LUCIEN VIEVILLE. LA RESTAURAZIONE DELL'IMPERO. IL SECONDO IMPERO. Si è parlato molto degli avvenimenti del 22 dicembre 184: Luigi Napoleone Bonaparte, per aver calpestato il giuramento prestato tre anni prima di proteggere e rispettare la Costituzione, ha trovato i suoi difensori che si sono sforzati di dimostrare che, così facendo, egli ha salvato il paese dall'anarchia, cioè da una nuova jacquerie. Il principe presidente ha sollevato, per lo stesso gesto, aspre critiche, prime fra tutte quelle appassionate e vendicative di Victor Hugo e quelle più fredde e ragionate di Karl Marx, per non parlare che dei contemporanei. Oggi quella storia è ormai lontana da interessi contingenti. Certe questioni non si pongono neppure più, giacché le risposte date sono sempre contradittorie e controverse, tanto le testimonianze ritenute valide possono prestarsi alle interpretazioni più diverse. Perché vi fu il colpo di Stato? Fu una rivoluzione o semplicemente il risultato di una rivoluzione? Perché vi furono gli orribili massacri? Furono un corollario necessario o un tentativo di intimidazione sanguinario, deciso, risoluto, ordinato forse dall'Eliseo in preda al panico, per ristabilire una situazione che si riteneva compromessa? Chi era l'uomo che, trentasei anni dopo il crepuscolo di un dio, pretendeva, giovandosi della sua gloria, di venire come un Messia: il principe magnanimo di cui parla il giureconsulto Faustin Hélie o il cretino che Adolphe Thiers si vantava di manovrare a suo piacimento? Come aveva potuto una nazione divisa tra monarchici e repubblicani, moderati e socialisti, eleggere, a stragrande maggioranza, alla Presidenza dello Stato il nipote del grande Imperatore? Come aveva potuto una maggioranza parlamentare di destra accumulare le rinunce e gli errori che permisero il 2 dicembre e lo resero anche fatale, facendosene complice virtuale? Tutti enigmi in verità. Quando il Duca di Reichstadt, unico figlio legittimo di Napoleone I, muore senza eredi a Schonbrunn, il 22 luglio 1832, in Francia regna Luigi Filippo, dopo che il popolo ha scacciato, nel 1830 suo cugino Carlo X. Il ramo Borbone-Orléans è così salito su quel trono, di cui Philippe-Egalité padre del Re dei Francesi, aveva a suo tempo sognato di essere il difensore e il sostegno come luogotenente generale del regno, prima di votare la morte di Luigi XVI e di seguirlo poi sul patibolo. I loro felici successori decretano l'esilio per le dinastie deposte. La Repubblica, del resto, seguirà questa regola di prudenza per evitare che una restaurazione trovi in Francia partigiani illusi e rumorosi. Così i membri della famiglia Bonaparte, che potrebbero un giorno sostenere il ruolo di pretendenti, sono tenuti oltre confine fin dal 1815. L'undici aprile 1814, a Fontainebleu, Napoleone aveva rinunciato per sè e per i suoi eredi, alla corona di Francia e d'Italia. Ma dopo i Cento Giorni, il 22 giugno 1816, abdicando una seconda volta, aveva proclamato suo figlio Imperatore dei Francesi con il nome di Napoleone II, scelta ratificata il 2 luglio dalle Camere, che la promuovevano così al rango di atto costituzionale. Quindi, dopo la morte del Duca di Reichstadt, bisognava fare riferimento al plebiscito dell'anno 1804 che attribuiva la dignità imperiale, in caso mancassero discendenti diretti di Napoleone I, alla discendenza diretta legittima e naturale di Giuseppe e di Luigi Bonaparte. Giuseppe, il maggiore, morirà nel 1844 senza eredi. Luigi gli sopravviverà due anni soltanto. Egli aveva sposato Ortensia de Beauharnais, figlia della futura imperatrice Giuseppina, di cui aveva ereditato il fascino e... la leggerezza. Dall'unione con Luigi erano nati un maschio, morto ancora bambino, e poi un altro Napoleone Luigi. Dopo questa nascita, i sovrani d'Olanda, giacché Napoleone aveva messo Luigi sul trono di questo paese, erano vissuti a lungo divisi, tanto che quando era nato un terzo bambino, Luigi Napoleone, Luigi si era affrettato, quasi pubblicamente, a disconoscerne la paternità. Aveva scritto anche a Papa Gregorio XVI: Ho sposato una Messalina che partorisce. La paternità di Luigi Napoleone viene attribuita all'ammiraglio olandese Verhuel. Si potrebbero fare altri due nomi: Decazes, allora giovane, vedovo e affascinante, e il bello scudiero della regina, Charles de Bylandt. Ad ogni modo dall'atto di nascita risultava che Luigi Napoleone, nato il 20 aprile 1808 a Parigi, era legalmente il figlio di Luigi. Costui, per lo meno, non dovette attribuirsi la paternità del quarto figlio di Ortensia, Carlo Augusto frutto degli amori dell'ardente giovane donna con Joseph Flahaut de la Billarderie, egli stesso figlio naturale di Talleyrand, che doveva diventare generale, conte, senatore e gran cancelliere della Legion d'Onore. Senza dubbio questa duplice qualità di amante di una figliastra (e cognata) che Napoleone amava teneramente, e di figlio di un ministro che egli disprezzava ma ammirava, fece di Flahaut uno degli aiutanti di campo dell'Imperatore e uno degli ultimi suoi compagni d'epopea. Quando l'ex-re d'Olanda muore, nel 1846, anche il fratello maggiore di Luigi Napoleone è morto da parecchi anni. Il figlio disconosciuto di Luigi, che tuttavia gli è molto affezionato e ne è ricambiato, è il pretendente imperiale. Non ha nulla dei Bonaparte, ed a ragione; è un essere chiuso e versatile; apparentemente molle ed indolente ma ambizioso fino al fanatismo. Luigi Napoleone intende far valere il suo nome ed il suo rango: la posta in gioco è la Francia. L'Imperatore ha portato suo nipote al fonte battesimale e Maria Luisa ne è stata la madrina. Durante la prima restaurazione la prudente Ortensia, attraverso l'ambasciata dello Zar Alessandro, da lei affascinato, ottiene da Luigi XVIII le lettere patenti del Ducato di Saint-Leu, di cui tuttavia suo marito restava conte. Il 7 marzo 1816 il loro matrimonio è annullato. Verranno poi i Cento Giorni in cui Napoleone con magnanimità dimenticherà le recenti imprudenze di sua cognata. Ma, al secondo ritorno della monarchia, Ortensia deve lasciare la Francia, e compra la terra e il castello d'Arenenberg, una signorile residenza di campagna, nel cantone svizzero di Turgovia, un luogo nostalgico. Quanto alle comodità, la dama d'onore della Duchessa, Valérie Masuyer la definisce: un accampamento. E' vero però che Ortensia farà sopraelevare la casa di un piano. Luigi Napoleone passerà qui la sua giovinezza, mentre Napoleone Luigi vivrà con suo padre, profugo in Italia, e dimostrerà con il suo febbrile entusiasmo di essere un vero Bonaparte. Il minore segue i corsi del ginnasio di Augsbourg, ma con mediocri risultati, giacché è il cinquantaquattresimo del suo corso. Nel 1818, Luigi riceve suo "figlio" a Livorno. Si spaventa della scarsa istruzione e minaccia Ortensia di toglierglielo. Ella assume allora, come precettore per Luigi Napoleone, Philippe Le Bas il cui padre, membro della Convenzione, si è ucciso alla caduta di Robespierre e che è di tendenze giacobine. Le Bas scuote il suo allievo, in cui trova uno spirito pigro e distratto, e ottiene qualche risultato, poiché ad Augsbourg Luigi Napoleone diventa ventiquattresimo. Buon latinista, buon cavaliere e schermitore, le virtù repubblicane di Le Bas lo impressionano. Saprà benissimo invocare i principi che Le Bas gli ha inculcati, anche se non li metterà mai in pratica. D'altra parte Luigi Napoleone non potrà mai sottrarsi all'influenza dell'insegnamento dei suoi maestri svevi e dei loro metodi. Forse la sua lentezza di riflessi e la sua indecisione sono state la conseguenza naturale di quel periodo scolastico. La frivola Madame de Saint-Leu sente talvolta la necessità di mettere a soqquadro il torpido esilio elvetico. Le frontiere di Francia sono chiuse, ma quelle italiane le restano aperte, e in Italia passa l'inverno con il figlio e con Le Bas. A Roma si incontra con Letizia Bonaparte che ricorda i fasti di un tempo che ebbero, come ella temeva, breve durata. Luigi Napoleone, che sarà un eterno donnaiolo, vi fa anche delle conquiste. Ma qui, soprattutto, il giovane principe ritrova il fratello maggiore Napoleone Luigi, l'adolescente generoso che ha su di lui un vivo ascendente e che lo introduce nell'ambiente segreto dei Carbonari. Napoleone Luigi fa parte della setta, ed è legato ai suoi compagni dal giuramento solenne, che invece suo fratello non pronuncerà mai. Nel 1830, sempre a Roma, i due principi Bonaparte passano all'azione con la Carboneria. La Città Eterna è in subbuglio e il governo pontificio infierisce crudelmente contro i liberali che vogliono proclamare la Repubblica. Luigi Napoleone si dà tanto da fare che è costretto ad andarsene il 13 dicembre, e va a raggiungere suo fratello a Firenze. Nel febbraio 1831 la rivolta scoppia e i Bonaparte raggiungono a Spoleto gli insorti, i cui capi si servono del loro nome illustre per il vantaggio della loro causa. Entrambi partecipano alla presa di Civita Castellana, ma l'Austria, che non intende permettere la formazione di una repubblica ai suoi confini e che il Papa chiama in aiuto, si prepara ad intervenire. Ciò significa la sconfitta sicura dei rivoluzionari male armati, e una terribile minaccia per i due fratelli. Il cardinale Fesch, loro prozio, non lo nasconde, scrivendo ad Ortensia: se li prendono sono perduti. Ortensia allarmata fa intervenire l'ex-precettore del figlio primogenito, Armandi, che obbliga i due Bonaparte ad andare a Bologna, da dove raggiungono Forlì, dove Napoleone muore il 17 marzo, per un attacco di morbillo. Si pensa anche che egli sia stato assassinato, o meglio giustiziato, dalla Carboneria per essersi rifiutato, cedendo alle preghiere materne, di marciare su Roma, venendo così meno al giuramento. Due giorni dopo Ortensia arriva a Forlì, ma non ha nemmeno il tempo di sfogare il suo dolore: bisogna fuggire davanti agli Austriaci. Con Luigi Napoleone, che si ammalerà anch'egli di morbillo durante i loro vagabondaggi, conduce un'esistenza pittoresca e avventurosa che termina il 14 aprile 1831, quando, con un passaporto ottenuto dal governo di Londra e intestato a Mrs. Hamilton, in viaggio con i suoi due figli, i fuggitivi riescono a passare da Nizza in Francia insieme al Conte Zappi, loro compagno di viaggio. Luigi Napoleone ha lasciato il suo paese natio da sedici anni, vi rientra come uno straniero ed è proprio in veste di pellegrino che raggiunge Parigi, seguendo la strada percorsa da suo zio al ritorno dall'isola d'Elba. Nella capitale Ortensia si mette in contatto con Luigi Filippo, reclamando da lui l'abolizione del decreto d'esilio per sè e per i suoi. Il re dei Francesi la riceve molto gentilmente, ma niente di più; il suo trono non è ancora tanto solido da permettergli di ammettere la presenza in Francia di un personaggio turbolento come Luigi Napoleone, tanto più che i Bonapartisti interni non gli facilitano il compito. Inoltre il futuro pretendente entra in contatto con i capi repubblicani che sono rimasti impressionati dal suo comportamento in Italia. Tuttavia il governo reale esita ad allontanarlo dal paese, ben sapendo che la manovra sarà poi sfruttata contro il potere costituito. Propone anche di togliere la Contessa di Arenenberg e suo figlio dalla lista degli esiliati, e di far entrare Luigi Napoleone, come ha egli stesso suggerito, nell'esercito. C'è una proposta anche migliore: il principe sarà in seguito innalzato alla dignità di Pari, a condizione che abbandoni il nome di Bonaparte e tutte le pretese al trono per diventare il Duca di Saint-Leu. Luigi Napoleone respinge però tale proposta. Il 5 maggio, decimo anniversario della morte dell'Imperatore, Ortensia e suo figlio sono formalmente invitati a lasciare la Francia. Per quanto breve, il soggiorno parigino ha confermato a Luigi Napoleone la sua importanza politica e il culto che il popolo continua ad avere per suo zio. A Londra, dove gli "Hamilton" si recano, egli continua a frequentare i liberali e già egli pensa di servirsene quando verrà il momento. Alla fine di agosto ritornano ad Arenenberg e per Luigi Napoleone questo è il tempo delle meditazioni, interrotte da avventure galanti, mentre la morte del Duca di Reichstadt lo fa diventare automaticamente il pretendente al trono imperiale. Il fatto non modifica il suo modo di vivere; egli continua ad essere un buon cittadino svizzero e un disciplinato ufficiale dell'esercito elvetico. Le Bas non c'è più e Ortensia, affascinata dalle nuove prospettive, per quanto lontane e dubbie possano essere, cerca di trasmettere a suo figlio ideali di governo del tutto opposti a quelli sociali del vecchio e dei Carbonari: onnipotenza ed assolutismo. Luigi, il sognatore, ascolta solo pigramente, registra, pesa, elimina, ricorda. Tuttavia egli si preoccupa di non riferirsi a tali teorie quando pubblica i Sogni politici, che sono, soprattutto, un attacco contro il re cittadino (e il suo governo debole!) in cui l'autore delinea quella strana unione di Napoleone e della Repubblica, che si realizzerà, almeno per un certo periodo, nella sua persona. Seguono altre opere e specialmente nel 1833, un Manuale d'Artiglieria, che egli dedica a numerosi ufficiali e giornalisti francesi, sebbene sia redatto ad uso degli ospitali Svizzeri che lo hanno appena nominato cittadino onorario di Turgovia. L'opera gli frutterà il grado di capitano nell'esercito svizzero e gli elogi della stampa d'oltre frontiera. L'anno dopo, caratterizzato in Francia dall'insurrezione repubblicana di Lione, continuata a Parigi dalla sommossa soffocata nel sangue e nel massacro di Rue Transnonain e dall'attentato di Fieschi il 28 luglio, entra in scena un avventuriero, Fialin, che ben presto aggiungerà al suo nome il titolo de Persigny, per essere, alla fine, Persigny solamente. E' un pezzo d'uomo rude e robusto, cospiratore per temperamento. Dopo la Scuola di Cavalleria di Saumur, è stato negli Ussari, ma è stato radiato dai quadri all'avvento degli Orléans. Poiché la Francia non vuole più il ramo primogenito dei Borbone sul trono, ed egli non saprebbe accettare un regime dominato dai rossi, a Fialin non resta che unirsi al Bonapartismo. Nel 1834 fonda la rivista L'Occidente Francese, che uscirà con un solo numero in cui egli diffonderà il vangelo imperiale, panegirico dell'idea napoleonica, vera legge dei mondi moderni, e simbolo delle nazionalità occidentali. Come conclusione afferma: E' venuto il momento di diffondere in tutta la terra questo vangelo e di risollevare la vecchia bandiera dell'Imperatore. L'Imperatore, solo l'Imperatore! Dopo di ciò Fialin deve solo recarsi ad Arenenberg dove Luigi Napoleone lo accoglie con queste parole: Vi aspettavo. Da allora Persigny sarà il missus dominicus del principe, fanatico a tal punto da prendere come motto la frase: Io servo; e servirà fino alla fine, Loyola dell'impero, come egli ha voluto essere. E' il complemento indispensabile del padrone che si è scelto perché ne è l'opposto. Il suo entusiasmo lo spinge ad organizzare i colpi più rischiosi, Strasburgo, Boulogne, e a parteciparvi. Per il momento il principe ne fa il suo ambasciatore presso i repubblicani di Parigi. Così Persigny incontra Armand Carrel che, dopo un colloquio, non esita a predire un ruolo importante a Luigi, se dimenticherà i diritti della dignità imperiale per ricordarsi solo della sovranità del popolo. E' evidente che il direttore del National non è contrario ad un plebiscito e crede di aver ottenuto l'assicurazione che Bonaparte non desidera sollevare un vespaio. La nostalgia dei Francesi per Napoleone, i sentimenti bonapartisti sono stati maggiormente esaltati dalla Monarchia di Luglio che ha moltiplicato le manifestazioni d'omaggio al grande Imperatore: nuova erezione della sua statua in Place Vendome, testimonianze di ammirazione più volte espresse da Luigi Filippo, completamento, nell'anno 1836, dell'Arco di Trionfo dell'Etoile in attesa del ritorno delle ceneri, il 18 dicembre 1840. Da una parte gli Orleanisti pensano, se non di disarmare i Bonapartisti, di ottenerne almeno la neutralità; dall'altra fanno una distinzione sottile che non sempre il popolo capisce: colui che essi vogliono onorare non è il tiranno, ma il Genio, figlio della Rivoluzione. Sbagliano due volte il loro calcolo, giacché i bonapartisti rilanciano la loro propaganda e vengono a patti con i repubblicani, e la massa, ancora impressionata dai racconti dei veterani, canticchia le canzoni di Béranger e, in questo regno borghese, sgrana come in un rosario le grandi ore dell'epopea imperiale. Eccitato dall'ottimismo di Persigny, il pretendente crede, un po' troppo presto, di aver raggiunto lo scopo. Nell'agosto 1835 scrive: Il sangue di Napoleone si ribella nelle mie vene. Si potrebbe non tener conto della probabile impostura, ma egli aggiunge con solennità: La spada di Napoleone: ecco il mio solo sostegno. Progetta con il suo factotum un piano di insurrezione. Si tratta di sollevare l'importante guarnigione di Strasburgo e di marciare, con essa, su Parigi, dando per scontato che durante la marcia, al solo nome di Napoleone, ufficiali e soldati accorreranno a formare una valanga che decreterà la fine di una monarchia disprezzata e restaurerà l'impero. Nella residenza di Arenenberg si vedono passare ufficiali di alto grado, di stanza alla frontiera. Tre viaggi a Baden-Baden, dove Luigi Napoleone fa la cura delle acque e vive un idillio britannico, gli permettono di avere altri contatti. E' superfluo dire che il principe è circondato da spie e che ben presto tutta l'Europa sarà al corrente delle sue cospirazioni. I congiurati, tuttavia, trovano come complice principale il colonnello Vaudrey, comandante del 4° reggimento di artiglieria a Strasburgo; Persigny ne affida la conquista alla sua ex-amante Elizabeth Brault, vedova di un inglese di nome Gordon, che seduce l'ufficiale e l'incatena. Si uniscono, tra gli altri, il comandante Parquin e il tenente Laity, per non parlare dei conoscenti di Persigny avidi, come lui, di uscire dalla mediocrità. Il generale Voirol, comandante della sa divisione militare e della piazza di Strasburgo, invitato ad unirsi al moto insurrezionale, sarà invece colui che lo reprimerà. Il 28 ottobre 1836, Luigi Napoleone arriva in segreto a Strasburgo. L'indomani si incontra con Vaudrey, poi riunisce i congiurati principali e legge loro i tre proclami al popolo, all'esercito e agli abitanti della città. I Francesi sono chiamati sotto l'aquila dell'Impero, emblema di gloria, simbolo di libertà, l'esercito è invitato a scacciare i barbari dal Campidoglio, schierandosi sotto il rinato tricolore, perchè, continua il proclama, la gloria in lutto conta su di voi. Gli abitanti di Strasburgo apprendono che l governo di Luigi Filippo li detesta in modo particolare e che sono stati loro stessi a chiamare il principe per vincere o morire per la causa del popolo. Il 30 ottobre, alle 6 del mattino, Luigi Napoleone si dirige verso la caserma del 4° artiglieria insieme con Parquin, come generale, e con Persigny. Vaudrey lo attende sul luogo e lo presenta alle truppe che ha fatto adunare. Ogni soldato ha avuto dieci cartucce, ma anche ogni batteria ha ricevuto quaranta franchi, giacché Luigi Napoleone non dimenticherà mai la lezione del Basso Impero Romano, in cui i generali compravano dai loro soldati l'ascesa alla porpora. Gli artiglieri scrutano con curiosità lo sconosciuto che accompagna il loro colonnello. Soldati, grida Vaudrey, una grande rivoluzione sta per compiersi. Ecco qui il nipote dell'Imperatore Napoleone che viene per porsi alla vostra testa. Il vostro colonnello si è fatto garante di voi. Ripetete con lui: Viva Napoleone! Viva l'Imperatore! Gli uomini obbediscono e, rincuorato, il principe presenta loro una bandiera sormontata dall'aquila: Riunitevi sotto questo nobile stendardo, dice, lo affido al vostro onore e al vostro coraggio. Marciamo dunque insieme contro i traditori e gli oppressori della patria. Si volta verso un ufficiale e l'abbraccia. E' il delirio: così almeno i congiurati assicureranno più tardi. Le testimonianze dei soldati non rivelano lo stesso entusiasmo: Non si sapeva bene che cosa si gridasse, dirà un soldato. Io gridavo: Viva il re! Il colonnello mi è venuto vicino dicendomi: Vuoi gridare: Viva l'Imperatore, imbecille... Allora ho gridato: Viva l'Imperatore! Con la stessa confusione o indifferenza il reggimento esce dalla caserma, preceduto dalla banda. Malgrado sia molto presto, le strade sono già animate; i cospiratori hanno assoldato delle comparse, vestite da operai, che acclamano l'Imperatore e si spingono e si urtano per baciare l'aquila dello stendardo. Come sempre avviene, la massa è trascinata; la partita sembra essere ben iniziata. Vaudrey ha fatto occupare alcuni punti strategici e arrestare il prefetto. Luigi Napoleone si reca dal generale Voirol che il fracasso ha strappato dal letto (sono le 6.30) e tenta di nuovo di convincerlo ad unirsi a lui, ma Voirol rifiuta. Parquin, che è presente, ne ordina l'arresto e crede di chiuderlo a chiave in una stanza, senza accorgersi che esiste una seconda uscita dalla quale il prigioniero scappa e raggiunge la caserma del 46° Fanteria di linea. Tutto crolla intorno ai congiurati. Alla caserma Finkmatt, il principe tenta invano di trascinare dalla sua parte il 46° fanteria, mentre Voirol fa rioccupare la prefettura da alcune unità e bloccare le arterie principali. Alla caserma Finkmatt un ufficiale capovolgere la situazione: Soldati, vi ingannano. Questo preteso nipote dell'Imperatore è un manichino travestito. E' soltanto il nipote del colonnello Vaudrey. Allora il colonnello Taillandier, comandante del reggimento, non ha più esitazioni: fa arrestare Luigi Napoleone e la sua scorta e degrada Parquin. Persigny riesce a fuggire e a raggiungere Arenenberg. Moriamo bene! raccomanda Parquin convinto di essere fucilato. Nessuno dei vincitori ci pensa e si limitano ad interrogare i prigionieri. Ho voluto creare un governo basato sull'elezione popolare e riunire un congresso nazionale, dichiara il principe. Lo scacco è notevole: in meno di due ore tutto è finito. Nonostante ciò, a Parigi la notizia del tentativo fallito sul nascere suscita dell'agitazione e alcuni ufficiali accolgono le proposte del pretendente: è la prova che non ci si può fidare cecamente dell'esercito. Il governo ritiene opportuno non informare ufficialmente il paese e ordina che siano arrestati solo gli ufficiali maggiormente compromessi, altrimenti il considerevole numero di arresti avrebbe intaccato l'autorità del regime. Giacché i congiurati sono passibili della pena di morte, Ortensia accorre a Parigi per supplicare il re di concedere la grazia al figlio. Ma Luigi Filippo non ha interesse a versare sangue; d'altronde è anche una cosa che gli ripugna, forse perché inorridito dall'esempio paterno. Vuole che si minimizzi la cosa, che la si riduca ad un semplice colpo di testa, e che si trasformi Luigi Napoleone, con l'aiuto della stampa orleanista, da martire in uno sciocco. Il principe viene condotto a Parigi il 9 novembre, mentre i suoi complici, sette dei quali sono stati arrestati, saranno giudicati dalle Assise di Strasburgo. Il prefetto di polizia Delessert informa l'agitatore che sta per essere imbarcato per gli Stati Uniti. Invano Luigi Napoleone protesta che vuole essere giudicato con i suoi compagni: la Monarchia di Luglio non vuole dargli una tribuna. Il 21, la fregata Andromeda, che ha bordo il pretendente all'impero con 15.000 franchi in tasca, viatico che egli ha accettato dal re che avrebbe voluto spodestare, leva l'ancora. Sarà un lungo viaggio, poiché la nave giungerà a Norfolk solo il 30 marzo 1837. Nel frattempo vengono giudicati gli altri sette congiurati, che riescono senza grandi difficoltà a fare notare che, se le accuse contro l'autore principale del delitto in causa sono cadute, essi non devono essere trattenuti in corte d'Assise. Tutti infatti vengono rilasciati, tra ovazioni ed applausi e la liberazione è seguita da un banchetto colossale. Un tale epilogo non è il più adatto per consolidare il regime. L'esiliato apprende a New York quel verdetto incoraggiante. Ad ogni modo si sarebbe forse stabilito in Brasile, come sembra avesse in animo, se sua madre, malata di cancro, non si fosse aggravata all'improvviso? Certo che Luigi Napoleone, sbarcato in un'America in preda ad una grave crisi finanziaria, vi aveva trovato un'accoglienza austera, ben diversa dalla mondanità, dal lusso e dalle lusinghe femminili cui era tanto sensibile, e che ciò non è l'ultima causa del suo ritorno in Europa. Il 10 luglio è a Londra, dove l'ambasciata francese gli rifiuta un passaporto per la Svizzera. Il governo britannico è più conciliante e gli concede il passaporto, prezioso Sesamo, intestato a un certo Robinson. Luigi Napoleone chiuderà gli occhi di sua madre l'8 di ottobre. Un testimone scriverà: Fa pena. Ha abbracciato sua madre teneramente, violentemente, come una sposa, come un'amante. Tuttavia il dolore si calma e il principe assume di nuovo il ruolo di pretendente. In particolare aiuta Laity a redigere una relazione degli avvenimenti di Strasburgo che, pubblicata nel giugno 1830, irrita Parigi poiché si tratta, senza ombra di dubbio, di un libello antigovernativo e favorevole a Napoleone. Ammaestrato dall'esperienza, il governo di Luigi Filippo teme un nuovo tentativo di rivolta. Bisogna allontanare il Bonaparte. Prima, però, viene arrestato Laity, che i Pari condannano a cinque anni di carcere e a 10.000 franchi di ammenda per attentato contro la sicurezza dello Stato. Tale severità solleverà l'opinione pubblica contro la monarchia d'Orleans, meno tuttavia della richiesta alle autorità svizzere di espulsione del principe. Il Consiglio di Turgovia rifiuta. Parigi insiste con una nota diplomatica che mette in evidenza il fatto che è troppo comodo, per un cittadino francese, approfittare della nazionalità svizzera ogni volta che ha la speranza di disturbare la sua patria per realizzare i suoi progetti. La tesi è plausibile, ma non deve essere seguita da un'offesa a una nazione indipendente. Molé si ostina e passa ogni limite, minacciando la Svizzera di rottura delle relazioni diplomatiche e inviando un corpo d'armata verso la frontiera. Essendo in gioco il suo onore, la Svizzera non cede. In Francia e in Europa, l'incidente è bene sfruttato contro la Monarchia di Luglio, mentre Luigi Napoleone sostiene il ruolo di eroe perseguitato. Così egli lascia che le cose vadano per il loro verso, malgrado il pericolo reale di un intervento armato in Turgovia. Saranno necessarie le insistenze di un saggio, Henry von Wessenberg perché egli acconsenta a lasciare un paese dove, scrive, la sua presenza sarebbe causa di gravi disgrazie. Non rivedrà più Arenenberg. Il dottor Conneau, che sua madre gli ha lasciato in eredità, lo accompagna in Inghilterra con due domestici. Il governo di Palmerston gli riserva un'accoglienza cordiale e conserverà sempre una certa simpatia nei riguardi del principe. Egli è l'idolo dei salotti dove incontra alcuni proscritti repubblicani francesi: Ledru-Rollin, Luis Blanc, Eugène Sue. Ma la vita a Londra è terribilmente cara: il denaro vola, sebbene l'eredità della Regina Ortensia frutti a suo figlio 120.000 franchi di rendita. Sarà sperperata in pochi anni e, fino al colpo di Stato del 2 dicembre, specie nei primi anni del suo mandato presidenziale, Luigi Napoleone contrarrà debiti favolosi. Egli è prodigo di natura e inoltre deve mantenere la sua propaganda, i suoi luogotenenti e i suoi agenti, perciò la lunga relazione che egli inizia con la ricchissima Miss Howard gli sarà molto utile. Harriet Howard, sull'origine della cui ricchezza è bene non indagare, metterà la sua fortuna a disposizione del principe, nipote dell'uomo che ella ammirava di più al mondo, ed egli non si farà mai scrupolo di attingervi. D'altronde è sicuro che la borsa della cortigiana godeva di sovvenzioni del servizio segreto britannico. Nel 1839 Luigi Napoleone pubblica un opuscolo in lode dell'Imperatore e dell'Impero con il titolo di: Le idee napoleoniche, un ammasso di fraseologia ampollosa in cui ciascuno può trovare ciò che lo interessa: dal borghese, blandito dai riferimenti all'ordine, all'autorità, alla pace feconda, all'operaio, i cui diritti non sembrano mai essere dimenticati da Napoleone. Tutti, tranne gli Orleanisti, le cui colpe accumulate nel periodo in cui sono al governo, vengono enumerate dall'autore. L'anno seguente, a Parigi, Persigny pubblica un'opera, Lettere da Londra, in cui delinea la futura politica europea di Napoleone III, favorevole all'Italia, contraria alla Russia e basata sul principio di nazionalità. Nel 1840 Palmerston, con l'aiuto della Prussia della Russia e dell'Austria, regola le sorti di Méhémet Alì, il cui esercito ha sbaragliato le truppe turche. Malgrado l'appoggio della Francia, egli viene privato dei suoi possedimenti, e Parigi, umiliata, parla di guerra. I governanti inglesi ritengono che sia l'occasione buona per incoraggiare una nuova impennata di Luigi Napoleone, lasciandogli capire che non si opporrebbero al ristabilimento dell'Impero in Francia. Sanno benissimo che ogni nuovo tentativo da parte del loro ospite è destinato all'insuccesso, ma sanno anche che metterà il governo francese in una posizione scomoda, proprio in un momento cruciale. Il principe cade nella rete: sarà la misera impresa di Boulogne, preparata in massima parte dal Conte Le Duff de Mésonan, comandante di squadrone avvilito per essere stato recentemente messo in pensione d'ufficio. Mésonan tenta dapprima di corrompere il suo amico, il generale Magnan, comandante della piazza di Lille, al quale consegna una lettera di Luigi Napoleone in cui gli si offrono 100.000 franchi e, nel caso di perdita del comando nel corso dell'avventura, altri 300.000. Dopo il fallimento, egli affermerà di essersi indignato per la proposta, ma di aver avuto compassione di Mésonan e di averlo esortato ad andarsene, invece d'arrestarlo. Questa magnanimità si spiegherà quando il generale, anziché cadere in disgrazia dopo l'elezione di Bonaparte alla Presidenza, sarà messo a capo della guarnigione di Parigi nel 1851. Naturalmente Magnan occuperà tale posto prima del 2 dicembre e, due giorni dopo, comanderà la sanguinosa sparatoria dei boulevards. Era del resto uno specialista in materia, avendo già represso le manifestazioni operaie contro la Monarchia di Luglio. L'Imperatore lo farà maresciallo e senatore. Le riserve, o i consigli, di Magnan fanno abbandonare il progetto di sollevare la guarnigione di Lille, e il gabinetto del principe decide di rivolgere ogni sforzo verso Boulogne, dove stazionano solo due compagnie di fanteria di linea, per trascinare tutto l'esercito dietro di sè. Un ufficiale del reggimento, il tenente Aladenize, afferma di essere capace di compiere il miracolo. Si comprano fucili a Birmingham; si cuciono sulle uniformi mandate da Parigi dei bottoni con l'aquila imperiale. Si noleggia, per 2.500 franchi la settimana, il battello Edinbourgh Castle; si assoldano una cinquantina di individui; il generale de Montholon, compagno dell'Imperatore a Sant'Elena, passa la Manica per portare aiuto. Il 4 agosto ci si imbarca. Luigi Napoleone ha con sè 400.000 franchi, presi in prestito. Solo in mare aperto, il 5 agosto i domestici vengono informati dello scopo glorioso della loro impresa, mentre pensavano si trattasse di una piccola crociera. Lo sbarco avverrà a Wimereux, dove amici potenti e devoti sono in attesa, e dopo qualche giorno si arriverà a Parigi. Cinque luigi a ciascun uomo e robusti brindisi completeranno queste argomentazioni (c'erano sedici dozzine di bottiglie senza contare i liquori). Il 6 agosto, alle due del mattino, l'Edinbourgh Castle getta gli ormeggi a un miglio dalla costa francese, che l'equipaggio raggiunge facendo la spola con le barche. Si incontra qualche doganiere che deve arrendersi al numero. Alle cinque, i congiurati entrano in Boulogne con Aladenize e la bandiera con l'aquila alla loro testa. Alla caserma il tenente fa suonare l'adunata e il principe distribuisce discorsi, promozioni e Legioni d'Onore. E' una scena ridicola, cui il capitano Puygelier, comandante della piazza, mette fine, chiamando Luigi Napoleone usurpatore e gridando: Viva il re!, grido che le truppe ripetono docilmente. Sconvolto, il principe estrae la pistola e spara ferendo un soldato. Viene respinto dalla caserma con tutti i suoi e, da quel momento, essi vagano disorientati, decidendo infine di andare a piantare la bandiera imperiale sulla colonna della Grande Armata. Dopo di ciò, si disperdono, e gli amici trascinano il principe verso la spiaggia, nella speranza di raggiungere il battello. A nuoto egli tenta, con Mésonan, Persigny, Conneau e qualcun altro, di arrivare ad una barca, ma sparano su di loro come a delle anitre. Tre fuggitivi vengono uccisi, altri feriti e una pallottola lacera l'uniforme di Luigi Napoleone. Ricondotto a riva, bagnato e tremante, viene portato al castello. La sconfitta è stata grave e sanguinosa e, questa volta, la stampa si schiera unanime contro il pretendente. Disonorerebbe il nome che porta, se un tal nome si potesse disonorare, scrive il Journal des débats. In Inghilterra si finge di essere sorpresi e scandalizzati. The Sun consiglia di rinchiudere il principe in un manicomio e il Times lo dipinge come un imbecille malfattore. Ben presto Thiers confermerà il suo giudizio: un cretino. Implorando pietà per suo figlio, Luigi Bonaparte, o meglio di Saint-Leu, lo definisce una mente smarrita. Il 7 agosto, Luigi Napoleone viene trasferito al forte di Ham. Il 9, il governo ammaestrato dalle assoluzioni di Strasburgo, deferisce i colpevoli alla Camera dei Pari, più malleabile. Sono una ventina e compaiono davanti alla Corte il 28 settembre, sotto l'accusa di avere attentato alla sicurezza dello Stato. Difeso da Berryer, il principe ha sul petto la decorazione della Legion d'Onore. Con il suo accento tedesco, egli denuncia la triste esperienza degli ultimi dieci anni che lo ha spinto a fare appello alla nazione e a interrogare la sua volontà... Essa avrebbe risposto: repubblica o monarchia, impero o regalità. Dalla sua libera decisione dipende la fine dei nostri mali e delle nostre discordie. Per lui, il plebiscito resterà la base legale del potere. Conclude: Le vostre formalità non ingannano nessuno. Nella lotta che si inizia vi sono soltanto un vincitore e un vinto. Giacché siete gli uomini del vincitore non debbo aspettarmi giustizia da voi e non voglio la vostra generosità! Berryer, che è legittimista, si scaglia all'attacco del regime. Come può la monarchia usurpatrice avere il coraggio di rimproverare al suo cliente azioni simili a quelle che l'hanno portata al potere? Come può osare di giudicare l'erede del dogma popolare su cui era fondato l'Impero e che la Monarchia di Luglio ha tolto di mezzo senza interrogare il paese? E, con asprezza, ricorda il passato a quei Pari, tra i quali siedono Pasquier, Decazes, Soult, Gérard, Grouchy, Exelmans, tutti creature o ministri di Napoleone: Chi siete voi?... Marchesi, conti, baroni, ministri, marescialli, a chi dovete la vostra grandezza?... Come giudice io sono disposto ad accettare solo colui che, se il principe fosse riuscito nella sua impresa, avrebbe avuto il coraggio di rinnegare i suoi titoli! Queste apostrofi sferzanti raggiungono il bersaglio. Il 6 ottobre 160 pari, su 312, si astengono. La maggioranza dei loro colleghi condanna Luigi Napoleone al carcere perpetuo, Aladenize alla deportazione, Persigny a venti anni. Gli altri imputati principali, Montholon, Mésonan, Parquin, Conneau fra gli altri, sono condannati a pene varianti fra i due e i venti anni di galera; alcuni imputati minori sono assolti. Al cancelliere che gli legge la sentenza, il pretendente risponde con un sorriso: In Francia nulla è perpetuo. Ricondotto a Ham con Montholon e Conneau, Luigi Napoleone resterà sei anni nella fortezza costruita al tempo di Luigi XI. Occupa due stanze in una delle quattro torri ed è sorvegliato severamente fino al momento in cui il comandante del forte, Demarle, si ammansirà al punto di giocare a carte con i suoi ospiti. Il principe pratica l'equitazione entro la cerchia delle mura e può passeggiare sui bastioni dove coltiva un piccolo giardino. Può anche ricevere visite: tra le altre la lavandaia Elisabeth Vergeot, detta la bella zoccolaia, la quale gli darà due figli; ma anche i suoi uomini d'affari (che sono in uno stato disastroso), alcuni dotti locali, amici, sostenitori, giornalisti e deputati fra cui Louis Blanc, rientrato in patria. Ortensia Cornu, figlioccia di sua madre e suo primo amore, verrà ad Ham sette volte. Quanto a Montholon, egli dimentica volentieri la sua rispettabile sposa quando ottiene che la poco selvaggia irlandese Caroline O'Hara, che si è autonominata contessa di Lee e che gli darà un figlio, venga ad abitare al forte in qualità di infermiera. In questi sei anni, Luigi Napoleone riflette e studia: parlerà più tardi, con umorismo, dell'università di Ham. Ha un suo ufficio; legge, scrive articoli di stampa (collabora a Le Guetteur de Saint-Quentin con lo pseudonimo XX), saggi economici e politici. I Frammenti storici, riguardanti Carlo II d'Inghilterra, sono un violento attacco indiretto contro Luigi Filippo e la sua politica esclusiva di sviluppo degli interessi materiali. Anche una: Analisi della questione degli zuccheri, è un mezzo per attaccare un regime che vuole ostacolare la coltura della barbabietola in patria a favore di quella della canna nelle colonie, e nello stesso tempo per attirarsi le simpatie dei coltivatori. C'è anche un saggio sulle correnti elettriche di cui Arago farà menzione all'Accademia delle Scienze, ma l'opera principale del prigioniero resta una serie di articoli riuniti in opuscolo col titolo: Estinzione del pauperismo. Il libro non è eccezionale, ma frutterà al suo autore una grande popolarità fra le classi più miserabili del paese, che vedranno in lui un amico comprensivo e disposto a venire in loro aiuto. Vi si trovano le formule più ardite del socialismo dell'epoca: La classe operaia non possiede nulla: bisogna renderla padrona. Bonaparte predica una formula, del resto inapplicabile, di associazioni operaie, accompagnate, a dire il vero, da un abbozzo di organizzazione corporativa. Il tutto è assai complicato e di attuazione impossibile e porta infatti alla creazione di un burocratismo colossale. La stampa socialista rende omaggio alle intenzioni democratiche del principe e arriva persino a deplorare la sua detenzione. Si saluta in lui l'uomo della libertà, l'uomo del popolo. George Sand supplica il nobile prigioniero di parlare spesso di liberazione e di affrancamento a un popolo, come lui, in catene. L'avvenire farà cadere questi ingenui entusiasmi. In realtà, come avrebbero potuto gli operai non riporre un'immensa speranza nell'erede dell'Imperatore, dopo aver saputo che si interessava alla loro triste sorte? Non si potrebbe mai abbastanza mettere in evidenza quale spaventosa esistenza conducesse il proletariato delle grandi città. Il sociologo Adolphe Blanqui, fratello di Auguste, ma di idee opposte, denuncerà nel 1849 questa miseria. A Rouen, nel quartiere di Martainville, i bambini sono striminziti, invalidi precoci di cui solo una piccola parte raggiunge l'età di leva; ma allora uno su dieci è abile per fare il soldato. Nelle sordide abitazioni, gli scalini sono coperti di immondizie putrefatte; nelle stanze uomini, donne, bambini dormono alla rinfusa. I canoni d'affitto settimanali vanno da 60 centesimi a 2 franchi. Ora, 2 franchi è la paga giornaliera di un uomo, quando può trovare lavoro. A Lille la situazione è ancora peggiore: regna una miseria di cui non si può sondare la profondità senza spavento. Il mondo operaio qui è sotterraneo: vive nelle cantine, in fosse per uomini dall'atmosfera pestilenziale, su pagliericci fatti di foglie marce di patate. I bambini sono nudi o cenciosi, intristiti, gobbi, deformi. E non è tutto. A Mulhouse, i figli dei padroni hanno speranza di vivere fino a ventotto anni, quelli dei lavoratori fino a diciannove mesi, e i datori di lavoro preferiscono, agli uomini, le donne e i bambini come manodopera a minor costo. Questi padroni sono anche indignati da quando una legge del 1841 ha proibito l'impiego di bambini minori di otto anni e ridotto a otto ore consecutive il lavoro dei bambini da otto a dodici anni e proibito il lavoro notturno (dalle ventitrè alle cinque) per i minori di tredici anni. D'altronde questa legge non viene rispettata, con l'approvazione delle famiglie operaie, troppo felici di incassare qualche soldo in più. Tutto questo all'indomani del giorno in cui Guizot raccomandava alla Francia: Arricchitevi col lavoro! Un popolo di milioni di esseri in simili condizioni, come avrebbe potuto non rivolgersi verso chiunque avesse manifestato il minimo sentimento umano nei suoi confronti? Tuttavia la situazione finanziaria del pensionante di Ham si fa sempre più critica. Dal 1843 in poi, ha venduto Arenenberg per 70.000 franchi (ne voleva 500.000), ha ceduto i suoi ricordi imperiali, poi ha creduto di trovare una miniera d'oro nelle proposte di uomini di affari che chiedevano il suo patronato per l'apertura di un canale transoceanico nell'America Centrale; ma l'affare non è andato mai oltre le proposte. Nel settembre 1845, Luigi di Saint-Leu, le cui forze stanno declinando, chiede a Luigi Filippo la liberazione di un figlio che desidera rivedere prima di chiudere gli occhi per sempre. Il re esige, come condizione, un giuramento di rinuncia alla politica, che il detenuto si rifiuta di prestare. A sua volta, il principe chiede il permesso di recarsi presso suo padre, impegnandosi a tornare quando gliene verrà dato l'ordine. Si risponde ingiungendogli di chiedere la grazia, ma Luigi Napoleone rifiuta. Non gli resta altra soluzione che evadere. Gli ci vorrà del denaro; i rappresentanti del principe a Londra hanno appena contratto, in suo nome, un prestito di 150.000 franchi con il ricchissimo Duca di Brunswick, scacciato da una rivoluzione nel 1830, strano personaggio che predicava l'abolizione di tutte le monarchie, la creazione di una repubblica universale, ma anche la propria restaurazione. Per ottenere il prestito, il principe firma un trattato incredibile, in cui si impegna ad aiutare Brunswick a ritrovare il suo ducato. Bisogna però dire che, come presidente prima e come imperatore poi, egli si dimenticherà di questa promessa. Il 25 maggio 1846, Luigi Napoleone fugge dal forte, dopo essersi tagliato i baffi, aver indossato una parrucca e un berretto, una blusa da operaio e degli zoccoli. Chiunque l'avrebbe preso per uno dei muratori addetti ai lavori di riparazione all'interno della cittadella. Così truccato, alle 6.30 del mattino, quando la squadra è arrivata, il principe, con la pipa in bocca, afferra un'asse che gli servirà a nascondere il viso e passa davanti a una prima sentinella. Forse per l'emozione, lascia cadere la pipa che si rompe, e con calma, sotto lo sguardo ironico del piantone, ne raccoglie i cocci; poi giunge alla porta, che il guardiano apre a quest'uomo così carico. Eccolo fuori. Il suo cameriere Thélin lo aspetta in un calesse. Al galoppo arrivano a Saint-Quentin, dove saltano su una diligenza ed esortano il postiglione a sferzare i cavalli, ad andare più veloce. Finalmente arrivano a Valenciennes, dove devono aspettare due ore il treno per Bruxelles, avendo in tasca falsi passaporti inglesi. A Bruxelles, un ex-gendarme di Ham riconosce Thélin e gli domanda, a lungo, notizie del principe. Alla fortezza, il buon Conneau ha l'incarico di dissimulare la fuga. Nel letto del principe ha posto un manichino e, vicino ad esso, alcune boccette di medicine e delle scatole di pillole. Quando Demarle si presenta, il dottore lo prega di scusare Luigi Napoleone che non può riceverlo, essendo malato. Conneau va al manichino e fa finta di annunciare il visitatore. Ritorna: No, decisamente il principe sta troppo male. Demarle, convinto, se ne va. Quando, alla sera, scoprirà l'inganno, l'evaso è già a Bruxelles. Dopo un processo a Peronne, Conneau sarà condannato a tre mesi di prigione, Thélin, in contumacia, a sei mesi e Demarle sarà rilasciato. Di quella fortunata fuga, Luigi Napoleone conserverà il soprannome di Badinguer, più tardi usato in senso spregiativo, datogli forse da alcuni soldati di Ham e derivato da una parola piccarda che significa distratto o poco furbo. Il 27 maggio il principe è a Londra e, il giorno dopo, scrive a Saint-Aulaire, ambasciatore di Francia, una lettera in cui assicura di non avere alcuna intenzione di ritentare i colpi di Strasburgo o di Boulogne, ma di volere soltanto rivedere suo padre moribondo a Firenze. Questo desiderio non si realizzerà, essendogli negati sia il passaporto, sia l'ingresso in Toscana. Luigi Bonaparte morirà, solo, il 26 luglio, lasciando all'unico figlio che gli resta circa tre milioni, somma che permette all'erede di saldare qualche debito, ma soprattutto, di vivere secondo il suo rango a Londra, dove ha saputo rendersi popolare prestando giuramento il 6 agosto, come agente speciale di polizia per due mesi. Luigi Napoleone conduce una vita futile e galante e sembra aver rinunciato alla politica, ma nel 1847 confida alla Taglioni: Verranno da me, senza che io mi disturbi. Il 24 febbraio 1848 Parigi rovescia Luigi Filippo e proclama la Repubblica. Il 26, Luigi Napoleone è nella capitale e informa il governo provvisorio che desidera soltanto servire il suo paese. La risposta è sbrigativa: torni subito in Inghilterra. Egli obbedisce senza protestare. La manovra è astuta, come calcolata sarà anche la sua astensione dalle elezioni all'Assemblea Costituente in aprile, mentre già i partiti di destra si riprendono, trovando un elemento di unione nel loro comune timore per i rossi, questa demagogia parigina che Alexis de Tocqueville denuncia ai suoi elettori del dipartimento della Manica. Ma Persigny è a Parigi, e organizza un comitato bonapartista sebbene, come candidato nel collegio della Loira, si sia proclamato franco e leale repubblicano. Questo comitato presenta la candidatura di Luigi Napoleone in parecchi dei collegi nei quali, il 4 giugno, devono essere eletti i sostituti dei deputati eletti precedentemente in molte circoscrizioni. Nel frattempo, il principe invia una lettera di protesta all'Assemblea contro un progetto di legge che stabilisce la sua proscrizione e quella dei pretendenti reali, e vince la partita. Quanto alla sua campagna elettorale, i suoi amici la basano specialmente su L'estinzione del pauperismo, invitando gli operai a testimoniare la loro riconoscenza al prigioniero di Ham, che si occupava di un miglioramento della loro sorte. La sera dello scrutinio, Luigi Napoleone è eletto nel collegio della Senna con 84.420 voti, e nei distretti dell'Yonne, della Charente Inférieure e in Corsica. Alcuni repubblicani si agitano per questa ascesa improvvisa. Così Lamennais scrive che: il nome di Bonaparte è la bandiera di una cospirazione. Ma, il 10 giugno, alla riapertura dell'Assemblea, la folla grida: Viva Napoleone! Il principe non compare: verranno a cercarmi. Il 13, dopo aver dato lettura di un messaggio del nuovo eletto, che afferma di non voler tornare in Francia se non quando la nuova Costituzione sarà stabilita e la Repubblica consolidata, la Costituente vota, a grande maggioranza, la sua ammissione. L'indomani essa si indigna: Luigi Napoleone ha inviato al presidente, Armand Marrast, una lettera inopportuna in cui avverte: Se il popolo mi impone dei doveri, saprò adempierli. Poi, il 16, una nuova lettera calma gli animi: il principe rassegna le dimissioni, poiché involontariamente favorisce il disordine. La sua popolarità ne sarà accresciuta, specialmente dopo le sanguinose giornate di giugno. Già il 13 giugno, il generale Changarnier, uno dei conquistatori dell'Algeria, reprime una sommossa di malcontenti. Segue poi la chiusura delle officine nazionali, creazione generosa ma utopistica, la cui gestione e i cui risultati sono scandalosamente deplorevoli, mentre il 23 scoppia l'insurrezione dei sobborghi. La popolazione disperata dilaga verso il centro della capitale, senza direttive, senza veri capi, poiché Albert, Barbès, Auguste Blanqui sono in carcere, e Ledru-Rollin, membro della Costituente, si è ritirato. Non è la rivoluzione che avanza, bensì l'esercito della fame e della paura. Ha come motto: Pane o piombo e l'alternativa è pietosa. A Palazzo Borbone si hanno scene di panico e l'Assemblea si dimette, affidando i pieni poteri al generale Cavaignac, un altro Algerino. Sotto il comando di questo repubblicano moderato, il sangue scorrerà per le strade di Parigi, in una battaglia senza misericordia che vedrà anche le donne uccidere, sgozzare e morire: si conteranno 15.000 morti tra cui il generale Bréa e l'arcivescovo Affre, morti entrambi nel tentativo di impedire lo scontro. Vince la legalità, rappresentata da Cavaignac, e vince anche la borghesia possidente; il socialismo è stroncato. Alcuni capi, come Daix e Lahr, saranno condannati a morte. Più di 4.000 teste calde sono inviate alle deportazione; altri andranno in galera. La libertà di stampa è soppressa; Cavaignac è dittatore e i deputati si piegano davanti al salvatore. I lavoratori, nella loro disperazione, ripetono il nome di Bonaparte, il principe sociale, che deve essere contento delle sue dimissioni, per merito delle quali si trova con le mani pulite e non rosse di sangue. Si rallegrerà di ciò soprattutto quando, a partire dal 30 giugno, la maggioranza reazionaria ristabilirà la giornata lavorativa di almeno dodici ore ed escluderà dai diritti costituzionali il diritto al lavoro. In settembre devono svolgersi nuove elezioni supplementari e Luigi Napoleone, sempre appoggiato dal comitato organizzato da Persigny, pone la sua candidatura in diversi luoghi. I manifesti proclamano che egli vuole dedicarsi al miglioramento del livello di vita della massa e affermano che il suo successo sarebbe solo un atto di giustizia verso la memoria di suo zio. La Corsica, l'Yonne, la Charente Inférieure e la Moselle lo eleggono, e anche nel dipartimento della Senna passa da meno di 85.000 voti a circa 110.000. Il 25 settembre, entra all'Assemblea e prende posto alla sinistra. Dopo aver ricevuto l'approvazione, sale alla tribuna e legge un discorso di ringraziamento modesto e conveniente, chiedendo ai colleghi la loro affettuosa simpatia e pregando la Repubblica di accogliere il suo giuramento di riconoscenza e di devozione. L'accento tedesco sorprende e rassicura; un discorso svizzero, dirà Montalembert. Il principe, privo di doti oratorie, preferirà sempre leggere testi già preparati; egli pensa in tedesco, prima di esprimersi in francese, e ciò gli varrà la reputazione, immeritata, di lentezza mentale. Mentre l'Assemblea termina la discussione della Costituzione, Luigi Napoleone prepara già la sua candidatura alla Presidenza della Repubblica. Si incontra con Prouchon e con i capi socialisti e si scaglia, insieme con loro, contro il pugno di ferro di Cavaignac. Malgrado l'opposizione di Marrast, che teme che si costituisca così un potere uguale a quello della Rappresentanza Nazionale, benché diverso, l'Assemblea decide l'elezione del Presidente a suffragio universale. Questa decisione soddisfa il principe: gli offre la possibilità del plebiscito che egli sogna. Ma il 6 ottobre, il repubblicano Thouret propone un emendamento che esclude dalle presidenza e dalla vice-presidenza ogni membro delle ex-famiglie regnanti. L'Assemblea lo discute in mezzo a pareri discordi, giacché se Bonaparte deve essere eliminato, la stessa sorte dovrebbe toccare anche al principe di Joinville, in cui molti vedono un possibile candidato. Luigi Napoleone segue ansiosamente i dibattiti. I suoi avversari lo costringono a prendere la parola all'improvviso ed egli non può sottrarsi, ma recita così pietosamente male, che Thouret, ironico e sprezzante, dichiara: Dopo quanto ho udito, il mio emendamento è inutile e lo ritiro. Strana mancanza di intuizione, condivisa anche da Ledru-Rollin: Che imbecille, commenta, è rovinato. Due giorni dopo, trascinati dallo slancio, i deputati abrogano le leggi d'esilio riguardanti i Bonaparte. Il 26 ottobre, Luigi Napoleone sale nuovamente alla tribuna per dare lettura del suo atto di candidatura poiché, egli dice, si sente autorizzato a credere che la Francia consideri il suo nome utile al consolidamento della società. Dopo l'elezione avrà un solo scopo, meritare la fiducia dell'Assemblea e, con essa, anche quella di un popolo generoso, così leggermente trattato nel passato. Invano Thouret, inquieto, ripropone il suo emendamento: questa volta i suoi colleghi lo respingono e fissano l'elezione presidenziale per il 10 dicembre. Il 4 novembre, con 739 voti contro 30, l'Assemblea vota la nuova Costituzione che prevede il passaggio del potere legislativo a una Camera unica, eletta per tre anni con suffragio universale e formata da 750 membri inviolabili. Il Presidente della Repubblica, che esercita il potere esecutivo, è eletto per quattro anni e non può essere rieletto prima che siano trascorsi almeno quattro anni dal precedente mandato (art. 45). L'art. 62 gli garantisce un appannaggio annuo di 600.000 franchi. Senza l'art. 45 e senza l'art. 111, che richiede per ogni modifica della Costituzione una maggioranza dell'Assemblea nazionale di 314 dei voti espressi, forse il colpo del 2 Dicembre non avrebbe avuto luogo, dal momento che il principe sarebbe stato sicuro di una rielezione senza storia. Se non altro sarebbe stato per lo meno rimandato. Contro Luigi Napoleone si scaglierà Cavaignac, che conserva sempre la sua autorità, ma che per il popolo è sempre il macellaio e che la borghesia stessa, stanca di un giogo che ostacola gli affari, comincia ad abbandonare. Del resto il generale non si oppone forse alla formazione di cartelli ante-litteram fra i proprietari delle miniere, e non si è associato ad un progetto di legge che proibisce l'acquisto di coloro che sostituiscono i figli di buona famiglia chiamati alla leva? Altri generali non si tireranno in disparte che a malincuore come Changarnier, che tiene la propria spada a disposizione dell'ordine, ma che ha lo svantaggio di essere fisicamente ridicolo: voce roca, parrucca, bustino, è il generale Bergamotto. Poi vi è Bugeaud, il duca d'Isly, ancor più radicale del suo collega: Bisogna, dice, distruggere la cricca infernale delle persone e dei filosofi che hanno inventato il socialismo. Ma costui ha troppi nemici: è stato il massacratore di Rue Transnonain, ed era stato, prima, il carceriere della Duchessa di Berry a Blaye. Perché, si chiede la destra, perché non mettere all'Eliseo questo Bonaparte, questo cretino, questo re travicello dallo sguardo vuoto che si potrà manovrare a proprio piacimento? Thiers, che aveva pensato a suo tempo di presentarsi come candidato, aderisce all'idea il 15 novembre. Il 1° dicembre dirà: Non è un uomo di genio, è vero, ma con lui si avrà una repubblica saggia. Un eccezionale profeta, quel futuro Primo Presidente della III Repubblica! Alla sinistra, Ledru-Rollin, Raspail e Lamartine si schierano in prima fila, mentre Proudhon denuncia la candidatura di uno scervellato, che egli stesso ascoltava e consigliava poco tempo prima. Ma per la classe operaia, delusa dal fallimento del governo provvisorio, ancora stordita dai massacri di giugno e dalle repressioni, l'uomo della speranza non è forse il nipote del grande Imperatore, nato dalla Rivoluzione, l'autore della Estinzione del pauperismo? E malgrado la stampa parigina si scateni contro una minaccia per la repubblica... un commediante vestito da imperatore, il 10 dicembre Luigi Napoleone è eletto a stragrande maggioranza con l'aiuto del comitato di Rue de Poitiers, cioè del partito dell'ordine, (dove si trovavano orleanisti come Barrot e Guizot, e i clericali più influenti come Falloux e Montalembert che, controllando i curati, assicuravano in pratica il voto favorevole delle campagne); con l'adesione di Cremieux, ex-membro del governo provvisorio; con la simpatia dei legittimisti come il suo ex-avvocato Berryer. 5.572.834 elettori lo mandano all'Eliseo; Cavaignac ottiene 1.469.156 voti, Ledru-Rollin 376.000, Raspail 36.000 e Lamartine 18.000. Alcuni amici consigliano al massacratore di giugno di far sollevare l'esercito in suo favore. Cavaignac rifiuta e dichiara: Non si fonda la libertà sul dispotismo. Il 20 dicembre, il nuovo presidente presta giuramento di fedeltà alla Repubblica. E' un uomo onesto: lo manterrà. esclama Boulay de la Meurthe, al quale questo elogio frutterà la vice-presidenza, puramente onoraria. E' già stato detto: questo Bonaparte che, secondo sua madre, non aveva niente che potesse renderlo attraente agli occhi femminili, non ha niente, nemmeno fisicamente, del suo prestigioso zio. Ha la testa incassata e la schiena curva, caratteristiche riportate anche nelle schede della polizia. Il viso è dominato da un naso enorme; i baffi sono folti, la strana barbetta, l'imperiale, diverrà ben presto di moda. Gli occhi sono spenti, vitrei, secondo Tocqueville. Quello sguardo assente colpirà tutti i suoi contemporanei e contribuirà parecchio alla sua reputazione di essere mediocre. Fumatore accanito di sigarette, egli è di statura media e ha le gambe corte. Tuttavia, ciò che gli nuocerà di più è il suo accento tedesco, la sua difficoltà di parola. Il suo francese scritto sarà sempre pieno di gravi errori di ortografia e di sintassi. Il conte Apponyi, ottantenne, può descriverlo in questo modo: E' piccolo, pallido e rugoso; senza essere vecchio ne ha l'aria; è il contrario di un vegliardo in gamba. Victor Hugo sarà più conciso: Un sonnambulo dall'aria sinistra. In gamba tuttavia lo è, questo infaticabile donnaiolo, probabilmente maniaco sessuale. All'Eliseo, Harriet Howard resterà l'amante in carica che continuerà la sua munificenza (e quella del suo governo, lusingato dall'avvento al potere di un simile amico), ma non è che la più importante di tante altre, presso le quali il suo amante non esiterà a mandare gli sbirri per confiscare i documenti compromettenti. Con l'avanzare degli anni, Miss Howard considera d'altronde le sue funzioni più da un punto di vista... diplomatico che passionale. A favore del principe sono le sue rare qualità di dissimulazione, affinate dalle esperienze italiane, e l'arte di sfruttare persino le sue evidenti debolezze: non è forse il suo aspetto insignificante che ha spinto Thiers a far votare per un mediocre, che il piccoletto si vantava di menare per la punta del suo lungo naso? Luigi Napoleone ha ancora dalla sua la fede quasi superstiziosa, assoluta nella sua predestinazione. Ha scritto a Hortense Cornu: Credo che, di tanto in tanto, siano creati uomini nelle cui mani sono posti i destini dei loro paesi. Ritengo di essere uno di quegli uomini. Se mi inganno, posso morire inutilmente, ma se ho ragione, la Provvidenza mi metterà in condizione di compiere la mia missione. Questa missione, di cui egli è convinto, si accorda con un'ambizione smisurata di potere e di denaro. Luigi Napoleone, plasmato dal suo vagabondaggio italiano, da Strasburgo, da Boulogne, dalle circostanze stesse della sua elezione, coperto di debiti e giocatore fanatico per il quale l'ascesa all'Eliseo significa anzitutto la fine di un'esistenza difficile, l'inizio di una nuova vita di lusso, di feste e di galanterie, si circonderà di una cricca di persone pronte a tutto e di infaticabili intriganti. Uomo impenetrabile, Luigi Napoleone ingannerà tutti e, forse, anche se stesso. Questa estinzione del pauperismo, per esempio, che egli indubbiamente si augurava ad Ham, verrà cancellata dal suo programma, una volta entrato all'Eliseo, quando il suo presidente del Consiglio, Odilon Barrot, taccerà di comunismo il suo progetto di dissodare delle terre incolte a beneficio dei poveri. Ciò non impedirà a Bonaparte di continuare a rivolgersi al popolo per i suoi fini elettorali. Il suo vero colpo da maestro, il 2 dicembre, sarà di ristabilire il suffragio universale soppresso dalla maggioranza reazionaria dell'Assemblea Legislativa. A Parigi, i sobborghi non vedranno in quell'azione di forza che questo lato, apparentemente positivo. Quest'uomo eletto repubblicano vede allontanarsi i repubblicani. Per succedere a Cavaignac, essi fanno pressione su Cavaignac stesso, ma il generale declina l'offerta. Poi tocca a Lamartine, ma che idea sciocca affidare il governo ad un uomo messo in ridicolo dal recente scrutinio!, che fallisce; a Thiers che rifiuta e fa il nome di Odilon Barrot, politicante di scarsa levatura, che farà a sua insaputa il gioco presidenziale, dopo essere stato l'ultimo Primo Ministro, in carica per poche ore, della Monarchia di Luglio. Barrot si circonda di Orleanisti, ma affida il ministero della Pubblica Istruzione al legittimista Falloux: curioso areopago per governare una Repubblica! Nomina Changarnier comandante della Guardia Nazionale e dell'armata di Parigi, Bugeaud comandante dell'armata delle Alpi, incaricato cioè di tenere sotto controllo Lione e il suo miserabile proletariato. I ministri realisti si affrettano a chiedere l'allontanamento dal governo di questo presidente che, durante il consiglio, scarabocchia degli omini sulla carta assorbente o ritaglia delle gallinelle di carta. Vogliono fare di me il principe Alberto della Repubblica, confida prima di arrabbiarsi; l'ottimo giovane, come dice Barrot, si adira con Malleville, Ministro degli Interni, che omette di passargli i dispacci diplomatici. E' la crisi, ma il presidente porge le sue scuse e il governo si riforma, senza Malleville. Così scoraggiato, Luigi Napoleone pensa di appoggiarsi all'esercito. In uniforme di generale della Guardia Nazionale, questo bravo cavaliere, al momento delle riviste, lo attira dalla propria parte, ma, fra i capi, ce n'è almeno uno che egli non riesce a convincere. E' Changarnier, che schernisce poco spiritosamente il presidente e lo chiama Becco Grosso, il pappagallo malinconico. Il principe dovrà fare appello a tutta la sua pazienza, che sta per esaurirsi, per preparare l'eliminazione di questo rivale importuno. Davanti al governo realista, l'Assemblea tenta di reagire. Tre volte lo mette in minoranza: ciononostante esso resta in carica e, il 29 gennaio 1849, i rappresentanti angosciati tengono seduta a Palazzo Borbone, circondati dalle truppe. Anche Parigi e i sobborghi sono assaliti. Infine, un aiutante di campo di Changarnier porta un biglietto del generale al presidente Marrast: si temeva una rivolta ideologica che ha obbligato a prendere misure precauzionali. In realtà Changarnier ha creduto di poter convincere Becco Grosso a decidersi e a rifare l'Impero, un Impero in cui il generale sarebbe stato il cancelliere, anzi l'arcicancelliere. Ma il principe si è sottratto, preoccupato di muoversi solo a colpo sicuro e, soprattutto, di non essere una semplice creatura-giocattolo di Bergamotto. Uno stupido! conclude questi indispettito. Le truppe rientrano negli accantonamenti e l'Assemblea respira. Ma quella giornata ha un solo vincitore: Luigi Napoleone che, nel pomeriggio, si è presentato a cavallo davanti ai bivacchi e si è fatto acclamare. Viva il Primo Console, si grida nel sobborgo Saint-Antoine, ma si brucerà la tappa storica. Nella sua lotta contro il governo, la Costituente può soltanto perdere. Passando da un voto di sfiducia all'altro, arriva alla sola conclusione logica possibile: deve sparire. Il 15 marzo fissa le elezioni alla Legislativa per il 13 maggio. Il 3 aprile, si vendica della paura causatale da Changarnier, togliendogli un'indennità annuale di 50.000 franchi (la sua paga è di 18.000 franchi) per il comando della Guardia Nazionale. Io li picchierò gratis! sghignazza Bergamotto che il governo, dal giorno otto, crea grande ufficiale della Legion d'Onore. Ma, soprattutto, l'Assemblea ha nel frattempo accordato con 418 voti favorevoli e 341 contrari, 600.000 franchi all'anno per le spese di rappresentanza al Presidente della Repubblica, le cui spese considerevoli, destinate in verità a rafforzare la sua popolarità, assorbono molto più dell'appannaggio e i cui debiti raggiungono cifre spaventose. Questi emolumenti raddoppiati, scriverà Apponyi, non sono che una piccola goccia d'acqua per un assetato... l'ultima festa all'Eliseo è costata 60.000 franchi. E poi ci sono le donne... bisognerà tornare alla carica. Il 10 febbraio 1849 i Romani proclamano la Repubblica, in quanto papa Pio IX, ritenuto liberale all'epoca della sua elezione nel 1846, ma dominato da una curia retrograda (di cui egli, d'altronde, supererà l'assolutismo) ha concesso troppo tardi riforme insufficienti. Il papa deve fuggire, cedere il posto al carbonaro Mazzini e al suo triumvirato. I cattolici francesi sono turbati dall'ascesa del popolo al potere, e Falloux per primo, poiché temono che l'esempio sia contagioso come nel 1792. Barrot costringe l'Assemblea ad approvare l'invio di un corpo di spedizione al comando del generale Oudinot, figlio del famoso Maresciallo Napoleonico. Vane sono state le proteste di Ledru-Rollin e il suo richiamo alla Costituzione, la quale prevede che la Repubblica francese non impieghi mai le sue forze armate contro la libertà di alcun popolo. Barrot ripete la solita antifona: la Francia ha un'influenza romana da mantenere; d'altra parte conviene prevenire un intervento austriaco nella Città Eterna. Il triumvirato non si illude: Parigi vuol domare l'insurrezione. Chiama in aiuto le camicie rosse di Garibaldi; il 30 aprile Oudinot inizia l'assalto: è un disastro che gli costa seicento uomini. Il 7 maggio, a sei giorni dalle elezioni, la Costituente dà ancora a Barrot un voto di sfiducia, chiedendo che la spedizione non sia più a lungo distolta dallo scopo che le era stato assegnato. Il governo resta tuttavia in carica. Il giorno otto, il principe scrive a Oudinot: I nostri soldati sono stati ricevuti come nemici, il nostro onore militare è impegnato. Non tollererò che sia offeso: i rinforzi non vi mancheranno. Changarnier ordina la diffusione di questa lettera, una vera umiliazione per i deputati. Marrast si indigna e reclama, per garantire la sicurezza dell'Assemblea, due battaglioni supplementari, ma Bergamotto rifiuta di concederli: intravede una nuova occasione di portare lo stupido alle Tuileries e se stesso al potere. Una volta ancora, il principe lo calma: Risparmiatevi, gli dice benignamente, per il momento in cui dovremo agire insieme. Tutto si sistema dunque a Palazzo Borbone come il 29 gennaio e, per dare ai deputati l'illusione di andare incontro ai loro desideri, viene delegato al di là dalle Alpi un delegato straordinario, in origine incaricato di negoziare e di vegliare sul mantenimento dello scopo assegnato alla colonna Oudinot: è Ferdinand de Lesseps, la cui abilità diplomatica ha già fatto meraviglie. Ma la lettera del principe-presidente al generale afferma che Lesseps è preso in giro sin dall'inizio e che la volontà del governo è che egli fallisca. Infatti egli discuterà con il triumvirato un progetto di convenzione, ma la giovane Assemblea Legislativa, ferocemente rivoluzionaria, farà fuoco e fiamme. Il povero Lesseps sarà richiamato e la sua carriera sarà spezzata. Ne farà un'altra a Suez e, per sua disgrazia, a Panama. Il 13 maggio, quasi cinquecento deputati di destra, in maggioranza monarchici, sono eletti e si dividono in due blocchi opposti: legittimisti e orleanisti. Si contano circa 180 socialisti eletti, alcuni bonapartisti e circa 70 moderati. Alla presidenza, l'orleanista e opportunista Dupin succede a Marrast, non rieletto. Fra i suoi elettori, oltre a Cavaignac, troviamo Changarnier. Il deputato Bergamotto, già terrore della Costituente, sarà l'angelo tutelare della Legislativa. Lo scrutinio sorprende e allarma la borghesia. I benpensanti ritenevano che solo un pugno di rossi sarebbe ritornato a Palazzo Borbone: il numero dei loro voti preoccupa, tanto più che a Parigi, così volentieri rivoluzionaria, Ledru-Rollin ha raccolto 129.000 voti. In otto giorni la rendita diminuisce di dieci franchi. Con Apponyi, numerosi sono coloro che si preoccupano più della salvezza dei patrimoni che di un nuovo 18 Brumaio. Dopo aver ricevuto i rinforzi, Oudinot entra in Roma il 3 giugno. L'undici giugno, Ledru-Rollin chiede che vengano messi in stato di accusa il presidente e i ministri che, con i loro ordini, hanno violato la Costituzione. L'Assemblea respinge la proposta. I socialisti moltiplicano allora gli appelli all'insurrezione. E' l'occasione che Luigi Napoleone aspettava per proclamare: E' ora che i buoni si tranquillizzino e che i malvagi tremino. La Repubblica non ha nemici più implacabili degli uomini che continuano il disordine. Bisogna che tutto ciò cessi! Il 13 giugno Parigi, afflitta dal colera (di cui muore Bugeaud), vede manifestanti misti a guardie nazionali sfilare, acclamando la Repubblica Romana. Changarnier li respinge. La giornata di lotta provoca sette morti, tutti fra i rossi, e Bergamotto ritrova di colpo tutte le sue antiche prerogative; ma Bonaparte, ancora una volta, si tira indietro. Gli ho proposto di farlo dormire la sera stessa alle Tuileries. Non vuole: è un poveretto! tuona Changarnier. A Roma, Oudinot, assillato con critiche e rimproveri da Parigi, liquida il 3 luglio la Repubblica, a cui il governo dei cardinali fa succedere terrore e dispotismo. Luigi Napoleone, il futuro sostenitore delle nazionalità, rivolge allora un severo ammonimento alla Curia, in una lettera a Oudinot che il Moniteur pubblica il 7 settembre, durante le vacanze dell'Assemblea. La Repubblica francese, scrive, non ha mandato un esercito a Roma per soffocarvi la libertà italiana, ma per regolarla tenendola lontana dai propri eccessi... Quando i nostri eserciti fecero il giro dell'Europa, lasciarono ovunque, come traccia del loro passaggio, la distruzione degli abusi del feudalesimo e i germi della libertà. Non si potrà mai dire che, nel 1849, abbia potuto agire in altro modo e ottenere risultati diversi. E' la tempesta. All'esterno, l'Austria e la Russia tuonano. Sconcertato e spaventato, il papa si ritira da Gaeta a Portici. In Francia i cattolici sono furiosi. Alla Legislativa, dove alcuni parlano di una nuova violazione della Costituzione, la sinistra invece, che è pagata per diffidare dell'anfitrione dell'Eliseo, si congratula. In seno al governo si mastica amaro. Il Presidente è difficile da governare, sospira Tocqueville che è addetto agli Affari Esteri. Quanto a Odilon Barrot, in ottobre, davanti all'Assemblea, egli definisce la lettera un po' violenta. Falloux rassegna le dimissioni. Luigi Napoleone, che durante l'estate ha percorso il paese e si è fatto acclamare ovunque, approfitta dell'occasione: congeda il governo il 27 ottobre, e ne spiega le ragioni in un messaggio che afferma la sua volontà di non sopportare più alcuna tutela. Per rafforzare la Repubblica minacciata dall'anarchia, scrive, ci vogliono uomini che, pieni di amor patrio, comprendano la necessità di una direzione stabile e costante e di una politica chiaramente formulata, che non compromettano il potere con indecisioni, che siano preoccupati tanto della propria responsabilità quanto della mia, dell'azione quanto della parola... In mezzo alla confusione, la Francia inquieta poiché non vede via d'uscita, cerca la mano, la volontà dell'uomo eletto il 10 dicembre. Costui da un anno ha dato abbastanza prove di abnegazione alla maggioranza, sforzandosi di creare una fusione di sfumature tra i Francesi: inutile buona volontà giacché gli antichi partiti hanno rialzato le loro bandiere, risvegliato le loro rivalità, allarmato il paese. Ora tutto un sistema ha trionfato il 10 dicembre... Il nome di Napoleone è, di per se stesso, un programma. All'interno significa autorità, religione, benessere del popolo; all'estero, dignità nazionale. E' questa politica, cominciata con la mia elezione, che io voglio far trionfare con l'appoggio dell'Assemblea e del popolo. E' un discorso netto, incisivo che termina con un riferimento alla Costituzione che ho giurato e che provoca grandi sommovimenti. Gli occhi cominciano ad aprirsi: la Repubblica è minacciata. L'allusione all'appoggio popolare spaventa i ricchi: se quel Bonaparte imponesse davvero la sua dittatura, facendosi aiutare da quei sobborghi che sanno così bene farsi ammazzare per protestare contro la miseria e lo sfruttamento? Ma se la capitale è divisa, la stampa di provincia si unisce, quasi all'unanimità, alla dichiarazione di indipendenza del presidente che aveva ben giudicato l'opinione pubblica, fin dall'epoca dei suoi spostamenti estivi. Ciò che spinge Luigi Napoleone, è soltanto il desiderio di essere l'unico padrone? La stampa britannica pensa che egli abbia, soprattutto, il desiderio di restare al potere dopo il 1852 per saldare infine i suoi debiti, avendo ottenuto dall'Assemblea enormi crediti; e The Globe denuncia gli avventurieri, gli apprendisti uscieri, i marescialli d'alloggio che circondano il principe e lo spingono ad agire per imporre la sua dittatura. Un fatto tuttavia è certo: il presidente ha bisogno di far aumentare i suoi emolumenti. E' l'epoca in cui si assicura che egli è debitore di non meno di 1.200.000 franchi, (gli inglesi parlano di due milioni). Intorno a lui, gli amici si comportano nello stesso modo. Il messaggio presidenziale accompagna la lista dei nuovi ministri. Scorrendola, Odilon Barrot ha un sobbalzo: suo fratello Ferdinando ha accettato il dicastero degli Interni! Non vi è più presidente del Consiglio, giacché il generale di Hautpoul, ministro della Guerra che Changarnier detesta, ha soltanto la delega dei poteri, onde dirigere i dibattiti in assenza del principe. Lo stesso giorno, la prefettura di polizia cambia titolare ed è affidata a Carlier. Il nuovo governo, composto da sconosciuti, è l'inizio del governo personale del presidente. Luigi Napoleone si è liberato magistralmente del giogo di quei notabili che la stampa, che legge Hugo, ha battezzato i Burgravi. La mancanza di personalità dei ministri è, se non altro, rassicurante. Molé stesso, che era a conoscenza del segreto dell'Eliseo e che si ritrova a mani vuote, imprecherà contro la loro nullità. Ignora che il futuro imperatore, in realtà, prepara i suoi futuri collaboratori all'amministrazione e agli affari pubblici: il banchiere Achille Fould (Finanze), Rouhet (Giustizia), Baroche (che presto sostituirà Ferdinand Barrot agli Interni), Parieu (Pubblica Istruzione); in questa scelta si riconosce il fiuto di Morny, certamente gaudente, ma anche scaltro politicante, che nell'ombra prepara l'avvenimento. Anche il nuovo prefetto di polizia ha tutti i requisiti richiesti, e prima di ogni altra cosa il suo antirepubblicanesimo. Pierre Carlier resterà orleanista almeno in cuor suo, ed ecco perché sarà sostituito il 2 dicembre; ma allora il suo disgusto per la plebe per il disordine, per la democrazia, lo porterà ad accettare di purgare la provincia. Il suo passato gli ha permesso di accumulare molti elementi utili e di disporre di un'efficiente rete di informazioni negli ambienti socialisti. Falloux lo definirà un uomo molto intelligente e risoluto, che gode la piena fiducia del partito conservatore. Va dritto allo scopo: gli alberi della libertà piantati alla caduta di Luigi Filippo vengono abbattuti, i clubs di tendenze socialiste sono chiusi. Prepara la futura azione di forza redigendo un piano che prevede l'arresto e l'immediata deportazione di quattrocento oppositori, sopprime il Ministero della Istruzione Pubblica, è bene che il popolo resti ignorante! Quando tre persone parlano tra loro, dice volentieri, almeno una è mia. E' una grande potenza la sua, cui renderà onore il suo successore Maupas, ammettendo di aver trovato tutto a posto per l'azione di forza. L'effetto del messaggio non è ancora finito che, il 9 novembre, Hautpoul firma sul Moniteur una protesta contro gli odiosi sospetti concepiti nei confronti del principe-presidente che ne è stato assai addolorato. I legislatori sono sconvolti e preoccupati, ma a torto, di perdere la loro carica. Prima di pensare ad una dissoluzione, l'Eliseo ha ancora molto da fare e, prima di tutto, deve pensare ad una riforma amministrativa, mettendo ai posti di responsabilità uomini pienamente devoti. Così venti prefetti perdono il posto e, con loro, numerosi magistrati. Per quanto riguarda l'esercito, Luigi Napoleone non ha fretta: dopo tutto il suo mandato scade nel 1852; non bisogna precipitare le cose di fronte al pericoloso Changarnier. Del resto, egli vuole cercare fino in fondo una soluzione legale, rappresentata dalla riforma della Costituzione dal diritto ad una rielezione immediata e dal prolungamento, fino a dieci anni, del mandato presidenziale; e già all'Assemblea egli ha dei complici, dato che la rivalità fra le due fazioni monarchiche trasforma l'Assemblea Legislativa in una Camera impotente, che viene lasciata libera di rovinarsi da sola, di screditarsi, affidandole delle garanzie apparenti. Così viene aggravata la sorte degli infelici deportati in Algeria, dopo le giornate del giugno 1848. Il 13 novembre, a Versailles, la Corte Suprema giudica gli insorti del giugno 1849. Diciassette sono condannati alla deportazione; quattro di essi, tra cui Ledru-Rollin, in contumacia. La maggioranza reazionaria respira: decisamente quel Bonaparte è un uomo mandato dalla Provvidenza, il quale impone anche di ritirare uno scandaloso progetto di tassa sul reddito e lascia che l'Assemblea proibisca ogni associazione operaia. Che importanza ha la mortalità infantile nelle cloache dove vivono i lavoratori delle nuove industrie urbane! Altrettanti agitatori in potenza, avversari dell'ordine costituito, che sono così eliminati, ma che d'altronde si salvano perché sono battezzati. Soltanto i deputati rossi, i montagnardi denunciano tali orrori e così fanno anche Hugo e Lamartine, ma il primo finirà male. Ecco poi un'altra arma per combattere i socialisti: la legge sulla libertà di insegnamento preparata da Falloux nel 1849 e votata il 15 marzo 1850. Rendendo alla chiesa il privilegio di educare i giovani, questa legge la mobilita al servizio dell'ordine, facendo ricordare agli alunni che il principio essenziale di ogni società è il rispetto della proprietà, compensato dalle soddisfazioni ultraterrene, riservate ai poveri. Inoltre, ha detto Montalembert, quel cavaliere del cielo, io non conosco che un modo per ispirare quel rispetto: fare cioè credere in Dio, nel Dio del catechismo che punisce eternamente i ladri. E' un'affermazione che fa ridere sotto i baffi, ma incanta i proprietari atei o volteriani e li fa applaudire. Infatti la legge Falloux, frutto in realtà di un'intesa fra Thiers e Monsignor Dupanloup, vescovo di Orléans, è una legge voluta e votata da liberi pensatori. Dopo aver assicurato l'avvenire dell'ordine della società sul piano dell'insegnamento, l'Assemblea pensa anche a difenderlo su quello delle istituzioni. Un vivo allarme si è diffuso il 10 marzo 1850, quando sono stati sostituiti i trenta deputati di sinistra, condannati o decaduti in seguito agli avvenimenti del 13 giugno. Malgrado le pressioni, sono stati eletti venti rossi. A Parigi, Carnot Vidal (poi sostituito da Eugène Sue) e de Flotte (diciotto mesi di prigionia a Belle-Ile, dopo le giornate del giugno 1848) hanno vinto con 130.000 voti contro il proprio ministro degli Affari Esteri, il generale de la Hitte e i suoi collaboratori. Ci si aspettava una sconfitta dei socialisti: invece essi si tengono bene a galla e alla Borsa si crea il panico. Le persone ragionevoli ansiosamente prendono contatto con l'Eliseo e Thiers è alla loro testa. Il principe-presidente è tutto miele: Montalembert suggerisce che Thiers, Berryer e Molé entrino in un governo che diverrà la cittadella dell'ordine. Quelli che vengono dimenticati, stringono le labbra e preferiscono auspicare una riforma della legge elettorale. Luigi Napoleone non insiste: sarebbe stato un problema se la formazione di un grande consiglio fosse fallita, dopo che egli, in ottobre, aveva scelto uomini a lui devoti. Del resto Berryer rifiuta e tutto crolla. Resta la riforma del sistema elettorale. Il pericolo è rappresentato dal suffragio universale, sgabello offerto ai rossi. Bisogna fare bene i conti, prima delle elezioni del 1852, se si vuole salvare l'ordine. Il 1° maggio, dopo i 130.000 voti socialisti di Parigi, Veuillot ha così riassunto l'opinione generale della gente onesta: Sono vinto dal mio domestico, dal mio lustrascarpe, dal mio portiere. E sia! Ma faccio loro capire che non sono ancora deciso a farmi spogliare. La conclusione logica è una modifica del suffragio universale. L'8 maggio, per moralizzare le elezioni, Baroche presenta un progetto, dovuto al vecchio duca di Broglie. L'art. 25 della Costituzione non viene completamente abolito, ma cambiano le sue applicazioni pratiche. I Francesi di almeno ventun anni conservano il diritto al voto, ma dovranno dimostrare il possesso della residenza da tre anni anziché da sei mesi, attraverso l'iscrizione ai ruoli della tassa personale. E' superfluo dire che è un ristabilimento del censo, poiché i più miserabili quindi i più rossi, non pagano questa tassa. 3.500.000 cittadini perderanno così il diritto di voto. Come ha potuto Bonaparte, l'uomo dei plebisciti, portato alla presidenza dai voti stessi di coloro che ora si cerca di eliminare, accettare questo progetto? Senza dubbio la destra fa già dell'ironia su colui che si lascia disarmare e che essa crede di aver giocato poiché, quando egli ha sollevato alcune obiezioni, lo hanno ridotto al silenzio facendogli balenare speranze di compensi che non hanno alcuna intenzione di dargli. Gli hanno assicurato che, in cambio del suo silenzio, la maggioranza dell'Assemblea avrebbe votato l'abrogazione dell'art.45 che proibisce la sua rielezione nel 1852, e gli avrebbe accordato, per di più, un prolungamento notevole del suo secondo mandato. Ma più sicuramente il troppo scaltro Thiers e i suoi araici pensano che la popolarità di questo scrittore socializzante, che abbandona i suoi sostenitori, subirà un duro colpo! D'altra parte c'è anche la probabilità che, manovrando abilmente, si possa, prima del 1852, togliergli altri partigiani per impedirgli di raggiungere i due milioni di voti necessari al candidato presidenziale favorito, dato che la scelta finale è di competenza esclusiva dell'Assemblea. E ancora, se si realizzerà finalmente la fusione tra le due fazioni monarchiche, sarà il re stesso a scacciare l'intruso, o meglio il custode ad interim del regno. Ciechi e infelici Burgravi che non comprendono che, aderendo ai loro pressanti approcci o fingendo di abbassarsi, Luigi Napoleone si beffa di loro! Per lui, la restaurazione monarchica è un'ipotesi da non prendersi assolutamente in considerazione e allora bisogna scegliere tra due soluzioni: o gli emendamenti promessi gli garantiscono l'avvenire, o gli si è mentito. Quindi, al momento giusto, il presidente si rivolgerà al paese, protesterà contro l'attentato portato al suffragio universale, affermerà di essere pronto a reintegrarlo nella sua completezza e sarà così accolto dall'entusiasmo popolare, anche a prezzo del sangue che fa parte del gioco. Si resta sorpresi che fra i grandi politici della maggioranza, nessuno abbia previsto una simile congiuntura, tranne forse quelli che, di nascosto, se la intendono già col partito dell'Eliseo, per non dire delle Tuileries. Inoltre il principe-presidente si è abilmente curato di tenersi le mani pulite dal delitto che si prepara, obbligando la destra ad addossarselo. E' la destra e non il governo che ha creato una commissione extra-parlamentare, pura da ogni infiltrazione repubblicana, (lo constaterà Odilon Barrot), con l'incarico di modificare le condizioni dell'elettorato. Alla discussione del progetto i deputati di sinistra insorgono: si usa violenza alla Costituzione, ma Dupin replica che si tratta soltanto di alzarle le sottane il più possibile. Il 22 maggio Montalembert protesta: la Costituzione resta intatta ma resteremo impotenti e silenziosi davanti agli evidenti progressi del socialismo? Bisogna impedire l'avvento della Repubblica sociale e ricominciare all'interno la spedizione di Roma il cui scopo, ora egli lo ammette, era quello di annientare i repubblicani transalpini; e inoltre si tratta di continuare la battaglia del giugno 1848 condotta così bene dal generale Cavaignac. Il 24, Thiers viene alla riscossa e fa notare che la scheda elettorale non sarà tolta che alla vile moltitudine. La parte pericolosa dei grandi agglomerati urbani che passa la vita nelle bettole. Hugo, chiaramente all'opposizione, risponde con una definizione: Questa legge, dice, è il furto della sovranità nella tasca del povero. Il 31 maggio la legge è votata: 433 voti a favore e 241 contrari. Il 29, il 5% era 90,23; il 5 giugno è salito a 95 franchi. La vigilia, il principe ritenendo che il suo comportamento meriti una ricompensa immediata, fa chiedere da Fould un aumento di 2.400.000 franchi: in tal modo il suo appannaggio verrebbe triplicato. E' una somma esorbitante, la cui sola giustificazione è il tenore di vita dell'Eliseo: feste, propaganda, agenti segreti, galanterie. La commissione parlamentare incaricata di esprimere il suo parere sul progetto esita: propone soltanto un'indennità eccezionale di 1.600.000 franchi, da prelevarsi dal bilancio del 1850. Il presidente rifiuta: sola concessione possibile è di rinunciare a 240.000 franchi che figurano sul bilancio dei Lavori Pubblici per la sistemazione dell'Eliseo. I commissari si affrettano ad accettare questa transazione: manca il voto dell'Assemblea per gli altri 2.160.000 franchi. Il 24 giugno Palazzo Borbone è pieno zeppo, e la maggioranza è visibilmente disposta a un voto contrario, malgrado il rischio di un grave conflitto. Ma, inaspettatamente, si leva la voce di Changarnier. Che cosa consiglia Bergamotto? Di accordare i sussidi senza cavilli meschini, semplicemente, nobilmente come si addice a un grande partito, ma a titolo eccezionale. E' come dire a Bonaparte: Paga i tuoi debiti, ma non venir più a chieder soldi! L'intervento è determinante: 354 voti a favore e 308 contrari. Luigi Napoleone incassa l'affronto, e il denaro, e critica l'operazione di scrutinio in cui i legittimisti si sono uniti ai montagnardi. Poco dopo, egli arrafferà ancora 658.000 franchi, per eccedenza di uscite causate nel 1849 dalle spese di insediamento e di manutenzione dell'Eliseo. Nell'estate 1850 i monarchici raddoppiano i loro sforzi per realizzare l'illusoria fusione. A Wiesbaden, il conte di Chambord riceve sfilze di legittimisti, a Claremont, dove muore Luigi Filippo, è la duchessa d'Orléans a ricevere i rappresentanti della Francia. Tuttavia, da ambo le parti, si resta ancorati ad una sterile intransigenza; la duchessa esige che il trono vada ai suoi discendenti senza condizione alcuna; il conte di Chambord si ostina a rifiutare la sanzione di un plebiscito popolare: è Enrico V per diritto divino e mette alla berlina il ramo regicida e usurpatore. Farà, così, perdere in quei giorni ogni occasione al ramo primogenito e manderà in fumo ogni progetto di fusione. A questo punto Thiers e Molé suggeriscono che l'unica soluzione ragionevole sarebbe quella di prolungare i poteri di Luigi Napoleone fino alla maggiore età del conte di Parigi, figlio della duchessa d'Orléans, nato nel 1842. La cosa non dovrebbe dispiacere affatto all'Eliseo e accorderebbe al suo occupante un lungo respiro. Nella medesima estate, Luigi Napoleone ha ripreso a viaggiare attraverso il paese. A Saint-Quentin, ha assicurato che i suoi amici più sinceri non erano a palazzo, ma nelle capanne e nelle officine, e ha aggiunto: Sento, come l'Imperatore, che la mia natura risponde alla vostra. Le stesse cose sono ripetute a Lione: L'eletto da sei milioni di voti esegue la volontà del popolo e non la tradisce. A Besancon, feudo di Montalembert, il principe crede che sia un'abile manovra andare al ballo popolare dei Mercati generali. Viene accolto da grida di Viva la Repubblica. Manca poco, anche, che venga soffocato, non per entusiasmo, bensì, secondo il generale di Castellane, governatore militare di Lione, come fanno i galeotti quando vogliono soffocare uno di loro: sarà liberato dalle truppe. A Montalembert che, spaventato, gli scrive una lettera in cui deplora l'incidente, Luigi Napoleone risponde gentilmente che ha potuto convincersi della facilità con cui si può ristabilire l'ordine. Tutte le lezioni sono utili. Se giorni tempestosi dovessero ritornare, dice a Caen, e se il popolo volesse imporre un nuovo fardello al capo del governo, egli sarebbe gravemente colpevole se abbandonasse questa missione. Il popolo, sempre il popolo. Ma che cos'è questo nuovo fardello, se non un'allusione a un nuovo mandato, o a un prolungamento del primo? Sembra che, in quel periodo, il principe e coloro che lo circondano sperino ancora in una soluzione legale. Tuttavia tastano anche il polso all'esercito. Il 10 ottobre, a Satory, si svolge una parata militare. Il presidente della Repubblica è appassionato di questo genere di manifestazioni, in cui la sua presenza lusinga ufficiali e soldati e che sono di solito seguite da distribuzioni di vino e cibo alla truppa e da una gratifica in denaro. E' consuetudine che, durante la sfilata, la cavalleria, arma scelta, gridi Viva Napoleone, passando davanti al capo dello Stato. A Satory la parata è imponente e Changarnier ha dato severe istruzioni affinché almeno i fanti del generale Neumayer restino in silenzio. E' obbedito, ma alla testa dei suoi cavalieri, il colonnello di Montalembert, parente dell'uomo politico cristiano, arrivando davanti alle autorità, brandisce la sciabola e si volta verso il suo squadrone urlando Viva l'Imperatore! grido che viene ripetuto in coro. E' un grave incidente. L'Assemblea Legislativa, che non si fida, prima di andare in ferie ha designato una commissione permanente incaricata di sorvegliare il presidente. Changarnier, che ne fa parte, deve ora presentarsi davanti ad essa. Furioso e preoccupato, egli deve ammettere che sono gli ufficiali che comandano le manifestazioni verbali dei loro subordinati, non tenendo in alcuna considerazione i suoi ordini; tuttavia, se il presidente Dupin lo invita, Bergamotto è pronto a condurre Bonaparte, prigioniero, a Vincennes. Naturalmente tutto finirà nel nulla. Da buon principe, Luigi Napoleone sacrifica il suo ministro della Guerra, ma d'Hautpoul troverà un buon compenso come governatore generale d'Algeria; la commissione conclude con un verbale confidenziale con cui essa dichiara la propria disapprovazione dei fatti menzionati. Per l'Eliseo è una nuova conferma della debolezza e della vigliaccheria dell'Assemblea, della sua incapacità a resistere validamente ad un'azione di forza, e anche della perdita del credito che Changarnier vi godeva. Alla momentanea caduta in disgrazia di Neumayer, trasferito a Rennes, si unirà d'altronde a Luigi Napoleone, Bergamotto risponde con un ordine del giorno che ricorda alle sue truppe che l'esercito non delibera e non può proferire alcun grido sotto le armi. Da quel momento sarà soltanto questione di una prova di forza tra il principe e lui, e la mancanza di interesse dell'Assemblea nei confronti di Changarnier ne fa, sin dall'inizio, un vinto. L'abilità di Luigi Napoleone consisterà nel provocare il suo allontanamento senza urti, influenzando la maggioranza monarchica della Assemblea Legislativa, disgregandola e assoldandola con la complicità più o meno consapevole di Dupin che, dalla poltrona presidenziale, manovra in favore del potere di un Montalembert, di un Molé. Il 12 novembre 1850 l'Assemblea ascolta, per il suo rientro, la lettura di un messaggio pacificatore del presidente. La sua preoccupazione, dice Bonaparte, è la scadenza del maggio 1852; egli vuole, d'allora in poi, agire affinché il passaggio di potere, qualunque esso sia, si faccia senza agitazione e senza turbamenti. Tende la mano ai rappresentanti, in previsione dell'abrogazione dell'art.45: Se la Costituzione racchiude vizi e pericoli, voi siete liberi di farli balzare evidenti agli occhi del paese. E nella conclusione ognuno vedrà una frecciata rivolta all'indirizzo del turbolento Changarnier (il messaggio contiene anche questa frase: l'esercito di cui io solo dispongo...). Qualunque siano le soluzioni future, mettiamoci d'accordo affinché non siano mai la passione, la sorpresa o la violenza a decidere le sorti di un grande paese. E' esigere un contratto d'affitto legale e prolungato all'Eliseo. Per sostenere queste proposte la stampa bonapartista agisce con decisione: la proroga dei poteri del principe è necessaria: è l'ancora di salvezza. La Patrie celebra Cesare che attraversa il Rubicone e Napoleone che sbarca a Fréjus. La maggioranza dell'Assemblea esprime la sua sfiducia chiedendo al comitato direttivo di non andare al ricevimento del 1° gennaio all'Eliseo. Dupin ci va, ma a titolo personale; presenta al principe i suoi auguri sinceri. Voglio crederli tali, risponde Luigi Napoleone, ma avevo bisogno di questa assicurazione! Anche Changarnier è presente, ma gli tocca solo un cenno con il capo: stavolta si è decisi a finirla con lui. A partire dall'indomani la Patrie pubblica alcuni stralci di ordini del giorno e di istruzioni date da Bergamotto ai suoi subordinati nel 1849. Egli si presenta come solo padrone, proibendo di ascoltare i rappresentanti e di obbedire a qualunque ordine dato da altri. L'iniziativa è presa. L'Assemblea allora ricorda le angosce della Costituente, specialmente il 29 gennaio 1849. Ma verso chi si volgerà? Così, il 3 gennaio, invitata da uno dei suoi membri (Gerolamo Napoleone Bonaparte cugino del principe-presidente), a votare una mozione di biasimo contro il generale, essa rifiuta. Fa di più: acclama Changarnier che, proprio quel mattino si è proclamato la sua spada devota. Bisogna convenire che dopo quella sbalorditiva professione di fede, al presidente non resta che destituire lo spaccone. Persigny si dà da fare con i Burgravi spaventati: destituire il generale sarebbe la guerra civile! Persigny spazientito toglie loro ogni illusione: tutto il popolo di Parigi sarà con il principe contro il suo massacratore, e contro chi prenderà le difese del fazioso. I suoi interlocutori lo ascoltano terrorizzati: così l'Eliseo non esiterebbe ad appoggiarsi alla vile moltitudine! Molé, nascondendo il viso tra le mani, fugge emettendo una specie di gemito. Dopo questo duro colpo, i Burgravi vengono ricevuti dal principe l'8 di gennaio. Bonaparte conferma loro la disgrazia di Bergamotto e nello stesso tempo annuncia che il dicastero della Guerra è affidato al generale Regnault de Saint-Jean-d'Angély. L'atteggiamento di Changarnier, egli continua, lo obbliga, per il suo stesso onore, a destituire il generale, come la Costituzione gli permette. L'indomani il doppio comando tenuto da Bergamotto è diviso tra i generali Baraguay d'Hilliers (1° divisione militare) e Perrot (Guardie Nazionali della Senna). L'Impero è fatto! esclama Thiers all'Assemblea, dove la questione è discussa per tre giorni e davanti alla quale Baroche si stupisce che il provvedimento preso possa essere ritenuto una manifestazione imperialista da uomini che, deputati in una repubblica, muoiono dalla voglia di riportare un re sul trono. Va anche più oltre: Una restaurazione imperiale è ciò che noi non vogliamo; il presidente ha preso solenne impegno di conservare la Repubblica: lo manterrà. La Legislativa, su richiesta di Remusat, ha designato una commissione per esaminare tutti i provvedimenti che le circostanze possono rendere necessari, e quella vecchia volpe di Broglie si è fatto nominare presidente. Con un tal mentore, desideroso di piacere in alto loco, non c'è da attendersi alcun sommovimento. Infatti la commissione rivolge una semplice nota di biasimo al governo, sebbene il potere esecutivo abbia il diritto incontestabile di disporre dei comandi militari. Tuttavia Changarnier, assicurano i commissari, gode dell'assoluta fiducia dell'Assemblea. Costretto ad accontentarsi di questo modesto riconoscimento, il generale sale alla tribuna il 17 gennaio per proclamare il suo patriottismo e ripudiare gli orpelli di una falsa grandezza. Viene applaudito e la famosa nota di biasimo è votata con 417 voti contro 286. Per il principe ciò non ha importanza. A buon diritto, ricorda soltanto la non-disapprovazione della caduta in disgrazia di un suo avversario ormai impotente. Ciononostante, scioglie il governo: così non gli si potrà rimproverare di non rispettare le regole del gioco parlamentare. Ma, personalmente escluso dalla nota di biasimo, egli registra con quanto poco entusiasmo la maggioranza sarebbe in grado di opporsi ad un'eventuale azione di forza che egli intraprendesse. Viene formato un governo di uomini speciali e poco conosciuti e il Ministero del Commercio è affidato all'industriale Schneider, padrone di ferriere nel Creusot. Si presenta all'Assemblea il 27 gennaio 1851, introdotto da un messaggio presidenziale: La Francia, mette in evidenza Bonaparte, vuole riposo. Una dei primi compiti del governo è di chiedere un aumento delle spese di rappresentanza per 1.800.000 franchi. Decisamente un appannaggio annuo di 1.200.000 franchi non potrà mai bastare al presidente. Montalembert appoggia la proposta scagliandosi contro una delle più cieche ingratitudini della Storia di Francia: le esitazioni nei confronti del principe che ha ben meritato ed è rimasto fedele alla sua missione. In fondo, a Palazzo Borbone sono parecchi quelli che la pensano come lui, ma si guarderebbero bene dall'esprimere i loro sentimenti con tanta veemenza e dal riconoscere pubblicamente che, per loro, Bonaparte è il miglior servitore della grande causa dell'ordine. Tuttavia l'aumento viene rifiutato con 396 voti contro 294; ancora una volta la maggioranza si è divisa. Irritato, Morny esorta il fratellastro a passare all'azione (scrive a Madame de Flahaut il 28 febbraio: L'azione non può essere che extralegale). Luigi Napoleone sfugge; pensa di non aver ancora esaurito tutte le possibilità di farsi concedere il potere, anziché impadronirsene. Per mancanza di sussidi ufficiali, si continuerà a contrarre prestiti e ad accumulare debiti. Ma ora molti sono i ricchi che giocano, e a breve termine, la carta Bonaparte, resa sempre più potente dalle discordie all'interno della destra e dalla propaganda dell'Eliseo. Il Ministero degli Interni e la prefettura di polizia sono incaricati di tenere nascoste le voci secondo cui i rossi sono sempre in stato di pre-insurrezione e provano la loro vigilanza chiudendo i circoli; quanto al general de Castellane, egli fa regnare l'ordine nella provincia, disperdendo i repubblicani con le armi. E se creassimo dei generali? aveva proposto un giorno, davanti agli intimi, il principe-presidente? Era l'epoca in cui Changarnier si considerava ancora onnipotente. Non era una battuta di spirito, ma un ordine. Come l'amministrazione, anche i membri dell'esercito avevano bisogno di una severa epurazione; era bene mettere ai posti di comando partigiani o complici. Dove trovarli e come dare loro il prestigio necessario, se non in Algeria? Nell'attesa, poiché Baraguay d'Hilliers appare di un lealismo dubbio, lo si sostituisce, alla testa della divisione militare di Parigi, con Magnan, quello stesso Magnan che a Lille aveva rifiutato di associarsi al tentativo di sollevamento della sua guarnigione: decisamente, nelle alte sfere, non gli si serba rancore!.. Ma per l'eventuale colpo di Stato, bisogna ancora trovare un ministro della guerra di polso e il cui nome sia popolare, e di questo si incarica Fleury. Questo figlio di borghesi parigini è un curioso personaggio che, avendo goduto i piaceri della vita e trovandosi senza mezzi, si è arruolato come soldato di seconda classe in Algeria, e si è comportato così bene da lasciare l'esercito come comandante di squadrone. Persigny lo presenta a Bonaparte; i due uomini simpatizzano subito, specialmente grazie alla comune passione per i cavalli. Fleury segue il principe all'Eliseo, fedele consigliere e confidente, capace di tessere le trame più complicate. Sarà un preciso e minuzioso preparatore del lungo complotto che avrà il suo epilogo il 2 dicembre. Ora esplora l'Algeria, ma in realtà sa già dove e quale uomo scegliere: il suo ex-superiore diretto, il colonnello Saint-Arnaud, oggi generale di brigata. E' un'altra figura straordinaria questo ufficiale alto e magro, dal viso emaciato, dal naso adunco come il becco di un rapace, ma gioviale e allegro, grande amico del gentil sesso, spirituale, musicista, cantante, amante del denaro e carico di debiti, apparentemente senza tanti scrupoli e che in Africa si impone alle infelici popolazioni per il suo tenore di vita principesco. D'altronde è assai coraggioso ed è un notevole trascinatore di uomini; sempre primo all'assalto ha una bestia nera: la plebe. In alcuni scritti ha espresso il suo odio per le rivoluzioni. Tutto è cominciato nel febbraio 1848, quando Armand Leroy de Saint-Arnaud, allora in servizio a Parigi, ha sgomberato alcune barricate e poi occupato la prefettura di polizia, sempre con la proibizione di sparare. Ha visto allora i suoi uomini farsi sputare in faccia e alcuni essere massacrati dal popolo trionfante. E' un oltraggio che non dimenticherà mai. Una nuova occasione per odiare il regime gli si presenta nel 1850, quando, al comando della zona militare di Costantina, le sue spese di rappresentanza sono diminuite di 3.200 franchi. Fleury, tuttavia, troverà una certa difficoltà a convincere quell'insoddisfatto: Saint-Arnaud considera Bonaparte un re travicello. Per persuaderlo, Fleury gli prospetta la gloria militare. Attratto da tale miraggio, Saint-Arnaud infine acconsente, non ad un colpo di Stato, che egli non vuole, ma ad appoggiare un governo solido in una Repubblica resa, così, sopportabile. Ma prima c'è una guerra da vincere, che lo eccita. La spedizione di Cabilia viene affidata al generale con 12.000 uomini ed è accompagnata in Francia da una grande pubblicità organizzata dall'Eliseo. Del resto, all'Assemblea i generali Cavaignac e Lamoricière, ex-algerini, approvano tale spedizione, vedendo in essa una necessità tattica. Sarà chiaramente vittoriosa, con numerosi morti di cui Saint-Arnaud si vanta (ho bruciato molti villaggi e ucciso molti Cabili... Sono stati uccisi più di cento Cabili; il campo è pieno di armi e di orecchie; sono brani della sua corrispondenza). Il 30 giugno 1851, allorché la soluzione non lascia più dubbi, il principe invia al generale una lettera di congratulazioni e l'annuncio della sua prossima promozione. L'uomo del colpo di Stato è trovato. Il 10 luglio, egli è promosso generale di divisione, il 31 è designato a Parigi con il suo amico, il colonnello Espinasse. Nella capitale, grazie all'attività dell'Eliseo, la campagna per la revisione dell'art. 45 è al culmine e le petizioni che l'approvano arrivano in gran numero. Quanto a Bonaparte, per rabbonire l'Assemblea, egli ha formato un nuovo governo in cui ha introdotto alcuni Burgravi: fra gli altri, Buvet al Ministero del Commercio e Faucher agli Interni. Il 31 maggio la Legislativa è colta di sorpresa da una proposta di revisione firmata da 233 membri. E' un numero rilevante, indubbiamente, ma tuttavia resta il fatto che la maggioranza di 314 richiesta per l'abrogazione è aleatoria. Non un soldo di più, non un giorno di più! proclama Thiers, approvato da Changarnier che ritiene di avere ancora delle possibilità per la prossima elezione presidenziale. Dal giorno dopo, 1° giugno, il principe-presidente riprende la strada della provincia: vuole fare egli stesso la sua campagna elettorale. A Digione, si autodefinisce la stabilità, il giusto mezzo, ma soggiunge: Se la Francia ritiene che non si ha il diritto di disporre di lei, senza di lei, deve soltanto dirlo. La mia energia e il mio coraggio non le mancheranno. L'argomento è tanto provocatorio che Faucher lo farà togliere dal Moniteur. Ma se ne udranno altri del genere, specialmente a Beauvais il 6 luglio. E' incoraggiante pensare che nei pericoli estremi, la Provvidenza riserva spesso ad un solo individuo il dono di essere lo strumento della salvezza di una Nazione. Il giorno dopo il principe rientra a Parigi dove è stato votata la modifica dell'art. 45 con 446 voti a favore. Ma arriva anche una raccolta di firme per rivedere il tutto: sono le petizioni giunte in favore della revisione (120.0000 firme al 30 giugno). Dopo aver tolto l'ipoteca della legalità, il gruppo dell'Eliseo ha le mani libere. Il gruppo dell'Eliseo... Abbiamo già incontrato Persigny, Fleury, Carlier. Abbiamo visto Mag e Saint-Arnaud e i personaggi importanti del mondo politico ed economico: Rouher, Baros, Fould, Schneider. E ancora Hortense Cornu che, tuttavia, per dodici anni, romperà l'amicizia con il suo compagno d'infanzia. Anche il dottor Conr è sempre là, dopo Arenenberg e Boulogne, passa per Ham. E ci sono ancora Mocquart, il segretario ereditato dalla regina Ortensia, il cugino Baciocchi, figlio di Elisa Bonaparte, Vieillar, precettore di Luigi Napoleone prima di Le Bas. Essi sono stati gli elementi moderatori fino al voto del 21 luglio; Persigny e Fleury sono più impazienti e con loro è Vaudrey, quel colonnello che ha disastrosamente condotto l'impresa di Strasburgo e che il principe, riconoscente, ha preso come aiutante di campo, senza ancora osare di offrirgli le stellette (verranno, con un seggio al senato, alla restaurazione dell'Impero). Vi è infine il cervello, il braccio destro. Quando Ortensia lo ha partorito di nascosto, il fratellastro di Luigi Napoleone è stato riconosciuto come figlio da una coppia interessata e compiacente, i Demorny, e affidato alla nonna paterna, che alla morte del marito sul patibolo, aveva ripreso nome da ragazza: contessa di Souza. Carlo non vedrà molto sua madre, invece Flahaut seguirà la sua educazione da vicino. Divenuto adulto, sua prima preoccupazione è di scindere il suo nome e di prendere il titolo di conte, carta importante per un giovane ufficiale. In Algeria si comporta valorosamente: quattro pallottole trapassano la sua uniforme a Costantina ed egli riceve la Legion d'Onore. I principi di Orléans, Aumale e Joinville, lo trattano da amico. Forse dietro loro richiesta, essi hanno intuito in lui l'animale politico, rassegna le dimissioni e ritorna a Parigi di cui, ben presto, è uno degli eroi. E' l'epoca in cui comincia il suo lungo legame (l'ho preso tenente, l'ho lasciato ministro), dirà la protagonista di quel legame, con la contessa Fanny Le Hon, nata Mosselmann, moglie del Ministro Plenipotenziario del Belgio. Ella guida Morny attraverso le serate mondane, ma lo fa anche entrare nel consiglio di amministrazione della Vieille Montagne, poi delle Miniere di carbone di Liegi, prima di dargli il denaro necessario per aprire uno zuccherificio in Alvernia. Come ricompensa, ella vuole unire sempre di più a sè il suo eroe, tanto che, quando i Le Hon si sistemeranno al numero 6 del rondò degli Champs Elysées, Morny andrà ad abitare al numero 5, in quella che i pettegolezzi chiameranno la nicchia di Fedele. Membro del Jockey Club, con un tavolo riservato al caffè Tortoni, spadaccino, giocatore sfrontato, Carlo Augusto è anche un dongiovanni. Diventa sempre più conosciuto e la gioventù mondana lo ammira, lo imita e lo invidia. Ma questo scapestrato è, come dirà Barante, un intrigante assennato. A ventisette anni si fa nominare presidente dei fabbricanti di zucchero da barbabietola; frequenta gli ambienti di borsa alla caccia di fortunate speculazioni, tanto più che la sua amicizia con i principi di Orléans lo mette a conoscenza di qualche segreto di Stato. Nel 1842 si fa eleggere deputato della sua circoscrizione di Alvernia, che lo confermerà quattro anni dopo. 1848: la caduta della Monarchia di luglio è come una folgore. La Borsa è in ribasso e Morny, che per la prima volta si lascia prendere alla sprovvista, non ha via di scampo. Si indebita, è costretto a vendere una collezione di quadri intelligentemente scelti. Il suo palazzo è sequestrato e si dice che debba restituire a Fanny quattro milioni. Questa è la penosa situazione di Carlo Augusto, al momento in cui il suo fratellastro va all'Eliseo. Morny non conosceva certamente il suo fratellastro prima di incontrarlo alla Camera. Orleanista in ispirito, ma con una mente pratica e positiva, non si fa illusioni: il ramo cadetto della famiglia non salirà mai sul trono. Quest'uomo di mondo e d'armi non si accontenta più di un regime repubblicano dove la piazza detta legge e che spaventa la saggia Europa. Per un breve attimo pensa che Enrico V ristabilità l'ordine, ma ha già valutato anche l'inconsistenza del pretendente legittimista. Che cosa resta dunque che possa restituire alla Francia la prosperità, e a lui la bella esistenza di un tempo, se non l'istituzione del solo forte potere possibile: quello del plebiscito? Carlo Augusto fa il primo passo verso il fratellastro. Luigi Napoleone non si sente certo attratto verso un uomo che è la prova vivente della leggerezza di sua madre; tuttavia capisce, fin dai primi colloqui, che quest'uomo superiore può portargli un aiuto prezioso. Dal maggio 1849, Morny sarà incaricato della preparazione dell'eventuale azione di forza ed è con ragione che egli potrà un giorno scrivere senza di me non ci sarebbe stato il colpo di Stato... senza la mia partecipazione non sarebbe riuscito nello stesso modo. Infatti, scriverà ancora, ce n'è voluta di fatica a vincere gli scrupoli d'onestà di Luigi Napoleone nei confronti del popolo che lo ha eletto. Morny di questi scrupoli non ne ha: se voi vedeste un socialista da vicino, non esitereste a preferirgli un cosacco; il mio patriottismo finisce lì. Victor Hugo lo ha descritto come il macellaio del 4 dicembre, e senz'altro su Morny ricade la responsabilità maggiore del delitto, giacché gli altri non sono stati che complici sottomessi. Quel giocatore freddo e metodico non intendeva indietreggiare davanti a nulla per assicurare la vittoria alla patria, pur sapendo bene che la sua testa era una delle due poste del gioco. Dopo il conseguimento della vittoria, Morny, oggi duca, lascerà molto presto il suo posto-chiave al Ministero degli Interni: l'unica carica che accetterà, d'allora in poi, sarà la presidenza del Corpo Legislativo, carica di tutto riposo sotto una dittatura, e alla quale gli succederà alla sua morte, nel 1865, Alexandre Walewski: sembra una carica creata apposta per i bastardi della famiglia imperiale. Se Morny se ne va, nel gennaio 1852, è perché il 22, contro il suo parere e quello di suo padre, Flahaut, il principe-presidente con il decreto che Odilon Barrot chiamerà sarcasticamente il primo volo dell'aquila, ha ordinato la confisca di tutti i beni francesi della famiglia d'Orléans, valutati circa trecento milioni. Anche Rouher, Fould e Magne se ne andranno con il duca. Costui, è vero, era stato eletto come candidato monarchico, ma non aveva esitato ad ammonire gli Orléans di non tentare una diversione che avrebbe potuto far fallire il colpo di Stato, pena appunto la confisca. I legami con i suoi vecchi amici del ramo cadetto si erano così rotti. Non illudetevi che a Claremont vi siano grati, scrive Flahaut a suo figlio dopo le dimissioni. Ci detestano entrambi, molto più di quanto detestino il signor di Persigny. Ma Morny, passato il pericolo, teme una decisione che può indignare la borghesia e farle temere delle spoliazioni. Così Luigi Napoleone assume tutto il rischio di inimicarsi industriali, produttori, negozianti e di distruggere la fiducia in lui riposta. Faccio fatica a tacere, vedendo rovinare un'impresa così bella, scrive a Flahaut dopo aver confidato: Il principe, nei miei confronti, si é comportato con una tale aridità d'animo, con così poca elevatezza che mi sono lasciato prendere dal disgusto e ho rifiutato di far parte del Senato... Per lui, personalmente, ho dell'affetto, ma per il suo governo e per coloro che lo circondano ho solo del disprezzo. Gli uomini migliori sono fatti così: preferiscono le persone servili a quelle oneste. Bonaparte in realtà non ha fatto niente per trattenere il fratellastro, di cui Persigny era uno degli avversari più decisi, dato che il suo aiuto non era più indispensabile: passata la festa, gabbato lo santo, dice un proverbio... Poiché il colpo di Stato è ora inevitabile, la cricca dell'Eliseo lo prepara attivamente. La Camera è in ferie e Morny sollecita Bonaparte ad approfittarne per passare all'azione. Carlier lo appoggia e consiglia di occupare Palazzo Borbone e di sciogliere l'Assemblea. Il prefetto di polizia propone addirittura una data: il 17 settembre. Il principe non si decide, ma si confida con Saint-Arnaud, che ne parla con sua moglie. Costei ha una testa politica e disapprova. Perché non attendere invece il rientro della Legislativa? A Parigi, sarà molto semplice catturare improvvisamente, e in una volta sola, i rappresentanti pericolosi che potrebbero sollevare un'insurrezione nei loro distretti. Saint-Arnaud è scosso. Il 6 settembre, scrive a Luigi Napoleone pregandolo di sollevarlo dall'incarico. All'Eliseo vi è un attimo di panico, ma Fleury va a chiedere spiegazioni al giovane generale di divisione. Saint-Arnaud parla chiaramente: è sempre favorevole all'operazione in progetto, ma conviene evitare una Vandea in provincia e aspettare, perciò, che i rappresentanti siano tutti a Parigi. Morny, informato, si arrende a questo consiglio: E' più franco, dice, e si presenterà meglio! La sera stessa, il generale pranza all'Eliseo e accompagna il principe-presidente, rassicurato, a teatro. L'indomani, con Morny, controlla la lista delle personalità da arrestare a tempo debito: Luigi Napoleone ha preferito lasciare a loro questo incarico e questa responsabilità, ed essi troveranno qualche difficoltà a farlo acconsentire all'arresto dei generali parlamentari, poiché teme che questo provochi gravi sommovimenti nell'esercito. Per tradizione, i consigli generali tengono una sessione estiva. Su ottantacinque votanti, ottanta approvano mozioni favorevoli alla revisione costituzionale e al mantenimento di Bonaparte all'Eliseo dopo il maggio 1852. Questi voti hanno indubbiamente un valore simbolico, tuttavia esprimono uno stato d'animo della provincia, incoraggiante per i congiurati. Lo scaltro Luigi Napoleone intende servirsi di una carta eccezionale, attirandosi la classe sociale più maltrattata. Non si tratta certamente di un ritorno all'estinzione del pauperismo, ma di ergersi a campione di coloro che la Legislativa ha derubato, screditando ancora di più l'Assemblea ai loro occhi. Così il principe decide di chiedere all'Assemblea l'abrogazione della legge del 31 maggio 1850 e il ristabilimento del suffragio universale nella sua interezza. Ha, per fare ciò, anche un altro motivo. Si riparla con insistenza della candidatura di Joinville a maggio. Gli Orleanisti non contano, sicuramente, su un successo, ma vogliono controllare il numero dei loro voti. Ora, se la revisione dell'art. 45 intervenisse prima di allora, a favore di uno scrutinio di rimorso della Camera, che autorizzi Bonaparte a presentarsi di nuovo candidato, molti voti andrebbero a Joinville ed egli correrebbe anche il rischio di non raccogliere i due milioni di voti necessari al candidato più favorito per essere eletto. Quindi toccherebbe all'Assemblea designare il nuovo presidente. Un ritorno alle urne di circa tre milioni di elettori, dovuto soprattutto al suo intervento, si impone al presidente uscente. Per presentare il progetto, Luigi Napoleone licenzia i ministri in carica, la maggior parte dei quali, e particolarmente Faucher, hanno partecipato alla elaborazione della legge del 31 maggio, cittadella della maggioranza. Questa è costernata. Barante si lamenta che il principe intenda così favorire il partito rivoluzionario, tra le cui file Montalembert scongiura il principe di non schierarsi! Fatica sprecata: il 27 ottobre viene formato un nuovo governo con l'insignificante Thorigny, un magistrato, agli Interni, ma con Saint-Arnaud a quello della Guerra. Quando vedrete Saint-Arnaud al ministero della Guerra, aveva avvisato poco tempo prima Lamoricière, potrete dire: Ecco il colpo di Stato. Appena nominato, Saint-Arnaud invia una circolare all'esercito, sottolineando che non vi sarebbe disciplina laddove il dogma dell'ubbidienza passiva lasciasse il posto al diritto d'esame, che egli spiega in questi termini: sotto le armi, il regolamento militare è l'unica legge. La responsabilità non si divide; si ferma al comandante da cui proviene l'ordine; comprende, ad ogni grado, l'obbedienza e l'esecuzione. E' un discorso deciso e adatto a togliere tutti i dubbi di coscienza, se ve ne sono. C'è tutto da guadagnare e nulla da perdere. Con l'ex-ministro se ne va Carlier, messo da parte e che lascia la prefettura di polizia ad un incondizionato: Charlemagne Emile de Maupas. Questo Maupas è in realtà una creatura del principe-presidente che ha fatto di lui, a trentadue anni, nel dipartimento dell'Allier, il più giovane prefetto di Francia, dopo che egli era stato messo in aspettativa nel 1848 dal governo provvisorio. All'inizio del 1851, Maupas è designato a Tolosa, dove mostra il suo zelo chiedendo l'arresto di cinque consiglieri generali, colpevoli di essere ferventi repubblicani e non membri del partito dell'Eliseo. La Procura della Repubblica chiede prove della loro colpevolezza: al che Maupas replica che non sono necessarie, bastano i sentimenti. D'altronde, basta lasciarlo fare ed egli farà mettere, al domicilio degli interessati, armi e documenti che giustificheranno l'accusa di complotto contro il governo. I magistrati, stupefatti e scandalizzati, redigono un verbale di queste affermazioni, che viene inviato al ministero dell'Interno. Faucher convoca Maupas, gli infligge una nota di biasimo, lo sospende e lo informa che sarà, in seguito, trasferito a Montpellier. Appena uscito dall'ufficio di Faucher, Maupas si reca a pranzo dal principe-presidente, ed è a lui che Bonaparte offre di assumere il ministero degli Interni il giorno del colpo di Stato. Maupas rifiuta: è alla prefettura di polizia, dice, che ci vuole un uomo energico e devoto. Il 19 settembre, Luigi Napoleone gli scrive: Vi chiamerò presto a funzioni più importanti, poiché sono felice di avere a disposizione uomini come voi, pronti ad aiutarmi a salvare il paese. Il 4 novembre il nuovo governo si presenta all'Assemblea e Thorigny chiede l'abrogazione della legge del 31 maggio. La sua richiesta è rafforzata da un messaggio presidenziale. La legge, dichiara Luigi Napoleone, è andata oltre il suo scopo, privando del diritto di voto circa due milioni di pacifici abitanti delle campagne. E Thorigny di rincalzo: Ristabilire il suffragio universale significa togliere alla guerra civile la sua bandiera, all'opposizione l'argomento principale. Soggiunge che una vasta cospirazione si organizza in Francia, dove le società segrete si sono date appuntamento nel 1852, non per costruire ma per distruggere. Conclude dicendo: Anche se la legge del 31 maggio fosse perfetta, non la si dovrebbe abrogare se impedisse la revisione della Costituzione, voto manifesto del paese? Non si potrebbero maggiormente scoprire la batterie, e c'è da chiedersi se tale franchezza non è stata voluta dall'Eliseo per istigare l'Assemblea contro il progetto di abrogazione e per poterla così accusare, al momento opportuno, di essere il solo ostacolo al suffragio universale. Se questo era lo scopo, la manovra riesce, ma di stretta misura. La procedura d'urgenza chiesta da Thorigny sarà respinta con 355 voti contro 348. Alcuni liberali hanno votato con le sinistre, ma i cristiani si sono tutti schierati con la maggioranza. Questa sarà più spaventata che fiera della sua vittoria: un simile scrutinio non rischierà di accelerare il colpo di Stato di cui si parla da tanto tempo? Non rischia l'Assemblea di essere occupata dalle truppe? E l'esercito non avrà buon gioco nel sostenere che deve proteggere i legislatori contro le ire della classe operaia, che il voto ha eccitato? Per sfuggire a questa spada di Damocle, Thiers si ricorda dell'esistenza di un decreto dell'undici maggio 1848, che dà al Presidente dell'Assemblea Nazionale il diritto di chiamare le forze armate direttamente, senza ricorrere cioè al Ministro della Guerra. Changarnier che, sotto la Costituente, si è fatto beffe di questo decreto almeno due volte, si schiera a fianco del piccoletto per invitare i questori della Legislativa, Baze, Panat e il generale Le Flo, a riprenderlo. Questa proposta dei questori, depositata il 6 novembre 1851, specifica che il decreto trasformato in legge sarà messo all'ordine del giorno dell'esercito e affisso nelle caserme. Così gli ufficiali ricorderanno il loro dovere, e anche che i deputati sono inviolabili. Certamente Changarnier aggiunge a tale ragionamento una punta di ambizione personale. Si augura infatti che, in caso di richiesta, il presidente Dupin dia a lui il comando delle truppe e che la richiesta si estenda a tutta la guarnigione di Parigi: allora lo stupido sarebbe solo e la strada del potere sarebbe riaperta per Bergamotto. La proposta dei questori non preoccupa troppo l'Eliseo. Si sa che, Costituzione o no, poiché l'art. 32 stabilisce che l'Assemblea ha il diritto di fissare la quantità delle forze militari necessarie alla sua sicurezza, di designarne il capo, ma non ha il diritto di richiesta diretta; legge o no, l'esercito non vorrà mai piegarsi ad obbedire a dei civili e non accetterà mai Dupin come generalissimo. Così il contrattacco viene rivolto contro Changarnier, accusandolo di voler turbare la sicurezza nazionale per ambizione e avidità di potere personale. Forse è tenerlo un po' troppo in considerazione: Bergamotto non è già stato dimenticato dai suoi ex-subordinati? Il 12 novembre Saint-Arnaud dà, ai comandanti di corpo d'armata, l'ordine confidenziale di togliere dall'affissione nelle caserme il decreto dell'undici maggio (la sera stessa, tutta Parigi ne è al corrente). La discussione della proposta è stata fissata per il 17. Nel frattempo, gli amici del presidente lavorano la maggioranza repubblicana contro il pericolo Changarnier: con il pretesto della difesa della repubblica, non si invitano forse i rappresentanti a dare alla destra più chiusa ed ottusa, le armi per rovinare il regime? La propaganda è efficace. Tra Luigi Napoleone e l'inquietante generale, molti di sinistra preferiscono il primo, o piuttosto lo temono meno, soprattutto dopo che egli ha chiesto il ristabilimento del suffragio universale. Il 17 novembre, l'Eliseo è pronto ad agire nel caso in cui l'Assemblea dia voto favorevole alla proposta dei questori. Qualche giorno addietro, il generale Magnan ha radunato i venti generali che comandano a Parigi e nella periferia. Prima di ritirarsi hanno giurato di mantenere il segreto su quanto hanno udito e discusso. Anche Magnan ha insistito sul dovere di obbedire passivamente agli ordini che potrebbero ricevere da lui in un prossimo futuro, quando giudicherà opportuno associarsi ad una determinazione della massima importanza. Le circostanze sono gravi, prosegue, noi dobbiamo salvare la Francia... Il solo responsabile sarò io che, se sarà il caso, porterò la testa sul patibolo o il mio petto nella pianura di Grenelle. Vi è già stato un precedente: il 6 novembre, all'Eliseo, il principe ha ricevuto i seicento ufficiali dei sei nuovi reggimenti della guarnigione di Parigi. Saint-Arnaud si è preso la briga di designare lui stesso queste unità: quattro vengono dall'Africa; le altre due unità sono reggimenti di lancieri, strumenti eccezionali per prendere a sciabolate la folla ostile. Quanto agli Algerini abituati a fare a pezzi i Beduini, come dice Saint-Arnaud, non si tireranno indietro se dovranno fare a pezzi dei Parigini. Se la gravità delle circostanze mi obbligherà a fare appello alla vostra devozione, essa non mi verrà meno, ha detto il presidente ai suoi ospiti... Se il giorno del pericolo arriverà, io non farò come i governi che mi hanno preceduto e non vi dirò: Marciate, io vi seguo, ma: Io marcio, seguitemi! Il 17 dunque, tutto è pronto per il colpo di forza. Per tutta la giornata, riferisce Véron, medico giornalista ed ex-direttore dell'Opéra, il presidente si tenne pronto a marciare sulla Camera. Portava anche pantaloni rossi per poter indossare in fretta l'uniforme di generale. L'esercito è consegnato nelle caserme e trecentocinquanta Guardie nazionali della 1° legione stazionano all'Eliseo, pronti a investire Palazzo Borbone al comando di un altro condottiero, il colonnello Vieyra. Prima del 2 dicembre, Bonaparte lo nominerà capo di Stato Maggiore della Guardia ed egli porterà un nuovo ornamento alla collezione dei congiurati: si dice infatti che sia un ex-tenutario di case chiuse e un losco uomo d'affari. Prima di sedersi al banco dei Ministri, Saint-Arnaud si è messo d'accordo con Maupas e Magnan, che da una tribuna seguono la seduta della Legislativa, per un segnale che farà loro, se lo riterrà necessario, affinché lascino Palazzo Borbone e lo raggiungano alle Tuileries, sede dello stato maggiore di Magnan. Si tratterà di dare le ultime istruzioni; sin dalla notte, il palazzo deve essere occupato, i capi dell'opposizione e ogni possibile sobillatore arrestati, l'Assemblea disciolta. La Commissione incaricata di esaminare la proposta dei questori ha designato quale relatore il monarchico Luis Vitet, che parla con moderazione. Secondo lui, gli autori hanno agito solo perché avevano ascoltato l'esposizione degli scrupoli di coscienza di ufficiali incerti sul loro comportamento in caso di chiamata da parte del presidente dell'Assemblea. Saint-Arnaud, mediocre oratore, risponde che non c'è bisogno di uscire dalla Costituzione: l'Assemblea non può disporre di truppe senza passare innanzitutto per via gerarchica. Poi il colonnello Charras, ardente repubblicano, si pronuncia in favore della proposta, poiché egli deplora la noncuranza incredibile con cui, nei salotti, si parla di chiudere le porte dell'Assemblea, e indica il vero pericolo che minaccia il regime e la Costituzione: è il presidente che siede all'Eliseo. Ma altri due repubblicani dopo di lui negano che vi sia il minimo pericolo: Michel de Bourges, per cui il popolo è una sentinella, e Crémieux che esclama: La Costituzione ci basta! e insiste sulla diffidenza che, un eventuale uso della richiesta da parte della maggioranza, gli ispira. Si vede che la propaganda dell'Eliseo dà i suoi frutti. Improvvisamente interviene il generale Bedeau, altro deputato repubblicano: può il ministro della Guerra dire se è vero che, dietro suo ordine, il testo del decreto dell'undici maggio è stato tolto dall'albo delle caserme? Saint-Arnaud aveva negato davanti alla commissione, ma ora confessa: Quel decreto era caduto in disuso, dice. Io non ho voluto lasciare ai soldati un pretesto di dubbio o di esitazione e l'ho fatto togliere. Scoppia un pandemonio. Charras chiede che il governo venga messo in stato d'accusa. Senza arrivare a quel punto appare ormai evidente che la proposta dei questori sta per essere approvata e Saint-Arnaud fa ai suoi complici il segnale convenuto, dopo aver chiesto a Thorigny che lo approva: Se io uscissi, per ogni evenienza? Se ne va infatti, dicendo senza rivolgersi ad alcuno in particolare: C'è troppo rumore qui; vado a cercare la Guardia. Alle Tuileries, i tre uomini inviano ai generali un messaggio con la proibizione di obbedire a qualsiasi richiesta dell'Assemblea. Precauzione inutile, poiché la loro partenza ha spaventato i deputati che temono un arresto generale. Montalembert, eternamente timoroso, cerca di persuadere gli oppositori della proposta. Quanto a Thorigny, rimasto tranquillo al suo posto, egli si limita a rispondere a chi se la prende con lui: Fate ciò che volete. Noi siamo pronti a tutto. Ciò fa riflettere e fa accogliere favorevolmente una proposta preparata da Molé: riferendosi all'art. 32 egli lo dichiara sufficiente. Raccomanda quindi di respingere la proposta in discussione, e infatti si ottengono 408 voti contro 300: ancora una volta l'Assemblea ha capitolato. E' forse meglio così. dice con calma il principe, che Morny sollecita ad agire ugualmente, poiché tutto è a posto. Bonaparte replica che, avèndogli la Legislativa dato ragione, egli non vuole farle torto. L'indomani Flahaut scrive a sua moglie: Voi conoscete la triste sconfitta dell'Assemblea a cui Changarnier, Thiers e compagni non erano preparati. Anzi, essi si aspettavano un trionfo e avevano progettato di mettere in stato d'accusa il presidente e di indire una riunione permanente dell'Assemblea. Quando Augusto seppe la cosa, corse all'Eliseo per farne parte e per chiedere al ministro della Guerra di prepararsi alla resistenza. Quest'ultima sarebbe finita con lo scioglimento dell'Assemblea e le rendite sarebbero