(Donald Walters) SWAMI KRIYANANDA IL SENTIERO Autobiografia di uno yogi occidentale, discepolo di Paramahansa Yogananda Traduzione di MAURO MERCI EDIZIONI MEDITERRANEE - ROMA Al ricercatore sincero, qualunque sentiero abbia scelto. Un gruppo di discepoli di Paramahansa Yogananda dopo aver assistito con il maestro alla proiezione di un film sulla vita di Gyandev, grande santo dell'India medioevale, si radunò per ascoltare la spiegazione di alcuni degli aspetti meno ovvi di quella storia ispiratrice. Un giovane del gruppo menzionò un altro film da lui visto anni prima, in India, sulla vita di Mirabai, una santa famosa. "Se aveste visto quel film", esclamò, "questo non vi sarebbe certo piaciuto tanto!". Il Guru lo rimproverò. "Perché mai questi confronti? Le vite dei grandi santi sono manifestazione, sotto forme diverse, dello stesso, unico Dio". PARTE PRIMA 1. IL PELLEGRINO ENTRA NELLA VITA Succede a volte che un essere umano, pur non provvisto di doti eccezionali, si imbatta in qualche persona o evento straordinari che infondono un grande significato nella sua esistenza. Nella mia vita ebbi la benedizione di un simile incontro, circa trent'anni or sono, nel 1948. Proprio qui, in America, di tutti i paesi epitome di indaffarata efficienza, progresso materiale, pragmatico tecnicismo, incontrai un grande maestro, intimo a Dio, e in costante visione dell'eternità. Il suo nome era Paramahansa Yogananda ed era indiano d'origine, per quanto sia più conforme al vero dire che la sua patria era il mondo intero. Se qualcuno, prima di quell'incontro, mi avesse detto che era possibile trovare in un singolo essere umano tanta radiosità, gioia dinamica, genuina umiltà, amore, avrei senz'altro risposto - non senza forse un sospiro di rammarico - che tale perfezione era impossibile all'uomo. Se poi avesero cercato di convincermi che, in questa era scientifica, Dio aveva operato miracoli, avrei riso senza ritegno. Allora infatti, orgoglioso com'ero della mia "sapienza" di intellettuale del ventesimo secolo, facevo oggetto del mio sarcasmo anche i miracoli della Bibbia. Ora non più. Ho assistito a fatti che sono di scherno allo scherno stesso e ora so, per esperienza diretta, che prodigi divini accadono sulla terra. Credo sia ormai prossimo il tempo in cui innumerevoli uomini e donne non penseranno di dubitare di Dio, più di quanto non dubitino dell'aria che respirano. Dio, infatti, non è morto. Soltanto l'uomo muore a tutto il meraviglioso della vita, quando si limita alle acquisizioni temporale e ad accrescere la propria importanza agli occhi del mondo, trascurando per questo le realtà spirituali che sono fondamento della sua essenza più vera. Paramahansa Yogananda parlava spesso del nobile destino spirituale dell'America e, la prima volta che lo udii farlo, me ne stupii. L'America? Di questo paese non conoscevo allora che il materialismo, la spinta competitiva, l'atteggiamento di sufficienza e insieme di compiaciuta gravità con cui vi si affronta qualsiasi cosa troppo sottile per essere misurabile mediante strumenti scientifici. Ma il grande maestro si rese in tempo consapevole di un altro aspetto, un segreto e ardente anelito verso il divino, non presente forse nei nostri intellettuali o nei nostri cosiddetti "leaders" culturali, ma nel cuore della gente comune. L'amore degli americani per la liberà ebbe, dopo tutto, la sua origine secoli fa, nella ricerca di libertà religiosa e l'accento che essi posero sempre nella loro storia sull'eguaglianza e sulla spontanea e amichevole cooperazione reciproca rispecchia principi che sono dell'insegnamento biblico. Lo spirito pionieristico americano ha le sue radici in questi principi. E quando il nostro popolo non ebbe più frontiere sul continente nord americano e cominciò a esportare le proprie energie colonizzatrici in altri paesi, portò ancora con sé tale spirito di libertà e volenterosa cooperazione, proponendo ovunque un nuovo esempio all'umanità. Paramahansa Yogananda individuava in entrambe queste regole di condotta la chiave per l'ascesa da parte del genere umano di un ulteriore gradino nella sua evoluzione. La visione del futuro che egli ci presentava era quella di uno stato di fratellanza mondiale, in cui tutti gli uomini sarebbero vissuti insieme in armonia e libertà e, come primo passo verso questa realizzazione universale, esortava chiunque lo potesse adassociarsi in quelle che usava chiamare le "colonie di fratellanza mondiale": comunità spirituali dove la gente, vivendo e operando assieme in comunanza di intenti, poteva sviluppare in sé la consapevolezza della parentela di tutti gli uomini come figli e figlie dello stesso, unico Dio. La sorte volle che toccasse a me fondare la prima di queste colonie, che, secondo la predizione di Yogananda, sorgeranno a migliaia in tutto il mondo. Giacché lo spirito pionieristico è radicato in princìpi che sono per essenza spirituali, esso non s'è limitato all'espansione delle frontiere esterne all'uomo, ma, soprattutto negli ultimi decenni, ha dato inizio a un suo processo di interiorizzazione, allargando i confini della coscienza e ridestando negli uomini il desiderio di armonizzare la propria vita con Dio e la verità. Con la sua venuta in America, Paramahansa Yogananda intese dare una risposta alle divine aspirazioni di questi pionieri dello spirito. Gli americani, disse, erano pronti per apprendere la meditazione e la comunione con Dio mediante la pratica dell'antica scienza dello yoga (Nota: Yoga è parola sanscrita che significa "unione" e indica anche un sistema di tecniche psico-fisiche volte ad aiutare l'uomo a conseguire l'unione conscia con lo Spirito infinito, Dio. Lo yogi, il praticante la scienza yoga, acquista altresì la facoltà di visione, nel mondo esteriore, dell'unità soggiacente a ogni manifestazione vitale. Fine nota), e, essendo egli uno dei maggiori esponenti dello yoga nell'India moderna, fu inviato in occidente dai suoi grandi maestri. Lo spirito pionieristico in tutti gli stadi della sua manifestazione ha svolto un ruolo importante nella mia vita e nel mio retaggio. Numerosi miei avi tanto per parte di padre che di madre furono pionieri del tipo tradizionale, molti di essi ministri del culto evangelico o medici nei territori di frontiera. I miei nonni paterni presero parte alla grande avventura che portò nel 1889 alla nascita del territorio dell'Oklahoma. Altri miei avi, pur non all'avanguardia dell'esplorazione, recitarono una parte non per questo meno attiva nella epopea dello sviluppo americano. Furono miei parenti Mary Todd, la moglie di Abraham Lincoln, e Robert E. Lee, suo avversario nella guerra civile; ed è un piacere per me essere così legato ad ambo le parti di quel conflitto che divise l'America, poiché tendenza costante di tutta la mia vita fu di riconciliare le contraddizioni, di cercare, per usare termini della filosofia indiana, "unità nella diversità". Mio padre, Ray P. Walters, nacque troppo tardi per essere pioniere nel senso precedente. Pioniere cionostante in cuor suo, aderì alla nuova ondata di espansione e cooperazione internazionali, lavorando con la Esso come geologo in terra straniera. Anche mia madre, Gertrude G. Walters, fu parte della stessa ondata. Conseguito il diploma delle superiori, andò a Parigi, a studiare il violino e fu là che i miei genitori si incontrarono, per quanto fossero nati entrambi in Oklahoma. Dopo le nozze, papà fu trasferito in Romania per occuparsi di quei giacimenti petroliferi ed essi si stabilirono a Teleajen, piccola colonia anglo-americana, a circa tre chilometri a est di Ploesti, che fu lo scenario del mio debutto urlante sul palcoscenico della vita. Il mio fisico, come è tipico del crogiolo di razze americano, è il prodotto di una mistura dei caratteri di vari paesi: Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda, Olanda, Francia e Germania. Fu il piccolo Galles, di questi sette paesi il minore, a darmi il cognome Walters. Kriyananda infatti è un appellativo monastico che mi fu imposto soltanto nel 1955, con la mia iniziazione all'antico nome Swami, in India. Il corpo umano, attraverso il processo della nascita, è una nuova creazione, ma non così l'anima. Venni a questo mondo, credo, già completamente me stesso. Scelsi questa particolare famiglia perché la trovai in armonia con la mia natura e sentii che questi sarebbero stati i genitori che mi avrebbero dato meglio le opportunità di cui avevo bisogno per la mia evoluzione spirituale. Grato come sono ai miei genitori per avermi accolto - io, uno straniero - mi sento meno debitore nei loro confronti per avermi fatto quello che sono. Ho descritto loro, i loro avi e il paese da cui provennero per mostrare la linea di tendenza cui scelsi di associarmi per compiere tutto il bene di cui fossi capace, per me e, forse, anche per gli altri. Ciascuno infatti è un pellegrino in questo mondo. Giunge solo, percorre per un po' il sentiero che si è scelto, e se ne va, nuovamente solo. La sua è una destinazione sacra, sempre oscuramente sospettata, ma di rado nota alla coscienza. Sia che lo facciano per loro scelta o per istinto cieco, direttamente o indirettamente, tutti gli uomini vanno in realtà cercando la felicità, una felicità infinita, eterna, divina. I più - ahimè! - vagano in questo mondo come viandanti senza una mappa. Noi immaginiamo quali centri della felicità: il denaro, il potere, la fama, o i piaceri, e soltanto dopo un incessante vagabondare, delusi alfine, ci fermiamo in tacito esame di noi stessi. Scopriamo, allora, forse con intensa emozione, che la nostra meta non ci è affatto lontana, anzi non è mai stata lontana da noi più che noi stessi! Il sentiero che percorriamo non possiede dimensioni costanti. Può essere lungo o breve e dipende in questo soltanto dalla purezza delle nostre intenzioni. E' il sentiero che Gesù descrisse dicendo: "Il regno di Dio non viene in modo spettacolare; né si potrà dire: "ecco è qui" ovvero "è lì", perché il regno di Dio è in voi" (Nota: Luca, 17: 20, 21. Fine nota). Si percorre questo sentiero eppure non si muove un sol passo, perché la meta, in noi, è già nostra. Non dobbiamo che reclamarla. Lo scopo principale di questo libro è di aiutare voi che leggete, a far sì che questa rivendicazione abbia buon esito. Spero di esservi d'aiuto, fra l'altro, con queste mie pagine, per evitare alcuni errori che io stesso ho compiuto nel corso della mia ricerca. I fallimenti di una persona, infatti, possono essere altrettanto istruttivi dei suoi successi. Nacqui a Teleajen il 19 maggio 1926, pressappoco alle sette del mattino. James Donald Walters fu l'intero nome che ricevetti con il battesimo nella piccola chiesa anglicana di Ploesti. A causa della sovrabbondanza di James nella comunità mi si conobbe però sempre col mio secondo nome, Donald, per cui venivo a trovarmi omonimo di uno zio acquisito, che in seguito avrebbe prestato servizio come segretario nell'aviazione militare sotto il presidente Eisenhower. Anche James, già portato dal mio nonno materno, era un nome di famiglia. Il mio destino era però di rinunciare del tutto a queste identità familiari, per assumerne una nuova, più elevata e spirituale. Mia madre mi disse che, per tutta la gravidanza, essa fu colma di un'intima gioia. "Signore", pregava di continuo, "vi offro questo mio figlio". La sua benedizione non produsse frutti rapidamente come essa aveva sperato, ma ne produsse, a poco a poco, si potrebbe dire quasi con inesorabilità, anno dopo anno. La mia infatti è la storia di uno che fece del suo meglio per vivere senza Dio, ma che, grazie a Dio, fallì nel suo intento. 2. EGLI LASCIA LA SUA CASA La gioia è sempre stata il mio primo amore e ho sempre desiderato ardentemente di spartirla con altri. I ricordi più nitidi che conservo della prima infanzia si riferiscono tutti a una sorta particolare di felicità, che pareva aver poco a che fare con quanto mi circondava, che, alla meglio, lo rispecchiava soltanto; una prolungata impressione di meraviglia d'essere a questo mondo. Cosa stavo facendo qui? Intuivo che doveva esserci una realtà superiore, un altro mondo, forse, radioso, splendido, armonioso, rispetto al quale questo rappresentava soltanto un esilio. A volte coprivo un tavolo con una coperta indiana dalle tinte smaglianti, facendola ricadere fino a terra, vi strisciavo sotto e mi lasciavo completamente rapire dai suoi colori luminosi. Altre volte, lo sguardo fisso nel prisma formato dal largo bordo di uno specchio che stava sul tavolo da toeletta di mia madre, fantasticavo di vivere in un mondo di luci con i colori dell'iride. Succedeva spesso, anche, che di notte mi vedessi assorbito in una luce che s'irradiava dal mio interno e la mia coscienza pareva spandersi oltre i limiti del mio corpo. "Eri avido di sapere", mi racconta mia madre, "per nulla ostinato, pronto a immedesimarti nelle sventure altrui". Con un sorriso, animandosi, aggiungeva: "Ero solita leggerti libri per l'infanzia. Se l'eroe era in pericolo, indicavo la sua immagine con viso compassionevole. Quando lo facevo, ti tremavano le labbra. "Povero questo!" esclamavi. Mamma (cattivo, questo!) aveva trovato la mia reazione tanto divertente che a volte la provocava per gioco indicando con espressione afflitta anche immagini gioiose; era uno scherzo ingenuo che, a sentire lei, riscuoteva invariabilmente successo. Quando crebbi, la mia intima gioia si esternò in un intenso entusiasmo per la vita. Teleajen ci offriva parecchie occasioni di essere creativi nei nostri giochi. Eravamo lontanissimi dal mondo moderno, con frequenti spettacoli cinematografici o altri divertimenti preordinati. La televisione era allora sconosciuta anche in America. La nostra comunità era formata per lo più di famiglie inglesi e americane, per cui eravamo isolati anche dal vivo della cultura rumena. I genitori ci insegnarono alcuni dei giochi tradizionali anglo-americani, ma per la maggior parte ce li inventavamo da noi. I cortili dietro casa erano trasformati in terre d'avventura. Una lunga scala a pioli stesa di traverso sulla neve diveniva un aeroplano che decollava con noi verso climi più caldi. Un grande melo dai rami che si inclinavano a terra assolveva per noi tutta una serie di utili funzioni: una scuola, una goletta in navigazione, o un castello. I mobili della stanza di noi ragazzi, accatastati in varie maniere, divenivano un galeone spagnolo o una fortezza sulle montagne. Tracciavamo piste segrete in un vicino campo di granturco verso il nascondiglio di un tesoro sepolto o verso un rifugio dove saremmo scampati all'inseguimento degli sgherri di un tiranno di indicibile malvagità. D'inverno, pattinando su un campo da tennis che, inondato, era trasformato in una pista ghiacciata, tenevamo gli occhi fissi sotto di noi, nelle sue gelide profondità, immaginando di librarci in un'altra dimensione di forme e colori incantevoli. Rammento anche una nave che iniziai a costruire con il fermo proposito di navigarci sul lago Snagov. Non andai oltre all'inchiodare alcune vecchie assi in una inqualificabile imitazione del ponte, ma nella mia immaginazione, quando a letto, di notte, fantasticavo sulla faccenda, stavo già navigando sulla mia goletta in alto mare. Il comando mi toccò naturalmente, per quanto fossi restìo a farne uso se gli altri non condividevano spontaneamente i miei interessi. I ragazzi di Teleajen lo facevano e accettavano la mia autorità. Sempre più tuttavia, man mano che crescevo, andavo scoprendo che si considerava la mia visione delle cose un tantino originale. Lo notai per la prima volta in alcuni dei ragazi ultimi arrivati a Teleajen. Abituati ai soliti giochi infantili dell'Inghilterra e dell'America, essi accoglievano con perplessità le mie proposte per divertirci in modi più fantasiosi, come la volta che, pattinando, penetrammo con lo sguardo nelle ignote dimensioni del ghiaccio. Come ero restìo a imporre i miei interessi agli altri, ero altrettanto poco propenso, in cambio, ad accettarne le imposizioni. Ero, ritengo, un anticonformista, ma non per desiderio o intenzione consci, quanto piuttosto per una certa qual incapacità di adeguarmi alle norme altrui. Quanto per me era importante pareva loro trascurabile, ma, d'altronde, quanto era importante ai loro occhi mi appariva sovente incomprensibile. La signorina Barbara Henson (ora signora Elsdale), che fu per un certo tempo nostra istitutrice, così descrive in una recente lettera il ricordo che conserva di me all'età di sette anni: "Eri senza dubbio "diverso", Don: "nella famiglia", ma non ne facevi parte. Possedevi una dote mistica che ti teneva in disparte, me ne resi sempre conto e anche gli altri se n'erano accorti. Tu eri sempre l'osservatore, con uno sguardo di straordinaria franchezza in quegli occhi grigio-azzurri che ti facevano, per un certo verso, di età indefinibile. In un modo tranquillo e sconcertante, compivi piccoli esperimenti sugli altri, come per soddisfare i tuoi sospetti su di loro. eri sempre, lo si intuiva, alla ricerca della verità sotto le apparenze, per non essere mai tratto in inganno con la prevaricazione o con spiegazioni di comodo." Cora Brazier, la vicina della porta accanto, signora comprensiva e gentile, confidò una volta alla signorina Henson: "Cerco sempre di essere particolarmente carica con Don, perché non è come tutti gli altri. Credo che lo sappia e si senta solo". Questa nozione non sarebbe comparsa in me nella sua pienezza che dopo la mia partenza di Teleajen, ma anche là provavo un confuso senso di solitudine, neutralizzato però dalla presenza di buoni amici e da una armoniosa vita familiare. I miei genitori amavano profondamente noi bambini. Si amavano anche l'un l'altro in modo esemplare e ciò fu per noi una ricca fonte di sicurezza emotiva. Mai in vita mia seppi che avessero litigato o avuto il benché minimo screzio. Mio padre, soprattutto, era splendido con i bambini. Di natura alquanto riservata, possedeva e possiede tuttora una semplice benevolenza e un senso dell'umorismo che gli consentono di apprezzare la mente infantile. Quand'era ora di andare a letto, inventava per noi favole esilaranti che continuavano sera dopo sera, spesso con la collaborazione dell'uditorio entusiasta. Poi, quando i miei fratelli e io eravamo prossimi a cascare dal sonno, ci sistemava rivolti verso una sponda o l'altra del letto a seconda se avevamo detto di voler viaggire in sogno fino all'Australia o in America o in qualche altro remoto paese. Egli ci insegnò molto, tanto con l'esempio che con le parole. Imparammo soprattutto da lui, osservandone la natura sempre umile, onesta, sincera, proba, benevola e di una imparzialità scrupolosa. Non esito a definirlo un grand'uomo, pur nel suo modo quieto e alquanto schivo. I miei rapporti con lui furono però sempre segnati da una certa tristezza. Non avrei mai potuto divenire per lui una sorta di specchio come ogni uomo per natura si aspetta dai propri figli, soprattutto dal primogenito. Mi sforzai seriamente di condividerne gli interessi, ma se lui era attratto dal "come" delle cose, io ero affascinato dal "perché". Lui era uno scienziato, laddove io ero, per istinto, un filosofo. Egli cercava di interessarmi al funzionamento degli oggetti. (Ricordo ancora una polverosa spedizione sotto la casa, dove ci mostrò che cosa faceva suonare il campanello della porta d'ingresso. Mi sforzai almeno di provare gratitudine!). I miei interessi però convergevano tutti sul significato delle cose e la mia incapacità a comunicare con lui su questi argomenti che ci interessavano tutti nel profondo fu il primo segno che questo mondo - che consideravo, per estensione, il mondo normale - non avrebbe mai potuto essere davvero mio. Mia madre e io ci capivamo intuitivamente e la nostra era comunicazione di anime più che di linguaggi. Ella non disse mai di aver pregato per noi quand'eravamo bambini, ma sono comunque certo che le sue preghiere e l'amore che mi portava furono la migliore benedizione degli anni formativi della mia vita. La Romania era ancora un paese feudale. La popolazione, ricca di doti artistiche, aveva d'altro canto la tendenza ad essere piuttosto inefficiente e flemmatica. Il paese era un anacronismo in questo indaffarato ventesimo secolo. I suoi operai potevano impiegare quindici anni a scavare un tunnel, con pala e piccone, sotto i binari ferroviari, nella stazione principale della capitale. Un'estate, nel desiderio di seguire l'esempio del resto del mondo moderno, l'intera nazione adottò un'ora legale che, per un errore ufficiale, faceva perdere ore di luce! Gli esami per la patente di guida includevano domande perspicaci sul tipo, "Che cosa c'è sul muso dell'automobile?" (I fari anteriori, s'intende). Anni dopo, Indra Devi, insegnante molto nota di yoga (Nota: Autrice di Forever Young, Forever Healthy e altre opere. Fine nota), mi raccontò che mentre attraversava in treno la Romania il controllore le aveva chiesto cosa mai facesse in uno scompartimento di seconda classe. "Come perché? Non ha visto? Ho un biglietto di seconda classe!". "Oh, questo non conta in Romania! Prego, vada a sedersi in prima classe adesso, con tutti gli altri". Pareva però appropriato in certo qual modo che in un paese che ispirava pensieri di musica e poesia non si prestasse soverchia attenzione ai dettagli meschini del commercio e dell'efficienza moderni. La Romania era uno dei paesi di più affascinante bellezza che io abbia mai visto: terra di fertili pianure e montagne che si slanciano al cielo, di contadini dai pittoreschi costumi e di zingari con il dono della musica, di carri di fieno che sulle autostrade disputano la precedenza alle automobili, di ridenti bimbi nudi, di gaie canzoni e risate. Sovente, fuori dalla nostra colonia, la sera, sentivamo gruppi di zingari conversare, cantare, suonare con il violino le melodie tristi e ossessive di questo popolo proscritto per sempre dalla sua vera patria, l'India. Con questi zingari ebbi il primo contatto con la sottile soggettività orientale, che, come avrei imparato, era rispecchiata da molti aspetti della vita rumena. La Romania infatti era rimasta per secoli soggetta alla dominazione turca e, se ora era un'orgogliosa nazione occidentale in via di sviluppo, portava ancora l'aura del mistico oriente. La Romania era un regno. Re Carol II aveva la sua residenza estiva a circa sessanta chilometri a nordovest della nostra colonia, a Sinaia, splendido luogo di soggiorno montano sulle Alpi Transilvaniche. Io non lo vidi mai, ma anche noi passammo molte volte le vacanze a Sinaia e in altre pittoresche cittadine e villaggi dei dintorni: Busteni, Predeal, Timis, Brasov. D'inverno andavamo spesso a sciare; d'estate compivamo escursioni in montagna, ci bagnavamo e nuotavamo in ruscelli dall'amichevole chiacchierio, o giocavamo su prati dal penetrante profumo. Spesso queste gite in montagna erano decise per la mia salute precaria. Ero magro come un lapis e continuamente affetto da misteriose indisposizioni. Timis era la mia località preferita. Là risiedevamo spesso in una pensione gestita da una tedesca, Frau Weidi, il cui marito allevava delle api che davano il miele migliore che abbia mai assaggiato. Bucarest era sessanta chilometri a sud di Teleajen; la capitale era una città linda e moderna, sorta come un sogno profetico nella mente di una nazione ancora assopita nel medioevo. Ma per i primi nove anni della mia vita la "grande città" rimase Ploesti, con il suo sudicio garbuglio di strade e i suoi edifici poco attraenti. Non ne ricordo molto tranne le visite a Ghiculescu, il droghiere, i servizi domenicali alla chiesa anglicana e, di quando in quando, le spedizioni al cinematografo, quasi sempre per vedere cartoni animati di Walt Disney o comiche con Stan Laurel e Oliver Hardy, che i rumeni avevano ribattezzato con i vezzeggiativi Stan e Bran. Tutta la religiosità di mia madre si focalizzava sulla chiesa, ed era questa un'area della sua vita in cui papà sosteneva la parte di spettatore disinteressato. Sebbene, infatti, rispettasse la naturale disposizione religiosa di mia madre e frequentasse con lei le funzioni con una certa regolarità, la liturgia, osservai sempre, non aveva su di lui la minima presa. Il suo concetto naturale di realtà era più astratto; nulla, penso, lo ispirava quanto la contemplazione della immensa durata delle ere geologiche e sospetto anzi che l'idea di un Dio assiso chissà dove su un trono celeste a dispensar favori a gruppi privilegiati di fedeli lo urtasse come vagamente barbarica. La mia naturale inclinazione era intermedia fra queste due, la pia e l'astratta. Come papà, non ero granché attratto dalle funzioni religiose. Gli inni mi sembravano noiosi e deprimenti. Il pastore aveva l'aria di un brav'uomo, ma non certo di un ispirato. Suppongo di aver accettato i riti come qualcosa che era bene fare ma, al di là di questo tiepido riconoscimento, essi ebbero sempre per me scarso significato. Vorrei poter almeno dire che la vita di Gesù esercitò su di me una viva impressione. Ora ne sono commosso, ma allora essa mi giungeva filtrata da uno stereotipato tradizionalismo, privata di ogni immediatezza. Sono certo che non avrei saputo definire a quell'epoca le mie senzazioni, ma penso che a quelle funzioni religiose mancassero soprattutto l'amore e la gioia. Mi madre possedeva queste qualità e di lei mi impressionava e mi colpiva come la viveva e non come la definiva. Come papà, mi era difficile credere in un Dio che amasse personalmente ogni essere umano. Ogni volta che consideravo l'immensità dell'universo, mi pareva ovvio che Dio fosse un'entità impersonale. Come poteva allora, riflettevo, provare un interesse sufficiente per le nostre preghiere di mortali? Soltanto parecchi anni più tardi trovai negli insegnamenti indiani la riconciliazione di questi due concetti in apparenza incompatibili di un Dio tanto personale che impersonale. Lo Spirito infinito, mi avrebbe spiegato il mio guru con perfetta semplicità, pur impersonale nella sua infinitezza, s'era infatti personalizzato nella creazione di esseri provvisti di individualità. In altre parole, l'infinito implica tanto particelle infinitesimali quanto l'infinita immensità. Ma se trovavo difficile rivolgermi a Dio personalmente, intuii però sempre che la realtà doveva essere spirituale e provvista di un significato e di una finalità superiori. Ricordo una discussione che ebbi con mio padre, a circa sei anni. Eravamo sulla terrazza della nostra casa di Teleajen a rimirare l'incessante attività degli uccelli sul grande melo. "Nelle centinaia di milioni di anni da quando il mondo fu creato", diceva papà, "ogni specie tranne gli uccelli ha avuto il suo turno nel dominio del pianeta. Primi vennero i pesci, poi gli insetti, i rettili, e ora l'uomo che rappresenta i mammiferi. Fra milioni di anni, forse, anche l'uomo sarà messo da parte e sarà allora giunto il turno degli uccelli di dominare la terra". Quanto mi affascinò questa rappresentazione di ere di sterminata durata! Poi però un dubbio germinò dentro di me. Non c'è proprio alcun senso in tutto ciò? La vita non è altro che un processo interminabile di mutamento nel corso del quale specie diverse diventano dominanti per nessuna ragione migliore del fatto che è giunto il loro turno? Certo ci doveva essere una superiore finalità, occulta, forse, ma divina. La mia inclinazione mentale al dubbio doveva avermi reso quasi una croce per i miei genitori. Mia madre, in viaggio in Italia nel 1933, scrisse alla signorina Henson: "La prego di dire ai ragazzi che desidero si sforzino di essere molto buoni. Ci aiuterà tanto loro che me a essere più sereni. (So già che Donald troverà qualcosa da ridire su questo ragionamento, ma ci provi comunque!)". Fu una fortuna per me che mamma e papà non abbiano mai scoraggiato il mio continuo interrogare. Ricordo una volta, a cinque anni, che me ne stavo in bagno a osservare papà radersi e meditavo intanto su uno dei profondi misteri dell'infanzia. Come faceva Babbo Natale a giungere in tutte le case del mondo nella stessa notte?" D'improvviso la risposta mi fu chiara. "Papà, Babbo Natale non esiste, vero?" Papà troppo onesto per insistere, ma troppo rispettoso dei dolci miti dell'infanzia per ammettere che non esisteva, fu evasivo nella risposta. Lo compresi perfettamente e in quell'attimo e in quel luogo decisi che sarebbe stato davvero molto meglio continuare a credere comunque in Babbo Natale e, in quello spirito, ci credo ancora. I miti hanno un ruolo rilevante nella vita dell'uomo. Può sembrare un paradosso, ma essi sono importanti per lui anche nell'indagine sulla realtà, poiché contribuiscono a conservare alla sua mente l'elasticità necessaria per immaginare nuove soluzioni per vecchi problemi. I miti (di fatto!) ebbero parte notevole nella mia educazione. Adoravo la mitologia greca, le avventure di re Artù e dei cavalieri della Tavola rotonda, le leggende di Robin Hood, Peter Pan, le fiabe dei Grimm, le storie del Vecchio Testamento, tutti miti in cui bontà, coraggio e onore alla fine trionfano. Le esperienze della vita non sempre vengono a confermare conclusioni così morali, ma gli uomini e le donne saggi hanno sempre insistito sul fatto che la giustizia finisce per prevalere, anche se il giorno della resa dei conti è molto al di là degli orizzonti temporali dell'uomo. "Yato dharma, tato jaya", affermano le scritture indiane. "Dove c'è giustizia, c'è vittoria". La realtà può ben essere, come si sostiene, più strada della finzione, ma molto spesso, e in un senso più profondo, la finzione è più vera della realtà. Ritengo un peccato che agli antichi miti non venga dato rilievo maggiore nell'istruzione moderna. La mia educazione ne fu senz'altro arricchita. La cultura rumena era, però, un ambiente più favorevole all'arte del mito di quanto non fosse quella della pragmatica America. Da bambini, i miei fratelli e io avemmo periodiche occasioni di confronto fra questi due paesi. Ogni tre o quattro anni papà riceveva tre mesi di ferie, completamente spesato, in America. Feci il mio primo viaggio colà quando avevo sei mesi, gli altri a tre, sette, dieci e tredici anni. Fu soltanto dopo il compimento del mio tredicesimo anno che ci stabilimmo colà. Ricordo ancora il mio stupore, all'età di tre anni, quando, giunto a Londra, trovai che camerieri, conducenti di taxi, l'uomo della strada, tutti parlavano inglese. Allora credevo soltanto i miei genitori e i loro amici parlassero inglese. Le bambinaie, naturalmente, parlavano tedesco, ma non era forse una legge della vita che praticamente chiunque altro parlasse rumeno? Penso che questa suddivisione delle lingue fosse un mio tentativo per evitare di confonderle, un ulteriore esempio, forse, del valore del processo di mitopoiesi. Una volta mia madre si rivolse a me in rumeno e io le risposi in tono sconvolto: "Mamma, non parlarmi così!". Dal mio esame dell'America con occhi in parte rumeni guadagnai impressioni che erano a volte in conflitto con il mio orgoglio di essere americano. Amavo profondamente l'america. Ne ammiravo l'energia, il dinamismo, e provavo quasi un timore reverenziale di fronte all'importanza che in quel paese si annette al buon senso. Gli americani che incontravo parevano saper sempre esattamente cosa fare in ogni circostanza. Li amavo anche per la loro gentilezza,m quando beninteso sottraevano alla loro incessante attività il tempo di essere gentili. D'altro canto però rimanevo perplesso per quanto nei loro discorsi mi colpiva come millanteria. L'avevo notato in alcuni degli americani di Teleajen, soprattutto fra i nuovi arrivati. Sembrava che in America perfino i bambini cercassero continuamente di dimostrare quant'erano cresciuti, sofisticati, importanti. Era come se non riuscissero a sopportare l'infanzia. Cosa mai era - mi chiedevo stupito - tutta questa importanza di essere importanti? A paragone dell'America la Romania è un piccolo paese. Il suo popolo, per quanto d'animo indipendente, ha un'immagine meno esaltata di se stesso. Gli americani, con i loro oltre dieci milioni di chilometri quadrati di territorio, cadono con facilità molto maggiore in preda alla presunzione, una tentazione che pare accompagni sempre la grandezza, nelle nazioni come nelle istituzioni, o negli individui. Le vacanze in America comportavano la visita alla nostra numerosa parentela. Fra i miei primi ricordi c'è quello di Mamma Ella, la nonna materna, che morì quand'ero ancora giovane. Rammento soprattuto il suo dolce sorriso, così amoroso da farmela sembrare quasi una santa. I nonni paterni, che vissero più a lungo, erano anch'essi gente semplice e buona. Fu in questi parenti e in molte altre persone loro simili, che colsi la prima fugace impressione del particolare genio spirituale dell'America: l'innocenza e la semplicità quasi infantili, la predisposizione a vedere il meglio negli altri, l'amore per la libertà temperato dal desiderio di vivere in armonia con l'uomo e con Dio. Il nonno mi fece conoscere un'altra caratteristica degli americani: la tendenza a nobilitare, per fare dello spirito, fatti irrilevanti, fingendo che siano in gioco problemi più seri. E' un tratto, questo, che rischia di creare degli equivoci, e a volte ci riesce. Un giorno, a Tulsa, papà pagò una piccola multa per un'infrazione al codice stradale. Il nonno osservò rivolgendosi a me con faccia seria: "Meno male, penso proprio che per questa volta tuo padre sia sfuggito alla prigione!". Lo presi alla lettera. Diversi giorni più tardi pranzavamo in un ristorante affollato e, come succede talvolta fra la gente, vi fu un breve intervallo in cui, senza ragione apparente, tutti nella sala tacquero. Tutti, s'intende, tranne il piccolo Donald. "Papà!" gridai. "Raccontaci di quella volta che sei fuggito di prigione!". Per un attimo tutta la sala allibì; poi, d'un tratto, tutti scoppiarono a ridere. (Perché mai, mi chiedevo, quel rossore violento di mio padre?). I viaggi di andata e ritorno dall'Ameriva devono essere stati una prova piuttosto dura per i nostri genitori. Eravamo tre fratelli. Dick, il più giovane, non era grande abbastanza per essere coinvolto nella naturale rivalità fraterna, ma Bob e io avevamo suppergiù la stessa età e, quando non eravamo complici nelle stesse marachelle (come la volta del principe che viaggiava con il suo seguito, fra cui seminammo lo scompiglio mescolando le scarpe lasciate di notte nel corridoio per essere lucidate), sfogavamo l'eccesso di energie lottando fra di noi. Bob era nato un anno e mezzo dopo di me, ma crebbe ben presto fino a raggiungere la mia altezza e, a volte, a superarla e provò sempre ben poca esitazione nello sfidare un'anzianità cui non avevo alcuna intenzione di rinunciare. Esistevano inoltre fra noi differenze di temperamento. Bob era impulsivo, esuberante, amante della popolarità, estroverso. Io ero per molti versi esattamente l'opposto: riservato, piuttosto schivo, meditabondo, incline al dubbio. Bob una volta raccolse un bruco dal sentiero al grido amoroso: "Su, su, povero piccolo verme! Adesso ti metto qua sopra così nessuno potrà calpestarti", e se ne corse via allegro, del tutto dimentico dell'accaduto. Se fosse toccato a me di aiutare quel verme, ci avrei rimuginato sopra per giorni, chiedendomi cosa mai faceva sì che certe creature fossero così indifese e perché proprio quell'insetto particolare, fra milioni d'altri, avesse ricevuto aiuto. Accanto a Bob temo di essermi sentito talvolta piuttosto goffo. E un simile pensiero pareva, a volte, in realtà, preoccupare anche lui. Credo che la sua rivalità nei miei confronti fosse in parte radicata nell'inconscia disapprovazione di non essere io come gli altri. A parte tutto ciò cercavamo di essere buoni amici e quando era in causa il resto del mondo facevamo sempre fronte comune, in fraterna solidarietà, tanto più se uno dei due era minacciato. La lotta è, suppongo, parte inestricabile del processo di crescita, in particolar modo nei ragazzi. Anch'io ho tra i miei ricordi una dose che si può considerare equa di zuffe infantili, anche se non rammento di esserne mai stato l'istigatore. (Sotto questo aspetto non ero certo come mio cugino Ed che faceva uso pieno e aggressivo del corpo robusto donatogli dalla natura: "Eddy", lo ammonì una volta sua madre, "non sai che quando un altro ragazzo ti picchia, non devi reagire?". "Ma mamma!", ribatté Ed con aria da santarellino, "io non ho mai reagito. Sono sempre io a picchiare per primo!"). Anche se personalmente non ho mai picchiato per primo, ogniqualvolta mi sembrasse importante dimostrare agli altri, o a me, che non ero un codardo, non ero certo di quelli che porgono l'altra guancia. Parecchie zuffe, infatti, lungi dal suscitare in me pentimento, spiccano nella mia memoria perché mi hanno favorito l'apprendimento di valide lezioni. Fu a causa di una rissa che imparai per la prima volta qualcosa sull'incostanza della lealtà umana. Avevo sette o otto anni quando Alvin, un ragazzo grande e grosso in visita a Teleajen, con i genitori, decise di imporre la sua autorità al nostro gruppo. Per fortuna la forza muscolare non era importante nelle nostre "dinamiche di gruppo". Sapevo che l'appoggio che ricevevo dai miei amici nasceva dall'affetto reciproco e non dalla paura. Ma quando Alvin mi sfidò, la sua vittoria parve una conclusione tanto scontata che la maggior parte dei bambini, temendone le ire quando avesse finito con me, si schierò dalla sua parte. Bob fu l'unica eccezione e io, furioso con tutti gli altri per il voltafaccia, decisi di impartire loro una buona lezione battendo Alvin. Fu un combattimento lungo e un po' cruento. Ogni grido per Alvin non faceva che incitarmi a raddoppiare i miei sforzi. A poco a poco la sua forza scemò. Quando si cominciò a vedere che dopo tutto potevo vincere, prima un bambino, poi un altro si aggiunsero a Bob nel fare il tifo per me. Finalmente il coraggio di Alvin venne meno. Ormai ognuno stava con entusiasmo dalla mia parte. Quel giorno, però, la vittoria ebbe per me un gusto dolce-amaro. Sapevo che i miei amici non avevano in realtà smesso un attimo di desiderare che io vincessi, ma avevo anche un po' compreso quanto poco ci si potesse fidare dell'appoggio dei propri simili. E' realmente saggio chi scopre che soltanto l'amicizia di Dio non può mai venirgli meno. La delusione, tuttavia, è buona maestra; essa ci aiuta a muovere i primi passi titubanti dalla fanciullezza alla maturità. Il mondo è infatti spesso in contrasto con i nostri desideri. Segno di maturità è la buona volontà di adattarsi a realtà che oltrepassano quella personale. E' il modo di agire alla delusione che determina se il nostro sviluppo sarà una contrazione verso l'amarezza e il cinismo, o un'espansione verso il consenso e la saggezza. 3. NUBI TEMPESTOSE Era l'estate del 1935 e avevo nove anni. Giochi, merende sui prati e spensierata allegria allietavano quella nostra beata stagione di vacanze nel pittoresco villaggio montano di Busteni. Un pomeriggio mi ritirai nella mia stanza a leggere un libro. Ero seduto su una sedia, quand'ebbi un violento capogiro; mi stesi sul letto, ma anche in questa posizione, la stanza pareva girarmi attorno. Implorai debolmente aiuto, ma nessuno accorse, finché, facendo appello a tutte le mie forze, mi trascinai fino alla porta sorreggendomi contro la parete e di lì chiamai nuovamente. Stavolta mi sentirono. Fu chiamato in gran fretta il dottore: arrivò un donnone dalla voce roboante e pieno di sicurezza, deciso senza alcun dubbio a dimostrare che avevo l'appendicite. ("Ti duole qui?" - piantandomi le dita nell'addome - "E qui?"). Dopo minuti di questa predeterminata indagine diagnostica mi doleva dappertutto. Finalmente, avendo deciso forse che non conveniva intervenire col bisturi su tutto il mio addome, desistette. Fui lì lì per morire in quello sperduto villaggio e comunque per quanto sia sopravvissuto, quella malattia pose fine al mondo felice dei primi nove anni della mia vita. ritornato a casa a Teleajen, ricordo "chiaramente" soltanto lunghi tratti di delirio. Papà mi leggeva Huckleberry Finn di Mark Twain e le crisi del padre alcolizzato di Huck ricorrevano nei miei sogni, terrorizzandomi. "Non voglio essere un ubriacone!", gridavo fra le lacrime, lottando col mio stesso delirio. "Non voglio essere un ubriacone!". Finii per associare col delirio ogni stato mentale non ordinario e quel vero e proprio stato di espansione della mia anima che, fino ad allora, mi aveva visitato tanto spesso nottetempo, mi colmava di un terrore indicibile. Cominciai perciò, d'allora in poi, a esercitare lo sforzo cosciente di adeguarmi alla norma corrente. Per la parte migliore di un decennio, crisi di dubbio e insicurezza mi lasciavano ansioso di provare a me stesso che non ero, indefinibilmente, un anormale. Il dottor Stroyei, pediatra a Bucarest, riuscì finalmente a diagnosticare che il mio male era una colite; mi proibì i latticini e mi prescrisse una blanda dieta di pappette che mi privò pressoché di qualsiasi interesse nel cibarmi. Quando mi fui abbastanza ristabilito, i miei genitori decisero di mandarmi a godere del salubre clima svizzero. Il dottor Winthrop Haynes, mio padrino, raccomandò un piccolo convitto anglo-elvetico dove anche i suoi figli avevano studiato per un certo tempo, a Chesières, un villaggio di montagna nella Svizzera francese. La scuola portava il nome, forse un tantino pretenzioso, di L'Avenir ("Il futuro"). Ma il mio futuro, per diciotto lunghi mesi, fu qualcosa di tristissimo. Avevo soltanto nove anni quando vi giunsi, e mai prima d'allora mi ero staccato dalla mia famiglia e inoltre non sapevo una parola di francese che era la lingua parlata comunemente a L'Avenir; va da sé quindi, che soffrissi quasi sempre di nostalgia. Per tutta la mia permanenza là soffrii per giunta di una serie di malattie piuttosto serie, conseguenza della colite. Proprietari e direttori de L'Avenir erano una simpatica coppia, il signore e la signora Hampshire, lui inglese, lei, che noi ragazzi conoscevamo affettuosamente come Tante Bea - zia Beatrice -, della Svizzera francese. E come loro anche gli studenti erano un impasto eterogeneo di svizzeri, inglesi, americani - io -, italiani e francesi. Per quanto infelice fossi, alla mia permanenza in collegio non mancarono le gratificazioni: lo scenario anzitutto, di una bellezza stupefacente. Sopra il versante della valle opposta a noi si offrivano indistinte alla vista Les Dents du Midi. D'inverno sciavamo ogni giorno; quando la stagione diveniva più temperata, invece, frequenti passeggiate ci conducevano attraverso pascoli fioriti e boschi tranquilli e discreti, qualità entrambe tipicamente svizzere. Ricordo ancora le mandrie di mucche che oltrepassavano lo chalet della scuola, di primo mattino, al melodioso sbattagliare dei campanacci. Gradualmente, gli insegnanti, ora che potevano comunicare con me, mi si affezionarono profondamente. (Gli adulti erano colpiti, di solito, dal fatto che io li trattassi come persone). Perfino il nostro gelido maestro tedesco, cui dovevo esser parso assolutamente stupido fintantoché non sapevo il francese, finì per addolcirsi. La mia lunga malattia coincise con l'accrescere della virulenza del morbo politico europeo. A Vienna, dove mamma e io facemmo sosta nel viaggio verso la Svizzera, amici ci avvertirono di non criticare la Germania nazista se non in luoghi sicuri, e anche allora a bassa voce. L'Austria non era stata ancora annessa, ma si vedevano ovunque ufficiali nazisti girare con passo militaresco, provocando la gente con il saluto nazista al grido secco di "Heil Hitler!" ("Hi - ciao -", rispondevo, agitando con noncuranza una mano). Nubi tempestose si stavano addensando. Negli atti di violenza commessi ovunque dai bravacci, gli uomini trovavano palese giustificazione alla propria arroganza, mentre la paura cresceva nel cuore degli amanti della pace. Uno degli studenti a L'Avenir era un ragazzo italiano, più alto di tutta la testa della maggior parte di noi, uno spaccone. Guido cercò di entrare nelle nostre grazie ridendo forte per tutto e per niente; ma era un gradasso e non piaceva a nessuno. Era anche un ardente sostenitore del dittatore italiano Mussolini, cosa abbastanza naturale, data la sua grossolanità. Non ci fu mai concesso di scordare che la sua patria aveva conquistato "gloriosamente" l'Abissinia povera ed arretrata. Erano piccoli denti in un grande ingranaggio. Eppure al suo movimento erano necessari proprio questi piccoli denti. Prepotenti e crudeli, insignificanti se presi uno per uno, si stavano adunando sulla scena della storia in ranghi sempre più numerosi, presumendo che il destino avesse concesso loro il potere di cambiare il mondo. Fu, per essi, un momento inebriante. Poiché tale è invero il potere dell'isterismo di massa che in brevi anche altri, dianzi amanti della pace, cominciarono ad assumere un passo marziale e a comportarsi come dittatori di operetta. Un nostro amico a Teleajen, abbastanza simpatico nei primi tempi dopo il suo arrivo, fu colto da questa febbre e d'allora divenne impossibile intrattenere con lui una normale conversazione, poiché si lanciava ogni volta in una inarrestabile sequela di sinistre vanterie. "I tedeschi", e diceva in realtà "noi" , includendosi nel numero, avrebbero ben presto marciato per soggiogare tutti. La principale pecca di quest'uomo era, credo, semplicemente la sua mancanza di senso dell'umorismo. Non ho mai conosciuto un prepotente che ne fosse dotato, e non intendo con questo che gente di tal fatta non sappia ridere degli altri; questo lo fanno, e di buon grado. Quello che non sanno fare è ridere con gli altri. L'umorismo brillò certo per la sua assenza fra le vittime del morbo nazista. Giungo a chiedermi a volte se l'evoluzione della tirannia non sia riducibile a qualche sorta di legge, in cui la mancanza di senso dell'umorismo ha un ruolo essenziale. Le nature sopraffattrici - sadici, mentalmente tarati, vendicativi, criminali - sono le prime a convertirsi alla tirannia; poi, al dilagare dell'arroganza, anche persone con buone intenzioni, ma di fatto prive di senso dell'umorismo, entrano ad accrescerne la schiera. Ultimi aderiscono coloro che alle buone intenzioni affiancano la stupidità, e a questo punto a chiunque possegga autentici valori resta ben poca scelta se non fuggirsene, agire nella clandestinità, o mantenere un risoluto silenzio di fronte all'insania generale. Oppure può appunto ridere. Una sera in Germania, un comico famoso fece la sua entrata in scena davanti a una platea affollata, sbattendo i tacchi e levando la destra alta sopra il capo. Subito molti fra il pubblico balzarono in piedi e risposero al saluto nazista. "Alto così", fu la battuta del comico, "è saltato il mio cane ieri". L'uomo sapeva bene le probabili conseguenze del suo atto di coraggio, e il senso di umorismo con cui considerava queste probabilità rivelava quale indomabile spirito sia presente nella natura umana, davanti a cui la tirannia non può alla fine che soccombere. Nell'estate del 1936 traversammo la Germania, andando in America. Uno straniero, che sul treno condivideva lo scompartimento di Bob, venne arrestato dalla Gestapo alla frontiera tedesca. Forse era ebreo, o forse, come migliaia d'altri, stava soltanto cercando di sfuggire la tirannia. Pur giovani come eravamo a quel tempo, sapevamo che le probabili conseguenze del suo arresto sarebbero state il carcere e quindi la morte. In Romania ebbi per qualche tempo una governante austriaca che, come il nostro conoscente di Teleajen, era nazista e che, come lui, mancava totalmente del senso del ridicolo. Appena i nostri genitori non erano più nelle vicinanze da poterla udire, non cessava di assicurarci che mai e poi mai il Giappone avrebbe perso una guerra con l'America, perché sempre in tutta la sua lunga storia quel paese era uscito vincitore. Il popolo tedesco, inoltre, in alleanza con il giapponese e l'italiano, era destinato al dominio sul mondo intero. Quando si scoprì che la signorina Annie era cleptomane, ci parve che la cosa le si confacesse particolarmente. Durante tutto il nostro viaggio attraverso la Germania tutta la gente che incontrammo fu tuttavia di gentilezza e ospitalità estreme, e ci aiutò con slancio. Era, tutta questa gente, nazista? Suppongo che alcune persone lo fossero, ma anche l'uomo peggiore, dopo tutto, è un figlio di Dio e non può non riflettere qualcosa della bontà divina. Penso però che per la maggior parte fossero semplicemente brave persone, come ce ne sono tante, travolte dalla piena della tragedia del loro paese. Li amammo di più, credo, per la tristezza del loro stato. Quale azione, in fondo, è in posizione di affermare con onestà: "Il nostro popolo non sarebbe mai caduto così in basso"?. Mi chiedevo spesso, da parte mia, perché mai le genti non riuscissero a realizzare un'armoniosa convivenza; cosa vi è nella natura dell'uomo che attira, parrebbe quasi esige, la tragedia? Le mie riflessioni malinconiche erano incupite forse dalla mia personale infelicità. Un giorno me ne rimasi fuori da solo sulla terrazza dello chalet della scuola. Il signor Hampshire uscì e mi trovò che piangevo in silenzio. "Cosa ti turba?" mi chiese gentilmente. "Ho nostalgia!" singhiozzai. Premuroso, scrisse il giorno stesso ai miei genitori. Fu subito deciso che sarei ritornato a casa. Durante la mia permanenza in Svizzera, papà era stato trasferito a Bucarest. Abitavamo ora in un sobborgo della capitale in strada Capitan Dimitriade, al numero 10. Qui godetti di sei mesi di tregua prima di riprendere la scuola e fu in questo periodo che ebbi la signorina Annie come istruttrice. La mia salute, nell'inverno del trentasei-trentasette, si mantenne precaria. A volte soffrivo molto per quanto, più che il dolore, ricordo le lacrime negli occhi di mia madre che nel suo amore condivideva la mia sofferenza. Talvolta, quando stato abbastanza bene, giocavo al pallone su un'area non fabbricata con i ragazzi del vicinato. Uno di questi viveva in un quartiere miserabile al di là del Boulevard Busteni. La sua famiglia era tanto povera che non si poteva permettere neppure i vetri alle finestre, di cui tappava, d'inverno, le luci con fogli di giornale. Provavo per lui profonda pietà e lo invitavo spesso a casa mia, mettendogli liberamente a disposizione i miei giocattoli. Ero suo amico e credevo che egli fosse mio amico. Un giorno, con alcuni ragazzi dei dintorni, mi impartì una dura lezione. Simulando un fare cameratesco, mi invitarono a unirmi a loro nel cortile di una casa vicina. Il cancello si chiuse piano alle mie spalle; qualcuno lo chiuse a chiave. Poi, di sorpresa, mi spinsero contro lo steccato e cominciarono a calciarmi addosso un pallone, cercando di colpirmi. Stavano raccogliendo - era ovvio - il coraggio per un attacco. Rimasi fermo dove stavo e attesi calmo limitandomi a respingere a lato il pallone quando arrivava troppo vicino e affettando indifferenza. I minuti passavano. Finalmente, i ragazzi parvero non gradire più il passatempo per quel pomeriggio, aprirono il cancello e mi lasciarono uscire indenne. Per quanto illeso, pensai che il cuore mi si spezzasse. Ritornai a casa e là scoppiai in un pianto inconsolabile. Perché, chiedevo a mia madre fra le lacrime, il mio amico "più caro" e gli altri, tutti miei compagni, avevano tradito così il mio amore? Mi era di scarso conforto pensare che la generale isteria bellica aveva reso i rumeni sospettosi ormai nei confronti di tutti gli stranieri. Pur penosa, questa esperienza si rivelò una eccellente lezione che mi insegnò che non basta dare agli altri, anche se con amore. Se non li si vuole umiliare ai loro stessi occhi, ciò va fatto in un modo che consenta loro di ricambiare. La mia assenza da casa, aveva affrancato Bob della presenza restrittiva di un fratello maggiore ed egli non era certo languito nella sua nuova libertà. D'allora divenne infatti una gioia per lui poter insistere che ogni evento importante nella nostra famiglia doveva essersi verificato "mentre tu eri in Svizzera". La mia assenza da casa ebbe i suoi effetti anche su di me. Che mi piacesse o no, ero ora un po' più autonomo da quella casa per cui poco prima avevo provato tanta nostalgia. Dio mi stava svezzando dalla dipendenza di una sicurezza terrena. La malattia, la mia conseguente permanenza in quella condizioni, in una terra remota, il mio crescente senso di solitudine non erano, credo, che mezzi per aiutarmi a scoprire che la mia vera casa non era qui sulla terra ma in Lui. Dio è la nostra realtà: questa è per tutti gli uomini, un'eterna verità. Siamo guidati, in modo ineluttabile, rapidamente o pian piano, per un sentiero o per l'altro verso questa comprensione divina. Mi ricordo a questo proposito di un fratello discepolo che una volta chiese al nostro guru: "Lascerò mai il sentiero spirituale?". "E come potresti?" rispose il maestro. "Ogni uomo nel mondo è nel sentiero spirituale". 4. UN RIFUGIO PROVVISORIO Forse il Pescatore divino ritenne meglio dare un po' di lenza a questo povero pesce, per evitare il rischio che la strappasse. Sia come sia, la mia estrazione dal piccolo stagno della mia sicurezza terrena divenne, per un certo periodo, relativamente gradevole. Dopo sei mesi di Bucarest la mia salute era molto migliorata. Avevo undici anni ora, e i miei genitori erano ansiosi di veder riprendere la mia istruzione. Ci era stata molto raccomandata la Downs School, un collegio quacchero in Inghilterra, quietamente annidato nel cuore della Malvern Hills, vicino al villaggio di Colwall, attorniato da una distesa ondulata e verdeggiante di campi, in cui strette stradine di campagna si stendevano serpeggiando fra le siepi di recinzione tipicamente inglesi, potate con cura. Gli edifici erano attraenti, e il parco spazioso. Ero corazzato ormai contro l'idea di vivere lontano da casa che pochi mesi avanti ci creava tanto dolore. La Downs mi parve un posto migliore di tanti altri dove trascorrere il mio esilio. Gli Inglesi posseggono parecchie eccellenti qualità: l'onore, la lealtà, il senso del dovere e dell'equità. Ma giacché questa è una cronaca della mia ricerca spirituale, non posso in tutta coscienza ignorare quella che intuisco come una specie di zona del silenzio nel loro carattere nazionale: una fiducia tanto totale nell'ordinario da non consentire il minimo spazio alla fede nello straordinario. C'è qualcosa nello spirito religioso degli inglesi che tende a modellare la figura stessa di Cristo a immagine e somiglianza di un gentiluomo inglese, e fa dei profeti dell'Antico Testamento suoi degni compagni di club, magari intenti a scrivere occasionali lettere di protesta al Times contro la deplorevole degenerazione delle buone maniere in alcuni dei loro connazionali. Siano membri della chiesa anglicana o di una qualsiasi altra setta, gli inglesi danno sempre l'impressione di aver accuratamente potato e rassettato la propria religione, come una siepe, per proteggere valori di natura essenzialmente sociale; non mi riferisco certo ai pochi coraggiosi liberi pensatori, ma ai molti che praticano un culto che pare chiudere, anziché aprire, le finestre sull'infinito. Spero proprio di sbagliarmi. In ogni modo, l'unico memorabile evento religioso che ricordi di quei due anni trascorsi alla Downs, avvenne una domenica sera al sermone tenuto da un pastore anglicano, padre di uno degli studenti. Il corpo dell'uomo era di una rotondità quasi perfetta e lo sormontava una faccia che richiamava pericolosamente il grugno di un maiale, e dico pericolosamente perché il suo aspetto porcino, su cui aleggiava per giunta un'aria di estrema dignità, suscitava in me e nell'amico che mi sedeva accanto accessi incontrollabili di ilarità. Ricordo con chiarezza soltanto che a un certo punto levai lo sguardo per vedere, tra le lacrime, "il suino" descrivere un ampio cerchio con le braccia. "E il mondo intero...". Il gesto circoscriveva così perfettamente la sua figura sferica che fummo di nuovo sopraffatti da un accesso di risa. Il banco subito dietro di noi era occupato da membri del corpo insegnante, ma con mia sorpresa, nessuno tentò di richiamarci all'ordine. Forse anch'essi trovavano difficile controllarsi! La Downs fu senz'altro la scuola migliore che io abbia mai frequentato. L'insegnamento religioso non si poteva certo definire pesante, ma per il resto i professori sapevano come spremere il meglio dai loro studenti. Nel sistema pedagogico inglese la formazione del carattere ha un ruolo più fondamentale che nell'americano. Alla Downs, onore, comportamento leale e senso di responsabilità erano tenuti in gran conto. Mentire era considerato alla stregua di un atto ignobile. Un ragazzo fu una volta sorpreso a rubare un mezzo scellino e un pezzetto di dolce dall'armadietto di un compagno e tutti ne furono così sconvolti che fu espulso dalla scuola. Anche nello sport, per quanto facessimo del nostro meglio per vincere, ci fu insegnato che quanto realmente importava era il gioco in sé, non il suo esito. Dopo gli incontri di rugby con altre scuole i membri di entrambe le squadre pranzavano insieme, dimenticata la rivalità, riconfermando la loro reciproca amicizia. Mi sono chiesto a volte cosa succederebbe in America se squadre avversarie andassero a pranzo insieme dopo una partita. Data l'importanza che nel nostro paese è attribuita alla vittoria ho ragione di sospettare che vi potrebbe succedere di tutto. Come punizione per qualche marachella a un gruppo di noi venne ordinato di correre per diversi chilometri lungo un circuito di strade di campagna. Nessuno ci controllò per assicurarsi che non trascorressimo invece quel tempo sdraiati sotto qualche albero; il signor Hoyland, il direttore, sapeva che non gli saremmo mai mancati di parola. Per tre volte consecutive, come castigo per qualche trasgressione, mi venne proibito di andare a nuotare sebbene lo desiderassi tanto. Rispettai la condizione in riconoscimento della fiducia conferitami, quantunque io debba ammettere che in una di queste occasioni pioveva e in tutti i modi non ci sarei potuto andare. E' inutile dire che l'idealismo non sempre ebbe il sopravvento sulla fondamentale debolezza umana, e tanto meno la buona creanza sulla naturale esuberanza fanciullesca; ma nel complesso sono rimasto colpito dai risultati che il sistema scolastico inglese fu capace di ottenere. Alla Downs School, inoltre, erano in uso alcune innovazioni che le erano caratteristiche, come, per esempio, due tipi di valutazione, uno in lettere dell'alfabeto greco per indicare il nostro rendimento nelle singole materie, e l'altro in colori, che premiava l'impegno con cui noi ci applicavamo nel nostro studio. Quei colori brillanti ci sembravano in certo qual modo meta perfino più degna dei nostri sforzi di quanto non fossero le valutazioni espresse in lettere. Il mercoledì pomeriggio era dedicato ai nostri hobbies. Ci era consentito di scegliere l'hobby che preferivamo, in prova, e ci venivano assegnati istruttori qualificati. Il primo anno studiai scultura, il secondo pittura. Per quello che avrebbe potuto essere il mio terzo anno, un gruppo di noialtri riuscì a suscitare interesse sufficiente per far approvare l'introduzione dell'insegnamento dell'astronomia. Quell'anno però, come chiarirò in seguito, non era per me nei programmi del destino. Oltre alla scultura e alla pittura studiavo pianoforte e cantavo nel coro. La maestra del coro, una signora solenne, dalle guance paffute e di buon carattere, ci scrutava col suo sguardo miope, agitando la bacchetta, mentre ci insegnava con grande zelo a cantare: Bach e Haendel, come ben sai son morti e sepolti da molti anni ormai. Nel 1685 son nati, eppur fino ad oggi son vivi restati. Anche se questa filastrocca non era certo al livello dei modelli musicali che decantava, non avevamo nulla da ridire sul sentimento di cui era espressione. Amavamo infatti la musica classica. In realtà ascoltai di rado musica leggera prima di trasferirmi in America. I miei genitori e i loro amici davano a volte delle festicciole ballando al suono dei dischi, ma per noi ragazzi questa non era che una delle assurdità degli adulti; mi ricordo delle nostre risate la volta che imitai per i miei fratelli un'incisione udita in Inghilterra di "My dear Mister Shane", cantata con stravagante accento nasale dalle Andrews Sisters. Anche alla Downs School vi era una generale predilezione per la musica classica, tranne forse fra i più anziani. Da parte nostra non si trattò affatto di una prosa; ci piaceva e basta. Troppe persone hanno verso i classici un atteggiamento come verso qualcosa da inghiottire con un bicchiere d'acqua e una smorfia. Ma se il gusto infantile non fosse condizionato dai più anziani, in cui già si sono risvegliati gli istinti sessuali, penso che la maggior parte dei bambini crescerebbe nell'amore per la buona musica. La vita in Inghilterra mi espose inoltre a un altro tipo di suono: l'accento inglese. Non che io lo ignorassi: parecchi degli amici che avevamo in Romania erano inglesi. Ma là almeno ci si incontrava su terreno neutrale, mentre qui, invece, ero soltanto uno straniero. Messo in tale posizione di svantaggio, faticai duramente per uscirne, e all'epoca del mio ritorno a casa per le prime vacanze infarcivo già i miei discorsi di "ne-oh" e "shahn't", con pronuncia perfetta e con grande costernazione dei miei genitori. Nei primi tempi mi studiavo goffamente di mascherare la mia ritrosia sotto un costume di burlone che però male mi si addiceva. Un ragazzo di nome Randall decise che il mio comportamento mancava della dignità che conveniva a uno studente della Downs e, quando passai sopra ai suoi rimbrotti con un altro scherzo, si arrabbiò al punto di sfidarmi a battermi con lui. Randall, infatti, era il capo riconosciuto della nostra classe, ed era abituato a essere ubbidito. Alla Downs School non era previsto che le contese venissero risolte sul posto. Per guadagnare tempo per una possibile riconciliazione, vigeva la norma di presentare una sfida formale, dopo di che si organizzava nella palestra un regolare incontro di pugilato, con i secondi e l'arbitro. Accolsi la sfida e fu fissata la data dello scontro. Con il passar dei giorni, non osservando in me alcun segno di paura, Randall mutò pian piano il suo atteggiamento nei miei confronti. "Diventiamo amici", mi propose un giorno. Gli assicurai che non mi ero mai sentito suo nemico. Col tempo la nostra amicizia divenne una delle più felici che abbia mai conosciuto. Randall era un buon ragazzo, molto intelligente, sensibile eppure dotato di senso pratico, ed estremamente coscienzioso in tutto quanto faceva. Essere suo amico fece sì che anche gli altri ragazzi mi accettassero e, una volta che questo accade, portai in dote al gruppo una disposizione d'animo meno grave: la capacità, per esempio, di ridere di se stessi. Il nostro insegnante di latino, il signor Days, uomo formidabile di cui riuscivo in un modo o nell'altro a smascherare i bluff, mi scrisse anni dopo: "Non eravate forse la classe più brillante cui io abbia insegnato, ma eravate certo la più allegra". I giorni trascorrevano fra studio, buona amicizia e attività sportive. Ero veloce nella corsa e mi guadagnai così un posto in squadra come ala trequarti (il principale ruolo d'attacco) in molti incontri di rugby con le altre scuole. Consideravo invece il cricket soltanto un modo per sciupare completamente un pomeriggio di sole. Passavo le sedute d'allenamento obbligatorie, sdraiato nel settore del campo più lontano dai battitori, aspettando comodamente il grido d'avvertimento: "Walters alzati! Sta arrivando la palla!". A volte venivano combattute guerre fra le classi, ma per gioco, senza ira. Una scolaresca "abbordava" l'altra, magari dalle finestre che non si era riusciti a chiudere abbastanza in fretta. Le zuffe alla Downs, anche quelle iniziate con rabbia, finivano di solito per rafforzare la nostra amicizia; un esito che fui sorpreso di non poter riscontrare nelle scuole frequentate in seguito in America. Mentre ci azzuffavamo e gareggiavamo allegramente nelle aule o sui campi da gioco, in Europa stava maturando un ben più serio conflitto. L'approssimarsi inesorabile della seconda guerra mondiale gettò un'ombra fosca sui nostri giorni di scuola, che non si allontanò mai più completamente dai nostri pensieri, parecchi di noi - ce ne rendevamo conto - avrebbero dovuto combattere nella prossima guerra; parecchi sarebbero probabilmente stati uccisi. L'orgoglio degli inglesi è profondo. Un ragazzo, nobilitando con un'etichetta patriottica quanto in realtà non era che villania, mi chiamò un giorno "sporco straniero". Ero avvezzo alla seconda metà dell'epiteto e così non mi sentii offeso gravemente. "Se sono uno sporco straniero", ribattei sorridendo, "tu sarai uno sporco inglese". Fuori di sé per la rabbia, il ragazzo mi saltò addosso, ma io mi rivelai più forte e non trovai difficoltà a bloccarlo a terra finché, stanco di lanciare violente imprecazioni, si fu calmato. Più tardi raccontai l'incidente a Randall e a un paio degli altri amici, e fui colpito dall'intensità dei loro sentimenti patriottici. all'inizio risero generosamente: a nessuno di loro, infatti, piaceva quel ragazzo, mentre io ero simpatico a tutti. L'allegria cessò però di colpo quando giunsi al punto in cui avevo detto: "Allora tu sarai uno sporco inglese". La loro simpatia riaffiorò soltanto quand'ebbi precisato che intendevo mettere in dubbio se l'altro si fosse, o no, lavato. Il primo ministro inglese, Sir Neville Chamberlain, si recò in Germania nel 1938 e ne ritornò con il benvenuto proclama: "Pace nel nostro tempo". La lieta notizia trovò molto spazio sulla stampa ma non credo che la gente vi riponesse eccessiva fiducia e, in ogni caso, a scuola ci furono ben presto distribuite le maschere antigas. In viaggio per la Romania con Roy Redgrave, figlio di amici di famiglia, anch'essi laggiù, cantammo a squarciagola l'inno nazionale inglese per le strade di Norimberga, sentendoci straordinariamente coraggiosi, sebbene supponga che la Gestapo non si sia sentita particolarmente minacciata da una coppia di magri scolaretti inglesi. Il comportamento dei ragazzi riflette tuttavia l'atteggiamento degli adulti. Per tutta l'Europa la sfida era ormai nell'aria ed era soltanto questione di tempo prima che deflagrasse apertamente in conflitto. I miei due anni di Inghilterra mi diedero molto di cui essere grato. Le amicizie che vi strinsi e i giorni felici che vi trascorsi mi arricchirono di lieti ricordi. Anche se le circostanze mi impedirono di ritornarvi per frequentare il terzo e ultimo anno di corso, il signor Hoyland mi aveva scelto come capoclasse per il secondo semestre di quell'anno. Il profitto che ne trassi non consisteva però soltanto di ricordi. Vi imparai anche lezioni molto utili, in particolare sulla correttezza o la scorrettezza dei differenti modelli di comportamento; tutti insegnamenti che si collegavano a un importante principio spirituale. Anni più tardi, il mio guru avrebbe insistito che non è sufficiente essere guidati da ideali elevati, bisogna anche "imparare a comportarsi rettamente", e cioè a entrare in rapporto corretto con ogni realtà ponendosi sul piano che le è proprio. Questo equilibrio degli aspetti interiori ed esteriori della vita non è una condizione facile da conseguire. I due anni trascorsi in Inghilterra mi aiutarono a dirigermi verso questa meta ed è, in parte, per tale motivo che questo paese ha sempre occupato un posto privilegiato nel mio cuore. Ho tanta stima delle pregevoli qualità del suo popolo e mi furono tanto care le amicizie che vi strinsi, che penso rimarrò sempre, almeno in parte, un inglese. 5. SCOPPIA AL TEMPESTA Nella primavera del 1939 papà, dopo quindici anni in Romania, era stato promosso geologo capo della Esso in Europa. Ora sarebbe stato trasferito a Zagabria, in Jugoslavia, per dirigere i sondaggi che vi si stavano conducendo. Tutte le nostre cose furono imballate e depositate a Bucarest, pronte per la spedizione. A marzo papà affittò un appartamento a L'Aia in Olanda, in Koniginegracht, e là passammo le vacanze pasquali. Conservo un ricordo appassionato delle sue vie pittoresche, delle distese coltivate a tulipani, della gente, amichevole e sorridente. Venne poi l'estate e con essa un'altra visita in America. Le settimane trascorsero dolci e tranquille presso i nostri parenti in Ohio e in Oklahoma, finché agosto fu agli sgoccioli e venne tempo per noi di far ritorno in Europa. Salimmo a Tulsa sul treno per New York. Avevamo appena messo piede sulla banchina della stazione di Chicago, che i titoli di testa dei giornali ci colpirono con tutta la violenza di un'onda oceanica: GUERRA! Hitler aveva invaso la Polonia. Le speranze di pace s'erano infrante sugli scogli dell'odio e delle brame nazionalistiche. Ritornare ora in un continente dilaniato dalla guerra sarebbe stata una follia. Papà fu trasferito alla sede centrale della Esso al Rockfeller Center, a New York. Le nostre casse, imballate e pronte per essere spedite a Zagabria, dovevano invece essere rimandate in America. Ci stabilimmo infine nel sobborgo newyorkese di Scarsdale, al numero 90 di Brite Avenue, nel distretto di Foxmeadow. Questa sarebbe stata la mia casa per i prossimi nove anni; o meglio, il mio perenne punto di partenza. Essendo ancora piccino, i miei genitori mi avevano iscritto alla Kent School, a Kent, Connecticut. Era un collegio tenuto da religiosi, frati episcopali. Non vi fui però ammesso per l'anno in corso e allora mi si mandò per il momento alla Havkley, una scuola vicino a Tarrytown, New York. Ora il Pescatore divino cominciò nuovamente ad avvolgere senza più indugio la lenza. Nel ricordo, dopo che sono trascorsi tutti questi anni, mi riesce più facile provare una vera e propria gratitudine verso Dio per avermi tenuto in scacco così da presso. Allora però - mi spiace ma è vero - la gratitudine non era certo il mio sentimento predominante. Soltanto un mese prima il mio futuro era roseo; stavo per ritornare alla Downs, per l'ultimo felice anno di scuola, in mezzo ai miei amici. Ora invece mi ero trovato di colpo a essere, tredicenne, il ragazzo più giovane della prima classe di una scuola media superiore, dove l'unica cosa che mi fosse familiare era la mia perenne condizione di "straniero", che americano per nascita e appena ritornato a vivere nel mio paese trovavo particolarmente spiacevole. Perfino il mio accento, che adesso era inglese, valeva ad emarginarmi; e mentre prima in Inghilterra il mio accento americano aveva fornito spunto a poco più che benevoli scherzi, qui adesso mi rendeva oggetto di derisione. Mi ci volle almeno un anno per imparare di nuovo a "parlare americano". Prima d'allora, per giunta, non avevo mai udito, in vita mia parole sconce. Alla Hackley, quando fui iniziato al nuovo vocabolario, mi parve che avrei avuto poco altro da udire. Se nel passato ascoltare musica swing era stato un modo divertente di passare il tempo, qui era praticamente una religione. Il sesso non era mai figurato in precedenza nei nostri discorsi, e qui invece era una vera e propria ossessione. Un comportamento aggressivo e violento e la mancanza di sensibilità nei confronti del prossimo come affermazione della propria indipendenza là erano, a quanto pareva, di norma. La "saggezza" della scuola era fatta di avvisi preziosi come "Il silenzio è d'oro... e salutare". Il fatto poi che proprio in quell'epoca stavo entrando nella pubertà, rese il mio problema di adattamento di una difficoltà estrema, anzi, a dire il vero, non riuscivo a trovare una sola buona ragione per adattarmi. Tendevo invece a ergere mura psichiche e a chiudermi sulla difensiva come una città medioevale assediata. Uno o due ragazzi erano amichevoli, ma nella considerazione degli altri non ero più di un articolo di importazione, introdotto sottocosto su terra americana senza che ve ne fosse necessità, anzi, dato il solido pregio della produzione nazionale, perfino con presunzione. La stanza accanto alla mia era occupata da un ragazzo di quindici anni, Tommy, che pesava quasi cento chilogrammi contro i miei quarantanove, un gradasso per il quale i miei "modi inglesi" costituivano un insulto alla gloria dell'America. Non ci volle molto tempo prima che, non più pago di esprimere a voce la sua disapprovazione, passasse alle minacce aperte. Non sono certo che fosse del tutto sano di mente. Un mattino mi destai e me lo vidi spuntare dalla finestra della stanza, impugnando una pistola ad aria compressa. Feci appena in tempo a balzare al sicuro dietro lo scrittoio che un proiettile colpì con un tonfo il lato opposto del mio riparo. Il vero motivo dell'animosità di Tommy nei miei confronti era, penso, non tanto l'insulto implicito nelle mie maniere non americane, quanto piuttosto il fatto che non riconoscevo la mia evidente inferiorità nei suoi confronti, umiliandomi di fronte a lui. Più tardi, quello stesso giorno, si fece in dovere di sedersi accanto a me a pranzo, per meglio esprimere le sue opinioni. Per tutto il pasto non cessò di criticare il mio aspetto, il mio vocabolario, i miei modi a tavola. ("Non sai neanche che la minestra si deve raccogliere muovendo il cucchiaio verso il bordo più lontano del piatto, bifolco?"). Non gli prestai alcuna attenzione. "Ti darò una bella lezione, ragazzo!", disse infine fra i denti. Sapevo che parlava sul serio. Ritornato nella mia stanza, dopo il pasto, spinsi la specchiera contro la porta, che non aveva serratura. Tommy arrivò quasi subito, sibilando minacce. Armeggiò rumorosamente attorno alla maniglia, poi si appoggiò pesantemente contro l'uscio non cessando di proferire con voce affannosa terribili predizioni, mentre la sua furia andava crescendo. Riuscì infine ad aprire a spintoni la porta e si precipitò nella stanza come un toro inferocito, cominciando a battermi con rabbia tanto smodata che pareva davvero fosse intenzionato a uccidermi. "Ti getterò dalla finestra!" ripeteva ansando. (Eravamo al terzo piano). Durante il pestaggio ebbe cura di tenere la voce bassa per tema di attirare l'attenzione di altri sul nostro piano e, in certo qual modo, la ferocia del suo bisbiglio suonava più malvagia di un urlo di collera. Che potevo fare, piccolo com'ero? Me ne restai sdraiato sul letto, immobile con la faccia contro le coperte, aspettando che si stancasse. "Perché non hai chiamato aiuto?" mi chiese un amico il giorno seguente. "Perché non avevo paura". Subii con calma le busse di Tommy senza mutare per esse il mio atteggiamento verso di lui e ciò - è interessante - lo privò d'allora in poi di ogni arma nei miei confronti. Si tende di solito a considerare conclusiva la vittoria fisica, ma la vera vittoria è sempre mentale; il conquistatore si può sentire conquistato a sua volta da uno spirito che scopre di non poter colpire con armi fisiche. Da quella volta Tommy mi evitò. Per quanto fossi ormai affrancato dalla sua tirannia, la mia vita a Hackley non divenne per altro più lieta. In cerca di evasione passavo ore e ore di fila in sala di musica a esercitarmi al piano. La mia infelicità mi spinse anche dapprima ad aspirare con ardore alla vita religiosa e pensai più volte che sarei potuto partire missionario. Palesai tali propositi, con una certa esitazione, a mia cugina Betty, quando ci trovammo entrambi a vivere in casa dei miei a Scarsdale. Ne fu inorridita. "Missionario no, Don! C'è fin troppo da fare nel mondo. Non vorrai mica andarti a seppellire in qualche isola primitiva!". La sua reazione vigorosa scosse la mia determinazione ancor fragile. Che ne sapevo dopo tutto, in realtà, della vocazione missionaria? L'incertezza stava comunque diventando il mio inferno privato. Dopo un anno trascorso alla Hackley School, giunse per me il momento di entrare alla Kent. Kent è una scuola propedeutica alle superiori appartenente alla Ivy League, di altissimo livello tanto sotto l'aspetto scolastico che sociale, e vi entrai quindi con grandi aspettative. Scoprii però ben presto che gli interessi diffusi fra gli alunni erano, anche là, pressoché gli stessi che alla Hackley, con l'aggiunta di una sorta di spirito, "Tutto per Dio, la Patria, e la Squadra della scuola", in cui a predominare era l'arroganza. Tutti alla scuola si aspettavano che uno studente della Kent accettasse in blocco le norme sociali, provasse simpatia o antipatia per tutta la gente "giusta", si vantasse della propria bravura nelle attività "giuste", soprattutto quelle che avevano attinenza col sesso e col bere. Guai alla sventurata gioventù che danzava al suono di un diverso pifferaio. Ridere fragorosamente, raccontare le storielle più sozze, urlare a far chiasso giusto per passatempo, rivolgersi a chiunque con ampi sorrisi ("Oh, salve Don!") nel tentativo di acquistare a se stessi la simpatia altrui, questi erano i vessilli del successo e soltanto seguendoli si diveniva candidati alla suprema ricompensa: la popolarità. Chi non si conformava era esiliato in un limbo di disapprovazione e disprezzo. L'esperienza mi aveva mostrato che ero capace di farmi degli amici. Ma che dovevo fare se, per quanto ci provassi, riuscivo semplicemente indifferente ai miei compagni? E non si trattava più, com'era stato in Inghilterra, del problema di entrare in rapporto con nuove realtà, ponendosi al loro stesso piano. In Inghilterra, almeno, c'erano dei princìpi informatori; qui, invece, non era possibile trovarne uno: soltanto egoismo e dedizione egoistica al proprio interesse personale. Ce l'avrei fatta a tener duro solo se fossi stato capace di gridare più forte, vantarmi e sganasciarmi dalle risate più degli altri; così come stavano le cose, col mio temperamento di natura alquanto riservata, non avevo nessuna velleità di offrire le mie idee dove sentivo che non sarebbero state ben accette. Divenni invece particolarmente introverso e presi a compiangermi, convinto che la vita fosse, ancora al suo esordio, già un fallimento. In un ambiente che richiedeva un conformismo assoluto, l'esserne incapaci aveva infatti il preciso aspetto di un fallimento. Poco alla volta divenne ovvio anche agli altri, come già lo era a me stesso che io altro non potevo essere che uno di quei disgraziati rampolli che la razza umana non cessa di generare con la dovuta rarità: un disadattato, di imbarazzo per tutti, una creatura di capacità subnormali. Eppure sapevo in cuor mio che questa opinione era falsa. Feci del mio meglio per inserirmi nella vita scolastica. Con animo speranzoso, offrii la mia collaborazione al giornale della scuola per le cronache sportive, ma i primi due miei articoli furono sufficienti alla mia rovina; ci si scandalizzò del tocco d'umorismo con cui avevo trattato un soggetto tanto sacro come lo sport, quasi ciò fosse un atto blasfemo. Il redattore sorrise divertito, ma si pacificò subito la coscienza rifiutandomi ulteriori incarichi. Aderii al club di dialettica soltanto per scoprire che non riuscivo a fare dell'oratoria su questioni che non mi coinvolgevano sinceramente. Divenni infine membro del club di francese, ma in massima parte i membri eran come me, solitari emarginati. Giocavo a calcio. Vogavo. Cantavo nel club corale. Non valse a nulla. Le poche amicizie che strinsi erano velate quasi da un senso di vergogna, un tacito accordo sul fatto che eravamo compagni di fallimento. A volte, era vera e propria paura che provavo nell'abbandonare una stanza piena di compagni, al pensiero che la mia uscita avrebbe fornito loro l'opportunità di sparlare di me. E non erano timori infondati: sapevo fin dal primo momento del mio arrivo i commenti poco complimentosi che venivano indirizzati a qualche impopolare assente. Un giorno - avevo oltrepassato due compagni sulla scala del dormitorio - udii benissimo uno di loro, che evidentemente non se ne curava affatto, ridere di disprezzo, esclamando: "che caso disperato!". Il peggio era che mi mancavano ragioni chiare per contraddirlo. In questo periodo tetro, la religione avrebbe potuto essermi di conforto come già lo era stata alla Hackley. Dopo tutto la Kent School era tenuta da religiosi, e la maggior parte dei ragazzi era moderatamente osservante; o almeno non ricordo di nessuno che brontolasse contro la presenza, obbligatoria, alle funzioni. Pareva però che la religione che vi si praticava fosse conservata in formalina. Con l'eccezione di un frate gioviale, anziano, che non insegnava e che era, temo, un po' tocco, i monaci parevano una ben mesta congrega, di vocazione né ispirata né ispirante. Sulle funzioni religiose gravava la coscienza che si era tutti lì riuniti per pura convenienza. La religione, alla Kent School, mi ispirò a cercare conforto e chiarezza quasi ovunque tranne che in Dio. Cominciai a cercare ben presto di soddisfare entrambe le necessità nel regno delle idee. Topo di biblioteca da sempre, mi immersi nei mondi di James Fenimore Cooper, Sir Walter Scott, Keats, Shelley, Shaw e altri grandi scrittori. A quattordici anni iniziai a scrivere un romanzo per mio conto. L'ambientazione svelava l'evidente influenza di Cooper. Una famiglia di pionieri, che abita una fattoria isolata nell'Oklahoma, viene attaccata dai pellirosse. Soltanto due ragazzi scampano al massacro, fuggendo nella confusione. Consigliavo vivamente il lettore, a questo punto, di non giudicare duramente gli indiani. "Essi infatti furono perseguitati dall'uomo bianco da quando questi mise piede in America, e si videro derubati dai loro territori di caccia su cui furono erette città e che vennero aperti alla civilizzazione... E non c'è di che scandalizzarsi neppure perché scotennavano i nemici, perché questo era il loro costume (sic!) e, anche se possiamo giudicarlo crudele o ributtante, talune delle nostre usanze sono certo altrettanto se non più crudeli". I due ragazzi cercano rifugio nei boschi vicini, inseguiti dagli indiani. Addentratisi nel folto della macchia si trovano davanti a un dirupo, lo scalano e, raggiunta un'altra cengia, vi si acquattano, sicuri di non essere stati visti. Ma dopo alcuni minuti, "quando uno di loro si sporse a guardare, dovette ritrarsi sbigottito, poiché neppure due metri sotto, c'era un indiano e più in basso altri tre, gli ultimi due col fucile mentre gli altri se n'erano spogliati per non esserne impacciati. Al suo grido il guerriero in prima fila lancia un'imprecazione, più o meno come il nostro "Dannazione!", perché la sorpresa era sfumata". (Quanto risi su questa esclamazione indiana di disappunto!). I ragazzi, non potendo fare altro, si rifugiano in una caverna vicina che li conduce, giù e giù, sempre più addentro nelle viscere della terra. Infine, stupefatti, sbucano in un altro mondo, dove, inesplicabilmente, splende il sole e tutto è meraviglioso e indiani e bianchi vivono insieme in armonia e fratellanza perfette. A questo finale si ispirava il titolo del romanzo: I felici territori di caccia. Si trattava, è logico, di pura evasione; ma rispecchiava anche un sentimento che sono certo ricorre di tanto in tanto nella vita di ogni uomo, e cioè la certezza intima e profonda che la nostra vera dimora è altrove, che apparteniamo ai cieli e che il mondo attuale non è che un luogo di prova per l'anima. Come disse il Cristo: "Nessuno è asceso al cielo se non chi dal cielo discese" (Nota: Giovanni, 3:13). Una simile certezza non può nascere dalla speculazione, ma lo può da profondi ricordi astrali, affievoliti dalle più recenti esperienze terrene. L'infelicità e la sofferenza sono necessarie alla fioritura dell'anima. Senza di esse ci potremmo soddisfare di conquiste insignificanti o, peggio ancora, ci potremmo soddisfare di noi stessi (Nota: "Tu vai dicendo: Io son ricco, dovizioso, non mi manca niente, non sai d'essere meschino, miserabile, povero, cieco e nudo! Io ti consiglio a comprar da me dell'oro affinato nel fuoco, per arricchirti, e delle vesti bianche, per rivestirti, affinché la vergogna della tua nudità non apparisca, e del collirio per ungere i tuoi occhi, affinché tu possa vedere" (Apocalisse, 3: 17,18. Fine nota). La mia personale infelicità, alla Kent School, mi ispirò a meditare sulle sofferenze dell'intera umanità e a chiedermi se fosse possibile fare qualcosa per migliorare la sorte. Certamente gli uomini potrebbero vivere più felici, se si accettassero l'un l'altro come eguali. Elaborai laboriosamente un sistema di governo in cui non esisteva proprietà privata, poiché tutto era posseduto in comune. Non penso di averne avuto coscienza allora, ma le mie idee erano notevolmente simili a quelle predicate, ma ben di rado praticate, dal moderno consumismo. Una riflessione più profonda sull'argomento mi portò però a constatare che la stragrande maggioranza degli uomini non sono capaci di vivere in volontario stato di assenza di possesso. Poche persone, i monaci per esempio, possono avere un distacco sufficiente a non considerare nulla come di loro proprietà, ma forzare la gran massa dell'umanità a spogliarsi dei propri beni sarebbe tirannia. La dittatura, anche in nome del bene comune, genera più abusi di quanti ne possa alleviare. Sempre in quel periodo scrissi anche un dramma in un atto, dal titolo Il trattato di pace, e col sottotitolo "Ognuno per sé". Protagonista era un gruppo di uomini delle caverne, di capi tribù che si riunivano dopo una guerra per stabilire le condizioni di pace. Uno di essi, precorrendo i tempi come gli utopisti, propose una soluzione che - affermava - avrebbe bandito per sempre la guerra. Il piano richiedeva un generoso spirito di cooperazione internazionale fra le varie tribù che appianasse le rivalità tribali e l'egoismo che avevano fino ad ora prevalso. Gli altri capi si dissero pieni di ammirazione per le sue idee. Ma, quando si venne a discutere sui sacrifici che ognuno avrebbe dovuto compiere per assicurare la pace, si chiarì subito che essi non lo avevano compreso e ognuno suggerì alcuni "minimi" emendamenti al progetto originale allo scopo di ottenere le massime concessioni possibili per la propria tribù, finché la proposta di pace fu definitivamente scartata, e i capi cominciarono ad azzuffarsi, cercando di arraffare quanto più era possibile per essi. Il dramma era concluso da un soliloquio dell'eroe: "Se Dio esistesse, avrebbe permesso tutto questo? Ma certo che esiste! Come potrebbe altrimenti esservi vita sulla terra? Ah! Ora comprendo tutto. Sì Dio esiste, ma vuole che l'umanità abbia vita dura, l'unica che può dimostrare l'uomo degno del regno dei cieli". Dio, concludevo, è pronto a venire in soccorso ma vuole che l'uomo si guadagni le Sue benedizioni, poiché senza vittoria sulla cupidigia, il paradiso non diverrebbe che un altro campo di battaglia. L'uomo, argomentavo, non è perfettibile con mezzi esteriori, ma soltanto nel suo intimo. La conclusione del dramma era accompagnata da colpi e urla fuori scena, seguiti da spari, cannonate, esplosioni di bombe e infine da una deflagrazione, più potente di ogni altra. E poi il silenzio. La dura realtà dell'avidità umana fu lo scoglio su cui si andarono a infrangere i miei sogni di salvezza politica. A quindici anni cominciai a scrivere un altro romanzo, su un uomo che, prevista la distruzione della civiltà moderna, decide di fare tutto il possibile per salvarne gli elementi più costruttivi. Addentratosi profondamente in territori selvaggi, fonda una comunità utopistica con l'aiuto di esperti in vari campi, uomini e donne che hanno compreso che l'abilità e le nozioni di un esperto devono trarre alimento dalla saggezza e dall'amore, e non soltanto dalla scienza. La piccola comunità mantiene accesa la lampada della civiltà mentre il resto dell'umanità vive ormai nelle caverne, costrettavi dai bombardamenti. I membri del gruppo fanno poi ritorno presso i loro simili e insegnano loro migliori e più costruttive forme di vita. Più riflettevo alla mia comunità fantastica, più il fascino dell'idea diveniva irresistibile ed essa, da sogno d'evasione, s'era evoluta gradualmente in una rete di insediamenti intenzionali che si andava espandendo entro la trama della civiltà odierna. Decisi che un giorno avrei fondato io stesso una simile comunità. Non accade sovente che un sogno di ragazzo si avveri, ma, grazie a Dio, questo mio divenne realtà; il come è storia che attende di essere narrata in un prossimo capitolo. Nel periodo trascorso alla Kent School, mi interessai parecchio anche alla possibilità di fenomeni paranormali - profezia, telepatia e il controllo mentale sulla realtà oggettiva - e al problema della sopravvivenza dopo la morte. Mi interrogavo se potessi servire meglio i miei simili, cercando di sviluppare in me poteri extrasensoriali, e decidevo sempre di no; l'intera questione era troppo remota dall'esperienza ordinaria per acquisire un significato qualsiasi per la grande massa. Avrei potuto, invece, diventare scrittore; con le parole, forse, sarei riuscito a ispirare gli altri a una visione più nobile della vita. Mentre nella fantasia miglioravo il mondo, tuttavia, nel mio piccolo mondo le cose stavano deteriorandosi rapidamente. Alcuni dei ragazzi più anziani concepirono nei miei confronti un sentimento che doveva essere prossimo all'odio. Ritengo che riuscissero a scusare la mia inettitudine; non tutti potevano, dopo tutto, sperare di competere con loro nei campi in cui eccellevano. Ma se in tali campi ero, per mia stessa ammissione, un inetto, avevo però superato il riconoscimento di questo mio fallimento, sviluppando altri interessi, e ciò per essi era inammissibile. Tale implicito rifiuto della loro "normalità" non era forse di una presunzione impensabile? Cominciarono perciò a minacciarmi apertamente di rendere la mia vita "davvero miserabile" quando, il prossimo anno, alcuni di loro sarebbero ritornati alla Kent School come capi della corporazione studentesca. Sentivo che non avrei più retto e, in lacrime, quell'estate, implorai mia madre di tenermi a casa. "Lo so, caro. Lo so", mi disse, carezzandomi il capo con tenerezza. "Sei come tuo padre. E' sempre stato timido, quando la gente non gradiva quanto aveva loro da dare. Eppure ha tanto da offrire, e così tu. Non l'hanno capito? Non importa. Resterai a casa ora, e vivrai con noi che ti amiamo. Qui sarai felice". Che sensazione di sollievo mi inondò il cuore! Non rividi mai più Kent. Chi può dire se, fra quelle tetre mura, avrei potuto ottenere, conformandomi, qualche fruttuosa lezione? sentivo però di aver tratto quanto beneficio era possibile dalla mia permanenza là. Ero ormai pronto, tanto nel mio intimo che esteriormente, per una scuola diversa. 6. UN RIFUGIO MALSICURO: IL "GIOCO DELLA POPOLARITA'" I giovani da me incontrati durante la mia adolescenza, per la maggior parte parevano certi dei propri valori. Gli anni Quaranta non erano come i Sessanta. Oggi è normale che i giovani mettano in discussione i valori sociali, ne indaghino il senso, meditino sul proprio rapporto con l'universo e con Dio. Quando frequentavo le scuole superiori, per quanto mi concerne, ero solo in questa ricerca; non seguivo un sentiero già tracciato e non ero neppure sicuro di cosa stessi cercando. Sapevo con chiarezza soltanto che aspiravo a qualcosa che non pareva coincidere con l'oggetto degli altrui desideri. Gli altri avevano già fatto progetti più o meno fiduciosi sulla loro vita futura: un buon lavoro, far soldi, farsi strada nel mondo, sposarsi, stabilirsi a Scarsdale, o in qualche altra comunità benestante, allevare i figli, dare cocktail parties, godersi insomma i frutti di una normale vita mondana. Io invece sapevo già di non desiderare il denaro. Né volevo "primeggiare", non materialmente almeno. Non mi interessava sposarmi e metter su famiglia. Sapevo con sufficiente chiarezza, cioè alcune delle cose che non volevo fare, senza ancora possederne la nozione distinta di quelle che desideravo fare. E mentre mi dibattevo in tale incertezza mi coglieva a volte il dubbio se l'avversione per quanto gli altri al contrario privilegiavano, non fosse prova di una mia personale inadeguatezza. Che gli altri, sicuri com'erano, con tanta evidenza delle loro norme, avessero raggiunta una maggior penetrazione della realtà, che invece a me era negata? Era comunque certo che la mia incapacità, durata tutta la mia esistenza, ad adottare schemi convenzionali era stata per anni fonte per me di intensa infelicità. Ora che avevo lasciato la Kent School per essere iscritto come anziano alla scuola superiore di Scarsdale, risolsi di estirpare questo difetto - come io lo consideravo - dal mio carattere e decisi che con il nuovo anno scolastico avrei tentato un grande esperimento: avrei preteso da me stesso l'adattamento a quelle che erano le preferenze, i valori e le norme degli altri. Adottanto deliberatamente la loro ottica, avrei scoperto se essa era tale da intaccare finalmente la mia sensazione di estraneità. Come sarebbe divenuta piacevole la mia vita, se ci fossi riuscito! Formulai risolutamente i miei propositi. Quest'ultimo anno di superiori avrebbe registrato per me un passo da gigante verso la normalità. Come primo balzo verso il mio "fluttuare con la massa" mi buttai a corpo morto sulla musica "swing". Ogni settimana, assieme ai miei fratelli, ascoltavo la radio col fiato sospeso per apprendere quali canzonette erano ai vertici della Hit Parade. Avevo indossato la coscienza di massa come un vestito e scoprii prestissimo che era davvero comoda. Quando si trattava di battere gli altri e far chiasso, urlavo con quanto fiato avevo in corpo; quando si rideva, ero maestro nello sganasciarmi; davo appuntamenti alle ragazze; ballavo; divenni il cantante di una orchestrina da ballo locale. E più schiamazzavo, più scoprivo che, incredibilmente, mi piaceva e, allo stesso tempo, piacevo agli altri. Iniziai l'anno scolastico grandemente favorito dal fatto che entrambi i miei fratelli godevano di una certa popolarità. Bob, che frequentava la decima, era adorato da tutti, compresi gli studenti delle classi superiori. Il suo non era affatto il tipico atteggiamento del grand'uomo del campus, cui interessa di più - intendo essere amato che amare, sempre attento ad accompagnarsi soltanto alla gente "giusta". Bob voleva davvero bene a tutti. Per lui non faceva alcuna differenza se uno era ammirato o disprezzato dagli altri; gli era amico e l'altro lo sapeva. Incapace di assumere un tono di voce che fosse più basso di un gentile boato, dominava ogni assembramento, ma nessuno pareva prendersela a male. In sua compagnia ci si sentiva in certo qual modo più generosi, più sicuri della propria bontà. Il suo entusiasmo per la vita era sconfinato. Un giorno, al ritorno da una partita di football, si scoprì che aveva un febbrone da cavallo, aveva insistito ciononostante per finire l'incontro. Lo chiamavano "Bucky" come Bucky Walters, il famoso giocatore di baseball, ma, per quanto il soprannome gli sia rimasto, non ne feci mai uso, perché mi pareva tradisse, con le sue implicazioni, il lato più profondo di mio fratello, che di rado egli rivela agli altri: la sua raffinata sensibilità per la musica, la profonda gentilezza, una certa nobiltà di carattere. Fin dall'inizio fu ovvio a tutti che era un tipo ben diverso da Bob e, inoltre, alcuni dei miei compagni di classe ne avevano udito parlare da Phil Boots, mio ex-compagno di stanza a Kent; anch'egli di Scarsdale, aveva mostrato abbastanza senso di responsabilità verso la comunità per avvertirla di quale disastro sociale io fossi. Grazie a Bob, tuttavia, e grazie anche alla mia determinazione tanto palese di emendarmi dal mio anticonformismo, mi fu concesso il beneficio del dubbio e venni accettato abbastanza cordialmente fra di loro. La scuola superiore di Scarsdale era molto più grande di quella di Kent e ciò consentiva a parecchi tipi diversi di convivere felicemente senza che si esercitasse la stessa pressione verso il conformismo come a Kent. Essendo fratello di Bob, mi trovai automaticamente introdotto nella cerchia più "in", posizione che accettai con audacia: era la sfida di cui avevo bisogno per condurre a termine, con il massimo successo, il mio "grande esperimento". Mi allenai per la squadra di football. Con i miei sessantadue chilogrammi non ero elemento da prima squadra; eppure lavoravo duro durante le sedute pratiche di allenamento e, alle partite, sostenevo con ardore la squadra dalla panchina. Purtroppo, per i miei sogni di gloria ero mediano, il ruolo di Charlie Rensenhouse, il capitano. Era raro che tale posizione rimanesse vacante e, infatti, l'unica occasione in cui la occupai sul campo di gioco e in partite fu quando Rensenhouse si infortunò. "Walters!", urlò Buchanan, l'allenatore. La mia grande occasione? "Sissignore!", esclamai, balzando in piedi con slancio. "Walters vai laggiù e aiuta Rensenhouse a uscire dal campo". In pista andai meglio. Alla Kent School non esisteva una squadra di sprinter e pertanto non conoscevo che approssimativamente le tecniche di partenza, ero però veloce nella corsa e riuscii così a ottenere risultati onorevoli, correndo le cento yarde soltanto in 10,2 secondi già alla prima discesa in pista. Per sfortuna, fin dai primi impegni della stagione, soffrii di uno strappo muscolare e non potei più gareggiare per il resto dell'anno. Dei corsi che frequentavo preferivo quello di inglese. Lucille Hook, l'insegnante, nutriva per la sua materia un interesse appassionato, amava i suoi studenti e desiderava palesemente con tutto il cuore di spartire con noi la sua conoscenza. Era per noi molto più un'amica che un'insegnante. Fu lei a incoraggiarmi a scrivere brevi racconti e poesie che, se non raggiunsero mai livelli eccelsi, piacquero almeno abbastanza da consentirmi di guadagnare una reputazione di talento nascente, rinfocolando così la mia determinazione di divenire scrittore. Fra gli studenti del corso di francese c'era una ragazza di nome Ruth, che in seguito sarebbe stata eletta come la più bella ragazza della nostra classe di licenziandi. Uscivo spesso con lei e me ne infatuai come a tutti i ragazzi è facile che succeda con la loro prima ragazza. La strada maestra del nostro romanzo d'amore era però crivellata di voragini. Papà, a scanso di viziarci, ci dava una gratifica settimanale della misera somma di cinquanta cents. Dovevo risparmiare la quota di due settimane per poi portare Ruth soltanto al cinema e, anche in tal caso, dovevamo di solito farci a piedi diversi chilometri fino a White Plains e ritorno: non erano certo le condizioni ottimali per far buona impressione a una ragazza. Peggio ancora, sul campo delle vicende sentimentali, che mi toccavano in modo profondo, non ero più in grado di sostenere la mia recita di estroversione, grazie alla quale mi facevo invece strada con successo negli altri settori della mia vita. Chissà come, cominciai a immaginare di non essere attraente e di non avere in realtà proprio nulla di buono da offrire ad alcuno e, dubitando del mio valore personale, divenni altresì diffidente e sfiduciato sui sentimenti degli altri nei miei confronti. Così, quando un altro ragazzo, una popolare stella calcistica, generoso e brillante, cominciò a uscire con Ruth, non ebbi la necessaria fiducia in me stesso per competere con lui, in quanto mi fu sempre impossibile, infatti, vedere l'amore in chiave di imposizione e di conquista. Trovavo gioia nel canto. Il signor Hubbard, il nostro maestro del coro, cercò di convincermi a farne una professione. "C'è denaro nella tua voce", era solito insistere, non avvedendosi che il denaro era l'esca meno appetitosa che mi si potesse far ballonzolare davanti. Quell'anno cantai nel Messiah di Haendel e in Yeomen of the Guard di Gilbert e Sullivan. Con i miei fratelli cantai anche, nella nostra chiesa di S. Giacomo Minore, nelle parti dei re magi nella sacra rappresentazione di Natale, e fu per me una sorpresa scoprire recentemente che alcuni dei più anziani a Scarsdale ricordano ancora l'avvenimento. Le altre attività della chiesa, lo devo ammettere, esercitavano su di me una minore attrattiva. Il nostro pastore, padre Price, cominciò a minacciarci che se non avessimo condotto una vita retta e austera, saremmo tosto finiti "in grembo ai nazisti". Cominciai, per parte mia, a tendere in una direzione piuttosto divergente da questa. Doug Burch, amico mio e di Bob ci fece conoscere Nick's, un locale notturno nel Grennwich Village, famoso ritrovo degli appassionati di dixieland. Vi suonavano Eddie Condon, Peewee Russell e altri "grandi" del jazz, con tale consumata maestria che questo modo di far musica venne a piacermi ogni giorno di più. Affascinato da questa nuova "scena", ne assorbii tutti i particolari, anche insignificanti: che la moglie di uno dei musicisti più eccezionali lì dentro era solita batterlo, che l'orchestra cenava in un night club sull'altro lato della strada poiché Nick non dava loro da mangiare come si deve, che la sera del sabato faceva la sua comparsa una vecchietta minuta che prendeva un tavolo in prima fila e accompagnava la musica con un entusiastico batter di mani, urlando "Yeah! Yeah!" come un qualsiasi adolescente. E' sorprendente come la gente possa dare tanta importanza a questo genere di "notizie" soltanto perché vi sono coinvolte delle celebrità, eppure succede. E a noi successe. Fu da Nick's che consumai la mia prima bevanda alcoolica. Di tutti i passatempi cui è dedita l'umanità, in ordine di stupidità, il bere occupa senz'altro uno dei primi posti. Sono pochi, ritengo, a bere o fumare per puro piacere. Pare più un problema di non voler apparire da meno e, sia come sia, di questo tipo erano le mie motivazioni: se per le meno non trovavo l'alcool particolarmente stomachevole, fumare era come imparare a gustare del cibo avariato. Ho ben chiaro il ricordo della prima volta che imparai a inalare il fumo: fu una ragazza, durante una festicciola, a Scarsdale, a mostrarmi come si faceva. Una boccata bastò a farmi girare la testa al punto che quasi mi accasciavo sul pavimento. Poi, con quella sorta di stravolto idealismo che distingueva quel mio anno di vita, mi imposi severamente: "Riuscirò a padroneggiare questa cosa, costi quel che costi!". Non realizzavo ancora, o soltanto troppo poco, che essere davvero padrone avrebbe significato in primo luogo non soccombere a simili sciocchezze. Quella sera certo "padroneggiai" con successo il fumo, ma temo non sia passato molto tempo prima che fosse lui a dominare me. L'aspetto peggiore del bere, dal punto di vista spirituale, non consiste tanto nel temporaneo stato di stupore da esso indotto, né nel mal di capo conseguente, a volta alle "notti in città", quanto piuttosto nell'effetto che l'alcool produce a lunga scadenza sulla personalità. In certa maniera sottile, esso rende l'uomo più terrestre; le sue percezioni sono meno raffinate; è incline, anche se dapprima con un certo freno, a farsi beffe di quanto in precedenza venerava come sacro. L'ego, via via reattivo in modo sempre meno sensibile all'ambiente, diviene più dispotico e aggressivo; ed è come esso si afferrasse più forte per compensare la diminuzione dei suoi poteri naturali. Sono questi mutamenti che si possono osservare - affermo - non soltanto durante le ore di ebbrezza, ma come reali e duraturi cambiamenti della personalità. La spiegazione può essere nel fatto che le cose, per quanto sembrino inerti, posseggono in realtà la funzione di indurre stati diversi di coscienza. Potevamo ridere certo, e io ero solito farlo, quando il prete *Nell'originale "holy Joe", "santo Joe", voce gergale per indicare appunto i preti. (N.d.T.).* in chiesa lanciava ai liquori l'accusa di essere strumenti del demonio, ma più di una verità è stata demolita fra le risate. L'effettiva inclinazione, comune a tante società dove è diffuso il vizio del bere, di scherzare sulla stessa ubriachezza, suggerisce poi l'inconscio desiderio di mettere a tacere la voce mormorante della coscienza. Non c'è uomo, infatti, che non conosca nel suo intimo, che l'ubriachezza è un insulto alla sua più autentica natura divina. Un'altra "causa" frequente di modificazione della coscienza è la musica. Riandando indietro col ricordo, sono stupito nel constatare quanto rapidamente la mia costante, e volontaria, esposizione alla musica "swing" mi avesse portato ad assumere atteggiamenti che, in precedenza, avevo sempre considerato completamente estranei. Man mano che i mesi passavano diveniva sempre più una mia seconda natura vedere la vita in termini di sport, avventure sentimentali, divertimento; sganasciarmi dalle risate, vagabondare smanioso qua e là, dare e prendere con la giovanile esuberanza di un ego più o meno indifferente agli altri ego, con cui è in competizione. Eppure, in qualche luogo sepolto profondamente dentro di me, c'era un amico, vigile ma impassibile, a mettere in discussione le mie motivazioni, a osservare distaccato le mie follie, a chiedermi con un triste sorriso di biasimo: "E' proprio ciò quello che davvero vuoi?". Ero abbastanza franco con me stesso da ammettere che non lo era. Pian piano crebbe dentro di me l'urgenza di smetterla di perdere tempo. Mi accorgevo che nella vita c'era fin troppo da imparare, fin troppo da cui trarre nutrimento per crescere. Per il saggio d'inglese di fine anno scelsi di scrivere sul tema: "Le diverse concezioni dell'universo nelle civiltà antiche e le caratteristiche che in ognuna di esse influenzarono tale particolarismo". Continuavano a riaffacciarsi con insistenza alla memoria quesiti che non avevano nulla a che fare con il mio "grande esperimento": che cos'era la vita? e l'universo? qual era lo scopo della vita sulla terra? Tutte domande queste che non potevano essere scacciate a risate con un'altra notte da Nick. Una sera con un compagno di classe entrammo in un locale del quartiere, un posto "in", affollato di compagni delle superiori. Mentre aspettavamo che si liberassero degli sgabelli, l'amico che era con me cominciò a improvvisare con la voce sulla musica che stava suonando nel juke box, mentre io, ridendo, lo incoraggiavo. Il mio silenzioso "amico" interiore non mise però un attimo soltanto di chiedermi indignato: "Cos'è tutto questo dimenarsi a scatti, questo scuoter la testa su e giù come un pupazzo animato, questo contorcere i muscoli facciali? Non è forse anche questa una sorta di ebbrezza?". Il mio amico esteriore scrisse in seguito sul mio diario quanto aveva goduto quella piccola "jam session" insieme; io, invece, mi sentivo soltanto imbarazzato, quasi fossi stato per un momento il balocco di uno stato isterico indotto dalla musica ritmata. Alla scuola superiore di Scarsdale imparai che potevo riuscire, bastava volerlo, nel gran gioco americano della popolarità, uscendone, in un certo senso, vincitore. Ma il successo non mi aveva reso un briciolo più felice. Se da una parte sentivo ora di comprendere cosa gli altri giovani desideravano dalla vita, non potevo certo dire, però, di essere ora più attratto dal loro modo di vedere. Ero ritornato quasi al punto di partenza. L'unica cosa che imparai quell'anno fu di stendere un velo attorno a me stesso nascondendo i miei reali sentimenti e forse fu, dopo tutto, un'utile lezione. C'è ben poco merito, infatti, a esporre le proprie aspirazioni più nobili a chi non le può apprezzare. Non fu però un granché come progresso verso il compimento delle mie aspirazioni e decisi così che il prossimo passo sarebbe stato compiuto più di proposito in quella direzione. 7. SII FEDELE ALLA TUA RICERCA Nel giugno 1943, a diciassette anni appena compiuti, mi diplomai alla Scarsdale High School. Bob e io fummo invitati da un compagno di scuola, George Calvert, a passare l'estate lavorando con lui nella fattoria del padre nelle parte settentrionale dello stato di New York, dove raccogliemmo fragole e tagliammo il foraggio. Il lavoro era vigoroso, sano e ci si divertiva parecchio. Dopo sei o sette settimane che facevo il bracciante, decisi di approfittare delle mie vacanze per ampliare la mia esperienza del mondo. Il mutamento che mi imposi fu radicale: dai pascoli bucolici ai grigi grattacieli e ad acri e acri di sterile cemento. New York! Vi lavorai come fattorino dell'Herald Tribune. Ogni giorno, scansando automobili, autocarri e autobus che proseguivano imperterriti e decisi la loro traiettoria, aprendoci un varco fra le impazienti orde di compratori, gli altri fattorini ed io visitavamo i sancta sanctorum di famosi grandi magazzini, facevamo la spola recapitando materiale pubblicitario fra innumerevoli società commerciali, in uno sciamare caotico lungo le arterie dove fluiva, pulsante, la vita della grande città. Le miriadi di impressioni sensoriali erano eccitanti, ti sopraffacevano quasi. Nel fluire frenetico di facce sui marciapiedi affollati, negli sguardi sfuggenti e supplichevoli da dietro i banchi dei drug stores, nei sorrisi fugaci, le occhiate gelide, i gesti stizziti, le labbra contratte, i cipigli preoccupati, vedevo una virtuale caricatura del genere umano, esagerata al di là di ogni proporzione credibile dal numero sterminato di soggetti, orde accavallantisi di varia umanità: il giovanilmente esuberante, il triste e solo, l'aspirante attore, lo spietato cacciatore di successo, il duro e cinico, il fragile, lo smarrito. Tutti apparivano frettolosi e irritabili; tutti, tormentati dal desiderio. New York! Il suo mare palpitante di umanità attrae e respinge nello stesso momento; esso incoraggia un senso di esagerata presunzione in chi si inorgoglisce di vivere in una delle città più enormi e vitali del mondo, ma, nell'anonimato che essa impone ai suoi milioni senza volto, si fa beffe al tempo stesso della presunzione. I newyorkesi sono al centro di un perenne conflitto fra queste opposte sfide ai loro ego, e il conflitto è pacificato soltanto da coloro che mirano a un'identità più ampia, di natura spirituale. Nel pulsare frenetico della vita della grande città pare infatti che Dio sussurri all'anima: "Danza, danza con le tue chimere, se ti piace. Ma quando sarai stanco di danzare e i tuoi sogni scoppieranno uno a uno come bolle di sapone, guardati intorno, nelle facce degli altri. Essi sono tuoi fratelli e sorelle spirituali, specchi di te stesso! Essi sono te. Piccola onda, trascendi la tua piccolezza. Fonditi con tutti costoro. Sii una con la vita!". Giunse l'autunno e iniziai gli studi universitari a Haverford, un piccolo centro universitario sulla principale linea di comunicazione tra Paoli e Filadelfia, che in quegli anni, a causa della guerra, era più piccolo che mai. Gli studenti erano brillanti, entusiasti e intelligenti; i professori tranquilli, posati, seriamente preoccupati del bene dei loro allievi. Haverford era un'università quacchera, ed emanava quella semplice e ferma dignità che ci si deve aspettare da tutte le istituzioni rette da questa pacifica setta. Non intendo con questo che noialtri studenti non facessimo, come tutti i giovani, la nostra parte di baldoria, su cui sempre incombeva però, nello sfondo, l'aria di gentile disapprovazione dei discreti edifici di pietra grigia ammantati d'edera e di costernazione repressa sul viso degli onnipresenti membri del corpo insegnante. Nel ristretto numero degli studenti era altissima la percentuale di matricole e il fatto non favorì granché il mantenimento di certe sacre tradizioni goliardiche, come appunto la "matricola" * Periodo di "iniziazione" del neo-iscritto, con scherzi anche pesanti e ripetuti atti di sottomissione agli anziani, che si conclude con l'ammissione alla "goliardia". (N.d.T.) *. Quando un pugno di anziani fece un giorno la sua comparsa nel nostro dormitorio per sottoporci all'antico rituale, ci producemmo in loro onore in un bum's radh *Termine slang di uso comune, che sta ad indicare, dal licenziamento in tronco all'espulsione violenta da un locale, tutta una gamma di azioni di forza singole o collettive ritualizzate dal termine gergale collettivo. (N.d.T.)*, altra venerabile istituzione americana. Fra urla di gioia e volare di cuscini, con spinte energiche e una solida falange armata di sedie capovolte, li ricacciammo giù per le scale e fuori dall'edificio. Da allora fummo lasciati nel più assoluto isolamento: si era concluso, senza dubbio, che in tempo di guerra ai più anziani e saggi erano richiesti taluni sacrifici da affrontare in nome della pace. Noi matricole eravamo in tale predominio numerico che riuscii ad arrivare nella squadra di football. Quand'ero alla Scarsdale High School, a parte l'esiguità del mio peso, uno dei miei problemi era stato di riuscire a lanciare bene la palla, e semplicemente perché le mie mani erano troppo piccole per afferrarla correttamente. Ad Harverford il nostro allenatore, "Pop" Haddleton, risolse il problema trasformandomi in un difensore a tutto campo. Contando sulla velocità più che sul peso, scoprii di poter far perdere l'equilibrio ad avversari molto più pesanti prima ancora che avessero assunta la posizione per placcarmi, oppure, con rapide scorrerie lungo la linea, potevo precipitarmi a bloccare più di un attaccante prima che avesse acquistato un abbrivo pericoloso. Il difensore sulla sinistra, certo Manson, era leggero quanto me. Il giornaletto dell'università ci soprannominò subito le "sentinelle fatate". La più bella azione di quella stagione, la feci alla fine di una partita, fino a quel punto sullo zero a zero. In un'ultima disperata manovra ci si aprì la possibilità di tentare una discesa da metà campo. Io correvo davanti per liberare un corridoio. Ci eravamo fatti strada fino alle retrovie e il "territorio nemico" si apriva davanti, quando due uomini della squadra avversaria scattarono per intercettarci. Mi preparai a placcare il primo, sperando che il compagno con la palla riuscisse a scartare il secondo. Proprio in quel momento, inciampai in un laccio allentato delle scarpe. Planai lungo disteso con le braccia spalancate e fu un perfetto, ancorché involontario, doppio placcaggio! Il nostro giocatore proseguì l'azione fino a scodellare la palla oltre la linea di mezzo e io divenni l'eroe del momento. Cercai di spiegare cos'era in realtà accaduto, ma nessuno volle credermi. Vincemmo tutte le partite della stagione. Fu qui che la mia carriera atletica scolastica raggiunse il suo massimo fulgore, che si affievolì per poi svanire del tutto. Non passò molto tempo infatti che la strada dello sport universitario e la mia iniziarono a divergere senza alcun rimpianto da parte mia. Tale separazione fu dovuta, in parte, alla mia ricerca sempre più inquieta del senso dell'esistenza e in parte, temo, al fatto che annettevo "significato" a tutta una serie di oggetti errati; come, ad esempio, sedere fino alle ore piccole nei bar dl luogo con gli amici a ingurgitare una gran varietà di intrugli velenosi e a discutere di filosofia. Cominciai anche a dedicare la massima parte del mio tempo libero a comporre poesie che nei loro temi affrontavano le annose questioni che mi attanagliavano. Perché la sofferenza? Perché la guerra e la distruzione? Come mai l'astio in risposta all'aiuto divino e le altre forme di umana follia? Certo, pensavo, la sofferenza non può essere ciò che Dio vuole per noi. Non sarà piuttosto un segno che l'uomo è in disarmonia con la volontà divina? E la vita eterna? Né materia, né energia possono venire distrutte; non è quindi ragionevole, allora, ritenere anche la vita altrettanto imperitura? E se essa è eterna, che è di inferno e paradiso? Scrissi una poesia in quel periodo in cui postulavo un mondo dopo la morte percepito diversamente da ogni individuo, meraviglioso per alcuni, per altri deforme, felice o tetro, conforme allo stato di coscienza che il defunto porta con sé dal mondo presente. In questa fase della mia esistenza avrei potuto con tutta facilità abbracciare la carriera religiosa, se non ne avessi saputo così poco o se soltanto avessi trovato altri che mi guidassero in direzioni che per me possedessero un senso. Haverford College è uno dei principali centri quaccheri. Negli anni in cui lo frequentai il corpo insegnante comprendeva membri di primo piano della setta, come Douglas Steere, Rufus Jones e Howard Comfort. Fui impressionato dallo zelo e dalla bontà che trasparivano in loro. Mi piaceva anche la pratica quacchera di sedere quietamente in meditazione al servizio domenicale, "incontro" come essi lo chiamavano. Quello che più mi piacque di loro fu però la semplicità. Ogni loro azione mi sembrava ammirevole. Eppure, in certo qual modo, non riuscivo a trovarvi un briciolo di sfida. Ero alla ricerca di un sentiero che mi assorbisse totalmente, non di uno che potessi contemplare benevolo fra una boccata e l'altra della pipa. Le riunioni domenicali divennero tutte fin troppo frequentemente scena di una garbata competizione. I quaccheri non ordinano ministri del culto. I membri della confessione siedono silenziosi al mattino della domenica finché fra di loro non c'è chi si sente mosso "dallo Spirito" ad alzarsi e a condividere con gli altri l'ispirazione ricevuta. Poiché Haverford era una comunità intellettuale, le riunioni domenicale che vi si tenevano erano interrotte più dell'usuale da simili "impulsi ispirati". Era ben raro che passasse un solo minuto di silenzio prima che qualcuno saltasse in piedi a partecipare all'assemblea le sue intuizioni, quando non erano due o più a essere "ispirati" contemporaneamente, nel qual caso, devo dire, era sempre la cortesia a prevalere. Non dimenticherò mai Douglas Steere alzarsi un giorno e chiedere vivacemente: "C'è un uccellino nel vostro petto?". Senza volerlo sollevai la mano al torace. L'occasione solenne e il rispetto che gli portavo, mi impedirono a scoppiare a ridere sul posto, ma mi rifeci con gran piacere in seguito, con gli amici, di tanta eroica repressione. Senza dubbio avevo molto da imparare, non ultimo il rispetto e l'umiltà, e può darsi senz'altro che questi capi religiosi avessero molto più da insegnarmi di quanto io non sapessi. Non lo seppi mai e non ebbi quindi altra scelta che seguire la mia stella. Ancora nei primi giorni di quel mio primo semestre avevo fatto amicizia con Julius Katchen, che in seguito acquistò fama come pianista in Europa. Ero affascinato dalla sua passione e dal suo entusiasmo e, se il suo egoismo mi impressionava meno favorevolmente, lo trovavo compensato dalla sua devozione romantica per ogni forma d'arte, di musica, di poesia. La nostra amicizia fiorì sul terreno dell'affinità dei nostri interessi artistici. Nel nostro rapporto Julius era il musicista e io il poeta, e dal sodalizio la mia sensibilità poetica ne uscì arricchita musicalmente e con una vena più romantica. Anche la madre di Julius era stata una valente pianista e quando visitai casa Katchen a Long Branch, nel New Yersey, fui conquistato dalla dedizione all'arte di tutta la sua famiglia. Negli stessi mesi frequentai anche un corso di composizione poetica alla vicina università di Bryn Mawr, tenuto dal famoso poeta W.H. Auden. Ne fui personalmente incoraggiato a persistere nei miei sforzi poetici e per qualche tempo da allora la poesia divenne la mia divinità. Vi era però un altro lato di me che non si poteva soddisfare a lungo della romantica finzione di Keats, "La verità è bellezza, e la bellezza verità". In ogni discussione, quanto mi premeva maggiormente non era il fascino di un'idea, ma la sua verità, in un senso molto più profondo. A questo proposito mi trovavo in crescente disarmonia con l'approccio ai problemi praticato dai nostri professori, che trovavano sospetto ogni "impegno" intellettuale e avevano il distacco scientifico come loro principale ispiratore. "Tutto questo va benissimo", ragionavo. "Anch'io voglio essere obiettivo. Quello che non voglio è rimanere per tutta la vita senza prendere posizione. Anche l'obiettività deve condurre a qualche conclusione". Il distacco scientifico, per i miei professori, significava trascorrere l'intera esistenza sotto il segno di una perenne polemica; voleva dire sostenere, "per amore della discussione", posizioni non sottoscritte in realtà, mostrando uguale interesse per ogni argomento senza coinvolgersi in alcuno. Ero intollerante della loro incertezza. La mia esigenza di verità cui affidare me stesso mi si era presentata come problema quando bazzicavo il club di dialettica alla Kent School; mi rese un fallimento nei corsi di oratoria durante il primo anno a Haverford e una nullità come attore nei drammi in cui, di tanto in tanto, recitai, al college o in seguito; anni dopo, mi avrebbe privato di ogni chance come annunciatore radiofonico. Mi creò anche difficoltà, in più di una occasione, nel corso della mia vita studentesca, in particolare in materie come la letteratura inglese e la filosofia. Io dovevo sapere se quello su cui stavamo riflettendo era vero e, per reazione ai miei professori e alla loro insistenza sull'assunzione di uno spirito di garbata indagine scientifica, andai sviluppando a mano a mano un atteggiamento ribelle verso l'università in generale. Fu pressappoco in quel periodo che conobbi uno studente di Haverford la cui ansia di verità era più prossima alla mia. Rod Brown era di due anni più anziano, di intelligenza eccezionale. Molto dotato come poeta. All'inizio il nostro rapporto fu quello di un saggio colto con, per discepolo, uno zoticone illetterato. Rod mi trattava con divertita condiscendenza, da quel giovincello ingenuo che ero; lesse con pazienza le mie poesie, senza mai prodigarsi in elogi che fossero maggiori di "belle". Mai avrei potuto capire le sue poesie. Soleva citare lunghi brani da un numero sterminato di libri di cui non avevo mai neppure sentito parlare e aveva il potere di far suonare ogni citazione tanto importante che uno ne usciva con l'impressione che solo un ignorantone impenitente poteva osare di affrontare la vita, senza almeno la capacità di parafrasare quel passo. Rod era un giovane sensibile che aveva imparato molto presto nella vita a parare il suo rifiuto da parte degli altri, trattandoli con disprezzo. Non era che un meccanismo difensivo, ma gli riusciva benissimo. Fui affascinato dal suo atteggiamento di superiorità nei confronti della mia ignoranza e sedotto dalla sua sincera devozione alle realtà filosofiche. Pensavo che, certamente, se egli sapeva tanto da potermi guardare dall'alto in basso, valeva la pena che imparassi che vista si godeva da quell'altezza. Col tempo divenimmo amici fedeli e scoprii che, accanto al suo entusiasmo per la verità, Rod possedeva un delizioso senso dell'umorismo, e che era passione il suo desiderio di comunicare agli altri le sue idee e opinioni, sempre nuove e interessanti. Si limitò ad alzare scetticamente il sopracciglio davanti alle mie teorie su Dio, la sofferenza e la vita eterna, con la domanda retorica: "Come si possono mai ottenere delle risposte a queste domande?"; ma incanalò di fatto le mie riflessioni in direzioni più immediate e costruttive. Per tutto quel periodo, sospesi ogni mia ricerca di verità religiose; ma dove l'indagine verte sulla verità, la vera religione può essere molto lontana? E tant'è, le riflessioni di Rod e le mie rasentavano sempre lo spirituale. Fu lui a farmi conoscere Emerson e Thoreau. Bevvi avidamente alla fontana della saggezza in "The Over-Roul", "Self-Reliance" e Walden. Furono queste le mie prime letture tanto prossime alla visione cosmica del pensiero indiano. Nota: A quei tempi, era, a paragone con oggi, abbastanza raro che si tenessero corsi di filosofia indiana. L'unico accenno che ne ebbi mai venne da Douglas Steere, nel suo corso di filosofia per le matricole. Per i primi venti minuti della prima lezione il dottor Steere, trattò superficialmente dei Veda, dandoci l'impressione, non di più, che esistesse qualcosa come una filosofia indiana. Fine nota. Anche se allora non me ne resi conto, Emerson e Thoreau, infatti, erano entrambi ammiratori delle scritture indiane e nei loro scritti riecheggiano i nobili insegnamenti delle Upanishad e della Bhagavad Gita. Fu per esortazione di Rod che smisi di occuparmi del senso dell'esistenza come di un'astrazione, per affrontare il problema più concreto di vivere con saggezza fra gli uomini. Notte dopo notte discutevamo di princìpi come il non attaccamento e il coraggio di rifiutare valori che consideravamo falsi, anche se tutti gli altri vi credevano. Per divertente che possa sembrare passammo ore a discutere da intellettuali sull'inutilità dell'intellettualismo e, stabilito che le masse non istruite con il loro atteggiamento semplice e terreno erano senz'altro più genuine di noialtri, cominciammo a frequentare i ritrovi dov'erano assidui camionisti e manovali. Da queste uscite non attingemmo alcuna profonda saggezza, però - va detto - quanti mai, dopo aver nutrito amorosamente in sé delle teorie, sentono il bisogno di alimentarle con il rozzo cibo dei fatti? Non tutto ciò che Rod diceva o faceva riscuoteva il mio consenso. Mi raccontò una volta, per esempio, con tono definitivo, di un amico più anziano che aveva il cuore naturalmente piccolo. Per Rod e il suo amico il fatto suggeriva una carenza di capacità emotive e, di conseguenza, una natura realmente distaccata. Non fui d'accordo con la loro equazione, poiché per me uno stato di non attaccamento non era affatto incompatibile con i sentimenti; intuivo, piuttosto, che il punto importante era che i sentimenti fossero impersonali. Essere distaccati libera dall'identificazione di sé con una misera manciata di oggetti e dovrebbe quindi provocare una espansione, un crescendo dei sentimenti. Rod sosteneva anche che, armati di un autentico spirito di non attaccamento, ci si poteva dedicare a proprio gradimento ai piaceri materiali, ma le sue argomentazioni mi parevano una razionalizzazione troppo comoda della sua tendenza alla mondanità. Rod, infatti, nonostante il suo disprezzo per i valori borghesi e il suo elogio della semplicità proletaria, tradiva una spiccata predisposizione ai piaceri e al lusso delle classi alte e si faceva spesso beffe della mia innocenza. Da parte mia, ciononostante, consideravo questa dualità come la più sincera salvaguardia del non attaccamento. Come ognuno, anche Rod aveva i suoi difetti. Non tollerava, fra l'altro, il dissenso, era orgoglioso della vivacità della sua intelligenza e di una pigrizia imperturbabile. Ma, a parte tutto questo, era un amico affettuoso e fedele, premuroso per le sorti di innumerevoli altri a dispetto della sua tanto decantata indifferenza, più ferito dal rifiuto altrui di quanto non li ricambiasse onestamente con l'alterigia, ed enormemente più conservatore nei suoi valori, di quanto mai avrebbe ammesso. Mentre gli altri lo rintuzzavano con disapprovazione, io lo consideravo una persona che avrebbe realmente potuto aiutarmi a occuparmi coraggiosamente di me stesso e fu questa, soprattutto, la ragione per cui gli fui tanto grato per la sua amicizia. Nel corso del nostro sodalizio finii però per assorbire anche alcuni dei tratti che disapprovavo in lui. Tale è infatti il potere di ogni associazione umana. A imitazione di Rod, sviluppai in me l'orgoglio per la mia intelligenza come difesa contro il rifiuto e l'incomprensione e, cosa forse peggiore, assunsi alcuni dei suoi atteggiamenti da gaudente, mai abbastanza, però, da farlo smettere di biasimare quella che chiamava la mia ingenuità. In quel periodo fu Rod a impartirmi la mia reale educazione. I corsi universitari costituirono soltanto il fondale della scena; da essi apprendevo fatti, ma dalle discussioni con lui imparavo come avrei potuto usare i fatti. Passammo notti su notti a discutere, seduti davanti a una tazza di caffè nelle nostre stanze, o nei bar, o in un ristorante esterno al campus dal nome accattivante di "L'Ultima Goccia" * Nell'originale inglese The Last Straw, con riferimento al proverbio It is the last straw that breaks the camel's back. E' l'ultima pagliuzza che spezza la schiena al cammello, l'equivalente dell'italiano E' l'ultima goccia che fa traboccare il vaso. (N.d.T.)*. Avevamo pochi amici, ma ciò non mi angustiava più tanto. Ero a caccia di verità adesso, non di banali opinioni umane. 8. LA META E' LA FELICITA' Avevo passato il primo anno a Haverford vagliando con gioia nuove idee; durante il secondo, cercai di digerirle e di farle mie. Il processo assimilativo avvenne su due piani: il primo astratto, il secondo profondamente personale. Sul piano astratto il sodalizio con Rod mi aveva liberato dai miei dubbi dolorosi sul senso della sofferenza e sull'essenziale irrealtà di questo mondo. Iniziavo ora a vedere il mondo in modo più affermativo e mi pareva adesso che anche la sofferenza potesse essere vinta, col semplice - forse semplicistico - espediente di una forte risoluzione positiva. Sul piano personale, imparavo man mano ad affermare il mio valore, di cui ero giunto a dubitare negli anni trascorsi alla Hackley e alla Kent e che avevo affermato artificiosamente alla Scarsdale High School. Ora, a Haverford, in compagnia di amici con cui condividevo gran parte dei miei ideali, stavo finalmente scoprendo in me stesso le basi per potermi realmente accettare. Appena ebbi digerito in qualche modo le mie nuove acquisizioni, i due fronti della mia avanzata si riunirono. Per ragioni tanto astratte quanto personali, cominciai a scoprirmi nuovamente capace di esprimere la più contrastata delle virtù, la fede. Per usare le parole di Emerson, cominciavo a sentire che il mondo era la mia "ostrica", che la vita era fondamentalmente gioiosa, giusta, meravigliosa. Neppure la disapprovazione dei profani poteva ormai soffocare la mia crescente fede nella vita e, su un certo piano, in loro stessi. Giudicavo infatti che a loro difettava soltanto il coraggio di condurre una vita conforme a una verità alla quale tutti, nel profondo del cuore, credevano. Anelavo al potere di portare loro la gioia. Fede! Questa offerta gioiosa che facevo ora alla vita era pura e disinteressata; ma, come dicono i saggi da sempre, bisogna confidare pienamente soltanto su Dio, poiché riporre la propria fede nelle realizzazioni terrene vale quanto attendersi perpetua stabilità da una nave in alto mare. Purtroppo per me non avevo però la loro saggezza a guidarmi e riversai tutta la mia fede nel fragile canestro di questo mondo. Per il mio secondo anno di università fui alloggia