J. DONALD WALTERS CRISI NEL PENSIERO MODERNO LA FILOSOFIA DELLA SAGGEZZA Traduzione dall'inglese di Maria Donzelli EDIZIONI MEDITERRANEE Prefazione Ho trovato questo libro davvero affascinante. Non avevo mai letto niente di così chiaro sui limiti della filosofia tradizionale di fronte al progresso della scienza. Crisi del pensiero moderno considera la realtà da un punto di vista completamente nuovo e libero, giacché collega direttamente la filosofia alla scienza moderna e alle leggi della natura. Con grande chiarezza J. Donald Walters offre un'alternativa alle vecchie formule del razionalismo, costrette a cedere il passo ai progressi della scienza moderna. Molti anni fa tenni un corso universitario che comprendeva una rassegna della filosofia occidentale. Al momento di affrontare una discussione sui valori, con mia grande sorpresa, la maggior parte dei miei studenti più brillanti liquidò in modo superficiale l'argomento come "relativo". Un mio ulteriore sondaggio rivelò che essi equiparavano i valori al dogmatismo e il dogmatismo all'intolleranza. Secondo loro, dunque, i valori rappresentavano l'antitesi di ciò che essi ritenevano essere il compito fondamentale dell'educazione moderna: allargare gli orizzonti. A conforto del loro punto di vista quegli studenti portavano le guerre del passato, il razzismo, il dogmatismo religioso, l'ideologia del sesso e, ciò che più conta, i più recenti sviluppi della scienza, tutte cose che, a loro avviso, negano l'esistenza stessa dei valori assoluti. I miei studenti erano persone né piene di sé né prive di vitalità. In realtà essi cercavano seriamente una soluzione al problema individuato in questo libro: la "perdita della centralità dei capisaldi della struttura familiare, etica e spirituale: verità, onore e giustizia". Se Crisi nel pensiero moderno fosse stato allora disponibile, lo avrei inserito tra le letture obbligatorie. Non solo questo libro assolve il nobile compito di portare chiarezza nella storia della filosofia occidentale, spesso tanto confusa, ma offre una radicale e limpida soluzione al nichilismo, che esercita un'attrazione fin troppo diffusa. Nessun'altra opera, allo stato delle mie conoscenze, collega in modo altrettanto autorevole l'approccio scientifico a una seria indagine filosofica. Walters dimostra che di fatto i valori esistono, ma esistono nell'ordine naturale, e nelle leggi che governano la natura, oltre che nel comportamento umano. Crisi nel pensiero moderno costruisce dei ponti. Non è un'opera piena di accese polemiche; riesce invece a conciliare serenamente, con naturale buon senso, controversie considerate prima d'ora irriducibili. Walters sceglie un argomento profondo e lo tratta con gioiosa partecipazione, evitando l'arida dissertazione di cui avrebbe potuto facilmente divenire oggetto. La sua straordinaria capacità di cogliere connessioni là dove altri hanno visto solo contraddizioni, consente a lui, e di conseguenza al lettore, di vedere le cose da una prospetiva di eccezionale ampiezza. Questo libro non mette in discussione le scoperte scientifiche. Al contrario pone quelle scoperte in una luce completamente nuova. Walters, ad esempio, convalida la fluidità della relatività fondendola con l'esperienza umana, e persino con le scienze biologiche. La relatività, egli sostiene, ha valore. Innanzitutto perché implica connessioni, non caos. E poi perché chiarisce accuratamente questo punto, pur non essendo assoluti, i valori sono universali. Egli mostra che l'evoluzione relativa non è vaga e incerta, ma mirata e progressiva. E conclude dimostrando fondatamente che in effetti la relatività acuisce "la nostra generale percezione di vivere in un universo ricco di significato". Nel suo studio sull'evoluzione, Walters fornisce un'interpretazione del tutto nuova ed emozionante della selezione naturale. Egli propone al lettore una visione allargata e relativistica che supera la tradizionale identificazione con la materia e arriva a dimostrare rigorosamente che la realtà fondamentale dell'universo è la coscienza pura. Con questo libro Walters ha creato un'opera straordinaria e bella. Si dice che Einstein non lavorasse su equazioni che non fossero belle. Per Einstein la bellezza è una qualità dell'energia, una raffinatezza della focalizzazione. La limpidezza del pensiero di Crisi nel pensiero moderno si avvicina alla perfezione che Einstein cercava e apprezzava. Come il compositore di una sinfonia, J. Donald Walters sviluppa vari aspetti della esperienza umana intrecciando temi capaci di produrre un'armonia, una bellezza e una beatitudine che delizieranno tutti i lettori desiderosi di utilizzare quell'apertura mentale tanto apprezzata dai miei ex-studenti. JAY J. CASBON, PH. D. Direttore della Fondazione per L'Educazione alla Vita Introduzione Durante la stesura di questo libro sono andato a far visita a un eminente studioso ebreo, il dottor Leon Kolb, che mi era stato segnalato come esperto di storia del popolo ebraico. Speravo potesse convalidare un'idea che intendevo introdurre nella mia sezione sull'evoluzione. In realtà mi fu di grande aiuto, ma in senso negativo: mi raccontò degli avvenimenti storici che mi indussero ad abbandonare la mia idea. Tuttavia, nel corso delle nostre conversazioni, il suo responso inizialmente negativo finì col diventare del tutto positivo sulla maggior parte dei risultati del libro. Avevo accennato al dottor Kolb i motivi che mi avevano indotto a scrivere questo libro, che, come gli dissi, affrontava con una nuova impostazione la moderna questione del "non senso". Mentre gli illustravo le ragioni per cui la vita è così largamente considerata priva di senso, citai l'affermazione dei biologi moderni secondo la quale l'evoluzione è puramente casuale. "Ma è casuale! - egli gridò indignato interrompendo la mia spiegazione - Assolutamente casuale!". E proseguì informandomi che non era soltanto uno studioso di ebraismo, ma anche un antropologo, che aveva insegnato psicologia alla Standford University per trent'anni prima del suo recente pensionamento e che era saldamente dalla parte degli evoluzionisti. "Non vorrebbe leggere i miei capitoli intitolati `I1 significato nell'evoluzione'?", osai domandargli. "Gliel'ho detto : è casuale. Su questo tutti i biologi concordano totalmente". " Ma io non sono in disaccordo con loro!", replicai. Assunse un'espressione perplessa. "Ma allora come fa a parlare di signifcato nell'evoluzione?". "Il mio approccio - gli dissi - è così diverso da tutti gli altri a lei noti che credo le farà davvero piacere leggere questo libro. E senza dubbio sarò pronto ad accettare qualsiasi correzione lei volesse apportarvi, se dovesse trovare errori nel mio scritto...". "Va bene - acconsentì con una certa riluttanza - leggerò quello che lei ha scritto. Ma è inutile, gliel'ho detto. L'evoluzione è del tutto casuale!". Tornai a trovarlo una settimana dopo per vedere quanta parte avesse letto del mio manoscritto, se mai l'avesse preso in mano. Mi accolse con gli occhi che gli brillavano di eccitazione. "Ma è meraviglioso! - esclamò - É in totale armonia con le scoperte della scienza moderna, e tuttavia dà loro un significato profondo. É meraviglioso - meraviglioso! Mi creda, questo messaggio deve essere diffuso ovunque!". Io spero che la sua reazione trovi conferma in altri lettori, perché l'argomento di cui qui si tratta è di vitale importanza per lo stato attuale della nostra civiltà. Troppe persone hanno visto incrinarsi la loro fiducia sul signignificato e sullo scopo della vita a causa dell'insistenza di tanti pensatori contemporanei sul non-senso della vita. L'intento di questo libro non è di dilungarsi sulle complessità della filosofa occidentale, e meno che mai di approfondirle tutte. Dai sostenitori di Sartre, per esempio, potrebbe levarsi la protesta, "Ma in un altro punto dei suoi scritti Sartre dice così e così". Onore a lui, risponderei, ma questo è certamente quanto egli afferma nelle opere di cui mi sono occupato in questa occasione. E non sarebbe per me rilevante se per caso in seguito egli avesse cambiato completamente idea (cosa che per altro non si è verificata). Io ho preso in considerazione le sue idee, non l'uomo in quanto tale. E quelle idee in questo ventesimo secolo si sono diffuse capillarmente. Mi sono occupato di Sartre solo perché egli le ha espresse con grande lucidità. Vi prego dunque di accostarvi a questo libro come a qualcosa di nuovo - o, se preferite, come ad un nuovo punto di vista. Non cercate di determinare a quale scuola del pensiero occidentale si richiami: non deve le sue soluzioni a nessuna di esse. E ricordate che ci vuole tempo per dimostrare di essere nel giusto su un tema così diffcile. Vi prego quindi di seguirmi prima di confutarmi, anche se il primo istinto vi porterà a respingere le mie argomentazioni. Il dottor Kolb aveva pensato in un primo momento che io intendessi dire una cosa, ma poi aveva scoperto che il mio discorso era ben diverso; allo stesso modo chiunque abbia dimestichezza con le correnti del pensiero moderno sarà tentato sin dall'inizio di contrapporre ipotesi che non hanno alcuna attinenza con il mio tema. Mi piace concludere cosi: "Caro lettore, permettimi di presentarti un mio buon amico, `questo libro'. Ora, col vostro permesso, vi lascerò soli a chiacchierare tra di voi per un po'. Spero che scoprirete di avere molte cose in comune". Prefazione all'edizione (riveduta) del 1988 Ho progettato di scrivere questo libro nel 1962. Le ricerche necessarie, poi la stesura e la sua revisione, hanno richiesto dieci anni. Altri sedici anni sono trascorsi prima che il libro fosse pubblicato. In tutto questo tempo ho continuato a meditare sugli argomenti trattati, mettendo a punto le mie idee a riguardo. Finalmente, a venticinque anni da quegli inizi, ma con lo stesso entusiasmo di allora, ecco questa nuova edizione riveduta. Crisi nel pensiero moderno è fondamentalmente un'opera filosofica, non scientifica. Tratta di aspetti della natura umana pressoché immutabili, collegandoli alle scoperte della scienza e alle affermazioni di altri pensatori lontani nel tempo, ma niente affatto superati. In effetti, tutti i temi sviluppati in queste pagine contengono la stessa freschezza che avevano ventisei anni fa. Pertanto, in questa edizione ho cercato di presentare i concetti in modo più chiaro e semplice, ma non ho ritenuto necessario fornire ulteriori prove scientifiche a loro sostegno. Se un dipinto è stato ben ideato, ed eseguito con il giusto equilibrio tra colore e disegno, aggiungervi nuovi pigmenti solo perché nel frattempo ne sono stati inventati altri, non farebbe che deturparne la bellezza. 1. Le crisi La scienza del ventesimo secolo ha elargito all 'umanità una generosa messe di doni. Le ha portato benessere materiale e ha ampliato i suoi orizzonti mentali. Ma ha anche prodotto un grande disagio interiore e, a poco a poco, ha fatto perdere di vista i principi etici e spirituali più comuni - "verità, onore e giustizia" -, baluardo di ogni grande civiltà del passato. Oggi i valori assoluti sembrano un sogno irraggiungibile. Il nostro è un mondo nuovo e inconsueto di relatività. É dunque essenziale cercare di rimpiazzare in modo significativo il nostro perduto senso del valore. É ormai convinzione diffusa che viviamo in un'epoca di crisi. I segni sono visibili ovunque: nel feroce scontro a livello mondiale tra ideologie sociali incompatibili nella confusione spirituale suscitata dalla scienza moderna; nella sfida ai vecchi concetti morali da parte di una cinica e crescente amoralità; in uno stile di vita il cui ritmo frenetico minaccia il nostro stesso equilibrio mentale. Parliamo di pace, ma in cuor nostro sappiamo che la pace non è il frutto naturale della nevrosi, della paura e del dubbio. Parliamo di prosperità, ma ci consumiamo nell'ansia di far fronte ai nostri debiti. Gridiamo "Libertà", ma limitiamo questo ideale alla libertà degli altri di essere esattamente come noi - non altrimenti. Esaltiamo l'eguaglianza, ma spesso questa stessa parola diventa una sorta di penalizzazione di meriti superiori, mentre "stare insieme" diventa uno slogan con cui si reprime l'iniziativa personale. La scienza, che pure dispensa tanti doni, ci ha posti forse di fronte alla più grande prova che l'umanità si sia trovata ad affrontare. I1 problema non è se il progresso scientifico sarà o meno la causa della distruzione dell'umanità. É in gioco, piuttosto, la nostra capacità di sintonizzare i risultati esteriori con la crescita interiore. L'umanità nella sua attuale fase di pericolo può essere paragonata a un volano non perfettamente bilanciato, che funziona fintanto che ruota lentamente, ma che può andare in pezzi non appena aumenta la velocità. É molto probabile che il progresso scientifico ci spinga verso la distruzione, se gli squilibri della natura umana non verranno corretti come avviene scrupolosamente per gli errori compiuti nella meccanica o nel laboratorio di fisica. La questione di vitale importanza è: si possono correggere quegli squilibri? Se pensiamo che un obiettivo sia raggiungibile, esso può almeno farci da guida. Ma cosa accade se siamo invece convinti che l'obiettivo non esiste affatto? Persino gli uomini dotati di maggiore obiettività, consacrati alla scienza, lavorano con tanta pazienza solo grazie alla loro fede nella possibilità di un risultato. Sarebbe ridicolo lottare avendo la certezza che ogni lotta è vana. Questo è il nocciolo della nostra difficoltà attuale. Parliamo del bisogno di crescere, moralmente e spiritualmente, ma mentre accenniamo con convinzione a "nuovi valori", scopriamo quanto sia diffuso il sospetto, sempre più spesso dichiarato, che in realtà non ci sono valori. All'antica concezione dell'universo governato dal Bene si contrappone la concezione opposta di un universo non governato affatto - un universo fondamentalmente irrazionale e senza senso. E in effetti, quale fine ultimo possiamo attribuire a un disegno in cui tutte le "realtà" che una volta erano punti di riferimento si rivelano solo relatività, nelle quali per altro il tempo non ha alcuna definizione assoluta? (La scoperta di Einstein secondo la quale il tempo è relativo significa che, teoricamente, un giovane potrebbe partire con un'astronave verso una stella lontana, e al suo ritorno, pur essendo sempre giovane, trovare i suoi contemporanei invecchiati o morti. Secondo i suoi calcoli, un viaggio della durata di un solo anno potrebbe corrispondere a un periodo di quarant'anni sulla terra). La geometria euclidea, la cui logica cristallina fu considerata per secoli una "necessità del pensiero" e una prova virtuale della perfezione della legge divina, non è più una necessità logica. Cento anni fa, Lobachevsky e Bolyai, lavorando separatamente, dimostrarono che si possono costruire sistemi completamente diversi e perfettamente compatibili basandosi su serie diverse di assiomi. Uno dei nuovi sistemi geometrici derivati da questa scoperta, quello del matematico tedesco Riemann, concepisce la vastità dello spazio come realmente finita. Gli uomini di scienza sono convinti che lo spazio sia proprio governato dalla geometria di Riemann, e non da quella euclidea. Alla domanda, che nasce spontanea, "Se lo spazio è finito, cosa c'è fuori di esso?", la risposta dello scienziato è, "Nulla. State applicando dei preconcetti umani a una situazione in cui essi non hanno valore"(Nota) Cf. J.W.N. Sullivan, The Limitations of Science, Mentor Books, New York 1959, pp.19-20. Fine nota) Quale può essere il senso di uno schema cosi incredibile? La vecchia disputa se la luce sia una particella o un'onda alla fine è stata risolta in una contraddizione senza speranza (ma dimostrata): è entrambe le cose. Dov'è, allora, la logica semplice e "pratica" di un universo in cui sembra che la terra non esista affatto? Ma se invece essa esiste, cos'è? Non solo è qualcosa di molto simile a un vuoto - poiché le sue particelle atomiche distano l'una dall'altra, in termini relativi, quanto le stelle nei cieli - ma le particelle stesse sono evanescenti, sono energia, non sostanza solida. L'eminente scienziato Sir Arthur Stanley Eddington le ha definite addirittura sostanza mentale, neanche energia (Nota Cf. Sir A.S. Eddington, The Nature of the Physical World. fine nota) La scienza contemporanea ci dice che le categorie della ragione, lungi dall'essere assolute, sono una specie di elaborata mitologia in cui parole e concetti hanno significato soprattutto perché noi gliene assegnamo uno. Esse sono vere all'interno della struttura che noi stessi abbiamo predisposto, ma non sono vere in senso immutabile o eterno. La geometria euclidea è a suo modo vera, e può essere applicata alla costruzione di un edificio. Tuttavia, per quanto consta alla scienza, ciò che chiamiamo linea retta, la cui esistenza è il fondamento della geometria euclidea, non esiste. Le straordinarie scoperte del nostro tempo hanno sconvolto i consueti modi di pensare. Ci si domanda: esiste qualcosa che abbia un significato assoluto? In quale nicchia dobbiamo ormai riporre le precedenti concezioni umane del bene e del male? Da un punto di vista logico, è possibile concepire degli assoluti morali, quando lo stesso creato sembra essere governato "in modo assoluto" soltanto da relatività? Se sentiamo il bisogno di un qualche solido fondamento per la nostra morale, certamente le scienze fisiche non ce ne forniranno alcuno. Oggi molti pensatori hanno distolto la loro attenzione da questo cosmo apparentemente caotico per portarla sul fenomeno uomo, più confortante perché più limitato. Sembra una decisione positiva. Del resto la vita per noi continua come sempre. Qualunque sia la natura ultima della terra, essa è più solida che mai riguardo alle leggi materiali e all'esperienza personale dell'uomo. La scoperta di Einstein sulla relatività del tempo non ha fatto impazzire le lancette dei nostri orologi. Se sistemi di geometria differenti possono quanto meno essere coerenti in se stessi, perché non potremmo concepire la vita come una sorta di sistema coerente "extrageometrico", regolato da leggi assolute, almeno per il genere umano? Insomma, dal punto di vista umano si potrebbe forse sperare di scoprire valori durevoli e sconfiggere così la deprimente insinuazione che ci viene dalla scienza secondo la quale non esiste alcun valore. Dal nostro punto di vista, tuttavia, qualità come solidarietà, onore e onestà continuano ad esistere; così come esistono i loro opposti: tradimento, debolezza di carattere, disonestà, le cui caratteristiche si presume siano disapprovate da tutti gli uomini. Forse sarebbe meglio per noi limitarci a considerare i problemi umani in questa luce rosea, affermando con Omar Kayyam "Lasciamo in pace l'enigma dell'universo". In questo modo potremmo forse stare alla larga dalla scienza. Ma la scienza ci lascerà in pace? Non ci lascia in pace già da molto tempo a questa parte. La scienza ha risvegliato i draghi addormentati della confusione anche sul piano della nostra esistenza quotidiana. Da quando sono stati inventati i primi calcolatori elettronici, sono state trovate precise analogie tra la loro funzione e quella del cervello umano. Di fatto, e per certi versi,l'unica differenza degna di nota è che i nostri sosia elettronici operano molto più rapidamente e con maggiore efficienza di noi (se così non fosse non avremmo bisogno dei loro servizi). I cervelli elettronici sono "programmati" per pensare attraverso canali particolari e funzionano solo secondo quei canali. Analogamente, si dice, i cervelli umani pensano solo se sono condizionati, o "programmati", per pensare. La questione è più complessa, naturalmente, ma gli scienziati sostengono che la similitudine è esatta e che persino le nostre improvvise "ispirazioni" sono dovute a un condizionamento precedente. Pensare, in altre parole, non è altro che una specie di "manipolazione elettronica di tracce di memoria presenti nel cervello". Le differenze tra i modi di vedere, forse per effetto di quel condizionamento, possono raggiungere proporzioni sorprendenti. Oggi, in generale, si considera la gentilezza una virtù universale. Ma alcune tribù primitive, in particolare in alcune zone dell'Africa, considerano la gentilezza né più né meno che un segno di vigliaccheria. Allo stesso modo presumiamo di avere nozioni perfettamente chiare sul significato del coraggio. Ma nel Borneo ci sono tribù che contraddicono tutte queste nozioni. Esse considerano un segno di grande coraggio uccidere l'ignaro bambino di una tribù nemica lanciando una freccia avvelenata da dietro un albero. Alcuni popoli considerano il furto una virtù, e altri ancora disprezzano l'incapacità di mentire abilmente - non solo come segno di inettitudine, il che sarebbe perflno comprensibile, ma proprio (ed è il caso di certe tribù di zingari della Toscana) come segno di mancanza di verità! É naturale che, se ci mettiamo a confrontare le varie opinioni, il bene e il male non sono valori così immutabili come siamo stati indotti a credere. Del resto l'infondatezza di questa immutabilità risulta ancora più evidente quando gli scienziati ci dicono che le convinzioni di un uomo possono essere manipolate - nessuno sa fino a che punto - mediante un condizionamento mirato operato da altri. La personalità stessa, quell'intricato fenomeno della natura umana, può essere modificata dal bisturi di un chirurgo. La lobotomia prefrontale,l'operazione sul cervello, per la cui scoperta il dottor Egaz Moniz meritò il premio Nobel nel 1949, è stata eseguita su migliaia di persone mentalmente disturbate, per liberarle da ansia, manie, attacchi epilettici, e altri stati nervosi anomali. Si è scoperto, tuttavia, che l'intervento produceva modificazioni irreversibili sulla personalità dei pazienti, rendendoli più sciocchi e meno sensibili. I dottori Walter Freeman e James W. Watts, due specialisti in questo campo, hanno dichiarato: "É sempre più evidente che i pazienti i quali si sottopongono a lobotomia devono sacrificare alcune virtù, una parte del loro spirito di iniziativa, un po' della loro elevazione spirituale, del loro altruismo, dello spirito creativo, dell'anima, o come altro preferiate definirla" (Nota W. Freeman - J.W. Watts, Progress in Neurology and Psychiatry, Grune and Stratton Inc., New York 1948, pp. 409-420. fine nota). E naturalmente, c'è anche la dottrina dell'evoluzione, vecchio diletto degli scettici. Oggi i biologi possono fondatamente pretendere di supporre che la vita non abbia senso. Sono praticamente unanimi nel ritenere che la vita si sia sviluppata per puro caso, e non secondo un disegno preciso. Le scoperte esibite a comprovare le loro affermazioni sono innumerevoli. Queste e altre simili scoperte dei nostri tempi, sostenute da quelle che si riferiscono alle più importanti relatività cosmiche, stanno distruggendo le speranze di molta gente che pensa di trovare da qualche parte dei valori immutabili. Chissà! Forse hanno ragione loro. Ma se così fosse quale sarà la conclusione? Ci sono stati tempi in cui, senza alcun incoraggiamento da parte della scienza, larghe masse di uomini hanno assunto un atteggiamento cinico verso tutte le verità fondamentali e assolute. I greci, per esempio, hanno attraversato una fase di questo tipo. Ma anche i romani. In realtà è stato così per quasi tutte le altre civiltà morte, e quella fase ha sempre coinciso con la decadenza e il conseguente dissolvimento di quelle civiltà. Ammettiamolo: ci vuole vigore morale per costruire una società forte e pacifica. Ci vuole vigore morale per resistere alle esigenze di un benessere immediato in nome di un appagamento a più lungo termine. Dov'è l'uomo che, non credendo davvero in niente, si mantiene fedele a qualcosa o a qualcuno tra le tempeste e le tribolazioni della vita? Sarà piuttosto un uomo alla deriva, e si sposterà lungo le correnti della convenienza personale. Senza dubbio il mondo avrà sempre la sua percentuale di cinici. Anche nei momenti di grande fede spirituale ci sono stati uomini che hanno preso il potere con un assassinio, o che hanno venduto la propria coscienza in cambio di una borsa piena. Ma se dovesse prender piede l'idea che questo comportamento è "relativamente" giusto come qualsiasi altro, il naturale impulso verso il piacere e l'autoaffermazione potrebbe divenire contagioso come una malattia. La storia insegna che un'idea del genere, non controllata, potrebbe facilmente diffondersi raggiungendo proporzioni epidemiche. Poiché gli uomini sono le loro filosofle, finiscono per essere influenzati non tanto dagli eventi quanto dalle idee. Che dire dunque di un'epoca in cui i pensatori che fanno da guida, confortati dall'esperienza concreta derivata dalle rispettive scienze, ci assicurano che la vita è fondamentalmente priva di senso, e che nulla ha in sé una vera finalità? In realtà la scienza può gettare qualche sprazzo definitivo di luce, ma speriamo che non sia la luce generata dalla Bomba Definitiva! La speranza è per noi indispensabile. Va contro ogni istinto naturale guardare con disinvoltura alla prospettiva del disastro definitivo. Non avere fiducia in niente significherebbe rinunciare alla nostra stessa umanità e diventare come delle macchine prive di ogni interesse, che procedono a scatti e ronzii lungo un percorso totalmente costellato dai problemi del momento. Sotto ogni aspetto la nostra crisi attuale può essere definita crisi dei fini, una disperata ricerca di qualcosa di tangibile in cui si possa veramente credere. Senza una fede di qualunque tipo, e senza nemmeno una certa percezione del significato dell'esistenza, la vita stessa corre il pericolo di diventare un incubo terribile, un angosciato urlo di follia. Tuttavia le nostre fedi debbono essere oneste e basate su una ricerca intelligente. Di fronte ad eventi spiacevoli non possiamo cercare rifugio in una devozione guidata solo dal desiderio. Alcuni scrittori hanno tentato di farlo, ma le loro voci non sono le più vigorose del nostro tempo. Ammettiamolo: una fede che si limiti a credere in ciò che si desidera è già una follia. Oggi, se vogliamo anche solo preservare la nostra civiltà, e tanto più se vogliamo elevarci verso nuove vette, abbiamo bisogno di significati autentici. Se riusciremo a recuperare onestamente la fiducia in qualche valore, una fiducia in qualcosa di più tangibile del fatto che non vogliamo esplodere in mille pezzi, o essere assoggettati a un potere straniero, allora e solo allora potremo acquisire l'arma morale indispensabile per superare le numerose crisi che oggi ci coinvolgono come persone, e, cosa ben più grave, minacciano la sopravvivenza stessa del genere umano. 2. Le istituzioni e l'individuo Se vogliamo salvare la nostra civiltà dal cinismo e dall'amoralità crescenti - duplice rovina di tante società del passato - abbiamo bisogno di nuove intuizioni per comprendere la realtà. Come procedere in questa ricerca ? la scienza di solito indaga sui principi universali a partire dallo studio dei particolari. Analogamente, la nostra ricerca deve partire dall 'esperienza personale dell'uomo come individuo, e non da quella vaga entità che è la società. Soltanto nell'individualità dell'uomo si può trovare la chiave per comprendere il significato della relatività dell 'universo. Questo libro non si propone di denunziare la scienza per aver sollevato dei problemi sul Fine e sul Significato Ultimo della vita e dell'universo. Vuole piuttosto invitarti, amico lettore, a compiere un viaggio emozionante, pieno di scoperte. Ma ti avverto: in questo viaggio non sono ammesse le persone intellettualmente pigre. Sarai sfidato ad abbandonare molti preconcetti, ad allargare i tuoi orizzonti e forse a mettere in discussione, persino in modo drastico, alcune scelte della tua vita. I prossimi tre capitoli, soprattutto, potranno sembrare faticosi. Ti chiederò di scalare con me una ripida montagna prima di invitarti a sciare verso valle lungo un altro pendio. Sarà comunque un viaggio dedicato interamente a un'avventura filosofica. Non voglio contraddire la scienza, come hanno fatto molti nell'ansia di salvare i valori tradizionali dai suoi presunti attacchi. Intendo invece riconsiderare i fatti da cui la scienza è partita. Molti pensatori hanno attribuito significati negativi a quei dati scientifici. Il mio intento è invece di dimostrare che il problema non sta nei fatti in quanto tali, ma solo nella nostra interpretazione. Mostrerò così che quei fatti possono arricchire la vita invece di toglierle ogni significato. Se una persona, nel compiere un lungo cammino, vuole proteggere i suoi piedi, ha due soluzioni: rifare la strada rivestendola di soffice gomma, oppure indossare un paio di scarpe comode. Rifare la strada richiederebbe grandi quantità di tempo e di denaro. La soluzione più semplice sarà naturalmente indossare un paio di scarpe comode. Ciò vale anche se vogliamo rimanere moralmente incolumi mentre percorriamo la strada verso la verità indicataci dalla scienza moderna: possiamo indurre la scienza a rifare la strada oppure possiamo adattare la nostra filosofla alle esigenze del viaggio. Nel primo caso dovremmo obbligare la scienza ad adeguare le sue scoperte alle nostre esigenze etiche. Questo tentativo è già stato fatto. Si pensi per esempio alla Chiesa cattolica, quando cercò di obbligare Galileo a ritrattare la sua dichiarazione secondo la quale la terra non era il centro dell'universo. Ma sono passati i tempi in cui era possibile imporre alla scienza interpretazioni dogmatiche. La scienza stessa sa di dover cambiare nel corso del tempo i suoi punti di vista su molti argomenti, cosa che del resto ha già fatto abbandonando molte delle sue antiche certezze. Ma è dalla scienza stessa che devono arrivare tali correzioni. Per confutare la scienza, un filosofo dovrebbe diventare egli stesso scienziato. I1 suo compito, invece, è quello di aiutare l'uomo a trovare in se stesso la profondità della conoscenza per accettare ogni sfida. Fino ad oggi l'uomo occidentale ha indossato scarpe non più adatte al suo cammino. Le loro suole erano destinate a una passeggiata molto più breve; non sono mai state adatte per un viaggio la cui fine sfugge al nostro sguardo e si perde nelle stelle. La scienza ha screditato l'uso tradizionale della ragione, da sempre ritenuta strumento essenziale per fare chiarezza. La logica aristotelica, vero fondamento del pensiero occidentale, si è dimostrata una pura convenzione, non una necessità del pensiero. Nel capitolo cinque esaminerò il procedimento della logica, e cercherò di vedere se non sia il caso di adeguarlo, anche nell'ambito dell'etica, alle modalità del pensiero scientifico. L'assolutismo morale, inoltre, è stato sempre considerato in Occidente la base necessaria di ogni autentico sistema di valori. Eppure nell'ambito della materia la scienza ha reso l'assolutismo obsoleto. É dunque indispensabile stabilire sul serio se l'assolutismo come concetto filosofico sia ancora sostenibile, o almeno auspicabile. Lo farò nel capitolo quattro. Come se non bastasse, forse è proprio vero che i progressi della scienza decretano la morte del significato così come da sempre lo abbiamo inteso. Le scoperte scientifiche ci inducono ad accettare un'interpretazione nichilista del nostro rapporto con gli altri e con l'universo? In tal caso, può darsi che ciascuno di noi debba veramente ritagliarsi un sistema di valori adatto a lui. Ad ogni modo, dobbiamo innanzitutto esaminare le ragioni del nichilismo, prima di procedere alla ricerca di valori più positivi, capaci di respingere ogni accusa di sentimentalismo e di illusorietà. Nel capitolo tre mi occuperò del nichilismo e cercherò di verificare se, come affermano i suoi sostenitori, esso dia una risposta cosi aderente alle scoperte della scienza. Dopo aver analizzato il nichilismo passerò ad esaminare l'assolutismo morale. E dopo l'assolutismo morale analizzerò la ragione stessa e studierò l'inadeguatezza della logica aristotelica a tener testa a un universo in perenne mutamento. A quel punto avremo raggiunto l'apice della salita. Durante la successiva discesa esploreremo un approccio completamente nuovo al senso della vita: una visione fresca delle cose, compatibile con l'ampia visione della scienza moderna, e che, nello stesso tempo, attribuisce alla vita il significato più profondo. Per cogliere nuove intuizioni bisogna abbandonare il salotto dell'ortodossia, dove si dialoga su assunti mai messi in discussione, e avanzare da soli nella notte silenziosa. Solamente là, infatti, di fronte alle immensità del tempo e dello spazio, è possibile concepire pensieri profondi. Le nuove intuizioni non possono nascere come reazione passiva a ciò che altri hanno detto o fatto. Fin dall'inizio della nostra avventura predisponiamo dunque le menti ad accogliere l'ignoto, a pensare creativamente secondo le nostre capacità, e ad avere il coraggio di ignorare i rimproveri dei tradizionalisti, i quali obietteranno che ricercare al di fuori dei loro fumosi salotti è pura presunzione. Ma si può definire presuntuoso un atto di coraggio? I "fiori di campo" di una nuova intuizione non possono crescere su sentieri da lungo tempo calpestati. E la verità non può essere stabilita per acclamazione popolare. La verità semplicemente è. Essa attende di essere scoperta soltanto da uomini e donne dotati di spirito audace. Sette anni fa qualcuno escogitò un esperimento che da allora è stato ripetuto molte volte, più o meno con gli stessi risultati. Su una lavagna vengono tracciate due linee rette. La linea superiore è visibilmente più corta di quella inferiore. A sei individui viene poi chiesto di dire quale delle due linee sia la più lunga. I1 trucco sta nel fatto che cinque dei sei soggetti interpellati sono stati precedentemente istruiti a dichiarare che la linea più lunga è quella superiore. I1 sesto soggetto, ignaro, viene interpellato per ultimo. I1 risultato di questo esperimento è sorprendente perché, nell'ottanta per cento dei casi, il sesto soggetto, negando la testimonianza fornitagli dai propri occhi, concorda con gli altri cinque nel sostenere che la linea superiore è la più lunga. Se l'ottanta per cento degli interrogati, posto di fronte a una alternativa così evidente, ha preferito la convenzionalità sociale alla verità, che percentuale si raggiungerà quando le scelte saranno meno ovvie? Egregio, un appellativo non molto usato in inglese, deriva da due parole latine che significano "fuori dal gregge". In inglese egregious vuol dire "cattivo oltre misura". In italiano lo stesso termine derivato dal latino significa "nobile, buono oltre misura", e viene usato come onorifico - un fatto che ho scoperto a Firenze molti anni fa, quando ricevetti un avviso di multa per divieto di sosta accompagnato da una lettera in cui mi trovai apostrofato come "Egregio Signore". (I1 mio primo pensiero fu, "Ma non gli basta prendersi i miei soldi? Devono pure insultarmi?"). Anche noi dobbiamo restare "fuori dal gregge" se vogliamo avere una visione chiara delle cose. Così facendo attireremo inevitabilmente le critiche di coloro che ritengono sia peccato ignorare le ben sperimentate autostrade del pensiero. Ma auguriamoci che l'indipendenza intellettuale non sia di casa solo in Italia, giacché soltanto se resteremo lontani dalle numerose dispute sull'argomento potremo sperare di salvare il senso della vita dal caos in cui è attualmente caduto. Di solito, nei confronti dei valori si assumono due atteggiamenti. I1 primo è quello dei religiosi ortodossi: "Nella Bibbia viene definito tutto. Non spetta agli uomini domandarsi `Perché'. Loro compito in quanto creature di Dio è di obbedire incondizionatamente ai Suoi comandamenti". L'altro approccio è sociologico: "I valori non sono una questione di ordine cosmico, ma di ordine sociale. Sono necessari a ogni società per la protezione dei suoi membri e per il buon andamento delle cose. Ma i valori umani esistono esclusivamente come fattori di convenienza sociale, e non perché siano veri e giusti in assoluto". Che dire del primo atteggiamento? Il dogmatismo è senz'altro la prima cosa da cui guardarsi quando si cerca un significato... E questo vale per qualsiasi forma di dogmatismo, poiché è altrettanto facile essere dogmaticamente contro la religione quanto essere un religioso fanatico. In realtà è piuttosto facile trovare in altri settori di pensiero il dogmatismo religioso. I1 motivo per cui il dogmatismo viene così spesso associato alla religione può essere spiegato con un principio semplice che ho chiamato Legge della Proliferazione Dogmaúca: La tendenza al dogmatismo è direttamente proporzionale all'incapacità di dimostrare la validità del dogma. Questa incapacità raggiunge naturalmente il culmine di fronte ai misteri eterni. Oggi, invece, abbiamo bisogno di un approccio il più possibile chiaro, semplice e onesto. Le persone con attitudini religiose dovrebbero essere oneste nel loro approccio né più né meno che le persone scettiche. Niente prova infatti che una sincera e spassionata ricerca della verità comporti una riprovazione divina. Gesù Cristo stesso ha detto: "La verità vi renderà liberi". L'atteggiamento dei sociologi ai nostri giorni è tenuto in maggiore considerazione perché più obiettivo dell'approccio dogmatico così spesso associato alla religione. Che l'uomo sia un animale sociale è oggi un'acquisizione quasi universale. I suoi problemi più urgenti si riferiscono in effetti all'integrazione nella società in cui vive. É anche evidente che gli uomini vivono insieme perché raccolti in comunità si sentono più sicuri di poter far fronte ai loro bisogni, più forti per resistere all'oppressione, oltre ad avere maggiori opportunità per soddisfare i loro stimoli emotivi e intellettuali. II rispetto nei confronti di questa disciplina ha dunque un fondamento reale. La coscienza umana, secondo l'ottica sociologica, scaturisce esclusivamente dalle richieste poste dalla società ai suoi singoli membri. L'omicidio deve essere punito nell'interesse della sicurezza comune. Lo spirito di cooperazione è apprezzato perché vantaggioso al gruppo nel suo insieme. Così, la percezione del bene e del male nasce dallo sforzo di adattarsi al codice comune, e va definita solo in riferimento a questo sforzo. Questo approccio è abbastanza semplice e pratico. Mette da parte il sentimento e pertanto evita una delle principali insidie presenti sul sentiero di ogni ricerca di valori. Come mai, pur avendo questi importanti punti a suo favore, l'approccio sociologico non ha saputo difendersi dalla marea crescente del nichilismo? Anzi, si è addirittura dimostrato più fragile del dogmatismo religioso. Perché mai? La risposta è semplice: all'approccio sociologico non interessa determinare il significato. Infatti, enfatizzando l'etica del consenso democratico, esso evidenzia costantemente il sostanziale non-senso della vita. In questo approccio vi è inoltre un difetto di fondo. Affrontando l'argomento in termini quantitativi, la sociologia trascura le esigenze dell'individuo, quando queste non si integrano ai bisogni di gruppo. Ma che sono mai questi bisogni di gruppo se vengono negati i bisogni dei suoi membri? La via più sicura per evitare il pensiero astratto consiste nel focalizzare le proprie idee su questioni concrete. A proposito delle prospettive della fisica moderna, J.W.N. Sullivan ha scritto: "E l'elettrone la chiave dell'universo". Analogamente si può dire: è l'uomo, il singolo individuo, la chiave per comprendere la società. Se l'atteggiamento corretto del singolo consistesse nel negare costantemente se stesso in favore del gruppo, e se ogni membro del gruppo imparasse a comportarsi nella vita seguendo queste indicazioni, chi, nel caso specifico, trarrebbe vantaggio? Sarebbe come la storiella dei due dignitari che si accingono a salire su un treno, e tutti e due non fanno che sprofondarsi reciprocamente in rispettosi inchini esclamando: "Dopo di voi Vostro Onore!", finché alla fine il treno se ne va, lasciandoli a inveire l'uno contro l'altro sul mareiapiede della stazione. L'etica di gruppo commette l'errore di situare la coscienza non tanto nell'uomo, bensì, più vagamente, negli uomini. Questa è una spiegazione mediocre, è ancor più mediocre come linea di condotta e fa pensare all'espressione popolare "giocare a scaricabarile". Come linea di condotta l'etica di gruppo consente di attribuire troppo facilmente le decisioni sbagliate alla responsabilità "altrui". In tale situazione un leader senza scrupoli potrebbe facilmente convincere chiunque a impiegare tutto quel meraviglioso spirito di gruppo per la realizzazione delle sue sfrenate ambizioni. É inutile dire che un certo tipo di etica di gruppo si sviluppa in ogni civiltà semplicemente per necessità sociale. Naturalmente gli uomini cercano nei gruppi norme e vantaggi che non cercherebbero come singoli. Anche in questo caso tuttavia la principale molla d'azione è l'individuo. Che l'approccio sociologico sia in ultima analisi poco credibile è dimostrato dal fatto che gli agglomerati sociali di grandi dimensioni tendono ad avere meno scrupoli di quelli a piccole dimensioni. L'istituzionalismo non è che la parodia dei sogni di perfezione dell'uomo. Più si perde di vista il singolo entro una vasta massa di persone, maggiore è il rischio di distruggere le percezioni più sottili. In scala minore la Chiesa cattolica lo ha verificato all'interno dei suoi ordini monastici. Si è constatato che le piccole comunità tendono a conservare più facilmente lo spirito cristiano. Via via che il numero dei componenti aumenta si evidenzia una marcata tendenza all'affievolimento di questo spirito. Regolamenti e procedure sempre più meticolosi prendono il sopravvento sull'amore e sullo spirito di cooperazione. Ai bisogni individuali si presta sempre meno rispettosa attenzione. La coscienza e l'iniziativa individuale, sia spirituale che istituzionale, sono sempre più scoraggiate e considerate minacciose per il tranquillo andamento dell'insieme. Santa Teresa d'Avila, avendo avuto esperienza degli aspetti negativi dei grandi monasteri, riformando l'ordine delle Carmelitane Scalze, stabilì che nessuna delle sue comunità avrebbe contato più di diciotto suore. L'eccessiva sistematizzazione dei grandi monasteri non è una componente della vita monastica in quanto tale. É l'istituzionalismo, e non la dedizione spirituale, la catena che lega la coscienza individuale alla pietra del conformismo. E l'istituzionalismo prospera, come un'erba cattiva, proprio dove un gran numero di persone viene organizzato in entità sociali. Oggi, in un'epoca di progressivo appiattimento a ogni livello della società, la coscienza individuale viene di solito considerata con sospetto, e persino ritenuta una minaccia per l'ordine sociale. A causa dell'esagerata accentuazione dell'istuzionalismo, il senso dell'integrità personale sembra davvero sul punto di andare perduto; al suo posto è stato innalzato l'idolo amorfo della "solidarietà". I1 nuovo motto non è "Pensa!", bensì "Aggrègati!". Dal momento che una sempre più incisiva riduzione a sistema sembra inevitabile, è sempre più importante sottolinea che la coscienza è un dato individuale, non sociale. Esista o meno un modo per sfuggire alla morsa soffocante dell'istituzionalismo - ma soprattutto se non vi fosse la possibilità di sfuggirvi - l'individuo deve diventare più che mai il punto di riferimento di riforme morali e spirituali, oltre che sociali. La dignità dell'uomo, considerato come tale e non semplicemente come animale sociale, deve essere salvaguardata con determinazione, se non altro per controbilanciare la spietata tendenza a disumanizzarlo. I sistemi detestano il cambiamento: sono il tentativo di congelare il continuo fluire della vita, di imprigionare il volo del tempo in una tomba senza tempo. D'altro canto, ogni progresso storico è il risultato dell'appassionata battaglia di una persona, o forse di un piccolo gruppo di individui, ma comunque di uomini e donne profondamente entusiasti per un grande obiettivo o per un grande ideale. I cambiamenti più sconvolgenti non sono mai stati avviati dalle istituzioni, tranne rare eccezioni. L'umanità ha ricevuto grandi insegnamenti morali non in virtù di qualche norma o ammonimento di carattere legislativo, ma grazie all'ispirazione di alcuni uomini e donne insigni. E il più grande insegnamento di ogni tempo è sempre stato: "Uomo, cerca la forza e la conoscenza entro te stesso!". Non si può istituzionalizzare l'originalità. Non si possono formulare norme che garantiscano la creatività. Non si può legiferare sulla convinzione morale. Nel suo saggio ormai classico intitolato Civil Disobedience, Henry David Thoreau ha scritto: "Credo si debba essere prima uomini e poi soggetti. Il culto per la legge, e ancor più per il diritto, non sono auspicabili... La legge non ha mai reso gli uomini neanche un pizzico più giusti; e a causa del rispetto che essi ne hanno, persino i migliori si trasformano quotidianamente in agenti di giustizia". In altri termini, la questione dei valori ultimi dovrebbe essere liberata una volta per tutte dai vincoli del problema del condizionamento sociale. Ed anche se questa liberazione svincolandoci da tutte le consuete tradizioni culturali, sociali e religiose - ci getterà in un mare di totale incertezza, dobbiamo accettarne il rischio. Non accettare questo rischio significherebbe aggrapparsi a un sogno destinato in ogni caso a svanire. L'assunzione della responsabilità personale di fronte ai misteri cosmici è la sola speranza per tentare di trovare un senso in questa epoca di confusione morale, intellettuale e spirituale. Ci sono due modi per assumersi questa responsabilità personale. II primo implica un'assunzione di responsabilità rispetto ai grandi misteri. Il secondo ha una connotazione negativa e consiste nell'assumere la responsabilità personale esclusivamente nei confronti di se stessi. Nei capitoli seguenti considereremo la prima di queste alternative. Ma è necessario innanzitutto preparare il terreno esaminando il caso di una responsabilità personale che, lungi dall'essere in funzione dell'universo, non ne tiene minimamente conto. 3. Nichilismo e ricerca dei valori Un atomo d'idrogeno è chiaramente un esemplare di ogni altro atomo d'idrogeno. Ma un uomo è un esemplare di ogni altro uomo? A questa domanda Jean-Paul Sartre, il filosofo nichilista, risponde di no, giacché; a suo avviso, ogni essere umano è unico. Pertanto, i valori di un uomo devono essere i valori a lui propri; nessun altro può decidere al suo posto cosa sia giusto o sbagliato. Analizzando in modo empirico le argomentazioni di Sartre, scopriamo che le sue teorie non aderiscono affatto alla realtà della vita. L'unicità dell'uomo non è radicale; ogni persona è soltanto l'espressione di quel fenomeno naturale che è l'umanità. Di fatto, studiando a fondo le ragioni per cui un individuo sceglie il gruppo di valori a lui più consono, troviamo il fondamento di un sistema di valori di tipo universale. Se ognuno dovesse cercare i propri valori, l'umanità potrebbe trovarsi rapidamente sperduta in una grande confusione morale? Probabilmente sì, se le sue norme fossero stabilite soltanto per acclamazione popolare. Ma certamente no, se sono giù stabilite nell'ordine naturale delle cose. Quale di queste alternative è più vicina al vero? I valori sono esclusivamente soggettivi? O sono universali? L'uomo occidentale tende a considerare le norme umane come pure invenzioni - o come tradizioni sociali consolidate dal tempo, o come capricci divini piovuti sull'umanità sotto forma di "comandamenti" - ma mai come leggi proprie alla Natura stessa. Data questa premessa, si è indotti a concludere che milioni di definizioni sui valori personali finiscono per rovinare l'ordine esistente, minacciandone se non altro la coerenza. A questa conclusione è in realtà giunto, e senza alcun ripensamento, uno dei più brillanti scrittori del nostro tempo, Jean-Paul Sartre. Sartre, si condivida o meno il suo pensiero, non può comunque essere ignorato in una ricerca moderna dei valori. É un nichilista, ma il suo nichilismo (Nota. Per la parola nichilismo si adotta qui il primo significato riportato dal dizionario Webster: "Dottrina cbe nega qualsiasi fondamento oggettivo o reale alla verità. Dottrina cbe nega qualsiasi fondamento ai principi morali". fine nota) è una logica conseguenza della percezione, sempre più diffusa nel nostro tempo, che i valori non possono essere istituzionalizzati e che devono dunque essere cercati a livello personale. Sartre ha avuto almeno l'onestà di parlare chiaro su questo punto. I1 suo nichilismo è quasi un'affermazione creativa. Egli dichiara serenamente che, se una persona sceglie davvero intenzionalmente di violentare, depredare o uccidere, dovrebbe perseguire tali decisioni come se da queste dipendesse la sua salvezza. Oreste, L'eroe del suo dramma in tre atti intitolato Le mosche, uccide la propria madre Clitennestra e dopo esclama: "Sono libero... libero. E in armonia con me stesso". Più avanti grida. Voi vedete, uomini di Argo voi ca pte che il mio crimine è interamente mio; lo rivendico come mio, al cospetto di tutti; è la mia gloria, è l'opera della mia vita". In Saint Genet, commediante e martire, uno schizzo biografco, Sartre elegge al ruolo dell'esistenzialista ideale - in realtà come un vero e proprio santo vivente - un poeta che ha accettato fino in fondo la sua identità di criminale, e che anzi ha avuto la brillante "onestà" di non essersi limitato a scrivere di ladri e di uomini dediti alla prostituzione, ma di essere egli stesso tutte e due le cose. Come esemplari di esseri umani autentici, Sartre ha indicato uomini che hanno scelto intenzionalmente - vale a dire senza pressioni od obblighi o qualsivoglia condizionamento esterno - di agire come hanno agito. Questa libertà di scelta è il punto centrale della sua filosofia. La tematica non è priva di nobili antecedenti. Anche altri grandi uomini della storia hanno posto l'accento sulla libertà. Hanno insistito, ad esempio, sulla necessità di rafforzare la volontà per non lasciarsi ingannare da falsi consigli. Hanno costantemente ribadito l'importanza di liberare la coscienza umana dai meri problemi delle convenzioni sociali. Tuttavia, per Sartre, che non crede in alcuna verità oggettiva, libertà significa qualsiasi atto della volontà che non venga influenzato da fattori esterni. A questo proposito egli afferma: "Si può scegliere qualunque cosa, se ci si muove sulla base del libero coinvolgimento". Ma davvero si può proprio scegliere qualunque cosa? E si può essere assolutamente sicuri che tale scelta sia basata sul "libero coinvolgimento"? E se uno sceglie, deliberatamente, con un atto di libera volontà, di assumere una dose quotidiana d'eroina? Molti l'hanno fatto, immaginando di averlo scelto liberamente. Tuttavia, è poi giunto il momento - tale è il potere dell'eroina - in cui non erano più uomini liberi ma schiavi, preda di un vizio che li ha oppressi e infine distrutti. Sartre sostiene che l'uomo è "radicalmente" libero poiché egli ha sempre la possibilità di scegliere, di accettare o rifiutare. Ma una volta instaurata L'abitudine all'eroina, è difficile che la libertà di rifutare sia "radicale". I1 più delle volte è totalmente assente. Ma c'era, almeno, una "radicale" libertà nella decisione iniziale di assumere eroina? E come avrebbe potuto esserci? Una simile scelta sarà stata certo determinata da precedenti abitudini di comportamento. Poniamoci la seguente domanda: può un uomo, deliberatamente, per affermare la sua libertà, rendersi consapevolmerite schiavo? Non si tratta di una domanda assurda in partenza? La libertà abborrisce la schiavitù. Un uomo afferma la propria libertà col proposito di mantenerla o, meglio ancora, di estenderla e mai con l'intento di perderla. Come afferma lo stesso Sartre: "In ogni situazione concreta la libertà non può avere altra mira che il volere stesso". Se un uomo si rende volontariamente schiavo, senza esservi indotto da alcuna necessità, ciò significa soltanto che ha sbagliato a valutare le conseguenze del proprio atto. In realtà, egli è già schiavo della propria ignoranza e, a causa di quella schiavitù, si consegna volontariamente - pur senza rendersene conto - a una schiavitù ancora più grande. Questo è vero anche per azioni molto più innocue dell'assunzione di eroina. La "libertà" da ogni piacere dei sensi si sperimenta solo fintanto che il soggetto se la concede. Non appena l'individuo cerca di interrompere quel soddisfacimento soprattutto se durava da molto tempo - si rende conto immediatamente di quanto ne sia prigioniero. É abbastanza facile far rotolare una pietra sul pendio; ma non è altrettanto facile trascinarla nuovamente in cima alla collina. Le azioni ripetute molte volte diventano abitudini difficili da scrollarsi di dosso quanto dei creditori affamati. Mark Twain ha reso bene il concetto con una battuta ironica: "Fumare è il vizio più facile da togliersi; io ho smesso migliaia di volte". Se, dunque, per libertà radicale si intende la pura licenza di fare qualunque cosa, senza tenere in alcun conto le conseguenze della propria scelta, questa definizione sarà forse idealistica, ma certamente non realistica. Se, per giunta, si ammette che qualsiasi azione può rivelarsi di per sé nociva, si scopre subito la base di un codice universale di norme morali. Infatti, se determinate azioni conducono inevitabilmente a determinati risultati, ciò signifca almeno che certi valori esistono indipendentemente da ogni invenzione o consenso dell 'uomo. Sartre sostiene fermamente che la libertà dell'uomo lo isola dalla Natura e che, pertanto,l'uomo non è soggetto alle sue leggi, né subisce alcuna delle conseguenze naturali. Ma a questo punto il suo ragionamento diventa equivoco. É ovvio che la libertà dell'uomo dalla Natura dipende dal fatto che egli sia o meno soggetto alle leggi della Natura stessa. Assumere questa libertà come premessa e dedurre l'indipendenza dell'uomo da quella premessa, è come cercare di sventolare una bandiera prima di aver alzato il pennone. Non è un'argomentazione convincente. A questo proposito gli scritti di Sartre presentano un aspetto interessante che sarà bene sottolineare nel contesto. Egli segnala una tendenza assai diffusa nella filosofia occidentale: la tendenza a modellare i fatti su una teoria precostituita, invece di basare la teoria sull'iniziale osservazione dei fatti. I1 risultato di questo procedimento è spesso deplorevole. Quando poi è intenzionale, può essere definito deliberatamente disonesto. I1 grande merito degli scritti di Sartre è la chiarezza della sua esposizione. La sua tendenza a mettere spietatamente in pratica le sue teorie consente al tempo stesso di provarne con estrema facilità la loro fondatezza. II lettore, tuttavia, va messo in guardia giacché lo stesso Sartre non è affatto interessato a queste verifiche. É inevitabile chiedersi se il venir meno a questo compito sia consapevole e intenzionale. In verità Sartre, come molti uomini brillanti, sembra piuttosto incline a sostituire il rigore morale con la vivacità intellettuale. Nella sua opera teatrale Nekrassov egli gode nel "dimostrare" l'impossibile. Eroe di questa "farsa" in otto scene è Georges de Valera, un truffatore e un perfetto genio della persuasione. Facendosi passare per il disertore russo Nekrassov, Georges riesce a convincere un suo amico di lunga data che la loro amicizia è in realtà un'allucinazione e che, fino a prova contraria, egli è veramente Nekrassov. Anche Sartre è una sorta di mistificatore, un mistificatore della filosofia. Egli adotta brillanti argomentazioni per difendere concezioni che tutti considerano assurde. Eppure, nonostante lo sappiano, molte persone - individui brillanti come lui, intellettuali che sanno apprezzare i ragionamenti sottili - dapprima accettano la sua filosofia ritenendola interessante, e poi passano a difenderla come se fosse vera. Sartre era un uomo brillante. Tuttavia, la realtà non è un giocattolo con cui baloccarsi. Neanche il più grande genio può trasformare una menzogna in verità. Abbiamo già visto come talune azioni - come l' assunzione d'eroina - non possano fare altro che incatenare e rendere schiava la volontà. Sartre valorizza il suo insegnamento sull'assoluta libertà di scelta dell'uomo affermando che la Natura non ci obbliga a fare alcunché. In altre parole, non siamo obbligati a mangiare. Se lo decidiamo, possiamo astenerci dal cibo, fino a morirne. Che bella scelta! I1 suo ragionamento è assurdo. In una partita a carte, la libertà di scelta di un giocatore riguarda le carte che egli può giocare e non il fatto che possa spararsi o buttare via le carte e rivoltare il tavolo da gioco in un impeto di rabbia. Affermare che la nostra libertà nella partita della vita è assoluta perché possiamo sempre mollare la partita è solo un modo per evadere il problema. La questione della libertà riguarda la nostra posizione durante la partita e non fuori di essa. E, se prendiamo per buoni gli insegnamenti di tutte le grandi religioni, non è poi così sicuro che basti morire per sfuggire alle conseguenze dei nostri atti. La posizione di Sartre non è convincente. Tuttavia, sottolinea un punto importante: se escludiamo la soluzione drastica di una inedia autoimposta - vale a dire, se vogliamo rimanere vivi - non c'è dubbio che la Natura ci obbliga a mangiare. E, portando avanti il nostro ragionamento, constatiamo che se vogliamo adottare una dieta inadeguata siamo liberi di farlo, ma non possiamo con ciò evitarne le conseguenze: rimarremo denutriti, privi di energia, fiacchi. Se, poi, vogliamo mangiare cibi molto ricchi, siamo perfettamente liberi di soddisfare il nostro desiderio, ma alla fine pagheremo lo scotto della malattia. La conclusione è ovvia: nonostante gli sforzi per dimostrare che non esistono i valori assoluti e che l'artificio entra in gioco nella ricerca dei valori sociali e religiosi, non si può onestamente negare l'esistenza dei valori naturali. Vi sono aspetti della natura ai quali dobbiamo adeguarci, se non vogliamo pagarne le spiacevoli conseguenze. Questa è una verità inconfutabile. Eppure, la gente è talmente condizionata dall'idea tipica della scienza moderna di poter dominare la Natura, che spesso crede di poter piegare ai propri voleri ogni evento naturale. Si tende a dimenticare che, soltanto cooperando con la Natura, se ne può ricavare un aiuto. Non inventiamo noi le sue leggi; per quanto ci riguarda, noi ci limitiamo a scoprirle e a servircene. La scelta che Sartre ci offre non è risolutiva. Da un punto di vista morale, il vero problema non è tanto se abbiamo o meno il potere di scegliere, quanto piuttosto se esistano o non esistano, secondo la legge naturale, scelte giuste o scelte sbagliate. I1 gioco della vita ha evidentemente delle regole e, se vogliamo vincere la partita, la prima cosa che dobbiamo fare è imparare quelle regole e rispettarle. "Ma in quel caso", potrebbero obiettare i sostenitori di Sartre, "siamo tutti schiavi! La libertà è solo un mito, se la possibilità di scegliere è gravata dalle punizioni per ogni scelta che non sia quella giusta". In un certo senso è vero. La libertà dell'uomo non può essere assoluta fintanto che egli è soggetto alla legge naturale. Ma le parole possono essere dei giocattoli rischiosi. Spesso, si pensa che uomo libero, nell'accezione morale, significhi libertino, si immagina che libertà signifchi indulgenza sfrenata verso ogni vizio. Tuttavia, questo concetto si rivela fallace quando si capisce che le azioni sbagliate conducono in effetti a una schiavitù ancora più grande. La libertà, come ha affermato lo stesso Sartre, non può avere altro fine che il volere in sé. Dunque l'anelito alla libertà, correttamente inteso, impedirà all'individuo di andare contro le legittime esigenze della natura, che invece offre all'uomo la sola garanzia di libertà di cui egli disponga. Se ci ostiniamo a mangiare in modo scorretto, finiremo col distruggere la nostra salute, la nostra felicità e la nostra vitalità. Una volta vittime della malattia, privi di forze per la costante stanchezza, la nostra volontà sarà sempre più sottomessa alle opprimenti esigenze del corpo. Se, invece, ci nutriamo in maniera equilibrata, il nostro corpo risponderà a quanto gli chiediamo. Se c'è qualcosa che vogliamo fare, presumibilmente troveremo la forza per farlo. Saremo in grado di alzarci quando vogliamo, di dormire quando lo desideriamo, di correre, di ballare, di lavorare sodo, a seconda della scelta. Più cooperiamo col nostro corpo secondo il suo effettivo modo di essere, senza fingere che sia diverso da com'è più siamo in grado di liberarci dai suoi comandi imperiosi. Lo stesso istinto di libertà ci induce a scegliere quelle azioni che offrono libertà al posto di quelle che ci renderanno schiavi. Agiamo contro quella libertà quando non comprendiamo chiaramente la natura delle nostre azioni, oppure quando azioni sbagliate del passato ci hanno già irretito con abitudini nocive. La libertà, applicata in modo libero e consapevole, può soltanto scegliere il sentiero della legge, vale a dire il sentiero della realtà. La scelta è simile a quella di un autista il quale sa che, per quanto sia possibile manovrare la sua auto da molte posizioni, la si manovra meglio al posto di guida. Abbiamo, dunque, almeno qualche fondamento per affermare che nell'ordine naturale esistono già dei valori oggettivi. Ma come è possibile applicare questi principi agli esempi di libertà proposti da Sartre, sul piano morale e non solo su quello fisico? Confrontiamo il suo Oreste con la vita cosi come la conosciamo e chiediamoci se sia veramente possibile per un essere umano commettere un'abominevole atrocità - come per esempio uccidere la propria madre - e dopo esultare: "Sono libero! Sono libero ! Sono in armonia con me stesso" ! Un esempio dovrebbe bastare: Josif Stalin, anche se non si tratta di un caso perfettamente identico, giacché questi non sembra sia passato attraverso le dure prove di autoanalisi cui sono sottoposti gli eroi di Sartre. Tuttavia, pur utilizzando al minimo la capacità razionale, Stalin è giunto a molte conclusioni identiche. Inoltre, a differenza di quegli eroi, egli si è guardato bene dal proclamare al mondo di essere un mistificatore. Con i suoi collaboratori, invece, sembra sia stato abbastanza esplicito in merito alle sue attività. E, sebbene fosse comunista, e dunque presumibilmente, un irriducibile avversario dell'individualismo esistenziale, fu di fatto comunista esclusivamente per poter realizzare le proprie ambizioni. Forse non avrà creduto nell'individualismo degli altri, ma di certo coltivò una fede appassionata per la sua persona. Il benessere o la sofferenza del popolo, che avrebbero dovuto essere le sue principali preoccupazioni come comunista e come Capo di Stato, non avevano per Stalin alcun significato. In questo egli non fu affatto diverso da Oreste: entrambi parlavano di amore e intanto uccidevano. Se il popolo gli si metteva contro, Stalin era perfettamente capace, come dimostrò del resto con la vendetta in Ucraina, di causare la morte di milioni di persone. Quando morì sua moglie, pianse la sua scomparsa come una tragedia. Ma accolse con tranquillità la morte di milioni di russi, da lui stesso decretata, come fosse "un dato statistico". I suoi oppositori politici furono sterminati senza pietà. Negli anni trenta ordinò una sanguinosa epurazione di un numero enorme di ufficiali perché temeva un colpo di stato da parte di un manipolo di subordinati. Non adorava altro dio che se stesso. Spesso, percorrendo in auto le strade di Mosca, ripeteva: "Sono Stalin! Sono di acciaio! Sono di acciaio!" (Nota. Nella lingua russa la parola Stalin significa "di acciaio". fine nota). Un totale spietato dominio su se stesso e sugli altri: questo era il suo credo, il suo unico fine. Ma, badate, non si trattava di passione: Stalin non era un uomo passionale. Freddo, duro, implacabile fino al midollo, era spartano nell'autocontrollo e ogni suo atto era tanto premeditato e impietoso da superare l'immaginazione di Sartre. Impiegò tutta la sua vita a costruire se stesso; egli fu la vera incarnazione dell'ideale sartriano. Era il dittatore del più grande paese del mondo. Nessuno osava sfidare la sua autorità. Fra tutti gli esseri umani, certo egli aveva le carte in regola per poter dichiarare con piena convinzione, alla maniera di Oreste: "Io sono libero!". Ma non era libero. Era schiavo di molteplici paure e sospetti. Non gliene importava proprio niente della coscienza, intesa come rimorso, di essersi beffato dell'ordine morale stabilito. Non aveva altre regole che le sue. Non gli interessava il giudizio degli uomini né quello di Dio. Le sue paure, così come i suoi successi, erano creati unicamente da lui stesso. Ed erano un'ossessione. Non si fidava di nessuno. A suo parere, la gente che aveva sottomesso aveva un solo desiderio: la sua caduta. I suoi subalterni, dominati dal suo pugno di ferro, avevano una sola ambizione: colpirlo in modo altrettanto spietato. I suoi collaboratori più intimi erano oggetto del suo più cupo sospetto. Dato che non era stato leale con nessuno, era incapace di immaginare che la lealtà, la sincerità o la benevolenza potessero far parte della natura umana. Se altri possono godere della fiducia degli amici e sentirsi sicuri in un mondo che non cova alcun desiderio di tradirli, Stalin era invece solo in un mondo autoproiettato di nemici, alcuni dei quali frutto della sua ossessione, altri divenuti effettivamente tali per il suo comportamento nei loro confronti. Se altri possono rilassarsi confortevolmente nelle loro case o in pubblico e di notte dormire indisturbati nei propri letti, Stalin non poteva mai rilassarsi. Per evitare di essere colto di sorpresa, si teneva sempre all'erta immaginando di doversi scontrare con i suoi avversari. All'inizio, il suo isolamento fu il frutto di una scelta. Ma in seguito, terrorizzato, si isolava per istinto di sopravvivenza. Che uomo fortunato! I suoi avversari devono proprio averlo immaginato tale. Ottenne tutto quello cui aveva aspirato: potere, posizione, fama, un'illimitata libertà di fare tutto ciò che voleva. Eppure - com'è strana la bilancia della giustizia! - era avviluppato in una forma di schiavitù tale da risultare quasi inconcepibile ai più. Povero infelice! Soltanto un pazzo, dopo aver dato un'occhiata agli incessanti tormenti del suo potere incontrastato, avrebbe potuto desiderare di prendere il suo posto anche solo per mezz'ora! Ma vediamo qual è la morale di questa storia. C era un uomo che non si era mai inchinato ad alcun dio, che non aveva rispettato alcuna legge, che aveva calpestato le più sacre tradizioni umane. Non aveva altri valori che i propri, quelli che gli convenivano. Gli mancava completamente ciò che solitamente gli uomini chiamano coscienza. Se l'uomo fosse all'origine dei suoi valori morali, Stalin avrebbe dovuto essere un governante illuminato, o addirittura - secondo i criteri di Sartre - un santo. Non fu né l'uno né l'altro. Qualcosa presente nella sua stessa natura gettò un'ombra su ciò che Sartre avrebbe considerato una realizzazione rara e felice. Qualcosa fece precipitare nell'insicurezza e nell'ansia ciò che avrebbe invece dovuto avere la veste rasserenante della perfezione, se i valori fossero una questione personale. Durante la sua vita non gustò nessuna delle dolcezze del paradiso e patì invece più che mai le pene dell'inferno. É davvero possibile creare arbitrariamente i propri valori morali? Guardate con quanta determinazione Stalin ha tentato di farlo e osservate il suo colossale fallimento. Non vi sembra chiaro che egli avrebbe dovuto riconoscere alcune componenti della sua indole come leggi, simili a quelle della fisica, e che queste leggi gli sarebbero state utili qualora egli le avesse rispettate, ma lo avrebbero distrutto se egli le avesse contrastate? La vita di Stalin evidenzia un dato semplice e universale, proprio della natura umana: se un individuo agisce per nuocere agli altri, o se si pone risolutamente contro il mondo, si disporrà automaticamente - o meglio inevitabilmente - a riceverne a sua volta l'ostilità. In perenne tensione (poiché non sa in quale momento gli oppositori lo colpiranno), incapace di trovare un solo momento di pace, quell'individuo finirà probabilmente in un istituto per disturbati mentali. Se Stalin non ha fatto questa fine (per quanto sembra che nell'ultima fase della sua vita abbia manifestato segni di pazzia), ciò è dovuto solo alla sua forza, non certo alla sua libertà interiore. Che ne è, dunque, della libertà? Non è forse la tensione una forma di schiavitù psicologica? Certamente sì, e anche della peggiore specie. Al confronto, persino un uomo in prigione si sente più libero. Chiunque nutra costantemente pensieri di opposizione, distruzione o tirannia, vivrà in uno stato di perenne tensione. Non può essere altrimenti. Come può un individuo simile conoscere la dolcezza della vera libertà? "Un momento!" - potrebbe replicare un sostenitore di Sartre - "Che dire di una persona che ama il pericolo, che gode nell'essere osteggiato dagli altri quanto di essere contro di loro? Che dire dell'eroe guerriero? Dell'onorato combattente? Del temerario che va a caccia del pericolo per il piacere del brivido? E tale piacere, non è forse la dimostrazione che questi individui sono uomini liberi nell'accezione più ampia del termine?". Ma, amico mio, in realtà non c'è alcuna contraddizione. Abbiamo parlato di una oppressione intenzionale. La gente può anche essere attratta da una piccola competizione, o talvolta dall'emozione del pericolo, per ravvivare la sua vita. Può combattere per un nobile ideale e poi dormire il sonno del giusto. Ma basta che la sua azione sia sfiorata dalla cattiveria - basta si manifesti il desiderio di usare gli altri per i propri scopi, o la voglia di ferirli o distruggerli per un tornaconto egoistico - e presto, molto presto, il suo piacere si deteriorerà. Se quelle intenzioni mostruose, crescendo prenderanno possesso della sua personalità e diventeranno le sue compagne di viaggio, qualunque onesta gioia della vita diventerà nient'altro che un sogno. Che senso avrà a quel punto interrogarsi sull'avvenire? L'inferno, non il paradiso, sarà la sua sorte già su questa terra. É difficile trovare un esempio di crudeltà più autentica di quella di Stalin, anche se, in altri casi - nei tiranni come Adolph Hitler, nei criminali "signori della guerra" del nostro tempo, nei cospiratori machiavellici che affollano le pagine della storia - troviamo lo stesso insidioso malessere. É inevitabile. Immaginiamo che gli altri siano come noi siamo. Dobbiamo come minimo aspettarci lo stesso trattamento che riserviamo loro. L'uomo che ha un'ambizione senza scrupoli, non potrà mai rilassarsi con fiducia. Anche i muri gli sembreranno una possibile minaccia. Anche se non verrà mai molestato per tutta la sua vita, sarà schiavo, prigioniero della sua cupa immaginazione. Ciò vale anche per tutti gli altri crimini. Chiunque fondi la propria vita sul furto, per esempio, sarà preda di questa situazione più della società derubata. Potrà anche essere profondamente amorale e per niente turbato per la disapprovazione degli altri. Ciò nonostante, egli si punirà. La persona che guadagna onestamente il suo denaro, cercherà naturalmente di proteggersi ma, poiché è onesta, non immaginerà che tutti vogliano sottrarle ciò che legittimamente gli appartiene. Il ladro, invece, ha una triplice paura: la normale preoccupazione per la tutela della sua proprietà, la consapevolezza che quanto ha rubato non è legittimamente suo e che dunque corre sempre il rischio di perderlo e, dal momento che il suo punto di vista è quello di un ladro il sospetto che il mondo sia pieno di gente che vuole derubarlo dei suoi beni, legalmente o illegalmente. I1 ladro non è soltanto padrone dei suoi possedimenti. Egli ne è posseduto. É loro schiavo e ad ogni nuovo furto mette un'altra sbarra alla gabbia dei suoi profitti, una gabbia nella quale si reclude dal mondo. Non si tratta di un confortevole rifugio in cui potersi ritirare piacevolmente dopo una giornata di onesto lavoro. É una prigione dalla quale non potrà mai uscire almeno finché resterà un ladro. Uno degli impulsi vitali più naturali è l'autoespansione. Tutte le creature si protendono verso nuove esperienze, nuove conoscenze, più vaste identificazioni. Invertire questa tendenza con un atto intenzionale di volontà, contrarre il proprio piccolo sé in uno spazio sempre più soffocante, implica non solo porsi dei limiti, ma anche procurarsi dolore. I1 ladro, derubando gli altri per proprio egoistico tornaconto, crede di espandere il suo dominio aumentando i suoi beni. In realtà, non fa che diminuirsi; un po' alla volta diventa chiuso, avaro, geloso e sospettoso delle intenzioni altrui. L'accumulo dei suoi beni non fa che ridurre il suo potere effettivo e questa costrizione gli procura dolore. "C'è più beatitudine nel dare che nel ricevere". Così ha insegnato Gesù Cristo. Ed è così perché dare è un atto liberatorio e di autoespansione. Crea gioia in colui che dà. I1 cuore generoso vede un mondo fiducioso, non un mondo ostile. No, persino in Sartre - forse soprattutto in Sartre, dato che la sua inequivocabile dipendenza dalla creazione dei valori riesce a mettere perfettamente a fuoco la questione - i valori umani non sono arbitrari. La gente e le società umane possono benissimo inventare i propri codici sociali. Ma vi sono aspetti della Natura che non dipendono dall'approvazione dell'uomo. Se l'uomo ignora quegli aspetti, soffre. Se intere società si ribellano alla Natura, dovranno sopportarne le dolorose conseguenze. Utilizzando Sartre come punto di partenza, dunque, abbiamo scoperto che i valori morali non possono essere accolti o esclusi dall'esistenza per acclamazione popolare. E che non sono nemmeno semplici "comandamenti", assegnati arbitrariamente dalla Divinità, cui tuttavia un'umanità inconsapevole e riluttante deve obbedire a dispetto d'ogni istinto naturale. Essi sono, invece, linee d'orientamento che ci consentono di conoscere le leggi che governano la nostra natura - oggettive salvaguardie che meritano di essere conosciute, se vogliamo evitare la durezza presente in ogni lezione della vita. 4. Valori: assoluti o relativi Per la scienza tutto è relativo. Oggi questo assunto giustifica di solito ogni forma d'irresponsabilità morale, secondo un ragionamento che suona più o meno così: "Se io ti derubo, tu perderai anche qualcosa, ma io ci guadagno. Dal mio punto di vista, ciò che ho fatto è una cosa buona. Si sa, tutto è relativo! ". La relatività viene spesso chiamata in causa a sostegno della dottrina del "non-senso", cosicché gli intellettuali hanno preso l'abitudine di condannare la relatività insieme al nichilismo. La loro adesione all 'assolutismo morale, tuttavia, non fa che scavare sempre più un abisso fra il pensiero tradizionale e le rivoluzionarie folgorazioni della scienza moderna come se degli aristocratici, ascoltando i resoconti di una rivolta popolare affermassero: "Non c'è alcun motivo per fare una rivoluzione; dunque, non c'è alcuna rivoluzione". La relatività non può essere liquidata con tanta leggerezza. Nel presente capitolo analizzeremo la classica difesa dell 'assolutismo morale data da Immanuel Kant e giungeremo alla conclusione che al giorno d'oggi l'assolutismo è una filosofia morale insostenibile. Un ragazzo di famiglia agiata viene sorpreso a rubare in un negozio vicino casa. II crimine non sembra pesargli sulla coscienza. Alla domanda se non pensa che rubare sia sbagliato, egli replica scrollando le spalle: "Tutto è relativo". II crimine sta diventando un luogo comune; e, ancor più, la risposta del ragazzo: "'Tutto è relativo". Ovunque, al giorno d'oggi, ci si imbatte in questa espressione. In essa è implicita la convinzione che, siccome tutto è relativo, qualsiasi cosa si faccia è comunque insignificante e dunque, perché non fare quello che si desidera? La relatività è un dato di natura. Anche la legge, però, è un dato di natura. Inoltre, come abbiamo visto nel precedente capitolo, vi sono leggi della natura che spingono gli esseri umani verso un comportamento giusto. Se una persona si nutre in maniera sbagliata, la sua salute ne soffrirà. E se lo farà in maniera corretta, con ogni probabilità si manterrà in buona salute. La gente ha un concetto troppo vago della relatività. Con tale parola si vuole giustifcare un comportamento sbagliato. Tuttavia, non ci si rende conto che se la relatività, e un certo tipo di legge morale, fanno parte dell'ordine naturale, queste due istanze non possono essere separate l'una dall'altra. C'è inoltre, un aspetto dell'ordine naturale che tutti farebbero bene a rispettare, senza alcuna eccezione. In altri termini, quando viene il momento di saldare il conto, non serve a niente lamentarsi affermando: "Ma che altro potevo fare!". Nei prossimi capitoli vedremo che la legge morale non solo è parte integrante dell'ordine naturale relativo, ma offre al tempo stesso quelle nobili direttive che l'uomo civile considera naturali. In questo capitolo, tuttavia, dobbiamo affrontare l'argomento dall'estremo opposto, e cioè dal punto di vista morale più tradizionale. Nella cultura occidentale si presuppone che i valori morali siano assoluti. Se davvero fossero tali, non solo dovrebbero essere al di sopra della relatività, ma anche al di sopra della legge naturale. Probabilmente, la migliore difesa dell'assolutismo morale è stata sostenuta dal grande filosofo tedesco Immanuel Kant. Innanzitutto Kant ha segnalato che è un errore cercare fuori di noi le regole morali. La mancanza di certezza nei risultati di ogni azione - egli ha affermato - rende impossibile considerare quei risultati come assoluti (si noti che la sua argomentazione si fonda sull'assunto a priori secondo il quale, per essere validi, i principi morali devono anche essere assoluti). É incontestabile che le cose non vanno sempre come il nostro senso di giustizia indicherebbe. I risultati delle azioni sono sempre imprevedibili e, talvolta, un gesto compiuto con le migliori intenzioni produce conseguenze disastrose. Un dono generoso può trasformarsi in uno strumento di corruzione per chi lo riceve. Una innocente offerta di aiuto può imprevedibilmente favorire un crimine. Su questo punto, dunque, Kant aveva perfettamente ragione: ogni ricerca di modelli permanenti di comportamento non può certo partire da uno studio sulle conseguenze dell'azione. Queste ultime devono essere escluse in partenza. Dunque, dove cercare? Dobbiamo, sosteneva Kant, rifarci ai nostri principi, alle nostre motivazioni originarie. Kant era persuaso che, se le motivazioni di una persona sono giuste, i suoi atti, da un punto di vista morale, saranno altrettanto giusti a prescindere dal loro esito finale. Kant basava la sua tesi su quello che chiamava "imperativo categorico", un principio morale, interiormente riconosciuto da ogni individuo, alla cui obbedienza è vincolata la coscienza di tutti gli uomini. I valori morali esistono, come abbiamo già accertato considerando gli effetti della generosità sulle persone generose stesse. Ma quei valori sono assoluti? Sono principi morali sempre validi e inflessibili? Sono in ogni circostanza necessariamente ed invariabilmente veri? Secondo l'ottica relativistica, la risposta a tutte e tre queste domande dovrebbe essere no. Nella vita quotidiana, infatti, gli individui si trovano spesso a dover scegliere fra due o più principi in conitto fra loro. In tali circostanze un imperativo diventa necessariamente più categorico" di un altro. Prendiamo un esempio: verità e carità vanno senza dubbio classificati come imperativi categorici kantiani. Ma affibbiare la qualifica di stupido a un uomo ottuso sarebbe poco caritatevole, per quanto tale affermazione possa essere vera. In altri termini, un "imperativo" dovrebbe essere sacrificato per far posto a un altro. Se adottassimo, per esempio, un silenzio strategico - o, in caso d'ineluttabilità del verdetto, usassimo una cauta reticenza - subordineremmo la verità alla carità. Tuttavia, non sarebbe legittimo dedurne che, fra i due principi, la carità sia il più imperativo. In realtà, se introduciamo il concetto della relatività degli imperativi, non possiamo evitare di chiamare in causa la loro assolutezza. Ma vi sono casi in cui la carità deve farsi da parte in nome della verità - per esempio, nelle situazioni dove la gravità di un risultato eclissa qualunque considerazione personale. L'aria in montagna è sicuramente pura, ma quando si sposta nelle città con gli scarichi delle automobili e degli autobus, con i loro fumi, le loro orde ansimanti di umanità, la sua purezza viene inquinata molto rapidamente. Analogamente, i principi assoluti, quando entrano in contatto con il mondo quotidiano, vengono inevitabilmente inquinati dalle relatività mondane. Le applicazioni di un principio non sono la stessa cosa del principio stesso più di quanto un raggio di luce che trapassa le nuvole non sia il sole stesso. Le applicazioni non sono altro che espressioni limitate del principio vero e proprio. Gli stessi concetti di quel principio non fanno che rappresentare il principio medesimo; non riescono mai a riprodurlo. Assoluta o no, la verità che essi rappresentano sarà necessariamente parziale, e non si potrà rendere loro che una giustizia relativa. L'abisso ha finito e infinito è l'infinito stesso. Analogamente, l'abisso fra verità assoluta e verità relativa è l'assoluto stesso. Questo, dunque, è un grosso limite del ragionamento di Kant: egli trasforma in "imperativo categorico il suo stesso assunto a priori sui valori permanento. Ogni principio particolare da lui successivamente collegato a quell'assunto è imperativo quanto l'assunto medesimo. I1 suo status è categorico. Ma quando Kant pretende di far valere quei principi come fini assoluti nel regno della relatività, il suo ragionamento incontra non poche difficoltà. L'applicazione dei principi, infatti, implica la loro necessaria interpretazione. E con l'interpretazione, essi si espongono inevitabilmente alle incongruenze della relatività. Kant può salvare i principi morali dagli inquinamenti della relatività solo separando i principi dagli effetti dell'azione. Tali effetti, come egli stesso afferma, sono sempre incerti. Ma dimentica di osservare che i principi assoluti entrano nel regno della relatività molto prima di determinare quegli effetti. Quando una meteora penetra nell'atmosfera, ne viene trasformata. Se non è grande abbastanza da sopravvivere al calore della caduta, si consuma totalmente. Lo stesso vale per i principi astratti. Non appena entrano nella mente umana, anzi, per il fatto stesso di essere percepiti dalla mente, essi si trasformano. Più "l'atmosfera" mentale è densa di egoismo, di apatia, e dei desideri dell'individuo, maggiore è la probabilità che la loro perfetta verità svanisca completamente. Per maggior chiarezza, possiamo descrivere i livelli della caduta nel modo seguente: al primo livello c'é la comprensione di un principio da parte dell'individuo. Questa è già una riduzione del principio stesso; al secondo c'è l'interpretazione razionale di ciò che l'individuo ha più o meno compreso intuitivamente; al terzo, ci sono le intenzioni formulate sulla base di quella interpretazione, nelle quali l'interpretazione stessa non può mai essere integralmente rappresentata; al quarto, ci sono le azioni che derivano da quelle intenzioni ma che non le rappresentano mai pienamente. Soltanto a quest'ultimo stadio, troviamo finalmente le conseguenze dell'azione che, secondo il ragionamento kantiano, era l'unico ostacolo all'assolutismo morale. In verità, come abbiamo visto, non è possibile per la mente umana pensare in termini assoluti, giacché l'umanità è immersa completamente nella consapevolezza della relatività delle cose. Ogni livello di concettualizzazione e di manifestazione è un gradino in discesa verso la relatività e un allontanamento dalla sua fonte originaria, indipendentemente da qualsiasi forma assoluta precedente. Consideriamo per un momento il terzo di questi stadi: la intenzione. Ho intenzione di donare del denaro a una vedova. Forse il mio principio causale è la carità, che magari considero gentilezza, oltre che attitudine a compiere buone azioni. Tuttavia, un'intenzione specifica non può esprimere nella sua interezza ciò che io intendo per "gentilezza". Tantomeno, posso condensare in una semplice somma di denaro i miei sentimenti di buona volontà verso la povera vedova, la mia ansia di alleviare la sua sofferenza, il mio desiderio di dare serenità e felicità. Queste cose intangibili possono solo essere simbolizzate dal mio dono. Nemmeno un simbolo può coincidere con la realtà che esso rappresenta. La carità, che pure all'origine era un principio assoluto, si degrada non appena si cala nella coscienza umana. Possiamo, infatti, concepirla come gentilezza ma in realtà è molto di più. E possiamo intendere la gentilezza come l'attitudine a compiere buone azioni, ma anche la gentilezza è molto di più di quell'attitudine. Kant riteneva che la ragione, basata sui principi morali assoluti, garantisse l'assoluta correttezza morale di qualunque azione. Si sbagliava. Non solo è impossibile che l'azione sia assolutamente corretta: l'intenzione che sta dietro all'azione, e in realtà lo stesso iniziale intendimento del principio sottostante, non possono che essere imperfetti. Questa discussione, tuttavia, non sarebbe altro che un gioco di parole sofistico, e non ci sarebbe proprio niente di male nell'assolutismo morale, se davvero ispirasse sempre la gente a vivere secondo alti principi. I1 guaio è che la comprensione umana troppo spesso è offuscata dal desiderio, dall'egoismo, dall'ignoranza o dalla stupidità allo stato puro. Troppo spesso l'assolutismo morale, dogmaticamente cieco a ogni considerazione relativa, è stato addirittura responsabile dei crimini più atroci. Consideriamo ora un valore etico-religioso che, fino a prova contraria, è indiscutibilmente un imperativo categorico: servire Dio. Si tratta di un ideale che ha ispirato nella storia le gesta più nobili. Per servire Dio, uomini e donne hanno sacrificato agio, sicurezza, salute, le loro stesse vite. Eppure, in nome di questo ideale si sono anche combattute guerre e si sono commesse innumerevoli atrocità. Basti pensare all'Inquisizione spagnola, quando i capi della Chiesa torturavano spietatamente le persone - eretiche o innocenti che fossero - e le bruciavano sul rogo in nome di Dio, al quale si rivolgevano nelle loro preghiere giornaliere come al Dio dell'Amore. Dobbiamo denunciare tutti quei prelati come intenzionalmente malvagi? É molto più probabile che almeno alcuni di loro fossero sinceri nel vivere la loro religione. Ma considerarono la prosperità della Chiesa indispensabile per la diffusione sulla terra di un bene incalcolabile. E certamente dovevano credere - perlomeno a livello astratto - nell'amore di Cristo e nel bisogno di quell'amore da parte dell'umanità. Probabilmente per difendere ideali spirituali autentici, i migliori cercarono di spegnere ciò che per loro erano i fuochi dilaganti dello scisma e dell'eresia. In tal senso, i principi che li ispiravano erano inattaccabili. Ma la loro applicazione non può essere definita altrimenti che mostruosa, se non demoniaca. Com'era possibile che degli uomini di fede pensassero di servire Dio con atti tanto scellerati? C'è una sola risposta: commisero lo stesso errore nel quale in seguito sarebbe inevitabilmente caduto anche Kant. Credettero che il bene e il male fossero valori assoluti in questo mondo relativo. Convinti a priori che l'autorità della Chiesa fosse un bene assoluto, si persuasero di conseguenza che qualsiasi sfida a quell'autorità costituisse una minaccia, e andasse dunque considerata assolutamente erronea e malvagia. Non furono mai sfiorati da1 dubbio che tale convinzione andasse verificata. Il fatto che persecuzione, tortura e assassinio fossero di per sé un oltraggio contro gli insegnamenti basilari del Cristianesimo, non intaccò minimamente il loro preciso disegno. Non vedevano le loro esecuzioni come delitti e si consideravano paladini del bene. I metodi usati in difesa delle loro convinzioni non avevano alcuna importanza. L'assolutezza delle convinzioni esigeva una corrispondente assolutezza nella loro diffusione e nella loro difesa. Non c'erano attenuanti nel patto che sentivano di aver stretto con Dio. II Signore deve trionfare: Satana deve essere sconfitto. Di fronte a questo supremo scontro cosmico, il dolore e le sofferenze dei semplici mortali erano assolutamente irrilevanti. L'assolutismo non fu un'invenzione di Kant. Era parte integrante del patrimonio della cultura occidentale, a lui troppo familiare per insospettirlo. Soltanto le scoperte scientifiche del ventesimo secolo, con le rivelazioni sulla relatività di tempo, spazio, dimensione, forza, moto e praticamente di qualunque cosa presente nell'universo, avrebbero cominciato a minare la fede dell'uomo occidentale nell'esistenza dei valori assoluti. Kant era nato troppo presto per essere influenzato da queste idee. Egli accettò l'assolutismo morale senza metterlo in discussione. Dobbiamo, tuttavia, al suo genio la capacità di dare ai concetti etici un supporto originario tanto ponderoso. Tuttavia, il suo tentativo unilaterale di giustificare azioni e intenzioni solo mediante i principi sottostanti non fu realistico. Senza averne l'intenzione, il suo tentativo aprì le porte ad una filosofia nichilista quasi altrettanto inflessibile. Kant tentò nobilmente di ripristinare la causa della virtù morale, ma proprio le sue argomentazioni crearono la premessa dalla quale Jean-Paul Sartre - per citare l'esempio più significativo - poté trarre conclusioni diametralmente opposte. L'accento posto da Kant sulle verità a priori (verità che non esigono alcuna verifica empirica giacché la loro esistenza intrinseca e assoluta è già stata rivelata dalla ragione) permise a Sartre di giustificare il suo approccio totalmente nichilistico ai valori. Lo sforzo compiuto da Kant per definire un ordine morale assoluto svalutando gli effetti della moralità nella sfera dell'azione, rese possibile a Sartre, sulla scia dell'autorevole esempio di Kant, di giustificare un'etica totalmente assurda, in contrasto con ogni esperienza morale, e tuttavia solennemente circondata dall'aureola della tradizione filosofica. I1 ragionamento teorico può seguire una linea limpida e sistematica, se lo teniamo accuratamente separato dalle conseguenze pratiche, così condizionate dagli inconvenienti dei se, dei ma, dei forse. Ma la ragione può essere limpida e sistematica anche senza essere giusta (da dove viene l'espressione: "Diabolicamente ingegnoso, ma dannatamente sbagliato?"). La logica, per essere realistica, deve tenere conto dei fatti e delle conseguenze oggettive. I principi più astratti vanno verificati sul piano della concretezza. Né Sartre né Kant hanno fornito alcuna sperimentazione pratica di questo tipo. Kant ha riassunto la sua etica in questa famosa esortazione: "Agisci come se il principio sul quale si basa la tua azione dovesse diventare per tua volontà legge universale della natura". Se l'assolutismo fosse valido, sarebbe indubbiamente un nobile richiamo alla forza morale! Ma l'unilaterale concentrazione di Kant sulla causa, in totale spregio dell'effetto, gli ha impedito di scorgere il pericolo che qualcuno, seguendo il suo consiglio, avrebbe potuto imporre ad altri i suoi errori e trasformare dunque ogni suo errore in "una legge universale della natura"(Nota: La massima di Kant contiene un errore ancor più grande, che contraddice la sua stessa filosofia sulla preesistenza dei principi assoluti. Infatti, se un individuo agisce in base a tale principio, sicuramente quest'ultimo è già una "legge universale della natura". Come può, dunque,l'azione di qualcuno rendere legge quel principio? Fine nota.) Se per questa via è possibile perpetrare dei banali errori, perché non si dovrebbero perpetrare anche le grandi malvagità - applicando la stessa ipocrita determinazione, in nome della verità? I primi inquisitori della Chiesa, se ci avessero pensato, avrebbero già potuto formulare l'imperativo kantiano; sicuramente, vissero rispettandolo scrupolosamente. Sartre lo ebbe presente, dato che considerò la filosofia kantiana il suo modello di riferimento. Non faticò molto a porre l'insegnamento di Kant a sostegno del suo nichilismo vigoroso e pseudomoralistico. Anche il comunismo ha prosperato su una forma simile di rigore morale assolutistico. I comunisti sostengono esplicitamente che è vera qualunque affermazione contribuisca a fare avanzare la causa del comunismo, mentre è falsa qualunque la ostacoli. Karl Marx, attraverso Hegel, fu erede in filosofia dell'assolutismo kantiano. Soffermiamoci un attimo sulla famigerata massima: "Il fine giustifica i mezzi". Si potrebbe a ragion veduta affermare che un fine giustifica i mezzi, se un fine fosse un fatto compiuto e non una semplice aspettativa ipotetica. Come ha detto Gesù: "Li riconoscerete dunque dai loro frutti" (Matteo 7,20). Tuttavia, nel contesto specifico, il termine "fine" indica solitamente un obiettivo che qualcuno ha in mente, senza averne ancora dimostrato la validità. La storia ha ampiamente dimostrato la falsità di queste "giustificazioni" teoriche. Senza l'inesorabile prova dell'effettivo risultato - anche se quella prova è essa stessa relativa e imperfetta - è facile applicare con ipocrisia metodi del tutto sbagliati. Gli operai comunisti agiscono notoriamente in questo modo. Le loro tattiche spietate non hanno mai raggiunto gli scopi pacifici da loro stessi proclamati. Nondimeno, sono appagati dalla teoria. I1 costante fallimento del loro sistema teorico sul piano dell'azione, non è per loro neanche degno di essere preso in considerazione. Sono assolutisti. Intenti al raggiungimento di un bene finale per loro assoluto, dato che le loro teorie sono come imperativi categorici, essi giustificano i brutali mezzi impiegati, additando fiduciosamente le loro ipotesi, per altro non dimostrate. Soltanto l'assolutismo può ingannare così clamorosamente. Che speranza abbiamo, dunque, di pervenire a un ordine morale certo? Se i valori morali sono, e non potrebbero non essere, relativi, dobbiamo rafforzarci nel dubbio sollevato al primo capitolo, che i valori non esistano e che la vita, come molti affermano, non abbia significato? Non necessariamente. Ciò dimostra solamente che le giustificazioni finora addotte per edificare un sistema morale non erano realistiche. Non c'è alcun bisogno di dedurne che la morale non ha fondamento. La rigidità delle proprie concezioni, come abbiamo visto, in realtà non fa che rendere un individuo meno morale. I livelli d'ipocrisia, cui questo atteggiamento conduce, spesso impediscono alla gente di accedere alla naturale carità umana. Nel passato, questa ipocrisia ha reso possibili le inquisizioni, i roghi delle streghe, la falsa coscienza della "responsabilità dell'uomo bianco" e l'intolleranza verso altri innumerevoli fantasmi, tutti aspetti poco conosciuti là dove l'assolutismo morale ha esercitato un'influenza meno forte. Con slogan altisonanti e nobili ideali Robespierre - considerato dai più un vero idealista - aprì la strada al regno del Terrore durante la Rivoluzione Francese. Kant, nonostante fosse un mite filosofo, salutò quella rivoluzione con entusiamo, indifferente, almeno in apparenza, alle sofferenze di migliaia d'innocenti. Molti politici hanno glorificato con massime venerabili le gesta più nefande; le organizzazioni religiose hanno attuato ipocritamente lo sterminio d'innocenti; e ovunque uomini e donne hanno dato alle loro crudeltà la dignità di un decreto divino. L'assolutismo corrompe l'ideale della perfezione. Se veniamo a sapere che al di sopra delle colline a noi familiari, si eleva una montagna, può darsi che qualcuno partirà alla sua conquista. Ma se siamo convinti che le collinette che ci circondano sono alte "in assoluto" - o che, comunque, toccano le massime altitudini possibili per una montagna - chi mai si prenderà la briga di cercare vette più elevate da conquistare? E, peggio ancora, dal momento che tali montagnole non rappresentano più una vera sfida, potrebbe accadere che nemmeno queste vengano scalate. I nostri portavoce morali, avendo stabilito di possedere il sacro diritto di esprimere il giudizio finale su tali questioni, trasferiscono a noi le loro nozioni meramente umane di perfezione. Gli "assoluti" cosmici vengono ridotti da quelle menti meschine a piccole collinette e ognuno si sente motivato a rimanere esattamente com'è. Chi è alla ricerca del significato della vita, dovrà innanzitutto accettare l'esistenza delle relatività e non potrà ignorarle impunemente. I valori vanno visti come obiettivi ultimi - essi saranno forse assoluti in un altro mondo, ma non certo qui sulla terra. Nel regno della vita pratica e quotidiana, tali valori devono essere accettati in tutta la loro sconcertante relatività. Giusti o sbagliati non devono essere considerati semplici astrazioni, ma nel contesto concreto di azioni e situazioni specifiche. Vedremo nel prossimo capitolo che più una linea di ragionamento si allontana dalla sua origine, maggiore è la possibilità dell'errore. Ciò vale anche per la moralità, come abbiamo visto in questo capitolo. Non basta che una persona aderisca ad alti ideali. Bisogna anche verificare come applica quegli ideali, per vedere quanto realmente li esprima nelle sue azioni. Ma i valori, una volta calati nell'azione, non possono avere che una validità relativa. Riconoscere questo dato di fatto serve, se non altro, a tener presente la necessità di un'attenta e costante verifica. 5. La verità non è razionale Nella tradiione occidentale il pensiero filosofico e quello religioso hanno cercato di fissare la realtà, e quindi i valori morali, in forme rigide e pietrificate. La scienza moderna ha scoperto che l 'universo non è statico ma sempre mutevole. I pensatori occidentali ne hanno tratto la conclusione che, in assenza di valori assoluti, l'universo, e dunque la vita umana, sono fondalmentalmente privi di significato. Naturalmente, alcuni intellettuali, come Sartre, hanno dichiarato con leggerezza che l'assenza di significato è il nuovo "senso " della vita. In ogni caso la filosofia occidentale non è mai stata in grado di adeguarsi alle scoperte della scienza moderna, cogliendone le profonde implicazioni filosofiche. La scienza moderna ha quasi abbandonato il razionalismo. La civiltà occidentale, invece, è rimasta radicata nel razionalismo. Per poter far fronte a questo universo ancora sconosciuto di fluide relatività è indispensabile esplorare nuovi modi di pensare. Questo libro tratta dell'idea, dominante in questo ventesimo secolo, secondo la quale l'universo è fondalmentalmente privo di significato, e la vita umana è dunque priva di un fine ultimo. Tale convinzione, come abbiamo visto nel primo capitolo, è il risultato delle nuove scoperte scientifiche, che sembrano contraddire le tradizionali nozioni su ciò che è giusto o sbagliato, su giustizia e ingiustizia. Affrontando la questione dei valori morali dal punto di vista della legge naturale, abbiamo scoperto che alcuni aspetti della natura umana comprovano la veridicità dei cosidetti valori morali. Ma abbiamo altresì scoperto che tali valori non possono essere propriamente considerati assoluti, perché devono sottostare, come qualunque altra cosa nell'universo, ai capricci della relatività. Molti lettori avranno l'impressione che siamo in un circolo vizioso. Infatti, proprio perché i valori sembrano relativi, molta gente è giunta alla conclusione che i valori o non esistono o semplicemente non sono abbastanza vincolanti per il comportamento umano. Oggi si guarda ai principi morali come miti concordemente accettati dalla comunità. Nel passato, "condurre una buona battaglia" per la verità ha sempre signiflcato spezzare lance a favore dell'assolutismo. Poi, arriviamo noi e affermiamo che la verità non è necessariamente minacciata dalla relatività. Come può esistere una simile contraddizione? La risposta, come vedremo, sta in una nuova interpretazione della relatività rispetto alle questioni umane. Nella concezione occidentale il problema dell'assenza di significato si basa sulla convinzione che l'universo o è regolato da principi razionali oppure è totalmente irrazionale. La civiltà occidentale, infatti, è radicata nella convinzione che una cosa ha significato solo se è comprensibile in termini razionali e, pertanto, può essere definita in modo chiaro. Le defnizioni, è quasi inutile precisarlo, devono essere definitive, vale a dire immutabili. Ma tali definizioni, o i valori che esse rappresentano, sono compatibili con un universo mutevole e relativo? Molti risponderanno: "No. É evidente". Proprio questo è il problema. Il nostro patrimonio occidentale, infatti, porta con sé anche il seguente pregiudizio: la convinzione che la ragione sia l'unico mezzo adeguato per comprendere la realtà e che le cose devono essere o razionali (cioè con significato) o irrazionali (cioè senza significato). I1 filosofo tedesco Hegel ha formulato tale assunto con queste parole: "Tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale". Ogni civiltà ha un suo specifico pregiudizio. I giapponesi tendono a vedere la vita in termini di perfezione estetica. I cinesi ritenevano un tempo che il paradiso fosse una semplice estensione della loro cultura raffinata e metodica. Secondo i romani, l'universo era praticamente regolato dal Diritto Romano. E la civiltà occidentale, in parte erede di quella romana, ha sempre visto la realtà "alla luce" della ragione. La ragione dunque, per più di duemila anni, non è stata semplicemente la pietra miliare della nostra filosofia: ne ha piuttosto costituito il suo vero e proprio edificio. Il nostro approccio categorico ha comportato evidenti vantaggi. Più tardi, tuttavia, questo approccio ha rivelato anche numerosi difetti vistosi, il primo dei quali consiste nel sostituire in modo assoluto le definizioni alle cose definite. Secondo le regole della logica, se A viene definito come B, non può essere anche non-B; e nemmeno può vagare in una posizione imprecisa fra B e non-B. Deve corrispondere senza possibilità di revoca alla formula concordata per definirlo. D'altro canto, il suo contrario deve essere definitivamente non B; non può, inopinatamente, in un attimo di distrazione, diventare B. E ora vediamo dove ha portato questo modo di pensare. Dal momento che la natura pare non abbia il senso che da sempre le abbiamo attribuito, deve pertanto avere il senso opposto: in altre parole, deve essere senza senso. Non è B; perciò, deve essere non-B. Dal momento che le cose sembrano non avere radici nella ragione, devono conseguentemente essere irrazionali. Dal momento che l'evoluzione non sembra seguire un piano razionale, deve necessariamente essere casuale e i suoi numerosi mutamenti del tutto accidentali e senza scopo. Dal momento che i valori morali non sono assoluti, devono pertanto andare soggetti alle infinite manipolazioni degli esseri umani. "O... o...": queste due parole descrivono in modo appropriato la struttura entro la quale si è evoluta la nostra civiltà. C'è una certa ironia nel fatto che la ragione sia stata usata per determinare l'irrazionalità di ogni cosa. I nostri pensatori hanno cercato con molto buon senso di dimostrare che nulla ha un senso ! La risolutezza della ragione nell'affermare la propria inesistenza assomiglia piuttosto a un pesce che nuota in uno stagno alla ricerca di altri pesci e, non avendone trovato nemmeno uno, trae la seguente conclusione: "Non vi sono pesci in questo stagno; probabilmente, non c'è acqua a sufficienza perché i pesci vi possano nuotare" (a volte, l'obiettività scientifca con cui escludiamo l'osservatore dalle sue stesse osservazioni rasenta la follia!). Vi sarà qualcosa che non va nel nostro stagno. É giunto il momento di riesaminare la ragione in quanto tale e di vedere fno a che punto essa ha pregiudicato il nostro approccio alla realtà, anziché chiarirlo. Come si sono evoluti i nostri metodi di '' ragionanamento? Originariamente, furono gli antichi greci a proporre l'approccio razionalistico. Il loro particolare tipo di logica, ancor più di quello dei romani, pose virtualmente le basi della civiltà occidentale. Aristotele tradusse quei principi in queste semplici regole: 1) il Principio di Identità: A è sempre uguale ad A; 2) il Principio di Non-contraddizione: A non può essere contemporaneamente B e non-B; 3) il Principio del Terzo Escluso: A deve essere o B o non-B. Questo sistema rappresenta in ogni campo del sapere il pilastro del pensiero occidentale nella sua tradizione. Esso ha indirizzato le ricerche della scienza moderna fino alla svolta del ventesimo secolo e, ancora oggi, la maggior parte delle indagini scientifiche si attiene alle sue regole. I vantaggi del sistema sono evidenti. Se uno scienziato non potesse definire la propria materia e circoscrivere il proprio lavoro nell' ambito di quelle definizioni, gli sarebbe impossibile giungere a conclusioni definitive. Se un matematico scrivesse che A equivale a B, ma a metà del suo teorema cambiasse impostazione e affermasse che invece può darsi che la prima domenica di ogni mese A non sia uguale a B, non sarebbe preso sul serio. Alice nel paese delle meraviglie si imbatté in analoghe difficoltà durante una partita a croquet. La sua "mazza" si rivelò un fenicottero, che continuava ad allungare il collo verso l'alto per guardarla. La sua "palla" si rivelò un porcospino, che se ne stava appallottolato e rotolava via con noncuranza. L'autore di Alice, Lewis Carroll (pseudonimo di Charles Dodgson, un insigne matematico), descriveva la difficile situazione nella quale si troverebbero i pensatori razionali se talvolta, tanto per cambiare, A decidesse di non essere A; o se A, come il porcospino, riuscisse ad essere contemporaneamente B e non-B ; o se A non fosse esattamente né B né altro meglio definito. Ogni-qualvolta uno scienziato si imbatte in queste contraddizioni, farà di tutto per risolverle. L'incoerenza è l'anatema di tutta la logica sistematica. Tuttavia, anche in campo scientifico, i saldi principi della logica sono stati particolarmente utili per le ricerche sui fenomeni a carattere puramente meccanicistico. Secondo l'affermazione del matematico e filosofo J.W.N. Sullivan: "La descrizione scientifica dell'universo è estremamente chiara e convincente quando tratta di materia inanimata" (Nota J.W.N. Sollivan, The Limitation of Science, Mentor Books, New York 1959, Paperback, p.125. fine nota). Man mano che si passa a fenomeni più complessi o più sottili, diviene sempre più difficile definirli in modo coerente. In matematica, se A è uguale a B, e B è uguale a C, allora A è uguale a C. Sempre. Nella vita, invece, a dispetto dei principi matematici, A può non essere affatto uguale a C quanto lo è B. Non esistono due impronte digitali perfettamente identiche. I1 fatto è che le creature viventi non sono riducibili ad equazioni perfette. Nella vita non esistono assoluti uguali. Prendiamo questo esempio: supponiamo che la squadra di football X sia uguale alla squadra di football Y, nel senso che entrambe le squadre sono più o meno equivalenti. Analogamente, la squadra Y è uguale alla squadra Z. Ma la squadra Z batte costantemente la squadra X, a dispetto di ogni principio della logica greca. Una grande distanza separa le scienze fisiche - con i loro concetti ben fondati e chiaramente definiti di massa, peso e moto - dalle questioni astratte che coinvolgono le circostanze della vita e gli esseri umani dotati di pensieri ed emozioni. Tuttavia, fenomeno tipico della civiltà occidentale è il tentativo di ridurre persino la vita, con tutte le sue infinite variazioni, negli stessi angusti compartimenti della ragione categorica, eretti per definire i fenomeni della materia. Si è ignorata questa semplice verità: definire vuol dire delimitare. Ed ecco come funziona il ragionamento formale quando viene applicato alla vita, a differenza di quando viene applicato ai settori assai più circoscritti delle scienze fisiche. Per ragionare secondo la logica aristotelica, è basilare tradurre le cose in termini concettuali. L'algebra in un certo senso lo fa, formando equazioni in cui le lettere prendono il posto delle cose che rappresentano. Ma l'algebra si occupa di fenomeni relativamente semplici: pesi, misure, moto e simili. Quando la materia in questione viene descritta mediante simboli estremamente semplici come A, B e C, si può raggiungere un grado di profondità alquanto limitato. Viceversa, i concetti filosofici si riferiscono ad argomenti di ben maggiore complessità e necessariamente si esprimono in termini più complessi. Prendiamo ad esempio una famosa definizione concettuale: "L'uomo è un animale razionale". San Tommaso D'Aquino concepì tale definizione secondo la tradizione classica della logica aristotelica. Per apprezzarne il valore effettivo, rifletti sui seguenti punti: se tu dovessi scrivere un libro sull'umanità in termini filosofici, a quale ordine di concetti faresti riferimento nella tua dissertazione? Scriveresti forse del tuo vicino di casa Mario Martini? O degli uomini alti e degli uomini bassi? O dei giovani e dei vecchi? Con questo ritmo, impiegheresti un'eternità per giungere ai principi universali, indispensabili in ogni discussione di carattere generale. Secondo l'ottica filosofica, saresti costretto a fare astrazione e a considerare solo quei fenomeni comuni a tutti gli uomini. Inoltre, avresti bisogno di definire l'uomo nei suoi elementi essenziali. I1 fatto che gli uomini siano dotati di occhi non dovrebbe avere alcuna importanza, a meno che la vista non sia il tema della tua dissertazione. Dovresti ricercare le cause, piuttosto che gli effetti. La facoltà della parola propria degli uomini, sia pure in generale, sarebbe secondaria rispetto alla loro capacità di pensare, giacché ciò che più conterebbe, nella maggior parte dei casi, è la loro facoltà di esprimersi in modo intelligente. E poi vorresti che la tua definizione fosse il più semplice possibile; esordire con principi già di per sé tortuosi sarebbe controproducente per la tua dissertazione. Vorresti essere incisivo, ma al tempo stesso la tua defnizione dovrebbe suggerire ulteriori possibilità di pensiero; la definizione del termine "uomo" data nel vocabolario è "essere umano". L'assumere tale definizione non ti porterebbe un passo più in là dalla defimzione stessa. Tutto considerato, sembra diffcile poter pervenire a una definizione migliore di quella dell'Aquinate. La sua semplice affermazione, "L'uomo è un animale razionale", viene ancora oggi considerata dai suoi seguaci un capolavoro di lessicografia filosofica. Una volta che il termine indefinito uomo viene concettualizzato con l'espressione specifica "animale razionale" diventa possibile pensare all'uomo in modo intelligente, facendo varie associazioni astratte: uomo come essere morale, uomo come essere spirituale, uomo in relazione ad altre creature, uomo in relazione al suo Creatore. La stringata definizione di San Tommaso genera una gran quantità di possibilità filosofiche. Tuttavia, per quanto eccellente, la definizione soffre della stessa debolezza di ogni altra astrazione categorica: feconda nel contesto per il quale è stata concepita, diviene invece fuorviante non appena viene applicata in altri campi. Le astrazioni categoriche tendono deliberatamente a definire le cose in modo assoluto. Non ammettono un ulteriore livello di astrazione. E così accade che, nell'uso corrente, vengono spesso applicate erroneamente. Di innegabile aiuto per l'apertura intellettuale, possono anche divenire ostacoli per un ulteriore sviluppo. Se la natura umana è in costante evoluzione, la capacità di comprensione dell'uomo muta e si aproffondisce con l'andare del tempo. Ma se, pur crescendo intellettualmente, egli continuerà ad applicare i concetti fondamentali nel senso in cui li ha compresi la prima volta, le stesse idee che un tempo favorivano la sua conoscenza, via via gli impediranno di pervenire a una conoscenza più profonda. Definire significa delimitare. La logica concettuale limita l'espansione della consapevolezza. Essa presenta le definizioni come leggi fisse e immutabili e le impone per sempre come unico punto di vista per ogni nuova esperienza di vita. Bisognerebbe, ovviamente, rivedere continuamente le proprie concezioni originarie alla luce delle nuove esperienze vissute. La dimensione concettuale, tuttavia, scoraggia sempre l'uso di un simile buon senso. Tale dimensione è intrinsecamente strutturata sulla defmizione, non sull'esperienza. Perciò, il razionalista ha una marcata inclinazione a cimentarsi con una realtà di seconda mano, come quella mediata da un dizionario. La difficoltà, peraltro, non si presenta solo a lungo termine, intralciando l'approfondimento progressivo della conoscenza: essa ha anche un riscontro immediato. Se definiamo l'uomo come "animale razionale", e ci limitiamo a pensare a lui solo in questi termini, può darsi che, talvolta, alteriamo completamente la realtà. É superfluo chiedersi che senso avrebbe parlare dell'uomo come di un "animale razionale", riferendosi alle sue inclinazioni irrazionali? Se una definizione è veramente assoluta, dovrebbe poter essere usata in modo assoluto. Ma, in tal caso, ci rendiamo conto che la definizione è più che inutile: è un vero e proprio ostacolo. Inoltre, che dire dell'amore? Può questo sentimento universale essere incasellato in una categoria intellettuale cosi netta come quella dell'Aquinate? Potremmo, probabilmente, rivedere la nostra naturale conoscenza dell'amore considerandolo in modo razionale o istintuale, o in entrambi i modi, ma così facendo non commetteremmo una grave ingiustizia nei suoi confronti? Solo un razionalista può immaginare di conoscere alla perfezione i sentimenti del cuore esclusivamente attraverso un'arida logica (il suo assolutismo categorico lo porterebbe a una convinzione non aderente alla realtà), mentre chi ha veramente amato sa molto bene che soltanto amando può conoscere quei sentimenti fin nel profondo. Un concetto categorico è un'immagine "congelata", che non può mai dare completamente ragione della realtà che descrive, per il semplice motivo che non è quella realtà. L'espressione "animale razionale" non si identifca con l'uomo anche se lo descrive abbastanza fedelmente sotto certi aspetti. Essa non tiene conto di innumerevoli attributi umani. Tuttavia, ogni volta che tale espressione viene applicata in modo specifico, senza fare riferimento alla realtà che rappresenta, la definizione di quella realtà diminuisce ulteriormente di valore. Applicazioni particolari dell'espressione "animale razionale" sono meno significative della definizione originale che dà un'idea complessiva di ciò che l'uomo è. Riferito ad altri animali, il termine "razionale" può diventare più importante del suo corollario "animale" ("Oh, certo - si dirà - è vero che anche noi siamo animali, ma così diversi da tutti gli altri! Solo l'uomo è razionale"). Se compariamo questo "animale razionale" agli angeli, invece, potremmo porre l'accento sulla parola "animale" per sottolineare l'inevitabile differenza fra l'uomo e le milizie celesti. La stessa espressione "animale razionale", usata in questi due casi, potrebbe assumere in ciascuno di essi una differente sfumatura. In realtà, non si dovrebbe usare, né in un caso né nell'altro, il concetto originale, ma piuttosto un concetto da esso derivato, un'immagine tratta dall'immagine originaria della realtà. Se il concetto originario non si identifica con la realtà che rappresenta, anche il concetto secondario sarà solo un'astrazione, e pertanto apparirà sfumato rispetto al primo. Ragionare formalmente è come accordare un pianoforte. Se si accorda la nota Re al Do, il Mi al Re, e così via per l'intera scala, limitandosi a riferire ogni nota a quella immediatamente precedente, quasi sicuramente, dopo alcuni passaggi, si scoprirà che la nota più alta è stonata rispetto alla prima. Di nota in nota, ci saranno sfuggite le impercettibili variazioni e, alla fine, la differenza si rivelerà tutta insieme in una totale dissonanza. Per evitare questo errore progressivo, un accordatore si rifà costantemente al gruppo di note iniziali. Analogamente, le deduzioni logiche vanno ripetutamente provate sulla base dei principi originari e verificate, se necessario, mediante nuovi esperimenti. Una serie di deduzioni che si susseguono a ruota libera sarà considerata per quello che è: niente altro che una catena di congetture; ipotesi, in realtà, molto lontane dai fatti. Purtroppo, la logica è tentata a considerare la chiarezza dei suoi sillogismi come prova sulficiente della loro esattezza. Abbiamo visto quanta importanza il razionalismo ha avuto nello sviluppo della scienza moderna. La matematica, la fisica e la chimica - a differenza della filosofla e della religione - si occupavano prudentemente di argomenti nei quali le variabili erano poche. E si sperava di poter eliminare anche quelle. I1 campo di studio che dovrebbe ispirare completa fiducia nel ragionamento categorico, è quello delle scienze fisiche. Eppure gli scienziati, molto più dei filosofi e dei teologi, hanno imparato a difendersi dal fascino della ragione; limitando i loro ragionamenti a problemi che dovrebbero dimostrare in modo inconfutabile la validità della ragione, hanno anche offerto al razionalismo la possibilità di dimostrare i suoi svantaggi. E gli svantaggi sono venuti a galla. In sostanza, si è scoperto che il razionalismo sbaglia nel dare per scontato che, se un concetto deriva logicamente da una serie di verità conosciute, quel concetto sia necessariamente vero. La scienza, nel verificare queste "necessarie" concatenazioni logiche, ha scoperto che molte conclusioni perfettamente logiche sono assolutamente false. Un ottimo esempio è il caso del famoso esperimento Michelson-Morley del 1887, che giunse a dimostrare una impossibiltà" logica: cioè che la velocità della luce è sempre la stessa indipendentemente dalla velocità relativa del suo punto di origine. Sulla base di quella scoperta, Einstein, con la sua rivoluzionaria teoria della relatività, diede il colpo di grazia alla fisica classica. La sperimentazione, tuttavia, non ha mai avuto il favore dei filosofi e dei religiosi. Immanuel Kant scrisse un manuale di pedagogia. Sebbene egli stesso fosse un insegnante, ammise candidamente di non aver mai verificato nella pratica quei principi che egli stesso sosteneva. Nelle sue opere Arthur Schopenhauer assunse sempre degli atteggiamenti di grande durezza verso le donne. E quali furono le sue esperienze con il gentil sesso? Praticamente nessuna, se si esclude il suo infelice rapporto con la madre, dalla quale fu ripudiato. Schopenhauer non si sposò mai; e pare non abbia mai avuto neanche un'amica. Jean-Jacques Rousseau basò tutta la sua dottrina della bontà dell'uomo allo stato naturale sull'idea del "buon selvaggio", creatura teorica quant' altre mai e di cui Rousseau avrebbe potuto facilmente sperimentare la veridicità dal momento che, ai suoi tempi, l'Occidente aveva già sviluppato contatti con i popoli primitivi. Soren Kierkegaard insegnò che un uomo deve mantenersi saldo come individuo e dignitosamente impassibile alle critiche ostili del prossimo. Tuttavia, dopo che fu criticato sul quotidiano scandalistico locale The Corsair, si lamentò per anni di quella derisione, definendola "una crocifissione". William James, per prepararsi a scrivere il suo famoso saggio su Le varie forme dell'esperienza religiosa, non ritenne necessario cercare qualcuno che stesse vivendo un'esperienza spirituale, sull'esempio della quale avrebbe potuto verifcare - e talvolta essere costretto a rigettare - alcune delle sue idee fondamentali. Ed ancor meno cercò di acquisire personalmente un' autentica esperienza religiosa. Friederich Nietzsche, inabile alle armi durante la guerra franco-prussiana del 1870, prestò brevemente servizio nell'esercito come infermiere. Ma la vista del sangue lo fece ammalare fisicamente e dovette essere rimandato a casa. Là, immerso nella pace delle Alpi Svizzere, elaborò una filosofia del potere che aveva per immancabile corollario la violenza fisica, vale a dire la guerra. E già abbiamo visto la mancanza di realismo negli scritti di Jean-Paul Sartre. Sarebbe, dopotutto, un atto di giustizia aggiungere a sua scusante che almeno egli fu l'erede di un'onorata tradizione. Più una linea di ragionamento si allontana da realtà comprovate, maggiore il pericolo che si avvicini a una pura invenzione. Inoltre, strano a dirsi, minori sono le possibilità di verificare una certa linea di ragionamento, più il razionalista tende a dogmatizzare le sue conclusioni! Come abbiamo sottolineato in modo assiomatico nel secondo capitolo, la tendenza al dogmatismo aumenta in maniera direttamente proporzionale all'incapacità di dimostrare un'idea. La semplice possibilità dell'esperimento sembra frenare automaticamente gli entusiami dogmatici dell'uomo. É veramente interessante osservare come la sperimentazione scientifica abbia indebolito la dipendenza degli scienziati dalla ragione. Via via che le scienze fisiche hanno ampliato e raffinato i loro campi di indagine, il ricorso all'uso della logica categorica si è fatto sempre più limitato. Una maggiore maturità scientifica ha rivelato che molte leggi apparentemente assolute sulle quali gli uomini hanno fatto affidamento per cosi tanto tempo, non erano altro che utili appigli su cui attaccare le proprie idee. Le leggi newtoniane sul moto vengono oggi riconosciute come assolute soltanto se si presume che il nostro universo sia un gigantesco meccanismo, il che si è dimostrato falso. La geometria euclidea è utile solo fino a quando pensiamo che la realtà sia costituita da linee rette, ma sappiamo che ciò non è vero. Finché il campo in cui operiamo è di piccole dimensioni, è più facile lavorare con immaginarie linee rette: applicare la geometria sferica alla costruzione di una libreria significherebbe complicare inutilmente un'impresa altrimenti semplice. Questo è infatti - gli uomini di pensiero cominciano a capirlo - ciò che la scienza ha sempre tentato di fare. Per gli intellettuali del diciottesimo secolo, la natura era fondamentalmente semplice e invece era l'uomo a complicarla con la tortuosità dei suoi processi mentali. Oggi sappiamo che è vero il contrario: quale che sia l'ordine originario delle cose, l'universo fenomenico non è semplice; l'uomo sente il bisogno di semplificare la comprensione che ha di esso per dominarlo. Ogni legge scientifica è solo uno sforzo per fare economia difatti; non è, come si riteneva un tempo, una defnizione assoluta della realtà. J.W. Sullivan ha espresso questo lucido pensiero con le seguenti parole: "Per Descartes le proprietà di un triangolo non dipendono in alcun modo dalla mente umana. Ma l'invenzione delle geometrie non-euclidee ci ha insegnato che quelle proprietà sono necessarie solo perché logiche conseguenze degli assiomi e dei postulati dai quali partiamo. E questi assiomi e postulati sono arbitrari. Non sono necessari al pensiero; sono frutto del capriccio del matematico... Non c'è motivo di supporre che il triangolo di Descartes sia la rivelazione di una verità eternamente preesistente - qualcosa di simile a un pensiero nella mente di Dio. É un'invenzione arbitraria della mente del matematico, e non esisteva fino a che il matematico non l'ha concepita" (NotaIbidem, p. 152. Vedremo in uno dei capitoli successivi se Sullivan, nel porre l'accento sulla relatività delle "verità" scientifiche, non abbia esagerato, definendole addirittura "nient'altro che...capricci". fine nota). Lo scienziato moderno non ha certo abbandonato la speranza di trovare, mediante le sue scienze, alcune dimensioni dell'assoluto. Oggi egli cerca in realtà la spiegazione più adeguata a ogni fenomeno preso in considerazione. Interessato più alla semplificazione che al raggiungimento delle verità ultime, accetta la relatività considerandola forse il solo fenomeno universale. Egli si sforza in modo consapevole, come un'artista, di cogliere varie scene della natura fisica; o, come un fotografo, d'inquadrare la realtà in maniera che l'immagine fissata nella foto contenga solo ciò che soddisfa la sua istintiva esigenza di un ordine e di una simmetria a lui corrispondenti. Ma se la ragione non è più il dio delle scienze fisiche - sul cui solido terreno ha avuto la miglior opportunità di dare concreta prova di sé - a maggior ragione non possiamo aspettarci che essa ci dia risposte definitive e certe sulla vita umana. Abbiamo definito le categorie logiche concetti congelati. Che cosa intendiamo per concetto congelato? Una sorta di fotografia attraverso la quale si cerca di catturare il movimento in una posa immobile. La logica concettuale assomiglia alle fantasie dell'antico filosofo greco Zenone che ha affermato: "In ogni attimo della sua traiettoria, una freccia si trova ferma in un punto preciso". Egli avanzò questa argomentazione volendo provare che in realtà la freccia non si muove affatto! Ma, forse, più esattamente, la sua vera intenzione era proprio di dimostrare l'inadeguatezza della logica. Da sempre, il sogno del razionalista è di raccogliere, mediante le sue definizioni congelate, informazioni sufficienti su un dato argomento per poter sapere tutto quanto c'è da sapere su di esso e, poi, poterlo dominare in maniera assoluta. Davvero una bella fantasia! La ragione, da sola, soprattutto in merito ai problemi della coscienza e della vita nel loro perenne fluire, non avrà mai nemmeno la più remota possibilità di fornire la chiave per quel dominio totale che promette. Supponiamo che a qualcuno venga insegnato di portare alla bocca una forchetta memorizzando prima gli innumerevoli muscoli coinvolti nell'operazione; le loro singole e distinte funzioni e le loro rispettive finalità in un'azione sincronizzata; l'esatta estensione necessaria a ciascun muscolo per bilanciare quella eseguita da tutti gli altri muscoli in gioco; il peso della forchetta; il punto esatto da cui afferrare la forchetta per garantire la perfetta applicazione di tutti i dati sull'es