L'erede, suo figlio, ne contava tre. La reggenza della madre Teofane e della nonna Adelaide durò ben tredici anni. Regno d'Italia e di Germania ripiombarono nell'anarchia, nel senso che feudatari laici e persino ecclesiastici furono lasciati in preda a se stessi, ai loro egoismi, alle loro rivalità, alle loro lotte, spesso anche cruente. I feudi si moltiplicarono, si moltiplicarono vassalli, valvassori e valvassini, si estesero le immunità spesso attraverso diplomi di dubbia autenticità e più spesso ancora per diritto del più forte. E' dell'imperatrice Adelaide il diploma che concede particolari benefici a Pietro di Vercelli sulla corte di Caresana, forse in premio del suo aiuto prestato nella battaglia di Stilo contro i Saraceni e per le sofferenze e i disagi sopportati durante la sua prigionia in Egitto. E sarà questo diploma l'origine dei contrasti con Arduino d'lvrea e quindi il primo anello di una catena di luttuosi avvenimenti. Ma lo stato di anarchia che si riscontra durante la reggenza di Adelaide e di Teofane non coincide col senso che si usa dare comunemente a questa parola, cioè disordine, confusione, caos. Ci sono situazioni in cui il termine anarchia, nel senso letterale di mancanza di comando, può tradursi in sviluppo di benefiche autonomie, di singolari iniziative sia economiche che sociali, in quanto l'anarchia centrale può produrre, come contraccolpo, un rinvigorirsi delle autonomie o meglio delle autarchie periferiche. Fra le ragioni che portarono alla meravigliosa fioritura della civiltà comunale, che dominò per due buoni secoli la vita di gran parte dell'Europa, c'è anche questo tipo di anarchia. La comunità, il popolo, proprio per mancanza di guida, è chiamato fatalmente, necessariamente, a partecipare alla risoluzione dei suoi problemi sociali. E ciò non avviene in maniera concorde, armonica, ma attraverso lotte di classi sociali diverse i cui interessi a volte coincidono a volte contrastano. I secundi milites hanno i loro interessi. I servi della gleba ne hanno altri; così i mercanti, gli artigiani, i cittadini, i campagnoli, i feudatari. Le forze contrapposte spesso si equivalgono. Non si può vivere continuamente con le armi al piede. Bisogna trovare un modus vivendi. In questo travaglio nascono i comuni. E il fenomeno ebbe il suo massimo splendore proprio in Italia, o meglio in quella parte d'Italia dove l'anarchia, nel senso di mancanza di autorità, fu più sentita, più gustata e più voluta. E' nel tentativo di restaurare l'autorità imperiale che Ottone III viene dichiarato maggiorenne nel 996, cioè all'età di appena sedici anni. Ma come si è detto, il rimedio si dimostrò peggiore del male. Il giovane Ottone III non aveva nessuna di quelle qualità necessarie per dominare la situazione. Prima di tutto gli mancava l'esperienza. In secondo luogo la sua indole fantasiosa e sognatrice si perdeva dietro cose irreali e più grandi di lui. Mamma e nonna pensarono che il matrimonio avrebbe giovato a far maturare il ragazzo. Quando si sposerà metterà la testa a posto, è una massima di sapienza popolare che doveva valere anche nel decimo secolo. Le due donne non perdono tempo. Si consultano con i grandi del regno e sono tutti concordi: la sposa bisogna cercarla e trovarla alla corte di Bisanzio. Questa volta interessi politici e interessi sentimentali coincidono. La madre Teofane non può desiderare di meglio che una principessa della sua casa, quale sposa per il proprio figlio. I sostenitori della politica ottoniana non hanno mai perso di vista quelle che furono le aspirazioni dei predecessori della casa di Sassonia. Bisanzio ha ancora agli occhi di questi nordici il fascino e il prestigio di un impero romano. Non erano mai riusciti a liberarsi da un certo complesso d'inferiorità nei confronti di tutto ciò che era legato al nome di Roma. Carlo Magno, piuttosto che niente, aveva voluto far risuscitare il Sacro Romano Impero, trasmettendone ai successori, se non la consistenza, almeno l'idea. Nulla di più logico, quindi, che a fianco dell'impero romano d'oriente ne esistesse un altro in occidente; e che alla qualifica di romano aggiungesse come segno di distinzione e quasi di superiorità quel sacro che ne indicava l'origine divina, che si era manifestata attraverso il consenso e l'unzione del vicario di Cristo residente in Roma. Ma come era possibile una convivenza fra i due imperi se uno dei due, quello d'oriente, continuava a mantenere un atteggiamento di dispregio verso quello d'occidente? Bisanzio aveva continuamente intrigato, tramato e combattuto per la riconquista dell'Italia e per un suo predominio sul pontefice romano. Dalla parte dei Longobardi prima e dei Franchi poi si era fatto altrettanto. I Bizantini avevano visto il loro residui possedimenti in Italia sfaldarsi a poco a poco. Il loro predominio sul mare che aveva loro permesso di conservare una certa influenza su gran parte delle coste italiane e su tutte le isole era caduto sotto i colpi saraceni. In queste condizioni una loro pretesa di erigersi a protettori del papato appariva per lo meno ridicola. Dall'impotenza, all'inimicizia e alla rottura. Naturale per il pontefice cercar protezione presso chi era in grado di fornirgliela: Longobardi, Franchi, Sassoni, non importa chi. Eppure, malgrado tutti i tentativi, sia con la forza che con la diplomazia, i Bizantini continuavano a rimanere saldamente radicati nell'Italia meridionale; nei temi o province di Puglia e di Calabria esercitavano una specie di protettorato su Napoli e Capua, intrigavano a Venezia, nella Romagna e in quello che era stato l'ultimo splendore imperiale in occidente: l'esarcato di Ravenna. Nella speranza delle due imperatrici, Adelaide e Teofane, quello che non era riuscito con Ottone II, poteva aver successo con Ottone III. La corte di Bisanzio aveva certamente bisogno anche del loro appoggio per una lotta a fondo contro il mondo islamico. La scelta dell'uomo che dovrà condurre le delicate trattative cade sul vescovo di Milano, Arnolfo, il quale possedeva certamente tutte le qualità per essere un ottimo paraninfo. Titolare di una diocesi che stava ormai superando per importanza quella di Pavia, godeva la stima incondizionata della casa di Sassonia. Partecipava alle diete imperiali, quasi fosse un principe elettore, conosceva alla perfezione la lingua greca ed era, se non di nome almeno di fatto, il capo del partito filoimperiale dell'Italia settentrionale. Fra i privilegi di cui godeva direttamente la diocesi di S. Ambrogio, e quelli che indirettamente esercitava sulle cosiddette diocesi suburbicarie, il suo titolare poteva essere considerato a buona ragione uno fra i grandi feudatari del Nord Italia. Nella sua scia c'erano quasi tutti i vescovi della Lombardia. Ai motivi di fiducia si aggiungevano anche motivi di potenza; il che rendeva la figura dell'inviato completa sotto ogni aspetto. Arnolfo, ricevute le debite istruzioni e fornito di tutto quell'apparato di vesti, di seguito e di doni che si conveniva all'inviato di un re-imperatore dell'impero romano d'occidente, parte dall'Italia nel 998 per essere di ritorno ben quattro anni dopo, cioè nel 1002. Pur considerando le difficoltà del viaggio di andata e ritorno, quattro anni sembrano piuttosto lunghi. Certo una gran parte del tempo fu trascorsa in feste, ricevimenti e banchetti: la corte bizantina tutta indaffarata a impressionare col suo sfarzo l'ospite, quasi con lo scopo recondito di intimorirlo, l'altro, anche lui tutto proteso a mostrarsi all'altezza della situazione, a non sembrare un barbaro, a gareggiare, quindi, nel lusso, nei modi, nell'osservanza scrupolosa della più rigida etichetta. Nello stesso tempo non furono trascurate le vere e proprie trattative politiche che culminarono con la cessione in sposa della principessa Stefania. La quale, sbarcando sulle coste pugliesi verso la fine di gennaio del 1002, ebbe la triste sorpresa di apprendere che il suo augusto promesso sposo era passato a miglior vita poche settimane prima. Pesante destino che gravava sulla famiglia degli Ottoni! Il padre morto all'età di 28 anni. Il figlio a 22. L'uno in Roma e l'altro in Toscana. Decisamente la terra italiana era una loro irriducibile nemica. Triste ritorno a casa per la disgraziata principessa e altrettanto triste rientro in Milano di Arnolfo, cui la fatalità aveva voluto annullare la sua riuscita missione. Narra la leggenda che sulla nave che trasportava in Italia la principessa Stefania fosse collocata una specie di statua o maschera parlante, la quale avrebbe annunziato l'avvenuta morte del giovane imperatore molto prima che fossero state avvistate le coste italiane. La strana voce aveva gettato lo scompiglio in tutti i componenti l'equipaggio. E ci volle tutta l'autorità di Arnolfo per riportare la calma. La vox humana regia era stata, secondo lui, un'illusione diabolica alla quale sarebbe stato peccato grave prestare la benchè minima fede. Altro scacco per il vescovo di Milano che non doveva essere l'ultimo. Infatti si dice che fra i doni che gli erano stati offerti a titolo personale ci fosse l'autentico serpente di bronzo che Mosè aveva innalzato nel deserto per guarire i figli d'Israele dai morsi velenosi di numerosi rettili che il Signore aveva loro mandato per castigo. Alla luce dei fatti, il sacro simbolo si rivelò una volgarissima e banalissima opera di un battiferro levantino. Arnolfo dovette digerire malamente la beffa, ma lo fece dentro di sé. Infatti, come se nulla fosse, pose il simulacro in Sant'Ambrogio e il popolo subito gli attribuì delle virtù miracolose, fra le quali quella di guarire i bambini dai vermi. Ma per riprendere il discorso su Arduino occorre fare un passo indietro di tre anni e ritornare al 999, anno in cui il sinodo dei vescovi, convocato in Roma da Ottone III e dal pontefice Silvestro II, aveva così duramente condannato il marchese d'Ivrea. L'imperatore non riesce neppure a immaginare che la famosa Penitenza rimanga lettera morta, e non si cura più del marchese, fino al giorno in cui non viene minutamente informato di ciò che sta accadendo nella marca d'Ivrea. Arduino non soltanto non ha ubbidito all'ingiunzione imperiale di cedere la corona marchionale al figlio, ma ha addirittura cacciato i due vescovi, Varmondo e Leone, dalle loro sedi. Costoro se ne vanno in giro per l'Italia settentrionale, pellegrini da una diocesi all'altra, con l'unico scopo di sobillare gli altri vescovi a unirsi contro Arduino. Di fronte ai fatti accaduti la loro opera non è poi tanto difficile. Il pericolo è intravisto nella sua reale gravità. Se gli altri grandi feudatari ne seguissero l'esempio la posizione dei vescovi si troverebbe fortemente indebolita. Ottone stesso vede minacciato il suo prestigio imperiale e messa in pericolo la sua politica filoepiscopale sulla quale aveva basato il rafforzamento della sua autorità. E' necessario, dunque, prendere dei provvedimenti rapidi e severi. Ottone III rientra in Pavia. E' nella capitale del regno che si prendono le decisioni più gravi. E si comincia col giocare d'astuzia, invitando perentoriamente Ardicino, il figlio del marchese ribelle, a presentarsi senza alcun indugio per giustificare la mancata esecuzione dei suoi ordini. Ardicino troppo ingenuamente si piega al comando, ma è appena giunto alla reggia che intuisce di essere venuto a cacciarsi in un tranello. L'imperatore, per sua garanzia, ha in animo di impadronirsi di lui e di trattenerlo come ostaggio, onde poter meglio ricattare il padre. Ma per fortuna sua si trovano alla corte due feudatari che segretamente stanno dalla parte di Arduino. Sono il conte Uberto di Pavia e Arduino conte di Bergamo, che hanno anch'essi le loro brave questioni con i vescovi del contado. Durante la notte aiutano il giovane a fuggire. Così egli può far ritorno sano e salvo presso il padre e metterlo al corrente della situazione. Quando Ottone si accorge della scomparsa di un ostaggio tanto prezioso è colto da una nuova ondata di furore. Questa volta pretende che il papa scomunichi in maniera ufficiale e solenne il ribelle, anzi i due ribelli, padre e figlio, li dichiara decaduti dai loro benefici e nomina marchese d'Ivrea Olderico, conte di Torino. Questi è stretto parente di Arduino e, pur senza opporre rifiuto all'ordine imperiale, si guarda bene dal presentarsi a prendere possesso del nuovo feudo. Arduino, per parte sua, tratta dall'alto in basso il messo imperiale che gli reca le decisioni di Ottone e gli fa capire chiaramente che non avrebbe ubbidito minimamente agli ordini. Che ritornasse pure a riferire ciò al suo padrone, se lo riteneva necessario. Lui da Ivrea non si sarebbe mosso. E' più che chiaro il fatto che la resistenza ad oltranza, affermata in modo così categorico da Arduino, sia stata la conseguenza di un accordo. intervenuto all'ultimo momento fra buona parte dei grandi signori dell'Italia settentrionale. Il problema dei vescovi era una minaccia per tutti. I loro feudi andavano lentamente sfaldandosi sotto la valanga crescente dei diplomi d'immunità concessi alle varie diocesi, monasteri, abbazie, congregazioni religiose che nascevano come funghi da ogni parte, favoriti dal clima piuttosto caldo che emanava dalla casa di Sassonia. Anche in questo caso si trattava della difesa dei privilegi di una classe che sentiva il bisogno di serrare le fila contro l'insorgente potere di un'altra classe fattasi, per circostanze storiche e sociali, minacciosa e temibile. Non risulta chiaro dalla storia se sia stato Arduino ad inalberare lo stendardo della rivolta sul piano nazionale o se furono gli altri a designarlo per tale compito. Certamente i precedenti della sua condotta deponevano tutti in suo favore. Nella sua Marca non si era lasciato pestare i piedi da nessuno, nè tanto meno dai vescovi o dai messi imperiali. Era l'uomo che ci voleva, non fosse stato altro che per fare un tentativo. I feudatari che si erano decisi a spalleggiare Arduino non erano sicuramente della sua tempra o per lo meno non lo davano a vedere. C'era nella loro condotta qualche cosa di ambiguo, come in colui che spinge gli altri ad agire standosene al riparo dietro alle proprie finestre in attesa dell'esito della lotta. Infatti ciò che avvenne in quei giorni è tutto all'insegna del più gran segreto. Nulla di ufficiale, di scritto, di proclamato secondo le usanze del tempo. Pare che si voglia fare un esperimento, una prova, nella quale, in caso di fallimento, nessuno vuole trovarsi troppo seriamente compromesso. Secondo alcuni storici, tra i quali il già più volte citato Violini, è nell'aprile dell'anno 1000 che Arduino è riconosciuto legittimo sovrano e rappresentante dei malcontenti in Italia, cioè con due anni di anticipo sulla data ufficiale. Ne farebbero fede due documenti. Il primo si riferisce ad un certo Alberico, abitante di Gàssino, che per ben quattro volte aveva invocato il riconoscimento del possesso di certe terre, tramite la consorte dello stesso Arduino. Costui, spinto proprio dalla di lei intercessione, emana il privilegio secondo le forme già note, confermando non solo i possessi richiesti per il detto Alberico e per i suoi eredi, ma ordinando altresì che alcun duca arcivescovo, marchese, conte, viceconte gastaldo, o alcun altro pubblico esattore, grande o piccola persona del suo regno, ardisca di spogliare, infastidire o molestare nei suoi diritti il predetto Alberico e i suoi eredi. Fin qui nulla di straordinario. Firma del serenissimo e invitto re e signore Arduino, firma del cancelliere che ha redatto il privilegio e infine la data. Terzo giorno delle calende di marzo dell'anno millesimo quarto dall'incarnazione del Signore, quarto anno del regno del signore Arduino. Il secondo documento consisterebbe poi in una lettera inviata per protesta dal vescovo Varmondo a vari grandi dignitari dell'impero. In essa è testualmente scritto: per avere Ardoino, sedotto da spirito di perfida ribellione, mosso le armi contro la regia dignità, usurpando, a danno di tutto il regno, le insegne del pubblico potere. Forse lo stesso Arduino assecondò le intenzioni nascoste dei suoi fautori prestandosi all'esperimento per vedere come sarebbe andato a finire. Accetta e non accetta, fa il re e non lo fa. Vuol mettere alla prova chi lo spinge per tale via? Vuol vedere la consistenza della reazione ottoniana? Vuol vedere quale sarà l'apporto reale nella inevitabile lotta contro le forze imperiali? O invece ha paura di non poter sostenere l'alto compito che gli è stato affidato? Si accontenta di sistemare le cose nella sua Marca senza voler assurgere a paladino delle questioni altrui? Tutte domande legittime destinate purtroppo a rimanere senza risposta. I fatti che si susseguono possono confermare una o tutte quante le ipotesi fatte. Il vescovo di Cremona, Olderico, è il primo che già nel maggio dell'anno 1000 si premura di informare Ottone III di quanto sta accadendo in Italia. A lui fanno seguito tutti i vescovi del settentrione in un coro di accuse e di recriminazioni, che dipinge la situazione italiana con i colori più foschi. Poteva Ottone III non esserne allarmato? Poteva lasciar cadere le invocazioni di aiuto dei suoi beneamati e fedelissimi vescovi? La decisione di scendere in Italia con l'accompagnamento del solito esercito all'altezza della situazione per uomini e mezzi è immediata. Bisogna finirla una buona volta con questo Arduino. Ed ecco che le ipotesi che sono state attribuite ad Arduino e ai suoi sostenitori si avverano totalmente. Non un solo combattimento si verifica, non un solo feudatario promuove il benché minimo gesto di ribellione. I cronisti del tempo affermano unanimi che bastò la sola presenza dell'imperatore perchè tutti si affrettassero a rendergli il dovuto omaggio. Neppure quelli che avevano sperimentato nei loro feudi contrasti altrettanto violenti di quelli di Arduino nei confronti dei vescovi si mossero per presentare almeno una formale protesta. Ottone ha ben compreso che l'allarmismo dei vescovi è stata una solenne montatura, ma non può esimersi dal prendere una serie di provvedimenti con i quali vuol anche far ben capire che chi comanda, in fin dei conti, è sempre lui. Prima di tutto si tratta di largheggiare in diplomi di immunità con gli stessi vescovi ed in particolare con quelli che maggiormente hanno dovuto soffrire le prepotenze di Arduino. Solidamente installato in Pavia, comincia col beneficiare Varmondo. Con diploma datato il 9 luglio dell'anno 1000, ripristina il presule nella sua sede d'Ivrea concedendogli l'immunità per la sua diocesi. Poi tocca a Leone di Vercelli. Anche per lui immunità, con l'aggiunta di nuove terre confiscate al ribelle Arduino, nonchè il diritto esclusivo di sfruttamento delle cave aurifere che si trovavano nel vercellese. Olderico Manfredi, che secondo il precedente ordine imperiale avrebbe dovuto succedere ad Arduino quale marchese d'Ivrea, viene riconfermato nel feudo con l'aggiunta dei territori di Pavia, di Asti e di Acqui. Chi fa queste ultime spese sono gli Obertenghi e gli Aleramici, i quali si sono compromessi troppo apertamente con Arduino e devono in sostanza dichiararsi più che soddisfatti se non è toccata loro una sorte peggiore. Arduino, intanto, trova rifugio nei castelli più impervi che sorgono nella parte più alta della sua Marca. Invano aspetta che gli giunga notizia di qualche aperta ribellione contro il sovrano tedesco. Tutto tace. Tutto è tranquillo. I feudatari accettano i verdetti imperiali senza muovere un dito. I secundi milites se ne guardano bene dall'intervenire. Avrebbero da battersi contro tre nemici: l'imperatore, i feudatari e i vescovi. Non conviene gettarsi in una lotta già perduta in partenza. Se ne potrà riparlare quando l'imperatore sarà andato via dall'Italia. Ma lo spodestato marchese d'Ivrea, messo al bando dall'impero, scomunicato dal papa, abbandonato da tutti, non si sente sicuro neppure nei suoi castelli. Il pericolo di un tradimento lo segue dovunque. Non gli resta che prendere la via dell'esilio, traversare le Alpi e trovare rifugio presso la corte di Borgogna. Là può dormire i suoi sonni tranquilli. Si trova in mezzo a parenti che per di più sono nemici dichiarati della casa di Sassonia. L'esilio di Arduino non dura molto tempo. Mai uomo ha esultato tanto alla notizia della morte di un suo simile, come egli fece quando seppe che il suo grande nemico, Ottone III, era passato a miglior vita il 23 gennaio dell'anno 1002. A rallegrarlo contribuiva certamente anche la ribellione romana, alla quale forse aveva contribuito per mezzo di fidati emissari. Il popolo romano aveva dato una prova validissima della sua intolleranza verso l'ingerenza degli imperatori tedeschi nelle loro faccende. Gli atti di ostilità che avevano accompagnato l'estremo viaggio della salma di Ottone III verso la sua ultima dimora in Aquisgrana, erano un'altra dimostrazione che i Tedeschi non godevano le simpatie degli Italiani. Il risveglio autonomo delle singole comunità cominciava a mal tollerare le imposizioni di autorità che miravano piuttosto alla conservazione degli antichi privilegi che allo sviluppo delle libertà economiche e sociali. Ce l'aveva, per conseguenza, con gli imperatori, coi feudatari grandi e piccoli e anche con i vescovi. Arduino si inganna sulla valutazione di questi movimenti. Li interpreta esclusivamente in funzione antitedesca e, da ciò stimolato, rientra immediatamente in Italia. La sua proclamazione ufficiale a re d'Italia è del 15 febbraio 1002. Si può dire che le spoglie di Ottone sono appena transitate dalla Lombardia. Certo non sono ancora giunte alla loro ultima dimora. I cronisti dell'epoca ci tramandano descrizioni contrastanti circa le accoglienze fatte ad Arduino al suo rientro. I suoi partigiani si esprimono in termini iperbolici: entusiasmo delirante delle popolazioni, accordo in massa di tutti i grandi e piccoli feudatari. Quelli di parte avversa, cioè gli appartenenti al partito imperiale, minimizzano l'avvenimento, parlano di accoglienze fredde, dell'appoggio forzato di qualche grande signore più per dovere di parentela che per convinzione. La verità sta forse nel mezzo e si può parlare anche di una certa dose di ottimismo, più che di entusiasmo; la speranza cioè di poter finalmente mettere un po' di ordine nelle cose italiane. Chi certamente non nutriva speranze del genere erano i vescovi che vedevano nel ritorno di Arduino il risorgere di una minaccia che sembrava scongiurata per sempre. Alla cerimonia ufficiale di Pavia sono presenti il marchese Oberto, conte di Milano, coi figli Ugo, Azzo, Adalberto e il nipote Azzo, futuro capostipite della casa d'Este. E seguono poi i conti Berengario e Ugo di Castelseprio, il conte Uberto di Bergamo, nonché rappresentanti degli Obertenghi e degli Aleramici. Sono tutti elementi che attraverso la politica arduinica mirano a riaffermare i loro diritti feudali. Al nuovo re danno pure il loro appoggio molti altri elementi della nobiltà minore i quali sperano di vedersi restituiti da Arduino quei beni che erano passati sotto la giurisdizione vescovile. Una riduzione delle pretese episcopali non può che tornare a loro vantaggio. Danno la loro approvazione anche una parte di quelle città la cui evoluzione autonoma fa loro sperare di potersi liberare anche della tutela dei vescovi. Solo costoro mantengono la loro irriducibile ostilità. Eppure almeno uno che proceda alla consacrazione, che presenzi alla cerimonia religiosa ci vuole. Chi non riceve la sacra unzione, accompagnata dai riti e dalle invocazioni che essa comporta non può neanche considerarsi re. E' la Chiesa che distribuisce la grazia di Dio. E fra tanti uno si trova: è il vescovo di Como, Pietro, già arcicancelliere di Ottone III, il quale abbandona il partito imperiale per passare a quello di Arduino. E per il momento non ha di che pentirsene. Riceve dal nuovo re un secondo diploma d'immunità per la sua diocesi di sant'Abbondio, certamente più ricco di favori che non il precedente. Inoltre otteneva la piena giurisdizione sulla contea di Chiavenna e sul castello di Bellinzona; luoghi questi che, trovandosi a dominare importanti vie di comunicazione per la Svizzera, importavano ricchi prelievi di teloneo. Perchè, gira e rigira, il valore di un beneficio ricevuto doveva necessariamente tradursi in moneta sonante. Era l'entità di questa che ne determinava la consistenza. Onore è una parola che da sola non ha il suo significato pieno. Vuol essere associata con la sua derivata onorario e allora il suo senso diventa completo. Ma chi non è contento dell'accaduto è proprio il metropolita lombardo Arnolfo. Non si sa se per il 15 febbraio del 1002 egli fosse già rientrato in Milano, dopo l'infelice esito della sua missione alla corte di Bisanzio. Lo storico lombardo Landolfo si affretta a dichiarare che l'elezione di Arduino non è valida, in quanto la consacrazione non è avvenuta per mano del vescovo di Milano, cui spetta di diritto. Questa immediata presa di posizione negativa non provoca reazioni violente da parte di Arduino, come sarebbe stato logico aspettarsi. Il momento sarebbe stato propizio. Con le forze a disposizione avrebbe potuto piombare su Milano e fare scempio di Arnolfo e di tutti i suoi seguaci. I trenta chilometri che separano le due città sarebbero stati superati nello spazio di un mattino. E invece niente. Che, anzi, Arduino abbia tentato di ingraziarsi il vescovo Arnolfo, è un fatto che non ha bisogno di documentazioni. Chiunque al suo posto lo avrebbe fatto o meglio sarebbe stato costretto a farlo. Milano, sotto la guida sapiente dei suoi vescovi, stava usufruendo intorno all'anno 1000 del suo primo boom economico, tanto da rivaleggiare prima e superare poi la stessa capitale del regno italico, Pavia, con la quale manteneva rapporti di cordiale e sentita inimicizia. Avere dalla propria parte il titolare della cattedra di sant'Ambrogio significava avere anche l'adesione dei vescovi di Brescia, Piacenza, Cremona, Novara, Modena, Ravenna; insomma tutti o quasi i prelati più grandi dell'Italia settentrionale. Se Arduino aveva regalato al vescovo di Como Chiavenna e Bellinzona, che cosa non sarebbe stato disposto a concedere alla diocesi di Milano? L'idea di facili concessioni, la certezza di accrescere in maniera insperata la sua potenza (si legga il suo patrimonio) fanno titubare a lungo il pastore che, quando occorre, sa anche maneggiare con bravura la spada. Ma ci si può fidare di Arduino, dopo i suoi precedenti? Che cosa penserà del tradimento il nuovo imperatore che sta per essere eletto in Germania? Un giorno o l'altro bisognerà pure fare i conti col successore di Ottone III. Tutto sommato il pericolo più grave sta ancora a settentrione. E' meglio perciò non cedere alle lusinghe di Arduino e continuare il proprio appoggio al partito imperiale. Ironia della sorte! Il 29 maggio 1176 sarà proprio la città di Milano con a capo il suo vescovo, che, promuovendo la lega di Pontida, metterà in ginocchio a Legnano, l'imperatore di Germania, Federico Barbarossa. In Germania si stava intanto dibattendo la questione della successione al trono. Ottone III non aveva neppure fatto in tempo a vedere in faccia la sposa che Arnolfo gli aveva condotto con tanta abilità e fatica da Costantinopoli. Aveva preferito andarsene all'altro mondo prima. In mancanza di eredi diretti si doveva procedere ad una vera e propria elezione, fatta dai principi-elettori. I candidati erano tre: Ermanno, duca di Svevia, Eccardo, marchese di Meissen ed Enrico II, duca di Sassonia e di Baviera. Vinse quest'ultimo e la sua vittoria fu dovuta ai voti dei vescovi elettori che si riversarono in massa sul suo nome. La politica in favore dei vescovi praticata dai regnanti della casa di Sassonia dava i suoi frutti. Arnolfo, venuto a conoscenza della nuova proclamazione del re di Germania, ha certamente tramato qualche cosa contro Arduino, anche se la storia ha lasciato di ciò deboli tracce che possono far nascere e avvalorare i sospetti. Negli atti che cancellieri e notai redigevano in quel di Milano si trova fin dall'aprile del 1002 la formula sacramentale con cui si usava dare inizio allo scritto: Nel nome di Cristo, Arduino re per grazia di Dio, nel primo anno del suo regno, a Dio piacendo. Poi, trascorsi appena due mesi, i notai lombardi interrompono l'intitolazione dei loro atti al nome di Arduino, per sostituirlo con quello di Enrico II. E questo dura fino al 1004. Ciò avvalora la tesi secondo la quale Arnolfo avrebbe riunito una specie di dieta nel borgo di Roncaglia, località a breve distanza dal Po, circa a 6 chilometri a monte di Piacenza. Più che una dieta si dovette trattare di un sinodo vescovile, nel quale si decise di riconoscere come unico re d'Italia Enrico II di Germania. Lo storico Portaluppi, nella sua Storia della Lomellina e del Principato di Pavia afferma categoricamente che Arnolfo convocata un'assemblea dei suoi vescovi suffraganei ed Abbati elesse per re d'Italia Enrico. Lo stesso storico spiega poi che Arnolfo, a giustificazione del suo operato, aveva tirato in ballo una certa costituzione emanata da S. Gregorio Magno, in virtù della quale si stabiliva che in caso di vacanza del regno Longobardo, spettasse al vescovo di Milano non soltanto l'incoronazione ma anche l'elezione del nuovo re, ad arbitrio suo e del clero ma non dei Principi. Ma l'atteggiamento ribelle di Arnolfo nei confronti di Arduino aveva ancora altre motivazioni. Il suo predecessore Valperto era stato in lite sia con l'avo che col padre di Arduino, sempre per questioni di possessi di terre. Vecchi rancori, dunque, che si tramandavano per eredità come si usa ancora oggi in ogni buona famiglia meridionale, o meglio in ogni famiglia di possidenti viciniori. Il Portaluppi, poi, non si perita di aggiungere che oltre a ciò, aspirando Arnolfo non solamente alla signoria di Milano sua patria, ma a quella eziandio di tutta la Insubria (così era chiamata la regione situata a nord del Po fra il Sesia e l'Oglio) non amava punto un re italiano, il quale, come suol dirsi, gli stesse di continuo con gli occhi addosso, ma piuttosto un re forestiero che, ricevuta l'incoronazione, subito si partisse dall'Italia e nelle di lui mani lasciasse il governo degli affari del regno. Ma pare che le cose siano andate ben oltre in fatto di nomine e di consacrazioni. Giacomo Strada nel suo scritto Tesori dell'Antichità riporta una medaglia coniata per Arduino col titolo seguente: IMPERATOR CAESAR ARDOINUS PERPETUO AUGUSTUS. Sul rovescio la stessa medaglia riproduce una figura di donna sedente sopra il globo terrestre. Tiene nella mano sinistra il corno dell'abbondanza e stende la mano destra verso Arduino che le sta davanti in abito imperiale. Intorno vi sono incise queste parole: ITALIA ORBIS REGINA e sotto: FIDES PERPETUA. Se si debbono prendere per buone queste informazioni, Arduino non soltanto sarebbe stato eletto re d'Italia, ma anche designato, se non consacrato pienamente, come imperatore. E per la funzione episcopale che esercitò nell'occasione, il vescovo di Lodi avrebbe ricevuto in dono i castelli di Cavenago e di Garbagnano. Il parere di Arnolfo che non amava un re italiano che gli stesse sempre con gli occhi addosso era in parte condiviso anche dai grandi signori italiani, i quali avevano assistito ad un crescendo dell'ingerenza degli imperatori di Sassonia nelle cose d'Italia. L'ultimo, poi Ottone III, con la sua Renovatio Imperii aveva finito con l'esagerare. I feudatari si sentivano le mani legate. Bastava un solo gesto d'indipendenza, per non dire di ribellione, un semplice sospetto d'infedeltà perché detti imperatori, quando riducevano nelle proprie mani le città e gli stati dei principi temporali loro nemici, subito ne facessero dono ai vescovi, i quali, non avendo prole, si mostravano verso di loro più fedeli e più ossequiosi. Chiedevano, insomma, un re italiano, sì, ma che li lasciasse governare le loro terre in santa pace e che limitasse i poteri vescovili. Nessuna idea era più lontana dalle loro menti che quella di costituire uno stato italiano unitario, nel senso moderno della parola. Ma gli stessi dubbi che tormentavano Arnolfo tormentavano pure i grandi feudatari, cioè quelli di dover, presto o tardi, fare i conti col nuovo re di Germania. Per intanto le loro speranze si basavano sui gravi problemi che agitavano lo stesso regno di Germania e che avrebbero impegnato molto seriamente il nuovo re, impedendogli così di curarsi eccessivamente degli affari italiani. Effettivamente Enrico II si trovava totalmente impegnato a ristabilire il predominio sui popoli Slavi che Ottone I aveva decisamente affermato con la vittoria di Lench, contro gli Ungari nel 955. Come è stato detto, la reggenza di Adelaide e di Teofane aveva portato alla riscossa Croati, Ungheresi, Boemi, Polacchi e Moravi. Il Drang nach Osten subiva così una battuta d'arresto piuttosto disastrosa, tanto che la spinta verso est si era cambiata in una ritirata verso ovest. Ed è contro la potenza dilagante del regno di Polonia, guidato da Boleslao detto il Valente, che si concentrano gli sforzi di ricupero di Enrico II. Ma il re di Germania non vuol neppure disinteressarsi dell'Italia. Per il momento il grosso del suo esercito è impegnato nelle pianure polacche, ma, spostandone alcune unità e reclutandone altre, si può sempre mettere insieme una certa forza che possa incutere rispetto ai ribelli italiani. La posizione centrale della Germania in seno all'Europa ha sempre permesso questi spostamenti di truppe per linee interne. Tipici esempi le due ultime guerre mondiali. Così, affastellato un certo numero di soldati, Enrico II li mette agli ordini di Ottone, duca di Carinzia e lo incarica di fare una visitina in Italia. Siamo verso la fine dell'anno 1002. Arduino è informato di questa spedizione e non si lascia sorprendere. Precedendo il nemico va a schierarsi presso le Chiuse dell'Adige ad una quarantina di chilometri a nord di Verona e aspetta che Ottone di Carinzia si presenti. Questi, inizialmente un po' sorpreso di trovarsi il cammino sbarrato da truppe ben sistemate a difesa, manda ambasciatori al re Arduino per sondarne le intenzioni ed ottenere una risposta. Il re d'Italia riceve gli inviati con tutti gli onori e li trattiene a cena, rimandando la sua risposta al mattino seguente. Pare che lo stesso Arduino, particolarmente allegro e sicuro del fatto suo, si sia divertito moltissimo alle spalle degli ambasciatori tedeschi, illudendoli con omaggi esagerati sulle sue vere intenzioni. Forse gli inviati se ne andarono a letto convinti che al mattino dopo avrebbero trovato via libera e l'esercito di Arduino schierato ai fianchi della strada per rendere i dovuti onori. Infatti al mattino gli ambasciatori videro lo schieramento delle truppe italiane, ma con loro grande sorpresa era una schieramento in ordine di battaglia, con in testa lo stesso Arduino che non mancò di riverire i Tedeschi, col fare divertito di chi li aveva solennemente presi in giro. La battaglia ci fu, nella località denominata Campo di Fabbrica, e i Tedeschi furono totalmente disfatti. I loro resti si salvarono con la fuga lungo la valle dell'Adige e, per il passo del Brennero, rientrarono ai loro paesi. Il Portaluppi, nel suo scritto già citato, sostiene che la battaglia avvenne in Valtellina, presso una località detta Favria vicino a Chiavenna. Ma la sua informazione non è attendibile e non regge di fronte alla numerose altre fonti che confermano la sconfitta di Ottone di Carinzia alle Chiuse di val d'Adige. Ma qualunque sia stato il luogo, rimane il fatto che i Tedeschi furono duramente battuti e ciò riempì di esultanza i soldati tutti e il loro re che li aveva condotti alla vittoria. I feudatari che parteciparono alla battaglia esultarono anche loro, ma rientrati ai propri castelli si videro costretti a calmare i loro entusiasmi e a passare a qualche altra considerazione di ordine più pratico. Il vantaggio della vittoria era pari per tutti o non piuttosto per il solo Arduino? Non si correva il rischio che il marchese d'Ivrea diventasse troppo potente? Che si acquistasse le simpatie popolari? Che diventasse succube della potenza dei vescovi o per paura o per convenienza, tralasciando così di curare i loro interessi? Erano tutti dubbi che meritavano di essere chiariti. I due anni che seguirono alla vittoria di Campo di Fabbrica furono piuttosto tranquilli. Arduino, come re d'Italia, non aveva un programma che si potesse considerare rivoluzionario e conseguentemente che corrispondesse alle aspettative delle classi popolari. Egli era un figlio di aristocratici e come tale chiuso nel suo mondo con tendenze conservatrici. E ciò poteva, in parte, corrispondere ai voti della classe feudale, se il suo programma fosse stato sostenuto da un'adeguata forza militare. Per quanto riguarda le autonomie locali, cioè una politica che favorisse lo sviluppo degli scambi, l'emancipazione dei servi della gleba, la crescita dell'artigianato cittadino, egli non fece assolutamente nulla. Ciò avrebbe significato lo smantellamento di quel mondo feudale abituato e portato a considerare ogni possesso come un'unità chiusa in se stessa, costretta alla più rigorosa autarchia. Ogni passo, ogni spostamento di merci o di persone era controllato e vessato dalle gabelle fino all'esasperazione. Il mercato nero, la corruzione il sotterfugio dovevano essere all'ordine del giorno, contribuendo notevolmente alla formazione di quella mentalità caratteristica ancora oggi degli Italiani, quella dell'arrangiarsi, del farsi furbi, del considerare l'autorità da qualunque parte venga come la principale nemica, contro la quale ci si deve difendere, prima di tutto, con l'astuzia. Arduino trascorre il suo tempo fra Ivrea, Pavia e Verona. Ma è quest'ultima città che gli sta particolarmente a cuore in vista di un'eventuale riscossa dei regnanti tedeschi, che certamente non avrebbe potuto tardare. Altri storici riferiscono che, durante le sue visite alle città, largheggiava, come era costume dei tempi, in concessioni di benefici, privilegi, immunità che siglava personalmente con la sua cifra, la quale conteneva due aste diritte con un traverso diagonale ed altro diametrale dall'una asta all'altra e la abbreviatura del di lui nome. Una specie di A e di R stilizzati e intrecciati. Molti di questi diplomi sono conservati in città, monasteri, vescovadi come Lodi, Bobbio, Vercelli, Como, Torino, Modena, Lucca e Pavia. Il che sta a dimostrare che Arduino non era poi quel mangiapreti che si voleva far credere e che andavano predicando per l'Italia Varmondo e Leone, che al ritorno del loro personale nemico avevano dovuto riprendere la via dell'esilio. Si dice anche che Arduino si fosse messo in relazione con la famiglia dei Crescenzi di Roma, per stringere un accordo di lotta comune contro il re di Germania. La cosa è probabilissima anche se non documentata. La stessa voce era corsa in seguito agli avvenimenti romani del 998, quando Ottone III e il suo papa Gregorio V erano rientrati in Roma, accecando l'antipapa Giovanni XV e facendo decapitare Crescenzio. Ma alla morte di Ottone il partito dei Crescenzi aveva preso la sua rivincita, per mano di Giovanni, figlio del decapitato da Ottone. Enrico II era lontano. Il predominio sul papato da parte di Giovanni Crescenzio dura ininterrotto fino al 1012, anno della sua morte. Il potere passa allora dalle mani dei Crescenzi a quelle dei conti di Tuscolo. Sono tre fratelli: Alberico, Romano e Teofilatto. I primi due assumono il titolo di Consoli e Duci dei Romani e il terzo sale al trono pontificio col nome di Benedetto VIII. Scrive il Von Ranke nella sua Storia dei Papi che la politica dei re di Germania, nella loro espansione verso l'est, consisteva nel conquistare convertendo. Da qui la grande importanza attribuita ai vescovi e, conseguentemente, la necessità di avere nelle proprie mani il papato, che doveva essere in posizione a loro politicamente subordinata. Prima che la dignità imperiale passasse nelle mani tedesche i papi avevano esercitato una suprema autorità che ora stavano perdendo. La fazioni romane, contro questa ingerenza, avevano rialzato il capo e secondo gli interessi delle famiglie assumevano, deponevano, compravano e vendevano la suprema carica pontificia. Salvo i ritorni furiosi delle loro maestà germaniche. Questa era la situazione italiana all'inizio dell'XI secolo; dilaniata da mille contrasti, presa di mira da mille interessi in aperta opposizione, frazionata in altrettanti scopi e mete diverse. Pensare, in queste condizioni, alla realizzazione di un'unità della penisola sarebbe stata una pazzia che nessuna persona di buon senso avrebbe avuto il coraggio di immaginare neppure. Merito di Arduino, merito delle fazioni romane merito dei feudatari, dei Saraceni, dei Bizantini, il fatto è che in Italia esisteva un forte partito antitedesco, la cui prova si ebbe quando Enrico II si decise a scendere in Italia nel 1004. La sconfitta di Campo di Fabbrica non era riuscito a mandarla giù e si decise a sospendere le operazioni in Polonia per rivolgere la sua attenzione all'Italia. Sono anche le numerose invocazioni di aiuto che gli pervengono da parte dei vescovi italiani a convincerlo. Arnolfo di Milano gli fa pervenire di nascosto la corona ferrea. In fondo ci sono anche molte città i cui abitanti non sono per niente contenti della politica retriva e conservatrice di Arduino. Forse i vescovi sono più alla moda. Favoriscono i commerci, gli scambi, l'artigianato, l'afflusso dei campagnoli nelle cerchia delle loro mura. Capiscono perfettamente che l'aumento della ricchezza del popolo non può tornare che a loro vantaggio. E' dalla città di Verona che Arduino apprende che il re di Germania ha ormai superato il Brennero con forze piuttosto consistenti. Egli si affretta a portarsi alle ormai famose Chiuse nel tentativo di ripetere il miracolo di due anni prima. Ma questa volta la situazione è ben diversa. Se ne accorge Arduino dalle sparute schiere che i suoi alleati gli mandano in appoggio. Il fatto ha tali e tante analogie con quello che accadrà nel 1848 che merita di spendere una parola di confronto. I sovrani d'Italia mandano truppe in aiuto di Carlo Alberto nella guerra contro l'Austria. Le manda il grandu