ERIC WILLIAMS. IL CAVALLO DI LEGNO. ASATO SU un'awentura realmente vissuta dall'autore nel 1943 in un campo di prigionia i tedesco, 11 Cavallo di Legr~Zo descrive un evasio- ne concepita con eccezionale acume e attua- ta con grande coraggio. Il racconto della fu- ga di tre prigionieri inglesi che si aprono la via verso la libertà scavando faticosamente una galleria - nonostante i cani, i poliziotti, i riflet- tori - suscita nel lettore, secondo lo Herald rribune di New York "un'emozione quasi in- sostenibile". Al suo apparire in Inghilterra nel 1949, Il Cavallo di Legno ebbe un successo immediato e clamoroso, che si ripeté in tutti i paesi in cui apparve. E ormai considerato uno dei li- bri piú significativi ispirati dalla Seconda Guer- ra Mondiale. Dal libro è stato tratto un film di grande successo. "Una splendida testimonianza di tenacia e di forza umana." Maresciallo Bernard Montgomery "Uno dei piú affascinanti racconti di avven- ture dei tempi moderni." rimes di Londra CAPITOLO 1 RA gennaio quando Peter e John giunsero allo Stalag Luft IIl. Per tutto quel mese il terreno rimase coperto di neve. C'era uno strato spesso di neve sui tetti dei baraccamenti; la neve dava un che di gaio anche al filo spinato lucido e scintillante sotto il sole In una stagione cosí, l'idea della fuga era assurda. I prigionierl inondarono un tratto del campo di calcio tras- formandolo in pista da pattina~gio. Tutto lo Stalag conservò un'aria pulita e nitida finché restò sotto la neve. Poi venne il disgelo e il campo dei prigionieri si mutò in un pantano. Adesso la pista da pattinaggio era un laghetto in miniatura, dove i pochi entusiasti mettevano a galleggiare le barchette che si erano costruite. Con la primavera tornò di attualità il tema della fuga. E la stagione piú adatta per evadere. Peter e John erano già scappati una volta, dal campo dove si trovavano prima; ma dopo due giorni passati a vagabondare senza meta per la campagna po- lacca erano stati ripresi. Ma quella volta era inverno, la cam- pagna era spoglia e gelida, e li avevano ripresi talmente esausti che quasi si rallegrarono della cattura e del ritorno al campo. Coi primi tepori tornò loro la voglia di tentare di nuovo. Da diverse settimane parlavano di scavare una galleria. Ma non c'era una posizione buo1la per iniziare uno scavo che non fosse già stata sfruttata. Il campo sorgeva in un tratto disboscato di una foresta di pini. Consisteva in pochi capannoni di legno, piantati su pala- fitte alte meno di un metro da terra, quasi addossati gli uni agli altri, chiusi nella cinta del filo spinato. 11 reticolato era la cosa piú vistosa di tutto il campo: robusto, intessuto stretto, un doppio giro di siepe metallica alta circa tre metri e mezzo e irta di spini aguzzi. Al disopra del reticolato vi erano delle lam- pade ad arco. A intervalli regolari lungo ambedue i recinti, sorgevano le torrette di guardia appollaiate su pali piú alti dei reticolati. Quelle torrette erano munite di mitragliatrici e di riflettori che di notte spazzavano continuamente il cam- po. In ognuna stavano due sentinelle, collegate col telefono al posto principale di guardia situato ai cancelli. I Posten armati di fucile mitragliatore sorvegliavano continuamente i retico- lati. Piú all'interno, a cinque metri da quello principale, correva un unico filo spinato alto trenta centimetri da terra. Costitui- va il limite della zona in cui potevano muoversi i prigionieri: su chi lo scavalcava anche con un piede solo le sentinelle facevano fuoco. Lungo questo filo correva un sentiero stret- to, battuto dai passi dei prigionieri: era la loro passeggiata, che lí dentro veniva chiamata "il circuito". Era diventata una specie di convenzione tacita, nel campo, che sul circuito si po- teva camminare solo nel senso opposto a quello delle lancette di un orologio. Il terreno del campo, in superficie, era una mistura grigia- stra di sabbia, foglie secche frantumate e polverizzate, e terra. Sotto questo primo stato il terreno era di sabbia gialla, pura e compatta. Era gialla fin che era umida; ma quando secca- va al sole, diventava incredibilmente bianca. I Tedeschi sape- vano che lo scavo di una galleria comportava l'ingombro della sabbia scavata da far sparire; e consideravano con so- spetto ogni macchia di sfumatura diversa che vedessero nella tinta grigia del terreno superficiale. Tutti i mucchi di terriccio di riportò, fatti in conseguenza dello scavo di una fossetta di scolo o di una buca da immondizie, o nel lavoro di giardinaggio, erano meticolosamente sorvegliati da quelli che i prigionieri chiamavano i "furetti", ossia dai Tedeschi addetti alla guardia interna. Solo a prezzo di un complicato lavoro di mimetizza- zione si poteva nascondere nei mucchi di terriccio quel giallo traditore. Lo strato di terreno grigio era uno degli strumenti di sorveglianza piú efficaci in quel campo. CAPITOLO 2 ` RA di prima mattina. Nella camerata regnava il silenzio: -.c quel che di abbando~ato, di irreale e di precario che è nel- l'aria di una stanza dove tutti dormono. Sui due piani di cuc- cette che correvano lungo le quattro pareti, i prigionieri dormi- vano come imbozzolati nelle loro coperte. Accanto alle cuc- cette stavano, come di sentinella, degli armadietti di legno. IL CA VALL0 DI LEG~0 I93 Sul tavolo in mezzo alla stanza, che era appena appena illu- minata dalle fessure delle imposte chiuse, giacevano in mucchi disordinati i vestiti dei prigionieri. Dalla parte del~omman- dantur venne un lontano squillo di tromba. In una cuccetta della fila superiore un uomo si svegliò, man- dò una specie di grugnito, poi si girò sulla schiena. Rimase im- mobile per un po' e poi, con uno scatto convulso che scosse tutta la camerata, si rizzò a sedere, si stropicciò gli occhi e sba- digliò. Peter Howard, nella cuccetta di sotto, aprí gli occhi e si dispose all'attesa: aspettava che Bennett, quello della cuccetta di sopra, scendesse come al solito con un salto. Crac... Bang... L'intera baracca ne fu scossa. Un passo pesante attraversò la stanza. Un momento di silenzio, poi il rumore del coperchio della teiera rinchiuso con forza, ancora un attimo di silenzio, poi il rumore di un cucchiaio girato con violenza dentro una ciotola di terraglia. La baracca ebbe un'ultima scossa quando Bennett si sbatté la porta alle spalle. Da quando lui eJohn erano arrivati allo Stalag Luft III, ogni mattina Peter era risvegliato in quella maniera un po' brusca. Da principio, al primo rumore della serie apriva gli occhi. Adesso li teneva chiusi fino all'uscita di Bennett. Tutto era tornato immerso nel silenzio. Dagli occupanti delle altre sei cuccette non veniva il minimo suono. Dormivano, o forse rimanevano nostalgicamente aggrappati agli ultimi lembi di sonno fin che non era passata la burrasca. Bennett adesso passeggiava intorno al campo, appena un po' in dentro del re- ticolato, lasciando gli altri aggrappati agli ultimi lembi stracciati del loro greve sonno. Peter si era domandato diverse volte che cosa Bennett potesse trovare di tanto bello nella vita di prigionía, da aver voglia di alzarsi cosí presto. Quasi tutti i prigionieri restavano a letto il piú possibile. Dall'angolo alla sua destra gli giungevano dei tratti biasci- cati del solito inno all'odio che Robbie innalzava ogni mattina « ...Dio, il chiasso di quel rompiscatole di Bennett. » Erano parole dette in tono aspro e convinto. Presto quei due si sareb- bero azzuffati, Peter lo presagiva. La baruffa sarebbe co- minciata per un pretesto minimo, e sarebbe divampata in una guerra violenta. Poi l'uno o l'altro avrebbe cambiato came- rata, e tutto avrebbe ripreso come prima. La vita in un campo di prigionía era fatta cosí. Uno resisteva agli effetti della noia fin che gli era possibile, e poi, leggermente dapprima e quindi in maniera sempre piú fòrte, le abitudini personali di questo o quello dei suoi sette compagni di camerata avrebbero comin- ciato a esasperarlo. Peter cercò di concentrarsi nel pensiero della galleria. Doveva esserci un posto per cominciare lo scavo, tutto era trovarlo. David, per esempio, ce l'aveva quasi fatta: David coi suoi occhi celesti da marinaio e quella specie di collare di barba biondo-rosea. David l'agricoltore: David, un brav'uomo da potercisi fidare. David, che anche da prigioniero continuava, sulla carta, a dirigere un'azienda agricola. Sopra la sua cuc- cetta c'era uno scaffale fatto alla meglio con assicelle da let- to: di quelle traverse strette, di legno, che costituivano il fon- do delle nostre cuccette a due piani. Tutti i libri di David parlavano di agricoltura. Nella stagione giusta David semi- nava, e quando era il momento faceva il raccolto, mieteva o vendemmiava. Teneva anche la scrittura a~giornata dei pro- fitti e delle perdite. Se il giorno che aveva deciso di mietere pioveva, girava per il campo con la faccia scura. E se dopo una serie di giornate di sole uno gli parlava del bel tempo che si godeva, David borbottava che i campi avevano bisogno di pioggia. Si era creato un contrappeso immaginario per la sua vita di prigioniero, però esso non gli impediva di pensare a evadere. Era il rappresentante della camerata nel "comitato evasioni" . Peter, con uno sforzo, riuscí a riscuotersi dal sonno. Era il suo turno come cuoco. Di tutte le fatiche che toccano a un prigio- niero, quelle di cucina per lui erano le piú odiose. Cucinare era molto meno duro adesso che per i primi arrivati nel campo: nei primi tempi bisognava arrangiarsi facendo fuoco all'aperto con pezzi di legno. Peter almeno possedeva una cucina econo- mica, o meglio ne possedeva la centododicesima parte. Il loro capannone era diviso in 14 stanze, di cui ciascuna ospitava 8 prigionieri; uno degli 8 era cuoco di turno. A uno dei capi della baracca c'era una cucina economica di ghisa, con un for- nello superiore a cerchi e uno sotto, a sportello. Su quella cucina bisognava cuocere ogni giorno pasti per 112 persone. Peter co- minciò a riflettere sul pasto da preparare per quella sera. Se sbucciava le patate in tempo per metterle a cuocere verso le 10... Ma le sue riflessioni vennero interrotte da Robbie: « Si potrebbe bere una goccia di tè, Pete? » « Sicuro, Robbie. Ci sto andando. Però abbiamo tempo. » Si stiracchiò, poi scivolò giú dalla branda. « Buongiorno, Nig! » « Buongiorno, Peter! » Nigel Wilde e John Clinton ave- vano le due cuccette piú vicine alla stufa. Nigel in quel momento giaceva supino nella cuccetta di sopra, col braccio destro pie- gato dietro la nuca. Con la mano si accarezzava delicatamente il baffo sinistro. Pareva beato. Nella cuccetta inferiore John Clinton era ancora immerso nel sonno. Aveva il capo appoggiato a un paio di calzoni arrotola- ti, e in VISO un'espressione serafica. Peter s'accostò alla finestra. Ormai era primavera avanzata, e al di là dei reticolati si scorgeva il fogliame chiaro di una betulla argentata, molto gradevole all'occhio sullo sfondo della foresta di pini verde scuro. Sopra, il cielo era sereno e fermo, pieno di quella silenziosa aspettazione che preannuncia le giornate di sole ardente. Sotto la fines-tra, la sabbia era umida di rugiada. Anche sui fili spinati si era fermata ciella rugi.lda che li face~ scintillarc al solc. I lungl1i baraccamenti dipinti in verde, di- sposti in file, apparivano freschi e come appena lavati. Peter si accostò alla cucina economica sopra la quale era appe- sa una mensola di legno e vi prese sette scodelle. Per terra accanto 196 alla porta era pronta, fin dalla sera prima, la cuccuma per il tè ' Peter gli diede la tazza di tè. John ne ingollò un sorso e poi con una manciata di foglie in fondo. Era compito del cuoco di la riconsegnò a Peter. Scivolò giú dal letto e, in piedi, cominciò a infilarsi gli zoccoli. Cosí esile, con la pelle scura e un ciuffo di capelli neri arruffati, pareva un guerriero abissino. Aveva indosso un paio di calzoni di pigiama tagliati ai ginocchi e una giacca senza piú le maniche, di un tessuto diverso. La giacca era a righe azzurre, e i calzoni invece erano stati rosa in origine. John ingoiò in fretta un altro sorso di tè, si buttò una coperta sulle spalle, prese un libro, e con quel libro in una mano e nel- l'altra una fetta di pane spalmata di marmellata si avviò tra- scinando i piedi. Quando si fu messo in fila per l'appello, si immerse nella lettura del libro e ogni tanto sbocconcellava la sua fetta di pane. Le guardie andavano e venivano lungo le file dei prigio- nieri per contarli: in uniforme le guardie, i prigionieri infagot- tati nelle coperte o che sfidavano, in pigiama o in calzoncini, l'aria pungente del mattino. Le guardie percorrevano lenta- mente quelle file di cenciosi, contando: « ein-und-funfzig... zwei- und-funfzig... drei-und-funfzig... ». "Che letamaio di lingua!" pen- sò Peter. Era la lingua adatta a gente come quella. J Peter, quando ebbero finito tutti la prima colazione, prese gli otto coltelli e le otto ciotole - piatti non ne avevano - e portò turno nella camerata accanto di prendere acqua bollente in cu- cina e riempire la sua cuccuma e quella di Peter. L'indomani, invece, sarebbe stato il turno di Peter. Peter versò il tè in tre scodelle, per sé, per Nigel e per Robbie. Gli altri preferiva non svegliarli, per ora, tanto c'era tempo. Riattraversò la stanza. Da una scatola di cartone che era sulla mensola prese una pesante pagnotta tedesca, di quelle fatte con patate per il 90% e con una larga aggiunta di segatura di legno. Una di quelle pagnotte che lasciate a seccare si spaccavano e diventavano dure come sassi. Ne tagliò 24 fettine sottili che spalmò con un velo di marga- rina (era quella dei pacchi della Croce Rossa), aprí un barat- tolo di marmellata, e la prima colazione era pronta. Era ancora in pigiama. Disse a Nigel: < Che ne diresti se prima della colazione facessimo una bel- la doccia fredda, Nig? » « Ottima idea, ragazzo. » Nigel si liberò delle coperte che si era arrotolate addosso. « Bene. Allora svegliamo anche John. » « Cosa? Svegliare il pupo? Ma abbi un po' di umanità! » Nigel trattava John con un misto di riguardo e d'ironia. Lo rispettava perché era un ragazzo intelligente e coraggioso, si burlava di lui perché era cosí giovane e perché viveva nelle nuvole. Aveva sempre la testa o aile sue letture o a qualche pro- getto di fuga. Era cosí distratto, si staccava a un punto tale dalla realtà che non di rado Nigel doveva andarlo a chiamare e portarlo in camerata per il pasto. Gli voleva bene, ma masche- rava quella sua affezione dietro i punzecchiamenti o dietro certi scherzi macchinosamente preparati. Lo chiamava "il pupo", ma aveva piú rispetto per lui che per chiunque altro. Lasciarono John ai suoi sogni e uscirono dalla finestra. Si faceva prima e con meno rumore. Quando tornarono, John dormiva ancora. « Ehi, John! » lo chiamò Nigel, moderando la voce. « Su, alzati, se no fai tardi per l'appello. » John aprí gli occhi. Pareva che venisse dalla luna. Si racca- pezzò d'un tratto: « Santo cielo, datemi una tazza di tè, per carità! ». tutto a lavare. Davanti al lavatoio c'era una quantità di prigionieri che fa- cevano la coda, aspettando il loro turno per la doccia del mat- tino. Il campo alloggiava poco meno di mille prigionieri, e di- sponeva in tutto di sei rubilletti di acqua fredda. I prigionieri ne avevano adattati due in modo che servissero, alla meglio, per fare la doccia. Gli altri quattro davano l'acqua per il bucato, per rigovernare e per far da mangiare. Da quasi un anno i Te- deschi si erano messi alla costruzione di un locale per le docce. La baracca ancora da finire era lí nel mezzo del campo, circon- data da una rete di filo spinato per impedire che i prigionieri rubassero dei chiodi o del legnan1e. Ormai i prigionieri non con- tavano piú su quelle docce da un bel pezzo. Facendosi strada alla meglio di traverso alla fila degli aspi- ranti alla doccia, Peter raggiunse il lavatoio. Era pieno di uo- mini intenti a lavare la loro biancheria su lunghi piani di le- gno: la inzuppavano nell'acqua, poi la tiravano sulle tavole, I'insaponavano e la sfregavano con spazzolini da unghie. In un angolo ce n'erano alcuni che tentavano di lavarsi sotto il gramo gocciolío che cadeva da un barattolo bucherellato. Nell'angolo opposto c'era un prigioniero ritto sopra il piano del lavatoio, col viso premuto contro il finestrino. In ogni parte del campo si potevano scorgere facce intente a spiare dai buchi praticati nelle pareti delle baracche, o da nascondigli sotto il pavimento delle baracche, oppure prigionieri che stavano con l'occhio al- la fessura di qualche porta socchiusa, per vedere quello che facevano le guardie tedesche. Non c'era attività irregolare nel campo che non fosse protetta da un nugolo di vedette. Ad o- gni "furetto" che entrava dai cancelli, veniva destinato un prigioniero che lo seguiva implacabilmente e ne riferiva ogni movimento a un altro prigioniero (che chiamavano "palo") seduto presso l'entrata principale del campo. Nel centro del pavimento c'era un buco profondo e nero, largo circa 60 centimetri per 60, tagliato nella soletta di ce- mento, spessa almeno 15 centimetri, su cui poggiava il pavi- mento di mattoni. Accanto a quella botola, appoggiato per terra, c'era il suo coperchio: era fatto di mattoni tenuti insieme da un telaio di legno. A mezzo di ganci che si infilavano in altrettante fessure nei fianchi, in un momento poteva venire calato a co- prire la botola. E una volta calato il coperchio, e stuccato tutto attorno con un impasto di sapone e polvere di cemento, era im- possibile accorgersi che qualcosa era stato smosso. Nella botola, ~uori soltanto dalle spalle in su, c'era un prigioniero che si chia- mava White. « Ciao, Bill » disse Peter. « Ciao, Pete. » « Come va il lavoro ? » « Magnificamente ! » White alzò una mano, con il palmo steso e l'indice che toccava la punta del pollice; e fece una specie di schiocco con la lingua. « Va divinamente. » « Quanto siete andati avanti? » « Qualcosa come 12 metri. » « "Furetto" in vista! » avvertí con voce concitata l'uomo di vedetta alla finestra. In un attimo White sparí nella botola e gli chiusero il coper- chio sulla testa. Sopra la botola si formo un gruppetto di gente che, tralasciato di lavarsi o di lavare la biancheria, buttava acqua per terra, badando a mascherare gli orli della bo- DI LEG~0 I99 tola. Peter si mise a risciac- quare i suoi piatti, mentre la sentinella alla finestra con- tinuava a descrivere i movi- menti della guardia. Il Tede- sco passò oltre senza mettere piede nella lavanderia, e il la- voro della galleria fu ripreso. Quando Peter tornò nella sua baracca trovò Bennet al suo lavoro di lattoniere. In quel campo i prigionieri era- no ridotti, se volevano cuci- nare, a fabbricarsi le pentole e i tegami; i Tedeschi non provvedevano a nulla. Di so- lito fabbricavano una specie di padella quadrata, larga 30 centimetri per 20, e profonda poco piú di 6 centimetri. Si prendeva un barattolo da conserva; tolti i due fondi, si dissaldava il cilindro di la- miera e lo si tirava a piatto. Raccolto un numero sufficiente di lastre, si saldavano insieme ribattendo orlo su orlo, dopo aver riempito il doppio bordo con striscioline di stagnola di quella dei pacchetti di sigarette. Con un chiodo spuntato si ribadiva- no le giunture lungo tutto l'orlo doppio. I margini della la- miera venivano ripiegati e i quattro angoli formavano cosí una singolare padella. Bennett, in mezzo a una quantità di barattoli smontati e spia- nati, stava picchiando furiosamente sulla lamiera, come se sfo- gasse un suo livore personale; la baracca tremava per i suoi colpi, i barattoli ancora interi traballavano sui palchetti alle pareti. « Bella giornata » buttò lí Peter. Bennett rispose con un grugnito. « Di', ti farebbe lo stesso fare quel lavoro fuori della baracca, al sole? Se picchi sulla sabbia la baracca balla meno. » Bennett mandò un altro grugnito. Peter sospirò. Ripose le scodelle e i coltellini adoperati per la colazione, e uscí per fare due passi sulla passeggiata esterna. Fuori della porta s'imbatté in Robbie che vagabondava, ve- stito di un paio di calzoni tagliati alle ginocchia per farne degli shorts, e di un vecchio pullover. L'orlo dei calzoni tutto lacero gli batteva sulle gambe magre abbronzate. Robbie calzava dei sandali che si era fatti da sé. « Ciao, Pete. La posta è arrivata ? » « Ancora no, Robbie. Stamattina ritarda. » « E Bennett è ancora lí che picchia? » « Si. » « Santo Dio, se quel brav'uomo lo mettessero in un altro re- parto! Bennett, vedi, non è fatto come gli altri. Se ha da aprire una porta non si limita a girare la maniglia, ci si butta addosso a tutta forza, e poi quando ha capito che la serratura non vuole saltare si rassegna a girare la maniglia. » Fecero varie volte il giro del campo, senza parlare. « E una vita d'inferno, lo sai, Pete? » « Certo. E una vita da cani, che ti fa persino rimpiangere quella che facevi a casa. Quello che pagherei per tornare a cam- minare sull'erba! » Diede una pedata selvaggia nella sabbia. « C'è un posto, nel Warwickshire, sull'Avon, dove vorrei tro- varmi adesso. Ci andavo a fare delle nuotate. La riva lí è alta, a strapiombo, e c'è un punto profondo, dove ci si può tuffare. » Gli vennero in mente i raggi del sole che filtravano tra gli alberi sulla riva, I'odore di terra che mandava quel fiume scuro, I'erba tiepida sotto i suoi piedi nudi. « La prima cosa che faccio appena torno in Inghilterra è di andare laggiú. » « Io tornerò da mia moglie e dai miei bambini » disse Robbie. « L'ultima compie due anni e mezzo la settimana ventura e non l'ho ancora vista. » « Almeno hai qualcosa di positivo davanti a te. E hai qual- cosa da ritrovare se guardi indietro, nel passato. » « Intanto si possono fare dei piani per l'avvenire. Guarda quanti ragazzi si laureano o si diplomano in ogni genere di materie. » « Certo, lo so bene » disse Peter melanconicamente. « Ma stamattina non posso riflettere a niente del genere, ho la testa a qualcos'altro. Ho voglia di scappare, di tornare in Inghil- terra. » « Scappare, proprio ! Quanti ne son tornati a casa fino adesso ? Nessuno. ». « Ma non c'è niente di male a tentare » rispose Peter. « Ti dà qualcosa da fare. Ti impedisce di star lí con le mani in mano ad aspettare che la guerra sia finita. » « Da quant'è che quelli di Bill White lavorano al Dienst del lavatoio ? » « Poco piú di due mesi. » « E quanta strada hanno fatto? » « Una dozzina di metri. » « Ecco, vedi? Gli ci vogliono altri tre o quattro mesi prima di raggiungere il reticolato. Non hanno nessuna probabilità di farcela, Pete. Proprio nessuna. Finisce per forza che i Tedeschi gli capitano addosso. » « Sarà, io non lo so; ne sono scappati degli altri prima di loro. » « Sicuro, ma quanti? Su ogni 30 gallerie cominciate, ce n'è forse stata una che è arrivata al di là. Una volta fuori del campo, le difficoltà cominciano appena. Non serve a nulla, Pete. Non ce la faranno mai. Non è che una perdita di tempo. » Continuavano a camminare nel tepore del sole. « Mi piacerebbe scappare non fosse che per qualche giorno » disse Peter. « Qui dentro ti senti cosí isolato da tutto. Certe volte mi viene da domandarmi se fuori dei reticolati il mondo continua proprio a esistere! Ho una tale voglia di andare al ci- nema, di telefonare - Dio, se ho voglia di parlare una volta al telefono! E poi, di andare su e giú in ascensore, di camminare sui tappeti, di fare delle scale. Ho voglia di tornare a spendere soldi, di dover prendere decisioni. » « Puoi prendere una decisione anche adesso » osservò Robbie. « Puoi decidere cosa farai per pranzo. » Peter si mise a ridere. « Ma neanche questo. I pacchi arri- vano domani. Siamo rimasti con una scatola di salmone e basta. » « Bene, puoi decidere che libro prendere in biblioteca. Che calze metterai domani. » « No, neppure questo. Le ho tutte da lavare. » « Non so come fai a non tagliarti a fette la pianta dei piedi » disse Robbie guardando i piedi nudi di Peter. « E da questo inverno che non metto piú le scarpe. » Sollevò un piede. La pelle, sotto, era diventata scura e spessa come il cuoio « Bisognerà che perda questo callo prima che torni l'in- verno. Non credo che riuscirei a camminare a lungo con le scarpe ai piedi. » « Eccoti servito » disse Robbie. « Ecco qualcosa cne puoi decidere. » « Ed eccone un'altra. Vado a prendere l'acqua per il tè. » « Guarda se c'è posta per me, passando. Ti dispiace? » chiese Robbie. « Aspetto qui, cosí me la puoi passare dalla finestra. » « Va bene. » POCHE settimane dopo i furetti fecero una irruzione e sco- prirono la galleria di Bill White. Quei poliziotti avevano il segreto dell'ubiquità. Indossavano una tuta azzurra con gli stivaloni alti, e succedeva di scoprirli acquattati sotto il pavimento di una baracca o in una intercapedine sotto il tetto in cerca di prove per incriminare qualche prigioniero. Entravano e usci- vano dal campo nascosti nei carretti delle immondizie o addi- rittura passando sui reticolati di notte, in modo che i "pali" che sedevar.o pazientemente presso i cancelli dell'uscita principale non potevano segnalare la loro presenza nel campo. Alcuni di loro non mancavano di umorismo: quando entravano o uscivano dai cancelli si presentavano al "palo". Fra gli uni e gli altri vigeva la cortesia reciproca, e anche un vero rispetto. Erano gli avversari di un gioco costante di controspionaggio. Peter e John passeggiavano in fretta, con le mani in tasca, lungo i reticolati, osservati altrettanto pigramente dalle senti- nelle nelle loro garitte. Parlavano sottovoce camminando: « Peccato quella galleria di Bill » disse Peter. « Credevo pro- prio che avessero una buona probabilità di farcela. » « Troppo distante dai reticolati » disse John « se pensi alla sabbia che bisogna nascondere scavando una galleria di 90 me- tri. Per avere qualche possibilità di uscire dail'altra parte biso- gna fare la galleria quanto piú corta si può. Bisogna cominciarla qui fuori, in una posizione che sia vicina al primo reticolato. » « Ma non si può. Non c'è un posto vicino al reticolato, dove si possa iniziare una galleria. Avevano scelto la costruzione meno lontana dal reticolato. » « E perché cominciarla al chiuso? Perché non qui fuori, ca-- muffando l'imbocco in qualche modo ? Si potrebbe venirci a lavorare ogni giorno, prendercela con calma. » IL CA « E impossibile. Non vedi che qui è liscio co- me un biliardo ? Qua- lunque punto, vicino al reticolato, è sotto gli oc- chi di almeno tre senti- nelle. Non puoi manda- re giú un'incastellatura. E poi la sabbia come la fai sparire ? » « Non sarebbe la pri- ma volta. Ce l'hanno fatta non so quanto tem- po fa certi tizi in un al- tro campo. Facevano crocchio intorno a uno che suonava la fisarmo- nica, all'aperto. Lui suo- nava e loro gli stavano seduti intorno, in un circolo largo, e canta- vano. E mentre canta- vano, scavavano un buco nel mezzo e si pas- savano di mano in ma- no la sabbia e se nc riempivano le tasche. Scavarono profondo un braccio, ci misero so- [~ra alcune tavole e VALLO DI LEG~O 20 rimiscro a posto la sabbia a livello, e con le tasche colme di sabbia se ne tornarono alle barac- che. » « E poi ? » « Oh, la stessa notte un Tedesco di ronda andò proprio a mettere il piede sulla botola e ci cascò dentro. Ci si erano messi troppo in fretta e alla carlona. » Continuarono a camminare in silenzio. L'idea per Peter era nuova, e meritava considerazione. « Una maniera ci dev'essere » osservò. « Quello che ci occorre è un espediente di copertura. Ci vuole una qualche attività innocente, come quella storia della fisarmonica. Ripetere quel trucco non possiamo, ormai sarà diventato classico. » « Si può fare qualcos'altro del genere » disse John. « Non saprei. E cosí spoglio qui attorno. Ci fossero almeno degli alberi. » « I Tedeschi li detestano, gli alberi. » « Il male è che occorre sempre avere delle ragioni male- dettamente buone per qualunque cosa si voglia fare. Se ci mettiamo a buttargli in aria il panorama, bisogna che gli di- mostriamo che lo facciamo per una ragione valida. » « Certe volte mi sento cosí stufo di immaginare le reazioni dei Tedeschi » disse John. « Questo eterno: "Io penso che lui pensi che io pensi"! Brancoliamo maledettamente nel buio. » Rabbrividí di freddo. Guardò attorno, poi disse: « Di', guarda un po' quegli alberi. C'è un altro uragano in vista ». Peter si fermò. In lontananza, a sud, le cime degli alberi si piegavano e gesticolavano, mentre lí nel campo l'aria era ancora fresca e ferma. Poi giunsero le prime improvvise ventate a spaz- zare il campo, impigliandosi alle finestre rimaste spalancate, sollevando nu~oli di sabbia afferrandosi alla biancheria stesa ad asciugare fuori dei baraccamenti. « Vado dentro a chiudere le finestre » disse Peter. « Ho la- sciato la roba da mangiare sul tavolo. Vieni anche tu. » « Io sto qui a guardare » disse John. Il vento prendeva su foglie e pezzi di carta e li trascinava in aria; e John vide un grande foglio di giornale innalzarsi nel vento a spirale. Salí e salí, fino a 15 o 20 metri da terra. Ora volava tranquillo, ora veniva preso in un turbine dalla massa di vento che si era abbattuta sul campo. La torretta di guardia piú vicina era quasi nascosta in una nuvola di polvere; a John venne la tentazione improvvisa di saltare il reticolato mentre la sentinella era accecata dalla sabbia. Ormai lontano dal campo, il foglio di giornale adesso andava perdendo quota e mentre John lo seguiva con lo sguardo, sci- volò verso le vette degli abeti, per un istante vi restò sospeso, assurdamente, e poi sparí. "Se fossi io al tuo posto!" pensò John. "Mi ci vorrebbe un miracolo cosí. Qualcosa come quello che successe a Elia. O nelle tragedie greche, il deus ex machir~a. Quando la vicenda si impuntava e non voleva risolversi, si calava giú un cassone con 2O5 dentro il dio, che si incaricava di rimettere tutto a posto." Immaginò un vecchietto dall'aria benevola incoronato di ulivo che calava nel campo dei prigionieri e gli offriva un passaggio. "Altri che montano? Si paga un soldo il passaggio in groppa al mio Pegaso..." Si accorse di star correndo attraverso il campo, con un'idea che gli galoppava nella testa. Un dio in un cassone - il cavallo di Troia - bisognava parlare subito con Peter! Lo trovò coricato nella sua cuccetta, con Robbie che gli raccontava le ultime infamie di Bennett. Stava ad occhi chiusi. John si sforzava di parere calmo. « Pete, il vento ha smesso: vogliamo finire la nostra passeggiata? » « Senz'altro! » Era grato a John di quel pretesto. Ripresero a camminare sulla sabbia battuta del "circuito". La tempesta era finita e aveva lasciato il campo ben pulito come col rastrello. L'aria era tornata calma, i prigionieri riappende- vano la biancheria alle corde. John cercava di apparire tranquillo. Dentro era ancora tutto eccitato dalla trovata, ma parlò con voce calma. « Pete, quell'idea di camuffare l'imboccatura, ti ricordi? » «Sí! » « Ho riflettuto, dopo che eri rientrato. Mi dicevi prima che la trovata della fisarmonica ormai è classica. » « Difatti, in un certo senso. » « Bene, anche la mia è classica. Che diresti di adoperare il cavallo di Troia » Peter rise. « Quello di legno? » « Sí, un cavallo da volteggio però, uno di quelli che ci face- vano saltare a scuola. Ti ricordi, uno di quegli affari quadrati con la faccia superiore imbottita e i fianchi chiusi fino a ter- ra. Lo portiamo fuori tutti i giorni per fare i volteggi. E intanto un uomo nascosto dentro scava la galleria. Preparia- mo una buona botola di legno, robusta, e ia mandiamo giú una trentina di centimetri almeno, cosí non ci fa nessuno scherzo. » « E la sabbia » « Quella la portiamo via col cavallo. La mettiamo in un sacchetto o qualcosa di simile. Teniamo il cavallo in uno dei baraccamenti, e lo portiamo fuori a spalla con un uomo dentro. Poi, quando lo riportiamo a casa, dentro c'è anche la sabbia... » « Bisogna che il cavallo sia maledettamente solido. » « Facilissimo. Abbiamo sottomano una quantità di legname nel teatro.on ci metteremo nulla a costruirlo. » John lo aveva già davanti agli occhi, in tutti i particolari, bell`e f`atto. Vedeva il cavallo di legno e, sotto, il pozzo verticale e la galleria lunga e diritta. Vedeva gli uomini che ci lavoravano, giorno per gior- no, finché la galleria era finita. E li vedeva sbucare dalla galleria. « Andiamo subito a parlarne al "Comitato Evasioni" » propose. « Non c'è fretta. Prima studiamo i particolari. » « Ci andiamo adesso, subito » rispose John. « Chissà se non viene in mente la stessa idea a qualcun altro mentre noi per- diamo tempo a parlarne. » UN'ORA dopo erano di nuovo sulla pista lungo i reticolati. Avevano esposto il loro progettO a quelli del Comitatoche dap- prima si erano mostrati scetticí, poi li aievano presi in giro, ma da ultimo apparivano interessati. Insomma John e Peter erano riusciti a f`arsi riconoscere la priorità del progetto; se riuscivallo a preparare il cavallo da volteggio, il Comitato li avrebbe ap- poggiati in pieno. « Bisogna trovare del legname ben solido per l'intelaiatura, intanto » disse Peter. « l'er le gambe ci vogliono quattro tra- vetti da 7 o 8 centimetri, lunghi un metro e mezzo. Poi bisogna procurare le traverse da mettere in basso per tenere unite le quattro gambe. E lo stesso in alto. Poi ci vuole il materiale per coprire i fianchi. Come ce IL1 caveremo non lo so. » « Pensavo proprio a questo. I~erche non copliamo i fi~nchi con tela di sacco ? » Peter rifletté. «on credo che vada bene, perché i fianchi devono essere solidi, se no non c`è senso a farli picni. E se fac- ciamo qualcosa che non abbia un senso evidente, i Tedeschi si insospettiranno. No, no, dev`essere un cavallo da volteggio au- tentico da cima a fondo, senza nulla che possa far pensare a un trucco. » Continuarono la loro passeggiata in silenzio, lungo il retico- lato, camminando senza fretta. « Ho trovato! » esclamò Peter d'un tratto. « Ecco dove ci forniremo. » Puntò il dito verso la lavanderia semicostruita. « Prendiamo un po' di travicelli dal tetto sopra le docce. E già che ci siamo, peschiamo anche dei chiodi. » « Bisognerà farlo quando è buio » osservò John. « Meglio provvedere stasera: non c'è luna. » « E i cani? » « Bisognerà rischiare. Mi preoccupano piú i riflettori che i cani. Adesso faccio una buca, sotto la finestra, per sdraiarmici a prendere il sole. Poi stasera scivoliamo nella buca di sotto il pavimento. » « Quei cani sono maledettamente feroci. » « Ci penserà Tony Winyard ai cani. Combinerà una chiassata in un'altra parte del campo in modo da attirarvi i cani. Quello che mi domando è: dove lo nascondiamo quel legname? » « Lo seppelliamo nella sabbia, sotto il baraccamento o in qualche altro posto. Poi una volta segato può stare nascosto anche nei letti. » « Giusto. Per il materiale dello scheletro siamo a posto. E i fianchi con cosa li facciamo ? A cosa ci serve trovare il legname dello scheletro se non sappiamo come cavarcela per i fianchi? » « Una cosa alla volta » rispose Peter. « Troveremo anche quello. Intanto organizziamoci per stasera. Ai fianchi penseremo domani. » OGNI SERA sull'imbrunire le guardie entravano nel recinto per spingere i prigionieri nei dormitori. Dal tramonto all'aurora i prigionieri restavano chiusi dall'esterno nei capannoni, mentre fuori l'oscurità era continuamente battuta e frugata dai fasci luminosi dei riflettori che spazzavano il recinto tutta la notte. Erano le otto e mezzo di sera: mancavano cinque minuti al- l"'ora zero". Gli uomini sedevano attorno a un tavolo nella ca- merata di Peter, discutendo nervosamente. Pareva la sala con- vegno di un aeroporto prima di un volo di guerra: l'atmosfera era piena di tensione, della impazienza di partire, di cimentarsi una buona volta. Nel pomeriggio Peter aveva schiodato alcune tavole dell'im- piantito. Quei capannoni erano costruiti su palafitte, col pavi- mento a pochi palmi da terra. Parecchie volte, di notte, Peter aveva udito sotto il pavimento i cani che fiutavano e perlu- stravano. Li aveva dinanzi agli occhi in quel momento, mentre sedeva nella camerata, con indosso una uniforme dell'aviazione australiana colore azzurro scuro, il viso annerito con la cenere, in attesa che giungesse il momento di calarsi nella botola pre- parata nell'impiantito. L'idea dei cani lo spaventava. Il pensiero di quelle bestie che giravano nell'oscurità del campo aveva qualcosa di pauroso. Bestie istruite da uomini a dare la caccia ad altri uomini. Fin che si trattava degli uomini, stava bene. Un uomo sa dove fermarsi. Ma dove si sarebbero fermati i cani se avessero sorpre- so un prigioniero? John sedeva davanti a uno specchio, intento a sporcarsi la faccia di cenere. « Che ore sono, Pete? » « Le 8,25. Aspettiamo ancora fino alle 8,30 Spero che laggiú non facciano stupidaggini. » « Chi se ne incarica? » « Tony Winyard. » « E cosa pensa di fare? » John si stava ancora annerendo la faccia. « Striscerà fuori dal pavimento per attirare i cani all'altra estremità del campo. » Pomfret commentò: « Meglio lui di me ». « E anche di me » aggiunse Peter. « L'ha fatto altre volte. Si porta un cartoccio di pepe per gettarlo sul muso ai cani. Per me è come mettere il sale sulla coda a un passero. In ogni modo, a noialtri basta che gli riesca di tenere i cani da quelle parti una decina di minuti. Organizzano quel giochetto come una corrida. Tony è il matador. I picadores s'infilano in buchi nei pavimenti delle loro camerate e chiamano i cani per cercare di distrarli. Dev'essere divertente. Quelle povere bestiacce non sanno piú da che parte buttarsi. » Diede un'altra occhiata al- l'orologio. « Pronto, John. Si parte. » Andò dove aveva preparato la botola e si calò nel buio di sotto. Le sue mani trovarono la sabbia fresca. L'aria aveva un lieve odore di muffa misto a quello del bosco di abeti. Peter strisciò fin quasi all'esterno e rimase fermo ad aspettare John. « Appena è passata la luce del riflettore, filiamo di corsa alla buca. » Giunti alla buca, vi si distesero, protetti dal buio, in attesa del momento favorevole per strisciare verso il lavatoio. Era pas- sato piú di un anno dall'ultima volta che Peter si era trovato fuori col buio. Steso sulla schiena, guardava il cielo. Non c'era una nuvola, in cielo palpitavano miriadi di stelle. Peter sentiva l'aria della notte che gli accarezzava il viso, e la sabbia fresca sotto le sue mani Misero parecchio tempo a raggiungere e superare, sempre car- poni, il reticolato che cingeva il nuovo lavatoio. Una volta pas- sati, e dopo aver rimesso a posto il reticolato, erano al sicuro dai cani e dai riflettori: potevano lavorare in pace. Non perdettero tempo. C'era un certo numero di lunghi travetti di legno acca- tastati contro una parete. Peter li segò nella lunghezza giusta, con una piccola sega a mano.John perlustrava, cercando chiodi e qualche attrezzo da portare via. Trovò una cazzuola da mura- tore e una dozzina di chiodi lunghi da carpentiere in buono stato. Quando Peter ebbe raccolto il legname che gli bastava, John scivolò di nuovo sotto il reticolato e Peter gli passò il legname. Poi se lo divisero e lo trascinarono fino alla camerata. Piú di una volta nel viaggio di ritorno dovettero appiattirsi al suolo, mentre il fascio di un riflettore li immergeva in una luce accecante. "Come su Berlino" pensò Peter. Provava lo stesso senso di essere nudo e vulnerabile. Una volta sentirono abbaiare un cane: un latrato rabbioso, a brevi tratti taglienti, che nell'oscurità fece contrarre i loro nervi mentre strisciavano verso la baracca. Quella sera, nella camerata ci fu piú chiasso del solito. Era un accompa~namento orchestrato con cura, per coprire il rumore che i due facevano lavorando. Peter sapeva che in tutto il ba- raccamento le imposte erano appena appoggiate, e dietro le finestre, in ogni stanza, qualcuno era all'erta, pronto ad aiutarli ad entrare se si fossero trovati costretti a infilarsi dentro di corsa. Ma raggiunsero la camerata senza che nessuno si accorgesse di loro. Seppellirono il legname e la cazzuola nella sabbia sotto il pavimento. LA MATTINA dopo, mentre John girava a raccogliere prigio- nieri disposti a esercitarsi al volteggio, Peter andò a chiedere qualche attrezzo in prestito a "Wings" Cameron. Come "wing commander", comandante di stormo, alloggiava da solo in una stanzetta a un estremo del baraccamento nume- ro 64. E questo suo privilegio era una fortuna per tutti: Came- ron era un entusiasta, e in un campo di prigionia vivere assieme a gente entusiasta è molto scomodo. Aveva la passione di fab- bricarsi oggetti di vario genere con le sue mani. Bastava dargli un pezzo di fil di ferro, un po' di chiodi storti, un po' di barattoli di marmellata e lasciarlo per un poco in pace, e Wings faceva saltar fuori una lampada, un fornello, un attrezzo di sua in- venzione per scavare gallerie: qualunque cosa gli si era chiesto di fare. Mentre percorreva il corridoio del baraccamento 64, Peter sentiva un rumore di martellate che veniva dalla stanza di Ca- meron. "Benissimo" pensò. "E in vena di fare del lavoro pe- san te" . Dinanzi alla porta del comandante si fermò. Fissata sulla porta c'era una vignetta ritagliata da una rivista americana: rappre- sentava un galeotto che scavava con un piccone un buco nel pavimento della sua cella. Fuori della porta sbarrata, a ridosso della quale il prigioniero aveva steso una coperta, due secon- dini parlavano tra loro. on so che razza di lavoro stia fa- cendo" diceva un secondino all'altro "ma so che lo tiene tran- quillo." Peter sorrise, mentre picchiava alla porta. Una voce cordiale rispose: « Entra », e Peter entrò nella stanzetta che pareva una cella. Wings Cameron era un ometto con un gran paio di baffi. Indossava sandali egiziani, calze color rosa, calzoni grigi di flanella scoloriti, una camicia di un giallo fiammante e, anno- dato largo attorno al collo, un gran fazzolettone rosso con dise- gni di fantasia. Indossava quello strano abbigliamento anche quando lo avevano abbattuto col suo apparecchio. Wings spie- gava: « Mi ero figurato che cosí potevo parere uno straniero, e se dovevo buttarmi giú col paracadute nessuno si sarebbe ac- corto di me. Si vede che non impersonavo lo straniero giusto, perché mi hanno acchiappato subito ». Contro una parete della stanzetta c'era un tavolo da disegno e accanto un banco da lavoro. Sul banco si vedeva una quantità di pezzi di ogni genere, una morsa fabbricata da Wings adope- rando gli avanzi di un letto, un modellino di macchina a vapore fatto con lamiera di barattoli e con una bottiglia di quelle dei Tedeschi. In quel momento Wings Cameron stava inchiodando al pavi- mento una strisciolina di legno. La striscia serviva a incorniciare un largo buco quadrato, che egli aveva praticato nell'impiantito. « A cosa serve? » chiese Peter. « Serve a impedirmi di cadere nel buco » rispose Wings senza alzare gli occhi dal lavoro. « Non dico la cornice, dico il buco. » « Ah! » Il comandante si rimise in piedi. « E un elemento del mio impianto per condizionare l'aria. » « Come dovrebbe funzionare? » « Sotto l'impiantito metterò un ventilatore. Ecco qui i pezzi. » Indicò a Peter un disco e alcune lame smontate, fatte come le pale di un'elica, tagliate nel legno compensato. « Il ventilatore è azionato da una cinghia che gira intorno a una rotella, e a una ruota grande sotto il pavimento. Quando qui dentro fa troppo caldo, io tiro una levetta e dal buco mi viene su l'aria fresca. » « Aspetta che i Tedeschi se ne accorgano. Lo chiameranno "danneggiamento dei beni del Reich". » « Se ne sono già accorti » disse il comandante con soddisfa- zione. « Vedi, si sono persuasi che sono matto, ma un matto innocuo. » « Devo fare un cavallo da volteggio » disse Peter. « Sono vè- nuto per sentire un consiglio e per chiederti un poco di com- pensato e di chiodi. » « Sí, credo di poterteli dare. » Per Cameron un cavallo da volteggio rappresentava un problema di materiale da procurare. Peter gli spiegò la sua idea della galleria. Non era il caso di chiedere la collaborazione del comandante senza metterlo al corrente. Wings si entusiasmò immediatamente. « Prima di tutto bisogna progettarlo con precisione. » Fissò un foglio bianco sul suo tavolo da disegno di fortuna. « Dovrà essere leggero e nello stesso tempo solido » aggiunse. « Solido per i due usi, per il volteggio e per portare qualcuno dentro. » Prese una riga da disegno e Si curvò sul tavolo. CAPITOLO 3 Il cavallo era finito. aveva una superficie di un metro e mezzo per 90 centimetri. I fianchi erano coperti di pannelli di compensato, 60 centimetri per 60, procurati schiodando alcune cassette della Croce Rossa rubate al magazzino dei Tedeschi. I fianchi si restringevano verso il lato superiore che era fatto di strisce di legno ben solide e, sopra, una imbottitura di crine di materasso ricoperta con la tela bianca delle balle di sigarette che ricevevano dall'Inghil- terra. Nei fianchi erano praticati quattro buchi rettangolari di 10 centi- metri per 8, che serviva- ~\ no a passarvi le stanghe ~\ (lunghe un metro e 80, e ~\ di 5 centimetri per 8 cir- ca in sezione) quando oc- correva trasportare il ca- vallo. Al trasporto prov- vedevano quattro uomi- ni, come per una portan- tina . Il cavallo veniva ripo- sto nello spaccio: spaccio per modo di dire, perché si trattava solo di un lungo e stretto prolungamento della cucina, che con- teneva la bottega del barbiere e un altro locale lungo e vuo- to che serviva alle prove della banda musicale. Come gli al- tri baraccamenti, anche quello era costruito un po' alto sul li- vello del suolo; ma invece che su pali sorgeva su pilastri di mattoni ed era piú solido degli alloggiamenti. Si entrava da una porta a due battenti, alla quale portavano pochi gradini larghi di legno. Durante la costruzione, John reclutava prigionieri per il vol- teggio. Fece anche preparare dei cartelli che affisse in vari punti del campo, per informare che ogni pomeriggio si sarebbero te- nute lezioni di ginnastica. Alcuni prigionieri ebbero l'incarico speciale di chiacchierare coi Tedeschi, facendo entrare nel di- scorso accenni alla manía tipicamente inglese della ginnastica e, con l'aria di niente, qualche allusione al cavallo da volteggio. Pochi giorni dopo, un pomeriggio, i pochi uomini che pas- seggiavano sul "circuito" videro con sorpresa la porta a due battenti dello spaccio spalancarsi e una squadra di prigionicri rivestiti solo dei calzoncini scendere i gradini di legno e andarsi a schierare in un punto presso i1 primo reticolato. Dietro veni- vano i quattro piú robusti di tutta la compagnia, che trasporta- ~1 Intelaiatura del cavallo da 7)olteggio, con la po- sizione assunta dall'uomo durante il trasporto vano un arnese simile a un cassone, reggendolo per quattro stanghe. Lo portarono in un punto a circa nove metri dal reti- colato, e lí lo deposero a terra con cura e sfilarono le stanghe. Poi gli uomini della squadra si misero in fila e, diretti da uno di loro, cominciarono a saltare il cavallo. Le guardie, stufe di sorvegliare i prigíonieri che gironzolavano interminabilmente nel "circuito" lungo il primo reticolato, adesso seguivano quello spettacolo nuovo. Ma non gli concedevano tutta la loro atten- zione. Una partita di pugilato, o una baruffa imbastita ad arte, erano trucchi ormai ben noti per deviare l'attenzione dei cu- stodi mentre qualcuno cercava di scappare oltre i reticolati. Perciò le guardie guardavano sí il volteggio, ma senza perdere completamente d'occhio il tratto di reticolato di cui erano re- sponsabili. Nella media gli uomini si dimostravano volteggiatori abili. Il capitano fece fare loro una serie di salti man mano piú com- plicati. Solo uno dei prigionieri non valeva gran che. Non met- teva la giusta attenzione nella rincorsa, e non saltava con l'agi- lità degli altri. Le guardie di lí a poco lo avevano già individuato come l'anatra zoppa della compagnia; ridevano ogni volta che sbagliava il salto. Non erano molte le occasioni in cui potevano ridere alle spalle degli inglesi. Ma piú il pubblico rideva, piú il giovanotto pareva incaponirsi a voler saltare l'ostacolo. Andò a finire che in un salto disperato gli mancò il piede e diede di testa nel cavallo rovesciandolo. Lo mandò a cadere su un fianco, in modo che l'interno fosse ben visibile alle guardie. Dentro non c'era nulla. I ginnasti lo raddrizzarono e rico- minciarono a saltare. Dopo un poco, lo riportarono allo spaccio. E lí lo lasciarono fino al pomeriggio seguente. Ma prima di uscire dallo spaccio legarono dei pezzi di filo nero da uno stipite all'altro della porta, e tra un angolo del ca- vallo e lo zc,ccolo della parete. L'indomani mattina i due fili erano spezzati. I "furetti" non volevano correre rischi. Durante la notte il cavallo da volteggio era stato esaminato per bene. UNA MATTINA, subito dopo colazione, a una settimana da quando era cominciata l'accademia di volteggio, Peter e John stavano passeggiando lungo i reticolati. Il tema della loro con- versazione era lo stesso che li aveva occupati per tutta quella settimana: il cavallo. John disse: « Potremmo cominciare domani a scavare. I Te- deschi ormai a vederci saltare ci h~nno fatto l'abitudine. Glielo abbiamo rovesciato sotto il naso abbastanza spesso perché sap- piano che non c'è niente di losco. Poi i ragazzi che fanno il volteggio vogliono vedere il risultato del loro lavoro. Credi che continueranno a volteggiare in perpetuo se non serve a niente ? ». « Lo so. Sono preoccupato per loro. Hanno un lavoro duro, col poco che ci passano qui da mangiare. Quanto pensi che ci vorrà a scavare la galleria? » sentenziò Peter. « Adesso siamo sotto i reticolati, e mancano 12 giorni a novembre. Se tutto va per il suo verso, in 12 giorni scaveremo un altro metro e 80, vale a dire che ci porteremo un metro piú in là dei fili spinati. Un 3 metri e mezzo fuori dei reticolati c'e una specie di cunetta. Se riusciamo ad azzec- carla ci darà una copertura passabile al momento di svignar- cela. » « Bada che è ancora nella zona di lucedelle lampade ad arco » osservò John. « Le lampade fanno luce fino a una decina di metri oltre i reticolati, e non possiamo mica scavare fin là. Poi, l'unico ora- rio ferroviario di cui disponga Stafford è valido fino alla fine di ottobre. E noi dobbiamo regolare tutto in maniera da uscire di qui giusto in tempo per correre alla stazione a prendere il treno. Se ci tocca stare ad aspettare un treno, corriamo una forte probabilità di essere riacciuffati subito. » « Sono d'accordo con Pete » disse Philip. « Bisognerà com- binare una diversione, una chiassata nei baraccamenti piú vi- cini a quel tratto di cinta, al momento della fuga. » « Non sarà facile » rispose John. « Chi può stabilire in anti- cipo il tempo che metteremo a strisciare per gli ultimi tre me- tri ? » « Dovremo calcolarlo in abbondanza » disse Peter; « e poi ancora aggiungere metà del tempo calcolato. Se giungiamo alla cunetta in anticipo, stiamo lí fermi fermi fin che non sentiamo cominciare la diversione. » Si volse a Philip: « Ti occupi tu di organizzarla? ». « Sí. Qualcosa escogiteremo. E con le sentinelle esterne co- me faremo ? » « Montano di servizio solo un'ora dopo il tramonto. John e io abbiamo passato notti in bianco per vedere come si com- portano. Dalla parte che interessa noi, sono in due. Percorrono ciascuno metà lunghezza del loro tratto di reticolato; si incon- trano nel mezzo, si voltano le spalle e ripartono uno verso un capo, uno verso l'altro. Invece se piove stanno al riparo di un albero. Camminano piano. Appena comincia la chiassata, loro due e gli altri Tedeschi nelle torrette si volgeranno tutti auar- dare cosa succede dentro il campo. Credo proprio che alle sen- tinelle gliela faremo. » Parlava in tono sicuro, ma pensava alle pallottole dei mitra. « Dovremo portare addosso roba di colore scuro » aggiunse. « A questo ci ho pensato » rispose Philip. « Ci sono certe combinazioni di lana, lunghe, che sono appena arrivate coi pac- chi della Croce Rossa. Se le scuriamo con qualche bagno di tè o di cafl`è, potremo infilarle sopra i vestiti. Lí sotto, in galleria, ci permetteranno di non sporcarci i vestiti, e una volta fuori saranno un'ottima copertura mimetica. » Come tre uomini furono tra- sportati dentro il cavallo da volteggio « Benone » ammise John. « E ci converrà mettere delle calze sopra le scarpe, e un cappuccio nero in testa. » « Non potremo avere addosso tutto il vestiario e anche la ma- glia » osservò Peter « perché la galleria non è abbastanza larga. » « Terremo la camicia e i calzoni » disse Philip. « Il resto lo metteremo in una sacca di tela tinta in scuro: ce la leghiamo a una caviglia e ce la trasciniamo dietro. » Peter intervenne: « Non abbiamo ancora risolto il problema piú importante ». «E cioè?» « Come faremo a farci portare fuori in quattro nel cavallo ? » « In quattro? » La voce di Philip era eccitata. « Ma io cre- devo che si fosse in tre! » « Certo. Però qualcuno dovrà pure chiudere la botola dopo che siamo usciti. » « E a una cosa come questa non si è ancora provveduto! » « Per dire la verità, io non ho mai creduto che arrivassimo neanche al punto a cui siamo arrivati. » Peter ammiccò rapi- damente a John. « Quando abbiamo deciso di chiamare anche te nella combinazione, non ci è venuto in mente che nasceva il problema di uscire in tre dalla galleria. Fin che si trattava di farci portare in tre, era possibilissimo. Ma che il diavolo mi porti se ho l'idea di corne faremo in quattro. » « Non ci resta che tirare a sorte » propose John. Philip a momenti rimaneva soffocato. « Vuoi dire, insomma, che vi siete portati fino a questo punto senza sapere come poi si poteva andar fuori ?> « E tu ci hai pensato ? » ribatté Peter. « To ? Ma io pensavo che aveste previsto tutto. » « Bisognerà depositare le tre sacche con la roba in fondo al pozzo il giorno prima » disse John. Peter rispose: « Impossibile. Se dentro ci sono già le tre sac- che non passiamo piú noi per l'imbocco della galleria ». « Si fa una nicchia all'estremità della galleria per metterci le sacche. » « Questo, da solo, vorrebbe dire un'altra settimana di lavoro. » rispose Peter. « Non vedo come faremo a uscire molto lontano dal reticolato. Bisogna sbucare al di là del sentiero dove incro- ciano le sentinelle, e bisogna che tutto sia fatto entro il mese. L'orario delle ferrovie che abbiamo vale fino a tutto il mese e poi lo sa Dio quando passano i treni. » Philip osservò: « E prega Dio che non piova troppo in questi giorni ». « Se piove, faremo del volteggio sotto la pioggia, ecco tutto. I Tedeschi sono già convinti che siamo matti. Tant'è rischiarla. » « Tu e John che treno intendete prendere ? » « C'è un diretto per Francoforte alle 6 e mezzo del pomerig- gio, ora tedesca » rispose Peter. « Verso le 5 e mezzo fa già buio, e poco dopo escono le sentinelle, di solito. Se usciamo dalla galleria alle 6, è già abbastanza buio e abbiamo una certa probabilità che le sentinelle non siano ancora fuori. Troppo presto non conviene uscire. Se quelli scoprono il foro di uscita della galleria e vengono a cercarci alla stazione prima della partenza del treno, ci pigliano di sicuro. » « Tu sei deciso a non viaggiare con noi, Philip? » chiese John. « No, io viaggio per conto mio. Vado a Danzica e cerco di imbarcarmi lí. » « Noialtri scendiamo dal treno a Francoforte » disse John. « Passiamo la notte lí e vediamo come vanno le cose. Poi via per Stettino. Probabilmente ci converrà scendere prima di Stet- tino e raggiungere la città a piedi. » « Io » disse Philip « punto diritto su Danzica, e tre giorni dopo uscito di qui spero di essere già in Svezia. » Peter disse: « Probabilmente la migliore idea è la tua. In- tendo: la migliore per te. Quando uno parla tedesco, viaggiare come un cittadino di paese neutrale, prendendo i treni plU d]- retti, è il meglio che possa fare. Credo che te la caverai ». « Ecco come facciamo ! » interruppe John. « Come facciamo cosa ? » « Vado giú nel pomeriggio prima dell'appello. Alle due, met- tiamo. E mi porto dietro il bagaglio. Voi potete chiudermi den- tro e io scavo tutto il pomeriggio. All'appello, il modo di farmi figurare presente lo trovate. Poi, appena potete, venite giú an- che voi due. L'appello è alle 3 e tre quarti, perciò potete scen- dere alle 4 o poco dopo. Vi portate dietro un altro, il piú smilzo che trovate, che provvede a richiudere la botola dietro le vostre spalle. E abbiamo ancora due ore per prepararci a scappare fuori. » « Poco allegro » osservò Peter « restare bloccato lí dentro per un paio d'ore tu da solo. » « Oh, non mi succederà niente. Posso fare un buco per l'aria sotto i reticolati, dove nessuno lo vede, e restarmene lí acquat- tato beatamente. Prima che mi raggiungiate posso scavare un altro metro e mezzo o anche piU. » « Non farai lo scherzo di scendere nella galleria a strafare ? » Peter sapeva quanto poco John lesinasse le sue energie, quando un lavoro gli stava a cuore. Una volta avviato era tutto forza: forza nervosa e forza d'animo. Nemmeno lui sapeva quanto chiedeva a se stesso. « Ricordati che probabilmente dovremo correre con quanto fiato abbiamo in corpo » gli disse. « Non sfiatarti lavorando lí dentro, risparmia il fiato per quando ci troveremo fuori. » « Oh, me la prenderò comoda » mentí John. Peter sapeva benissimo che era una bugia, ma non poteva farci nulla. « Allora siamo inksi su tutto? » chiese Philip. « Io intanto vado da quelli della Commissione a prendere accordi per la diversione che devono organizzare per le sei. E bisogna che senta per 11 mio campionario: perché sarò un piazzista. » « Che campioni ti porti dietro? » chiese Peter. « Di margarina, in tante cassette di legno » spiegò Philip. « Cosí, se ho proprio fame, me la mangio, » CAPITOLO 5 PER i 12 giorni che seguirono, gli esercizi di volteggio si fecero quotidianamente, e intanto i due scavavano a piú non posso. Aumentarono il numero dei sacchetti a 14 e poi a 15, benché i portatori quasi crollassero sotto il peso del cavallo quando lo riportavano allo spaccio. Il 28 ottobre fecero la nicchia in fondo alla galleria. A quel punto si dovevano fermare. Quando sarebbero scesi l'ultima volta, per farsi chiudere dentro, lavorando a turno avrebbero scavato gli ultimi tre metri; o cosí calcolavano. Lo scopo della nicchia era di mettervi i bagagli mentre scavavano l'ultimo tratto fino a sbucare all'aperto. Passarono la mattina dell'indomani a portare via gli ultimi 12 sacchetti riempiti e a raggranellare i loro indumenti borghesi che erano stati nascosti nei punti piú vari e piú lontani del campo. A mezzogiorno e mezzo John fece colazione: un pasto sostanzioso, manzo in scatola, patate, biscotti canadesi e for- maggio. All'una andò allo spaccio insieme ai membri del gruppo corale. Indossò gli abiti borghesi sotto un lungo cappotto di origine polacca, color kaki. Qualche ora prima i loro tre ba- gagli erano stati portati nello spaccio e nascosti sotto fagotti di biancheria sporca. Mentre John finiva di far colazione, Peter andò dal "palo" di turno. Questi gli disse che nel campo c'erano due "furetti". "Proprio adesso dovevano venire, che il diavolo se li porti!" pensò Peter. Chiese al "palo" dove si trovassero. « Uno è in cucina, I'altro sta gironzolando dalle parti dello spaccio. » Corse al capo opposto del campo, all'alloggio dell'Ufficiale Superiore inglese. Picchiò alla porta. « Avanti. » Peter si lermò nel vano della porta, ansando leggermente. « Signore, dobbiamo mandare giú Clinton adesso, e c'è un Te- desco che gira dalle parti della cantina. Potrebbe togliercelo dai piedi per pochi minuti? » L'Ufficiale Superiore sorrise e depose il libro che stava leg- gendo. « Vediamo. La cucina economica del baraccamento 64 ha qualcosa che non va bene nel tiraggio. Farò due passi fin lí e chiederò al Tedesco di darvi un'occhiata. L'idea di venire qui nella mia stanza a fumarsi una sigaretta inglese può anche fargli gola. » « Grazie, signore. » Allo spaccio trovò il gruppo corale che stava cantando una vecchia canzone popolare inglese. Vicino alla porta c'erano anche John, Philip, Nigel e i volteggiatori. John gli disse: « Non possiamo cominciare il lavoro, fuori c'è un poliziotto; va su e giú proprio qui davanti e quando passa guarda dalla finestra. Forse non gli va che si canti ». « Sarebbe peggio se non cantassero » rispose Peter. « Ce n'è un altro qui accanto, in cucina. Ma adesso l'Ufficiale Superiore si porta via con una scusa quello che passeggia fuori, e allora si comincia subito... » Guardò fuori della finestra. L'ufficiale stava tagliando per lo "Sportplatz" con una mazza da golf in mano. A un certo momento si diede l'aria di scorgere d'improv- viso il poliziotto, e allora cambiò rotta. « Ecco "Groupy" che arriva » annunciò Peter. « Che tesoro d'uomo! » L'Ufficiale Superiore stava già parlando col poliziotto. Scam- biarono poche parole poi si avviarono assieme attraverso lo "Sportplatz" . « Tutto a posto! » esclamò Peter. « Via! » Si infilarono tutt'e due dentro il cavallo. Peter reggeva una coperta, una scatola di cartone e 12 sacchetti vuoti. I tre sacchi con gli indumenti pendevano dalla copertura del cavallo, tra lui eJohn. Erano tutt'e due raggomitolati, con la schiena contro i due lati stretti del cassone e i piedi appoggiati all'intelaiatura, nei due angoli opposti. Gli altri uomini infilarono nel cavallo le due stanghe e lo sollevarono da terra. Sostenevano i sacchi perché non oscillassero troppo, mentre i portatori li trasporta- vano giU per i gradmi e pOi attraverso il piazzale del campo, verso il solito posto del volteggio. Il cavallo scricchiolava sotto il peso. Con un respiro di sollievo i portatori deposero il cavallo e poi ritirarono le due stanghe. Al suo capo del cassone di legno, John si piegò ancora di piú perché Peter gli caricasse le valige sulle spalle. Peter poi aprí la coperta, stendendola per terra a un estremo del cavallo, e cominciò a scoprire la botola. Prima raccolse la sabbia grigia nella scatola di cartone e buttò sulla coperta la sabbia gialla e umida dello strato inferiore. Poi tastando con le dita trovò i sacchetti di sabbia, li tolse, ripulí della sabbia sciolta il legno umido del coperchio, e lo sollevò. Gli salí allora alle nari il so- lito odore leggero di muffa della galleria. Liberò John dai sacchi sotto il cui peso era rimasto curvo, deponeridoli con cura sul co- perchio di legno sopra il mucchio di sabbia scavata. « Giú! » disse a John; e si rannicchiò per lasciar libera l'apertura. John si calò coi piedi nel pozzo. « Mio Dio » disse Peter. « Questi abiti puzzano. » « Lo sentirai di piú quando sarai sceso. E la tintura. Deve essere andata a male o che so io. » Mentre John entrava nella galleria, Peter slegò la corda che teneva il catino, e al posto del catino attaccò una delle valigette. Una a una John le tirò dentro la galleria per ammucchiarle nella nicchia in fondo. Poi Peter riattaccò la corda al catino. Tra lui e John riempirono i 12 sacchetti che si erano porta-ti dietro. Mentre Peter sistemava i sacchetti dentro il cavallo, John tornò carponi fino al pozzo per respirare un'ultima boccata di aria fresca. Era la prima volta che scendeva nella galleria ve- stito, e Peter lo udí che bestemmiava piano strisciando all'in- dietro per quel budello stretto. Finalmente apparvero i suoi piedi, poi il resto del suo corpo infagottato nei vestiti e nella maglia tinta di nero. Mentre usciva dal buco, Peter rannicchiato nel cavallo stava a guardarlo. Fuori udiva le glida dei compagni che volteggiavano, a intervalli, e il colpo che davano sul cavallo saltando, e che rintronava lí dentro. John si raddrizzò. Sporgeva dalla botola con la testa e le spalle. Aveva lasciato il cappuccio nero in fondo alla galleria. Aveva la faccia rossa. « Fa un caldo da morire lí in fondo, coi vestiti addosso. » « Fa' le cose con calma. Per carità non affaticarti troppo, quando saremo fuori non voglio essere costretto a portarti a braccia. » « Starò benone. Adesso chiudimi dentro e arrivederci. » « Subito, ma non fare il buco di ventilazione piú largo del minimo necessario » rispose Peter. Stette a guardare fin che le gambe di John sparirono nello stretto corridoio, poi rimise a posto il coperchio, lo ricoprí con i pesanti sacchetti di sabbia, sopra i sacchetti versò la sabbia sciolta comprimendola bene. "Sto seppellendo un uomo vivo" pensò. Di fuori gli giunse una voce preoccupata. « Come va, Peter? » « Cinque minuti ancora, Phil. » Appese i 12 sacchetti pieni alla copertura del cassone di legno. Si mise su un braccio la coperta. Sparse un ultimo strato di sabbia gialla livellandola con cura, poi fece lo stesso con qùella grigia e asciutta della sca- tola, e finalmente diede sottovoce il segnale a Philip. Gli uomini infilarono nel cavallo le due stanghe, e Peter fu riportato nello spaccio. Men-tre si avvicinava allo spaccio sentiva già il coro che can- tava: « Gli angeli reggeranno ogni tuo passo, a meno che tu inciampi in un bel sasso... ». La bocca gli si stese in una risata, nell'oscuro ventre del cavallo. Con un'ultima scossa che fece scricchiolare il cavallo, sali- rono i gradini ed entrarono nello spaccio. "Questo vecchio brocco sta per sfasciarsi" pensò Peter. "Speriamo che regga fino a stasera." Sollevarono un estremo del cava!lo, e Peter passò i sacchetti di sabbia a Philip. Poi fra loro due li trasportarono nella stanza delle prove della banda musicale, dove i coristi erano intenti a cantare a squarciagola. « Gli angeli del Signore ti sosterranno, c'è un "furetto" davanti alla finestra... »: la voce di David do- minava il coro. « Capito » disse Peter. « Tienlo d'occhio. Nig è nel solaio ? » David fece segno di sí con la testa continuando a cantare. « Benissimo. Mettiamo in salvo i sacchetti dentro il solaio e poi siamo a posto. » Dalla botola aperta nel soffitto Nigel guardava giú preoccu- pato. Peter mostrò il pugno, col pollice dritto verso l`alto, e sor- rise. Nigel gli ricambiò il sorriso, e allungò un braccio per pren- dere il primo sacchetto. CAPITOLO 6 L'APPELLO era alle 3 e tle quarti. Peter e Philip passarono il tempo che mancava per l'appello coricati nelle loro cuccette. Per Peter erano quelli i momenti peggiori. L'attesa, adesso che il lavoro era fatto; dover star lí steso sulla sua cuccetta mentre John era in galleria a scavare, e col pensiero che da un mo- mento all'altro i loro progetti potevano andare all'aria e la fa- tica di quattro mesi e mezzo dimostrarsi inutile: tutto ciò gli era insopportabile. Gli pareva che, una volta usciti dalla galle- ria, il resto non sarebbe stato tanto grave. Si mise a ripassare a memoria l'elenco delle cose che doveva portare con sé. 244 IL CA VALLO Dl LEG.1~0 C'era la "galletta per i cani": certi biscotti duri, fatti di latte in polvere, "Bemax" e cacao. Li avevano preparati nelle scato- lette di latta quadrate che si trovavano nei pacchi viveri della Croce Rossa e Peter intendeva portarne addosso un bel po', intorno alla cintura, fra l'una e l'altra delle due camicie che avrebbe indossate. Poi c'erano alcuni sacchetti di tela riempiti di una mistura secca di farina d'avena, uva passa, zucchero e latte in polvere. Appena ingerita, questa mistura si gonfia nello stomaco, evi- tando quel senso di vuoto e quella lieve nausea che procurano i cibi concentrati in mescolanze che si equilibrano male. Due di quei sacchetti Peter li aveva cuciti nella sua giacca sotto le ascelle, per precauzione, nella eventualità si doversi separare dalla borsa che conteneva la maggior parte delle loro scorte di viveri. La borsa era già nella galleria, in fondo al suo sacco. Mental- mente Peter ne ripassò il contenuto: i viveri, le calze di ricambio, il rasoio e il sapone da barba, un maglione col collo chiuso, del sapone per lavarsi; la penna, I'inchiostro e un po' di carta arrotolata per il caso di dover ritoccare o aggiornare i loro do- cumenti, e una riserva di sigarette e fiammiferi. Si alzò e fece l'inventario delle sue tasche. C'era il porta- fogli con dentro le sue carte e del denaro tedesco, una piccola bussola, un temperino, la pipa (una pipa tedesca, comperata in città da una guardia), un pezzo di fettuccia, una matita, una borsa da tabacco, anche quella tedesca, il berretto, e un pettine. Peter uscí sul "circuito". Inutile, non poteva star fermo. Fece un giro passando sopra la galleria e pensò a John che era lí sotto a scavare sudando, senza piú idea del tempo, senza poter sapere se magari lo scavo era stato scoperto, senza piú contatti con nessuno. Senza nessun motivo andò alle latrine e lí si assicurò con Philip del modo in cui si intendeva f`ar coincidere la diversione nel campo con la loro fuga. Poi fece piú volte il "circuito" con Nigel, in attesa dell'appello. « Sentirò la vostra mancanza » gli disse Nigel. « Erano uno spasso quei volteggi. » « Quando scopriranno la galleria immagino che vi porte- ranno via il cavallo » disse Peter. Avrebbe voluto ringraziare Nigel per l'aiuto che aveva dato a lui e agli altri due, ma sa- peva che non avrebbe trovato le parole. Ringraziarlo avrebbe voluto dire mettersi su un piano di formalità, e sarebbe stato fuori posto. Passeggiarono, cercando di parlare in tono natu- rale, in attesa che venisse l'ora dell'appello. ALL'APPELLO l'Ufficiale Superiore, truccato per bene, prese il posto di John nella fila; e nessuno si accorse che John non c'era. Appena rotte le righe, i volteggiatori si riunirono allo spac- cio. Peter si sentiva le gambe molli, e non avrebbe voluto entrare nel cavallo. Quel giorno lo avevano già portato fuori due volte, e la terza volta gli pareva che dovesse portare disgrazia. Non si erano mai esercitati al volteggio dopo l'ora dell'appello pomeri- diano, e Peter era certo che le guardie si sarebbero insospettite. Mentre indossava la combinazione di maglia tinta in nero e che puzzava, sentiva Nigel dare le istruzioni agli uomini che stavano per portar fuori il cavallo. Diede un'occhiata a Philip, irriconoscibile sotto il suo cappuccio nero; e poi al terzo uomo che doveva entrare nel cavallo con loro, McKay, un Neozelan- dese scelto perché era quello che pesava meno in tutto il campo. Per essere il piú leggero possibile si era spogliato del tutto. Aveva m mano la scatola di cartone per la sabbia asciutta da spargere di nuovo sopra la botola dopo aver chiuso Peter e gli altri due nella galleria. Nigel entrò con una bottiglia di tè freddo da portare a John. « Salutamelo tanto » disse a Peter. « E che si ricordi di scri- vermi. » Peter e Philip entrarono nel cavallo. Si misero ritti, per quanto potevano, alle due estremità. Tra loro due dovevano reggere McKay tenendolo sospeso. Vennero infilate le due stanghe nei fori, poi il cavallo partí, protestando, per il suo ultimo viaggio. Nello scendere i gradini uno dei portatori scivolò, e Peter ormai era sicuro che stava per farli cadere tutti e tre; ma l'uomo ri- prese il suo equilibrio, e il viaggio poté procedere, attraverso il campo del calcio, col cavallo che ondeggiava e scricchiolava. Quando l'ebbero deposto nella sua solita posizione, Philip salí sulle spalle a McKay per dar modo a Peter di aprire la botola. Sollevato il coperchio di legno, Peter stette a sentire se veniva dall'interno il suono di qualche movimento. Nulla. Si volse a guardare Philip. « Vado in fondo a vedere come sta John » gli disse. « Tu riem- pi i 12 sacchetti qui in fondo al pozzo e passali a Mac, e poi resta qui all'imbocco; io ti mando la sabbia col catino e tu man mano che vieni avanti per il tunnel la spargi per terra dietro di te. » « Intesi. » « Non c'entrerete mai! » esclamò McKay. Guardava con stu- pore quel buco verticale cosí stretto. Peter vi si calò in piedi. Quando fu in basso scivolò in ginoc- chio infilando le gambe nella nicchia scavata di fronte alla gal- leria. Poi, chinandosi con sforzo, impacciato dagli abiti stretti, riuscí a portare la testa sotto l'arco dell'imbocco e a spingersi dentro. Agitò per un momento le gambe per dare un comico saluto a McKay, e cominciò a strlsciare, avanzando palmo a palmo, in quei trenta metri di galleria che avevano messo tan- to tempo a scavare. Aveva con sé la lampada tascabile e la accese. Allora avan- zando poté vedere i blocchi di sabbia che le vesti di John ave- vano fatta franare, e per la prima volta vide quei tratti di gal- leria rinforzati col legno compensato; nella luce gli appari- vano stranamente sconosciuti mentre avevano faticato tanto, al buio, per metterli in opera. Giunto quasi alla fine della galleria riaccese la lampada pun- tandola innanzi, e chiamò John sottovoce. Non osava chiamare piú forte: era proprio sotto il reticolato, vicinissimo al tratto percorso dalle sentinelle. Oltrepassò il gomito che avevano do- vuto fare quando si erano accorti di aver deviato, e giunse cosí in fondo allo scavo. Dove si aspettava di trovare John, aveva dinanzi a sé soltanto un muro di sabbia compatto. Evidentemente John aveva lavo- rato sodo a scavare, e con la sabbia che spingeva dietro di sé man mano aveva finito per otturare del tutto la galleria. Fece un piccolo buco nel muro di sabbia, Ghe era spesso quasi un metro. Quando raggiunse il vuoto dall'altra parte, gli venne in faccia una ventata di aria calda e fetida, e trovò John, fra- dicio di sudore, tutto nero per colpa della combinazione di maglia che stingeva. Sulla sua faccia, bagnata di sudore, la sabbia si era appiccicata. I capelli pieni di sabbia gli cadevano sugli occhi. Nel fascio di luce giallognola della lampada, Peter lo vedeva pallido e sfinito. « Dove diavolo ti eri andato a cacciare? » chiese John. « Sono appena le 4 e mezzo » rispose Peter. « Avrei detto le sei passate. Mi pareva di essere qui da non so quante ore. E ho pensato: l'appello è andato male e mi toccherà andar fuori da solo. » « No » disse Peter « tutto bene. Ho qui una bottiglia di tè » e gliela passo attraverso il buco. « Adesso passo a Philip tutta. questa sabbia e poi ti raggiungo. » Spinse nella sabbia dinanzi a sé il catino vuoto, e poi spedí a Philip il primo carico. Philip man mano riempiva i sacchetti e li ammucchiava in fondo al pozzo. A un certo punto Peter e John cominciarono ad accorgersi che dal foro di ventilazione sotto i reticolati un po' d'aria fre- sca giungeva fino a loro. Ma a Philip all'imbocco della galleria, con la botola chiusa alle spalle, l'aria mancava. Lavoravano furiosamente, per portarsi avanti piú che pote- vano con lo scavo prima che giungesse il momento stabilito per tentare di uscire. John menava gran colpi di taglio con la caz- zuola, dinanzi a sé, e respingeva indietro, sotto il ventre, la sabbia umida che faceva cadere. Peter, bocconi e col viso sui calcagni di John, riceveva la sabbia e strisciando all'indietro la portava a bracciate verso Philip che la stipava alle spalle, ostruendo la galleria con un muro compatto. Ormai fra loro tre erano ridotti a un tratto di cunicolo lungo circa 7 metri e mezzo e di 60 centimetri per 60 in sezione, che prendeva aria solo da un buco di 7 o 8 centimetri di diametro. Per la prima volta lavoravano lí dentro vestiti e senza nem- meno quel tanto di aria fresca smossa dall'andirivieni del ca- tino. I prigionieri a quell'ora erano già rinchiusi nei loro barac- camenti per la notte. Se un tratto del tunnel franava, ormai niente e nessuno li avrebbe aiutati a salvarsi. Lavoravano d'impegno e senza mai una sosta. Nessuno dei tre voleva essere il primo a rompere il ritmo del lavoro. Ma Peter, che aveva l'orologio, alle 5 e mezzo propose una sosta. Poi disse, parlando sottovoce: « Ci conviene scavare verso l'alto, adesso, tra mezz'ora bisogna che usciamo ». John fece segno che era d'accordo, e cominciò a scavare in direzione della superficie. C'era uno spessore molto maggiore di quello che credevano e cominciarono a pensare che non sa- rebbero mai giunti a sbucar fuori. Ma finalmente John sfondò un buco largo come il suo pugno e attraverso ad esso gli appar vero le prime stelle. Il primo cielo stellato, libero, al di là dei reticolati. John mormorò: « Scaverò per tutta la larghezza che ci oc- corre, lasciando in piedi solo una crosta sottile. Cosí in un at- timo la romperemo, e sarà piú facile non essere visti ». Peter gli rispose stringendogli leggermente un braccio, pOi strisciò indietro di qualche palmo per dire a Philip di tenersi pronto.Risalí verso il fondo portando il sacco di John che Phi- lip aveva portato dentro legato a una caviglia. Poi tornò in- dietro di nuovo per prendersi il suo. Philip aveva il proprio da- vanti al naso e lo spingeva innanzi. Sbucarono fuori alle sei in punto, dopo aver fatto crollare la leggera copertura di terreno sabbioso sulle loro teste. La sab- bia li accecò quasi, ed entrò nelle loro bocche facendo venire a tutt'e tre la voglia di tossire. Proprio mentre uscivano all'aria aperta, giunse loro il frastuono della diversione che facevano i compagni nei baraccamenti piú vicini a quel tratto del retiCO- lato. Chi faceva squillare certe trombette, chi cantava, e chi dava colpi contro le pareti delle baracche e urlava a perdi- fiato. John bisbigliò: « Quei cretini della malora se non si mode- rano si prendono qualche pallottola ». « Via! Via subito! » disse Peter. Era pieno di paura: faceva troppo chiaro. In furia, John issò fuori del buco il suo sacco e lo mandò a rotolare nella cunetta. Poi si sfilò dal buco. Peter vide le sue gambe sollevarsi e sparire. Allora mise fuori la testa e guardò dalla parte del camp°. Era illuminato a giorno. Peter non si era mai reso conto di quanto era forte l'illuminazione del campo. Ma le torrette di guardia, sopra il reticolato, erano fuori della zona di luce e Peter non poteva vedere se le sentinelle guardavan" dalla loro parte. Non riusciva nemmeno a vedere ]e sentinelle all'esterno del reticolato. Sollevò fuori del buco il suo sacco e lo spinse verso la cunetta, poi si issò all'esterno e una volta fuori si lasciò rotolare lungo disteso fino nella cunetta. Ad ogni istante si aspettava di sentire la scarica di un mitra e la frustata di un proiettile che gli entrava nella carne. Giunto in fondo alla cu- netta rimase immobile con gli orecchi tesi. Il chiasso nei barac- camenti aveva raggiunto un nuovo crescendo. Allora afferrò da terra il suo sacco e si mise a correre alla cieca verso la foresta di abeti, oltre la strada, dove John lo aspettava. CAPITOLO 7 ~A volta raggiunto il limite del bosco non si fermarono ad aspettare Philip ma, camminando lentamente, si allon- tanarono quanto conveniva dai reticolati, in direzione del centro della foresta. A Peter il cuore balzava furiosamente nel petto, gli pareva di soffocare. La sua tentazione era di correre, ma si imponeva di camminare senza fretta tastando coi piedi in mezzo agli aghi caduti dai pini per trovarvi qualche ramo- scello asciutto. La maglia che lo infagottava era fradicia di su- dore, e il vento freddo e tagliente vi penetrava. Peter gelava, non vcdeva l'ora di essere nel denso della foresta per potersi rivestire. Guardò indietro. Oltre gli alberi, il campo era illu- minato come un circo equestre gigantesco. Non c'erano stati colpi di fucile. Dunque Philip era in salvo anche lui, un po' piú indietro, in un qualche punto della foresta. John lo prese per un braccio. Ripresero a camminar.e verso l'interno della foresta, badando dove mettevano i piedi, su quel terreno cedevole e pieno di scricchiolii. A un certo punto John si mise a ridere. Dapprima erano risa- tine brevi, ma poi divennero veri scoppi di riso, profondo e irre- frenabile. « Cos'hai? » sussurrò Peter. « Cos'hai, di cosa diavolo stai ridendo? » <( Sei tu che mi fai ridere. Hai l'aria di un orso che cammi- na. » Peter si accorse di tenere stretto contro il petto il suo sacco, come un neonato. « Per l'amor di Dio » disse John « togliamoci queste combi- nazioni. Diamoci una pulita in modo da parere due esseri u- mani. » « No, aspetta. Non lasciamo tracce fin che non siamo oltre la stazione. Nasconderemo la roba ai margini della strada per Breslavia. » Adesso rideva anche Peter, era una conseguenza dei nervi che si distendevano e del senso di trionfo per essere 250 IL CATVALL0 DI LEG~O riuscito a fuggire. Ma non si sentiva ancora calmo. Difatti nel suo riso c'era qualcosa di stridulo e nervoso. Si diressero con estrema cura per la foresta, allontanandosi dalla portata del campo. Tremavano tutt'e due, perché nelle loro combinazioni di maglia fradice avevano freddo e perché erano stanchi della fatica di scavare. Ma non si accorgevano affatto di essere stanchi: erano liberi, al di là di quei fili spinati che per tanto tempo li avevano tenuti prigionieri. Si tolsero di dosso le combinazioni tinte di nero e le calze nere che avevano infilato sopra le scarpe. Si pulirono la faccia l'un l'altro coi fazzoletti, aprirono i loro sacchi e ne estrassero la giacca, il berretto, gli impermeabili. In fondo al sacco cia- scuno dei due aveva riposto una piccolissima valigetta da viag- gio. Peter aprí la sua e ne tirò fuori un barattolino di pepe Fatto un bel fagotto della roba che si erano tolta, lo spruzzò di pepe per togliere ai cani la voglia di annusarlo se per disgrazia al campo si accorgevano della loro fuga e li inseguivano Misero l'impermeabile e il berretto e tornarono indietro verso la ferrovia, raggiungendo il ponte che portava alla stazione. Era una passerella di ferro alta sopra la linea ferroviaria. Al di là del ponte trovarono la strada per la stazione. C'era parecchia gente per la strada. Evidentemente era ap- pena arrivato un treno locale. "Dio non voglia che li troviamo ILA VALLO DI LEG~O 25 I ad aspettarci alla stazione" pensò Peter. "Che non abbiano dato l'allarme e ci siano i gendarmi ad attenderci." « Se ci riconoscono, scappiamo » disse a John. « Con tanta gente sulla strada non ci spareranno addosso. Ci separeremo. Poi ci aspetteremo al serbatoio dell'acquedotto, nel bosco. Ce ne andremo a piedi, o salteremo su qualche treno merci. Se sanno già che siamo scappati, troveremo le stazioni sorvegliate per chissà quanti chilometri tutto intorno. » « Andrà tutto bene » disse John. « Non ci piglieranno. Se suonavano l'allarme, lo sentivamo anche noi. Piuttosto datti l'aria di niente. Vedrai che la passiamo liscia. » FUORI della stazione era buio pesto; dentro, invece, la bi- glietteria era illuminata a giorno. Mentre John si metteva in coda allo sportello, Peter andò a guardare gli orari affissi a una parete. John aveva in tasca la carta d'identità e il permesso di viaggio di Peter; si dava un'aria tranquilla, in mezzo alla gente che faceva la coda; ma Peter notò un gesto che faceva col labbro di sotto, stringendolo tra i denti; e cercò di imma- ginare ciò che John provava mentre aspe-ttava il suo turno. Adesso John era allo sportello e parlava con la ragazza che era al di là della griglia. Peter guardò verso la porta. C'era folla. Pensò: "Aspetto che John sia a un metro da me, e poi filiamo via a precipizio. Riusciremo a farci strada". Si girò dalla parte di John: stava venendo coi due biglietti in mano. Peter gli andò incontro. Si fermarono subito prima del cancel- lo. Era meglio aspettare che i passeggeri sfollassero la pensilina. Peter osservava i viaggiatori man mano che passavano il cancello. Il cuore si mise a battergli forte, avrebbe voluto scap- pare di corsa: in quel momento stava attraversando il cancello il medico che l