WEST MORRIS L. NEI PANNI DI PIETRO VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI Avvolto nella maestà e nel mistero, il Vaticano rappresenta il centro spirituale di cinquecento milioni di cattolici, sul quale si leva, solitaria, la figura del Pontefice. Il mondo del Vaticano è uno straordinario mondo dualistico, intessuto di tradizioni bimillenarie, ma costretto a agire nell'era spaziale; centrato in Dio, ma costretto a operare attraverso esseri umani, con tutte le loro debolezze. A capo di quel mondo viene eletto, per la prima volta, un Papa nato in terra russa, Kiril primo. Prigioniero per anni in un campo di concentramento comunista, questo uomo ha il volto sfregiato dalla tortura e l'animo lacerato dalla sua profonda partecipazione a tutte le sofferenze e le miserie umane. In meno di un anno di pontificato, Kiril Lakota, aprendosi audaci scorciatoie nei meandri della burocrazia e avventurandosi in decisioni ardite, compie un'opera d'importanza vitale per la pace del mondo. Ma, al tempo stesso, come il più semplice dei sacerdoti, deve affrontare molteplici e complessi problemi terreni e umani, ciascuno dei quali esige anche una soluzione spirituale. In questo commovente romanzo, l'autore de L'Avvocato del diavolo, con accenti di verità, ci conduce attraverso un'indimenticabile avventura spirituale, che però non trascura anche il lato umano di ogni essere. Capitolo 1 Il Papa era morto. Il Camerlengo, tesoriere della Santa Sede, ne aveva dato l'annuncio, e il maestro delle cerimonie, i notari apostolici, i medici, avevano firmato la sua consegna all'eternità. L'anello del Papa era stato reso inservibile, i suoi sigilli spezzati, e in tutta la città le campane sonavano a morto. La salma del pontefice giaceva tra bianchi ceri nella cappella Sistina, e le Guardie nobili montavano la veglia funebre sotto gli affreschi del Gtudizio universale. Il Papa era morto. L'indomani, il clero della basilica di San Pietro sarebbe venuto a chiedere la sua salma e l'avrebbe esposta al pubblico nella cappella del Santissimo Sacramento. Il terzo giorno, lo avrebbero sepolto, rivestito dei paramenti pontificali, con la mitra in capo, un velo purpureo sul volto, e il corpo avvolto in una rossa coperta di ermellino. Con lui, sarebbero state sepolte le medaglie e le monete del suo pontificato, le quali, forse, tra un migliaio di anni, avrebbero permesso la sua identificazione. Il suo corpo sarebbe stato chiuso in tre bare sigillate: una di cipresso, una di piombo, con il suo stemma, e l'ultima di olmo perché egli fosse simile a tutti gli altri uomini, che scendono nella tomba in casse di legno. Il Papa era morto. Per lui si sarebbe implorato, come per qualsiasi altro defunto: « Non giudicare il tuo servo, o Signore... Liberalo dalla morte eterna ». Poi, lo avrebbero calato nella cripta sotto l'altar maggiore, e un muratore avrebbe chiuso la cripta con mattoni, murandovi anche, su una tavoletta di marmo, il suo nome, il suo titolo, e le date della sua nascita e della sua dipartita. Il Papa era morto. Per nove giorni, si sarebbero celebrate messe per il riposo della sua anima e gli sarebbero state impartite nove assoluzioni, di cui, forse, essendo egli stato in vita più grande degli altri uomini, avrebbe avuto maggior bisogno di altri. Poi lo avrebbero dimenticato, perché la Cattedra di Pietro era vacante, e l'Onnipotente privo di Vicario su questo pianeta tormentato. Ora i cardinali del Sacro Collegio fungevano da curatori dell'autorità del Pescatore, ma non possedevano il potere di esercitarla; nessuno poteva assumere quel potere se non per elezione legale. Ordinarono il conio di due medaglie; quella del Camerlengo portava un grande ombrello sopra le chiavi incrociate: sotto l'ombrello non c'era nessuno, segno che la Cattedra degli apostoli era vacante; l'altra era del Governatore del Conclave, colui che doveva riunire i cardinali della Chiesa, e chiuderli nelle stanze del Conclave finché non avessero eletto un nuovo Papa. Ogni moneta coniata nella Città del Vaticano, ogni francobollo stampato, recavano in quei giorni la scritta "Sede vacante". L'Osservatore Romano portava la stessa scritta sulla prima pagina, e sarebbe uscito listato a lutto fino alla nomina del nuovo pontefice. I rappresentanti delle agenzie di stampa di tutto il mondo vivevano accampati sulla soglia dell'ufficio stampa del Vaticano, e, da ogni angolo della terra, uomini anziani, curvi per gli anni o per le infermità, affluivano a Roma per indossare le vesti scarlatte di prìncipi della Chiesa e sedere in Conclave per l'elezione del nuovo Papa. C'era Carlin, l'americano, e Rahamani, il siriano, e Hsien, il cinese, e Hanna, l'irlandese che veniva dall'Australia. C'era Councha, arrivato dal Brasile, e Da Costa dal Portogallo, Morand da Parigi, Lavigne da Bruxelles, Lambertini da Venezia e Brandon da Londra. C'erano due tedeschi e un polacco, e un ucraino che nessuno conosceva, perché era stato eletto cardinale soltanto alcuni giorni prima della morte del Papa. In tutto, erano ottantacinque uomini, il più vecchio dei quali aveva novantadue anni e il più giovane, l'ucraino, cinquanta. Al suo arrivo nella città, ciascuno di loro presentava le credenziali al compìto e pacato Camerlengo, il cardinale Valerio Rinaldi. Rinaldi accoglieva ciascuno con una stretta della sua mano magra e asciutta e con il suo sorriso lievemente ironico, e a ciascuno chiedeva di prestare giuramento. Con tale giuramento il cardinale che partecipava al Conclave dichiarava di conoscere e di voler osservare rigorosamente tutte le norme dell'elezione contenute nella Costituzione Vacante Sede Apostolica, del 1945, si impegnava a non servirsi del (Nota dell'autore: Roma è più antica della Chiesa Cattolica. Tutto ciò che può accadere in questo mondo, vi è accaduto e vi accadrà nuovamente. L'epoca in cui si svolgono gli avvenimenti descritti in questo libro è immaginaria, come immaginari sono i personaggi che lo popolano. Qualsiasi riferimento a personaggi viventi, appartenenti o no alla Chiesa, è da escludersi. Poiché non posso chiedere ai miei amici di assumersi le responsabilità delle mie opinioni, coloro che mi sono stati d'aiuto nella stesura di questo libro resteranno anonimi. Ringrazio di cuore tutti coloro che mi hanno fornito le loro testimonianze, che hanno messo a mia disposizione la loro cultura, che hanno speso a mio favore la carità della fede. Morris West) proprio voto a beneficio di un potere secolare e, nel caso fosse stato creato pontefice, s'impegnava pure a non cedere alcun potere temporale della Santa Sede che potesse essere giudicato necessario alla sua indipendenza. Rinaldi sottolineava l'ammonimento contenuto nella Costituzione Vacante Sede Apostolica a condurre l'elezione con "prudenza, carità e particolare calma", perché la storia delle elezioni papali era tumultuosa. Nel quarto secolo, quando era stato eletto lo spagnolo Damaso, le chlese della città erano state teatro di veri massacri. Nel decimo secolo, Leone quinto era stato imprigionato, torturato e assassinato dall'aristocratica famiglia romana dei Teofilatti, così che, per quasi un secolo, la Chiesa era stata governata da fantocci dominati dalle donne Teofilatte, Teodora e Marozia. E infine, l'elezione del Papa Santo, Pio decimo, si era svolta tra scenate violente. Tutto compreso, concluse Rinaldi, era meglio diffidare sempre un poco del carattere inasprito e della vanità frustrata di uomini ormai vecchi. Per associazione di idee, il suo pensiero passò al problema dell'alloggio e del vitto degli ottantacinque cardinali, ciascuno accompagnato da segretari e domestici, per tutta la durata del Conclave. Bisognava sistemarne alcuni nei quartieri delle Guardie svizzere, tenendo sempre presente che le camere non dovevano essere troppo lontane dai bagni, e che a tutti gli ospiti si dovevano fornire gli indispensabili servizi: cuochi, barbieri, medici, valletti, facchini, segretari, camerieri, carpentieri, stagnini, e vigili del fuoco (nel caso che qualche prelato esausto si addormentasse con un sigaro acceso in mano!). L'amministrazione del Papa defunto era stata molto efficiente, così che a Rinaldi, ora, avanzava il tempo per discutere l'elezione con il collega Leone, decano del Sacro Collegio. Leone aveva una bianca criniera leonina e un temperamento aggressivo. Era romano fino al midollo, e Roma era per lui il centro del mondo. Con il grande naso a becco d'aquila e la mascella pesante, pareva un senatore uscito dai tempi di Augusto, e i suoi occhi incolori scrutavano il mondo con gelida disapprovazione. Se ne stava insediato al Sant'Uffizio come un vecchio cane da guardia; per lui, ogni innovazione rappresentava il primo passo verso l'eresia. Tutti erano convinti che Leone avrebbe messo senza esitare una mano sul fuoco, piuttosto che apporre la sua firma alla minima deviazione dall'ortodossia. Rinaldi lo rispettava, sebbene non fosse mai riuscito a provare simpatia per lui. Quella sera, comunque, il vecchio leone sembrava di umore più malleabile. « Ho ottantadue anni, amico mio, e ho seppellito tre papi: comincio a sentirmi solo. » « Se questa volta non eleggeremo un papa più giovane » osservò Rinaldi « forse ne seppellirà anche un quarto. » Leone gli lanciò una rapida occhiata di sotto le ispide sopracciglia. « Che cosa intende dire? » Rinaldi si strinse nelle spalle. « Siamo tutti troppo vecchi. Ce ne saranno, a dir molto, una mezza dozzina, tra noi, che sono in grado di dare alla Chiesa quel che le occorre: personalità, una linea di condotta decisa e il tempo necessario a renderla operante. » «E lei pensa di essere uno di quei sei?» « No, lo so benissimo. Quando l'uomo nuovo sarà stato scelto, mi propongo di presentargli le mie dimissioni e di ritirarmi a coltivare i fiori del mio giardino. » « Crede che io abbia probabilità di essere eletto? » domandò Leone, senza circonlocuzioni. « Spero di no » rispose Rinaldi. Leone buttò indietro la sua folta criniera, e rise. « Non si preoccupi, so di non averne. In questo momento, ci vuole un Papa pietoso, che veda nella massa un gregge senza pastore, così come lo vedeva Cristo. Io non sono quell'uomo. Magari lo fossi! » Sollevò la sua grossa mole dalla sedia e si avvicinò al grande tavolo, sul quale, tra pile di libri ammucchiati alla rinfusa, era posato un antico mappamondo. Fece girare lentamente il globo sul suo asse. «Ecco qua, caro amico, il mondo, la nostra vigna! Un tempo, lo colonizzammo nel nome di Cristo. Non sempre con giustizia, ma ovunque c'erano la Croce e i Sacramenti, gli uomini, comunque vivessero - in una prigione o in una reggia - avevano la possibilità di morire da figli di Dio. Oggi, invece, abbiamo perduto l'Asia e la Russia, e l'Africa la perderemo presto, e, subito dopo, sarà la volta dell'America del Sud. Sono anni che ce ne rimaniamo seduti qui ad assistere passivamente agli eventi: basterebbe questo a dare la misura del nostro fallimento. » Con mano malferma arrestò il globo roteante. « Se potesse ricominciare la sua vita, Rinaldi, che cosa farebbe? » Rinaldi alzò il volto verso di lui con un sorriso conciliante. « Credo che rifarei tutto quel che ho fatto. Non che ne sia molto fiero, ma sono le uniche cose che so fare bene. Vado d'accordo con le persone perché i sentimenti che esse mi ispirano non sono mai molto profondi; questo fa di me quel che si dice un diplomatico nato. Non mi piace litigare, e ancor meno impegnarmi sul piano emotivo; mi piace starmene per conto mio, e amo lo studio: i maligni mi potrebbero definire un animale a sangue freddo, così, mi son fatto senza fatica una reputazione di buona condotta e, tutto compreso, posso dire di aver avuto una vita molto soddisfacente; per me, beninteso. Che cosa poi ne pensi l'angelo che scrive nel libro, è un'altra questione. » « Non si sottovaluti, mio caro » commentò Leone, aspramente. « Ha fatto più di quanto lei ammetta. » « Ho bisogno di tempo e di riflessione per metter ordine nella mia anima » riprese Rinaldi in tono pacato. « Ora, però, vorrei che anche l'inquisitore si lasciasse interrogare. Se dovesse ricominciare tutto daccapo, che cosa farebbe? » « Ci ho pensato spesso » rispose Leone, gravemente. « O mi sarei sposato - e, forse, era proprio questo di cui avevo bisogno per essere umano almeno a metà - oppure sarei diventato un prete di campagna, che sa giusto quel tanto di teologia indispensabile per poter confessare, e quel tanto di latino che serve per celebrare la messa, ma che ha anche quel tanto di cuore che gli permette di sapere quali siano le cose che toccano gli uomini nelle fibre più remote e li fanno piangere, la notte, col viso affondato nel cuscino. Mi sarei seduto davanti alla mia chiesa, le sere d'estate, a leggere il breviario, e a chiacchierare con i poveri, gli umili e gli infelici. Sa che cosa sono io, oggi? Un'enciclopedia ambulante di dogmi e controversie teologiche. E a chi interessa la teologia, oltre che ai teologi? Anche noi siamo necessari, ma meno di quel che crediamo. La Chiesa è Cristo: Cristo e la gente. E alla gente, agli uomini, interessa solo questo: sapere se Dio esiste e come Egli si cura di loro, e come poter tornare a Lui, quando si smarriscono. » « Grosse questioni » commentò gentilmente Rinaldi « che non possono esser risolte da menti piccole o rozze. » Leone scosse ostinatamente la criniera. « Ma, per la gente, si riducono a questioni elementari: perché non devo desiderare la donna d'altri? Chi mi vendicherà, se mi è proibito vendicarmi da solo? Chi mi conforterà quando muoio? Io posso dar loro la risposta del teologo, ma loro credono solo a chi porta le risposte nel cuore. E dove sono questi uomini? Ce ne sarà uno solo, tra tutti noi che portiamo il galero? » Spalancò le braccia in un gesto di scherzosa disperazione. « Siamo quel che siamo, e bisogna che Dio si assuma Lui metà della responsabilità anche per noi teologi! Ora mi dica, dove andiamo a cercarlo, il nostro Papa? » « Questa volta » affermò Rinaldi in tono energico « dovremmo sceglierlo per la gente e non per noialtri. » « E quanti saranno d'accordo circa la scelta migliore per la gente? » Rinaldi abbassò lo sguardo sulle mani ben curate e disse dolcemente: « Se cominciassimo con il mostrar loro l'uomo, forse potremmo metterli d'accordo ». « E quanti dei nostri fratelli la penseranno come noi? » Avevano toccato il punto cruciale dell'elezione, il paradosso del papato. L'uomo che portava l'anello del Pescatore era il vicario di Cristo, il vice-reggente dell'Onnipotente. Il suo dominio era spirituale ed universale; egli era il servo di tutti i servi di Dio, compresi coloro che non riconoscevano la sua autorità. D'altra parte, egli era anche il vescovo di Roma, e i romani vantavano, per tradizione storica, un diritto di prelazione sulla sua presenza e i suoi servigi. Contavano su di lui per l'impiego, per l'afflusso di turisti, per l'appoggio che gli investimenti vaticani fornivano all'economia del paese. La maggior parte del suo personale e dei suoi amministratori era costituita da italiani. Un Papa che non fosse in grado di trattar con loro familiarmente, nella loro lingua, era indifeso di fronte a eventuali intrighi di palazzo e interessi di parte. In tempi remoti, il punto di vista dei romani aveva avuto carattere di universalità: allora, la memoria dell'impero romano e la pax romana non erano ancora svanite. Ma la Roma imperiale non era mai arrivata a sottomettere la Russia o l'Asia, e i latini che avevano conquistato l'America del Sud non vi avevano portato la pace, ma la spada. E da secoli, ormai, l'Inghilterra si era ribellata al papato. Quindi vi erano argomenti validi per l'elezione di un papa non italiano e ragioni altrettanto valide per credere che un papa non italiano sarebbe potuto divenire un fantoccio nelle mani dei suoi ministri o una vittima dei loro intrighi. La corruzione della Chiesa e il repentaglio cui la mettevano le follie dei suoi membri erano fatti storici, ma i cinici erano sempre rimasti disorientati dalla misteriosa capacità di rinnovamento della Chiesa e del papato. I fedeli l'attribuivano alla presenza costante dello Spirito Santo; per questo motivo, all'apertura di ogni Conclave, veniva invocato il Paracleto. Il primo giorno di clausura, Rinaldi condusse i cardinali e i loro segretari nella Basilica di San Pietro. Poi, Leone, vestito di una pianeta scarlatta e assistito da diaconi e suddiaconi, cominciò a celebrare la messa dello Spirito Santo. Nel guardare il cardinale che, oppresso dal peso dei paramenti, celebrava faticosamente il Sacrificio, Rinaldi provò per lui una fitta di pietà e un'ondata di simpatia. Erano tutti nella stessa barca, questi capi della Chiesa. Molto tempo prima si erano consacrati al servizio di un Dio invisibile e alla propagazione di un mistero. Attraverso la Chiesa, avevano raggiunto onori più grandi, forse, di quelli che avrebbero raggiunto nel secolo, ma tutti sottostavano al fardello comune dell'età: le facoltà declinanti, la solitudine di chi emerge sugli altri e la paura del conto da pagare e che avrebbe potuto trovarli insolvibili. Pensava allo stratagemma che aveva ideato con Leone: presentare un candidato ancora sconosciuto alla maggioranza dei votanti e promuovere la sua causa, senza infrangere la Costituzione Vacante Sede Apostolica. Si domandava se questo non fosse una presunzione o un tentativO di circuire la Provvidenza, che stavano invocando in quel momento; eppure se, come insegnava la fede, Dio usa l'uomo come libero strumento dei piani divini, non si poteva permettere che l'elezione di un Papa si svolgesse come un giuoco d'azzardo. A tutti i cardinali era stato ingiunto di essere prudenti, di prepararsi con la preghiera, di agire in modo ponderato, e infine, di rassegnarsi e sottomettersi alle decisioni della maggioranza. Eppure, nonostante la prudenza con cui si erano preparati, nessuno riusciva a sfuggire alla sensazione di avventurarsi sconsideratamente su un terreno sacro. Rinaldi lanciò un'occhiata furtiva ai suoi colleghi. Come cori gemelli di antichi arcangeli, essi sedevano lungo le due navate del santuario, i petti appesantiti dalle croci d'oro, i principeschi anelli a sigillo sfolgoranti sulle mani incrociate, i volti incisi dall'età e dall'esperienza del potere. Vi era Rahamani di Antiochia, con la barba a spazzola, i sopraccigli arruffati e lucenti, mistici occhi. Vi era Benedetti, tondo come un porcellino, con le guance rosa e i capelli di zucchero filato, che dirigeva la banca del Vaticano; accanto a lui sedeva Potocki, il polacco, un uomo dagli occhi saggi e dalla bocca tormentata. A Tatsue, del Giappone, mancava solo la veste color zafferano per farne un'immagine buddista, e Hsien, il cinese in esilio, era seduto tra Ragambwe, il negro del Kenia, e Pallenberg, lo scarno asceta di Monaco. Gli occhi acuti di Rinaldi percorrevano gli stalli del coro, affiggendo su ciascun cardinale la classica etichetta: papabile. In teoria, ogni membro del conclave era papabile; in pratica, gli eleggibili erano assai pochi. Per taluni, lo scoglio era rappresentato dall'età, o dal talento, dal temperamento o dalla reputazione; per altri, invece, dalla nazionalità. L'elezione di un americano avrebbe fatto temere un approfondimento della frattura tra Oriente e Occidente; un Papa negro sarebbe apparso come un simbolo spettacolare delle giovani nazioni rivoluzionarie, ma i prìncipi della Chiesa diffidavano dei gesti spettacolari. Un Papa tedesco poteva alienare le simpatie di tutti coloro che avevano sofferto nella seconda guerra mondiale, uno francese avrebbe fatto rivivere ricordi ormai sepolti di papi esiliati in Avignone e di ribellioni teologiche, e, dato che vi erano ancora dittature in Spagna e Portogallo, l'elezione di un Papa iberico poteva rivelarsi, diplomaticamente, un errore. Il lettore leggeva dagli Atti degli Apostoli: « In quel tempo Pietro prese a dire: "Fratelli, il Signore ci ha comandato di predicare al popolo, testimoniando che Egli è colui che fu chiamato da Dio a giudicare i vivi e i morti..." ». Poi il coro cantò il Veni, Sancte Spiritus... e infine Leone cominciò a leggere, con la sua forte voce caparbia, il vangelo del giorno del Conclave: « Chi non entra nell'asilo delle pecore dalla porta ma vi sale da altra parte è un ladro e un assassino. Chi invece entra dalla porta è il pastore delle pecore ». Rinaldi chinò la testa e pregò perché l'uomo che stava per proporre fosse realmente un pastore, sì che il Conclave potesse consegnargli a buon diritto il pastorale e l'anello. Finita la messa, il celebrante si ritirò per spogliarsi, e i cardinali si assestarono più comodamente negli stalli. Taluni bisbigliavano tra loro, due o tre sonnecchiavano, e un cardinale annusò furtivamente del tabacco. La parte seguente della cerimonia non era che una formalità. Un prelato avrebbe letto un'omelia in latino, sottolineando ancora una volta l'importanza dell'elezione e il dovere morale dei cardinali di procedervi con ordine e onestà. Per antica consuetudine, il prelato, abitualmente, era scelto per la purezza del suo latino, ma questa volta il Camerlengo aveva fatto le cose diversamente. Un bisbiglio di stupore percorse l'assemblea, nel vedere che Rinaldi si dirigeva all'ultimo stallo e porgeva la mano a un cardinale alto e sottile, conducendolo verso il pulpito. Quando costui fu ritto nel pieno riverbero delle luci, videro che si trattava del più giovane di tutti. Aveva i capelli e la barba neri, e la sua guancia sinistra era segnata da una lunga cicatrice livida. Sul petto, oltre la croce, gli pendeva un'icona rappresentante una Madonna bizantina col bambino. Si segnò da destra a sinistra al modo orientale; ma, quando cominciò a parlare, non fu in latino, ma in un italiano puro e melodioso. Attraverso la navata, Leone rivolse un arcigno sorriso di approvazione a Rinaldi, e poi i due cardinali si abbandonarono alla semplice eloquenza dello straniero. « Mi chiamo Kiril Lakota; sono l'ultimo di questo Sacro Collegio, sia per anzianità, sia per merito. Per la maggior parte di voi sono uno straniero, perché il mio popolo è disperso, e io ho passato gli ultimi diciassette anni in prigione. Se posso avere tra di voi alcun diritto, questo diritto sia fondato su questo, che io parlo per i perduti, per coloro che camminano nelle tenebre. E per loro che dobbiamo eleggere un pontefice. « Il primo che resse questo ufficio fu uno che camminava con Cristo e che, come il Maestro, fu crocifisso. Coloro che han servito meglio la Chiesa, e i fedeli, son sempre stati i più vicini agli uomini, che sono l'immagine di Cristo. Noi abbiamo un potere in mano, fratelli, e un potere ancor più grande metteremo nelle mani di colui che eleggeremo, ma dobbiamo usare questo potere da servi e non da padroni. Siamo quel che siamo - sacerdoti, vescovi, pastori - in virtú di un atto di dedizione al popolo, che è il gregge di Cristo. Quanto possediamo ci proviene dalla loro carità, dal sudore dei fedeli. Son loro che ci istruiscono, perché noi, a nostra volta, possiamo istruire loro e i loro figli. E per loro che esercitiamo i poteri sacramentali e propiziatori che ci furon dati dall'unzione e nell'imposizione delle mani. Se serviremo una causa diversa da questa, saremo dei traditori. Ora, ci è chiesto di deliberare in spirito di carità e di umiltà e, alla fine, di rendere ubbidienza a colui che sarà scelto dalla maggioranza. Dobbiamo essere ciò che il nostro nuovo pontefice proclamerà di essere: servi dei servi di Dio. Ci sia concesso in questi momenti decisivi di agire come volonterosi strumenti nelle Sue mani. Amen. » Tutto ciò fu detto semplicemente; tuttavia, la personalità dell'uomo, con quel volto sfregiato, la voce forte, e le mani eloquenti deformate dalla tortura, conferì alle parole una potenza dolorosa, inaspettata. Quando egli lasciò il pulpito, per tornare al suo posto, vi fu una lunga pausa di silenzio. Leone chinò la testa leonina in segno di approvazione, e Rinaldi mormorò una preghiera di gratitudine. Poi, il Maestro delle Cerimonie guidò fuori della basilica i cardinali e i loro segretari con i confessori, i medici, gli operai e l'architetto del Conclave, e li ricondusse ai palazzi vaticani. Nella cappella Sistina, i cardinali prestarono ancora giuramento. Poi, Leone diede l'ordine di sonare i campanelli perché tutti coloro che non appartenevano al Conclave lasciassero la zona proibita, e i domestici fecero strada ai rispettivi cardinali nei loro appartamenti. Quindi, il prefetto del Maestro delle Cerimonie, con l'architetto del Conclave, iniziò la perquisizione rituale dell'area riservata al Conclave, esaminando una stanza dopo l'altra, scostando tendaggi, aprendo armadi, finché ogni locale fu dichiarato libero da intrusi. All'imbocco dello scalone di Pio nono si fermarono, e le Guardie nobili uscirono dall'area del Conclave, seguite dal Maresciallo di Santa Romana Chiesa, cui è affidata la custodia del Conclave, e dai suoi aiutanti. La grande porta fu chiusa a catenaccio. Il Maresciallo del Conclave girò la sua chiave all'esterno; all'interno, i Maestri delle Cerimonie, a loro volta, girarono le chiavi, e il Maresciallo ordinò che la sua bandiera fosse issata sul Vaticano da quell'istante nessuno poteva più uscire o entrare o trasmettere messaggi, fino all'elezione del nuovo Papa e alla scelta del nome. Per il cardinale Kiril Lakota, solo nelle sue stanze, cominciava ora un purgatorio personale. Era uno stato ricorrente, i cui sintomi gli erano familiari: un sudore freddo che gli bagnava il volto e le mani, una contrazione spasmodica dei nervi recisi del volto, un timor panico che la stanza si ripiegasse in dentro sino a schiacciarlo. Due volte, in vita sua, era stato murato nel bunker di una prigione sotterranea. Per quattro mesi, aveva sopportato i terrori dell'oscurità, del freddo, della solitudine e della fame, finché i cardini della sua ragione erano stati sul punto di schiantarsi. Negli anni del suo esilio siberiano nulla lo aveva portato così vicino all'apostasia. Più d'una volta aveva subito percosse, ma i tessuti contusi erano guariti. Era stato sottoposto a interrogatori che l'avevano ridotto in uno stato in cui ogni suo nervo aveva urlato e la sua mente era venuta meno in uno smarrimento misericordioso. Da tutto ciò, egli era emerso, rafforzato nella fede e nella ragione, ma l'orrore della segregazione cellulare non l'avrebbe lasciato mai, sino alla morte. Kamenev aveva mantenuto la promessa. « Non riuscirete mai a dimenticarmi. Dovunque andrete ci sarò anch'io, qualsiasi cosa diveniate, io sarò parte di voi. » Anche qui, nella stanza principesca, sotto gli affreschi di Raffaello, Kamenev, l'aguzzino, era con lui. C'era un unico modo di sfuggirgli, ed egli lo aveva imparato nel sotterraneo: la proiezione dello spirito tormentato tra le braccia dell'Onnipotente. Si gettò in ginocchio, nascondendo il volto tra le mani, e cercò di concentrare ogni sua facoltà nel semplice atto dell'abbandono... « Padre, se è possibile, passi da me questo calice. » Sapeva che tutto sarebbe passato, alla fine, ma prima egli avrebbe dovuto soffrire una vera agonia. Aveva la sensazione che le pareti si serrassero sopra di lui e l'oscurità, premendogli i bulbi oculari, gli si addensava nel cranio. Si sentì invadere da un freddo mortale, e gli battevano i denti. Passivo, attese la luce che rappresentava l'inizio della pace e della contemplazione. La luce era come un'alba vista da un'alta collina, che, rapida, inondasse di chiarore il paesaggio. La strada del suo pellegrinaggio era come un nastro scarlatto che si estendeva per quattromila miglia da Lvov, in Ucraina, a Nikolayevsk, sul Mar di Okhotsk. Dopo la guerra, Kiril Lakota, nonostante la sua giovane età, era stato nominato metropolita di Lvov, successore del santo Andrea Szepticky, capo di tutti i cattolici ucraini. Poco dopo, era stato arrestato, insieme con sei altri vescovi, e deportato in Siberia. Gli altri erano morti ed egli era rimasto solo, pastore di un gregge disperso. Per diciassette anni, era stato in prigione o nei campi di lavoro. Soltanto una volta, in tutto quel tempo, gli era riuscito di celebrare la messa, con un sorso di vino e una crosta di pane bianco. Tutta la dottrina, le preghiere e le formule sacramentali cui poteva attaccarsi, erano rinserrate nel suo cervello. Tutto quel che aveva donato, in forza e compassione, ai suoi compagni di prigionia, lo aveva dovuto cercare in se stesso e nel pozzo della misericordia divina. Eppure il suo corpo, indebolito dalla tortura, si era miracolosamente rafforzato nel lavoro spossante. Kamenev era rimasto stupefatto dal suo potere di sopravvivenza. Perché Kamenev, suo aguzzino fin dal primo interrogatorio, tornava sempre da lui, e ogni volta aveva raggiunto un grado superiore della gerarchia marxista, ma ogni volta era un po' più cordiale, come se andasse arrendendosi pian piano al rispetto che gli ispirava la sua vittima. Vedeva ancora Kamenev: freddo, sardonico, che lo scrutava alla ricerca del minimo segno di debolezza, del più piccolo sintomo di resa. All'inizio, aveva dovuto farsi violenza per pregare per il suo carnefice, ma dopo un poco, i due uomini erano giunti ad una sorta di fredda fratellanza. Alla fine, era stato Kamenev a organizzare la sua fuga, procurandogli l'identità di un morto. « Sarete libero » aveva detto Kamenev « perché mi servite libero. Ma mi sarete sempre debitore, perché, per darvi un nome, ho ucciso un uomo. Un giorno, verrò a chiedervi di pagarmi lo scotto, e voi pagherete, qualunque sia il prezzo richiesto. » Kiril Lakota era fuggito e, giunto a Roma, aveva scoperto che un papa morente lo aveva fatto cardinale, trasformandolo in uomo del destino, cardine della Madre Chiesa. Fin qui la via del passato era chiara, ed egli poteva rintracciare nelle sue tragedie la promessa di futura mercé. Per ciascuno dei vescovi che era morto per la sua fede, un uomo era morto nelle sue braccia, nel campo, benedicendo l'Onnipotente, mentre lui gli somministrava l'ultima assoluzione. Non tutto il gregge disperso avrebbe perduto la fede per la quale essi avevano sofferto: qualcuno avrebbe tenuta accesa una piccola fiamma, che un giorno avrebbe potuto accendere migliaia di torce. Nella degradazione delle squadre di lavoro forzato aveva visto uomini che sapevano tener alta la dignità umana. Aveva battezzato bimbi con poche gocce d'acqua sporca e li aveva visti morire immuni dalle miserie del mondo. Aveva appreso l'umiltà e la gratitudine e il coraggio necessario a credere in un'Onnipotenza che procede con evoluzione possente verso il traguardo di un bene supremo; aveva imparato la compassione e la tenerezza e il significato di un grido nella notte. Aveva imparato a sperare di poter essere persino per Kamenev uno strumento, se non di illuminazione suprema, almeno di suprema assoluzione. Ma tutto questo, ormai, apparteneva al passato, e il disegno della sua vita doveva ancora rivelarsi, oltre Roma, in un futuro impenetrabile. La luce cambiava, ora; il paesaggio di steppe si era trasformato in un mare ondeggiante, sul quale una figura dall'antica veste procedeva verso di lui con il volto luminoso, e le mani trafitte protese. Kiril Lakota si ritrasse, cercando di nascondersi nel mare illuminato, ma non vi era scampo. Quando le mani lo toccarono e il volto luminoso si chinò su di lui, si sentì trafitto da una gioia intollerabile e da un'intollerabile pena. E, infine, venne la pace. Rinaldi, nel compiere il giro delle celle dei cardinali, lo trovò inginocchiato, rigido, come se fosse in catalessi, con le braccia allargate nell'atteggiamento del crocifisso. Invano cercò di svegliarlo. Allora, il Cardinale Camerlengo se ne andò, umile e commosso, a consultarsi con i suoi colleghi. Capitolo 2 Nel suo ufficio disordinato, George Faber, un uomo elegante dai capelli grigi, decano della stampa romana e corrispondente da quindici anni del Monitor di New York, scriveva il suo articolo di fondo sull'elezione papale: "Intorno alla piccola isola medievale che è il Vaticano, il mondo vive in un clima di crisi. La gara degli armamenti tra l'America e la Russia continua. Ogni mese, lo spazio è scandagliato a scopi ostili. In India e in Cina la carestia continua a mietere vittime e nel Sud-est asiatico ferve la guerriglia; la minaccia della guerra incombe sull'Africa e nelle capitali dell'America del Sud si alzano le bandiere lacere della rivoluzione. Dovunque, l'uomo ha preso coscienza del suo stato di animale transeunte e combatte disperatamente per affermare il proprio diritto a ciò che di meglio il mondo gli può offrire, durante il breve periodo in cui vi soggiorna. Tutti rivendicano una nuova identità; ognuno è pronto a dare ascolto al profeta che gliene prometta una." Accese una sigaretta e appoggiò la schiena alla spalliera della sedia, riflettendo sulle parole che aveva appena scritte: "rivendicano una nuova identità". Prima o poi, tutti finivano con quella rivendicazione; strano che l'uomo accettasse per tanto tempo la propria identità esteriore, lo stato a cui apparentemente era stato destinato nella vita, e che, poi, tutt'a un tratto, quella identità cristallizzata venisse messa in discussione. E così era successo perfino a lui, George Faber, scapolo, esperto di affari italiani e di politica vaticana. Perché, giunto così avanti nella vita, si sentiva costretto a domandarsi chi fosse realmente? Perché era sorto in lui il dubbio inquietante di non poter più vivere senza Chiara? Era sui quarantacinque anni: da più di un anno cercava di pilotare la richiesta di annullamento del matrimonio di Chiara attraverso i meandri della Sacra Rota, così che lei potesse liberarsi di Corrado Calitri e sposare lui. Ma la causa procedeva con lentezza esasperante e Faber, sebbene cattolico di nascita, era giunto a detestare la fredda impersonalità della burocrazia vaticana, e l'atteggiamento dei suoi vecchi funzionari. Chiara gli era divenuta più necessaria del respiro. Aveva l'impressione che, senza la giovinezza e passione di lei, non avrebbe avuto dinanzi a sé che il declino e le delusioni dell'età matura. Erano amanti già da sei mesi, ma egli era tormentato dal timore di perderla, di essere abbandonato per un uomo più giovane, e che, per lui, la promessa di figli e di continuità non potesse essere mantenuta. Lui poteva avvicinare quando voleva influenti uomini di chiesa, ma tutti costoro, impegnati all'osservanza del sistema, non potevano aiutarlo. Continuò a scrivere con sincerità: "Gli uomini del Vaticano, vecchi e prudenti, hanno a che fare con l'immortalità e l'eternità, ma si trovano impigliati nel paradosso di ogni uomo di governo: più in alto salgono, più confusa è la loro visione dei piccoli fattori che sono determinanti nell'esistenza umana; dimenticano che un esattore bilioso può scatenare una rivoluzione locale, che la pressione alta può precipitare un nobile nell'ipocondria e nella disperazione. Il guaio di tutti i governanti è che, dopo un po', cominciano a credere che la storia sia il risultato di grandi avvenimenti piuttosto che la somma di milioni di piccoli particolari..." Non era l'articolo che aveva avuto intenzione di scrivere, ma era, tuttavia, una sintesi fedele dei suoi sentimenti personali. La porta si aprì ed entrò Chiara. Lui la prese tra le braccia e la baciò; poi, mandando a quel paese la Chiesa e Calitri, la portò a far colazione in via Veneto. Il primo giorno del Conclave, i cardinali erano lasciati liberi perché potessero incontrarsi e discorrere discretamente, per sondare eventuali pregiudizi, zone d'ombra e motivi di interesse privato. Rinaldi e Leone parlarono con l'uno e coll'altro, preparandoli per la proposta finale: perché una volta cominciata la votazione, una volta che ciascuno di loro avesse preso posizione per un candidato, sarebbe stato più difficile portarli ad un accordo. Rinaldi ebbe una conversazione con Charles Corbet Carlin, cardinale arcivescovo di New York, davanti a una tazza di caffè americano, tostato appositamente dal cameriere di Sua Eminenza, che non digeriva il caffè italiano. Carlin era un uomo alto, rubicondo, dai modi espansivi, e dagli occhi penetranti. Espose il problema in parole nude e crude, col tono di un banchiere che discuta uno scoperto. « Non abbiamo bisogno di un diplomatico o di un uomo di curia, che guardi il mondo attraverso occhiali romani. Ci serve un uomo che abbia viaggiato, sì, ma che sia stato anche pastore. La fiducia dei fedeli va affievolendosi, e penso che noi ne siamo in gran parte responsabili. » Rinaldi fu colpito da quel discorso. Carlin aveva fama di brillante banchiere della Madre Chiesa, di uomo positivo, convinto che tutti i mali del mondo potessero essere risolti da un'organizzazione scolastica efficiente e ben finanziata, e da un'energica predica tutte le domeniche. Sentirlo parlare così francamente dei difetti del suo specifico campo d'azione, era ricreante ed inquietante ad un tempo. Gli domandò: « Perché stiamo perdendo il nostro ascendente? ». « In America? Per due ragioni: la prosperità e la rispettabilità. Non siamo più perseguitati; la fede, la portiamo ormai all'occhiello come il distintivo del Rotary e, praticamente, con le stesse conseguenze. Esigiamo le decime come la quota di un circolo ricreativo qualsiasi, combattiamo i comunisti, e siamo i massimi contributori mondiali dell'obolo di San Pietro. Ma non è tutto: quello che manca, in molti cattolici,... è la convinzione. I giovani ci sfuggono. Non hanno bisogno di noi, non hanno fiducia in noi. Di questo fenomeno, in particolare » aggiunse gravemente « penso d'essere parzialmente responsabile io. » « Nessuno di noi ha gran che di cui andare orgoglioso » disse Rinaldi. « Guardi le cose spaventose che la Francia ha fatto in Algeria; eppure si tratta di un paese cattolico, sotto una guida cattolica. Dov'è andata a finire la nostra autorità, in questa mostruosa situazione? Nell'America del Sud, vive un quarto della popolazione cattolica mondiale. Che importanza ha la Chiesa agli occhi dei ricchi indifferenti, dei poveri oppressi che non vedono speranza in Dio e meno ancora in coloro che lo rappresentano? Da dove dovremmo cominciare a cambiar sistema?» « Io ho commesso degli errori » disse Carlin tristemente « errori grossi, e non posso nemmeno sperare di ripararli tutti. Mio padre era un giardiniere; diceva sempre che il massimo che si possa fare per un albero è proteggerne le radici, concimarlo, e potarlo una volta all'anno, e lasciare il resto a Dio. Mi son sempre fatto un vanto di essere un individuo positivo, come lo era lui. Capisce? Mi preoccupavo di costruire la chiesa, poi la scuola, di farci entrare le monache, o i frati, di costruire il seminario, di istruire i preti e stare attento che il denaro continuasse a affluire. Fatto questo, il resto dipendeva dall'Onnipotente. » Sorrise, e Rinaldi, che non lo aveva mai potuto soffrire, cominciò a provare per lui una certa simpatia. Carlin continuò: « Romani e irlandesi! Siamo grandi pianificatori e grandi costruttori, ma, quanto al senso dell'interiorità, lo abbiamo perduto più rapidamente di tutti. Viviamo secondo la legge: niente carne il venerdì, proibito andare a letto con la moglie del vicino, e i misteri, lasciarli ai teologi! Be', non basta, per amor di Dio! ». « In breve, lei vorrebbe un Papa santo. Non credo che ce ne siano molti, nei nostri registri, oggigiorno. » « Non un santo! » Carlin si accalorava. « Un uomo per la gente e che faccia parte di essa. Un uomo che sappia darle una buona scrollata, pur facendole sentire che la ama. Un uomo che sappia uscire da questo sentiero dorato, e far di sé un altro Pietro. » « Finirebbe crocifisso anche lui » commentò Rinaldi, sarcasticamente. « Forse è proprio di questo che abbiamo bisogno » ribatté Carlin. Dopo di che, Rinaldi giudicò opportuno parlargli dell'ucraino barbuto, Kiril Lakota, come dell'uomo che possedeva i requisiti necessari per diventare Papa. In un appartamento più piccolo, Leone era intento a discutere dello stesso candidato con il cardinale Hugh Brandon, di Westminster. Inglese, Brandon era un uomo senza illusioni e poco incline all'entusiasmo. Stringeva le sottili labbra esangui ed esponeva la sua linea di condotta in un italiano preciso, per quanto ricercato: « Dal nostro punto di vista, un Papa italiano rappresenta ancora l'ideale. Ci permetterebbe una certa libertà d'azione, capisce quel che voglio dire. Inoltre, in tal caso, i rapporti fra il Vaticano e la Repubblica Italiana non subiranno alcuna alterazione, e il papato continuerà a costituire un'efficace barriera allo sviluppo del comunismo italiano. » Leone domandò, quasi per caso: « Allora lei non prenderebbe in considerazione il nostro ultimo arrivato, il cardinale che ha parlato stamane? ». « Mi è parso molto efficace come oratore, ma l'eloquenza non è certo l'attributo più importante, non le pare? » L'ombra di un sorriso apparve sulle labbra di Brandon. « E poi, quella barba potrebbe dar fastidio a qualcuno: è troppo bizantina. » « Se la raderebbe senz'altro. » « E l'icona continuerebbe a portarla? » « Si potrebbe persuaderlo a rinunciare anche a quella. » « E allora ci ritroveremmo con l'imitazione di un romano: quindi, perché non scegliere addirittura un italiano? Non posso credere che lei possa auspicare una soluzione diversa da quella che io ho proposto. » « Mi creda, è proprio così; e le dico subito che il mio voto andrà all'ucraino. » « Temo di non poterle promettere il mio. Inglesi e russi, sa... storicamente, non siamo mai andati molto d'accordo... Mai, proprio mai. » « Ciò di cui noi siamo sempre alla ricerca » disse Rahamani, il siriano, col suo tono cortese e conciliante « è un uomo che abbia l'unico requisito indispensabile: quella capacità di cooperare con Dio che, anche tra i buoni, è un dono raro. La maggior parte di noi, vede, passa la propria vita cercando di piegarsi al volere di Dio, e spesso non ci riusciremmo se non intervenisse un violento atto di grazia. Gli altri, e sono rarissimi, si abbandonano quasi istintivamente, come strumenti nelle mani del Creatore. Se l'uomo nuovo è uno di questi, allora è lui quello che ci occorre. » « E come facciamo a saperlo? » domandò Leone, asciutto. « Affidandolo a Dio » rispose il siriano. « Possiamo soltanto dargli il nostro voto: non c'è altro metodo. » « C'è un altro metodo, previsto dalla Costituzione Vacante Sede Apostolica: è il metodo dell'ispirazione. Ciascun membro del Conclave può proclamare pubblicamente l'uomo su cui, a suo parere, dovrebbe cadere la scelta, nella fiducia che, se il candidato è accetto al Signore, Egli ispirerà gli altri ad approvarlo. » « Ci vuol coraggio... e un bel po' di fede. » « Se la fede manca a noi, anziani della Chiesa, che speranza può avere il popolo? » « Toccato » disse il cardinal segretario del Sant'Uffizio. « E ora che io la smetta con le inchieste elettorali, e che cominci a pregare. » Il mattino seguente, di buon'ora, tutti i cardinali si riunirono nella Cappella Sistina per il primo scrutinio, e ciascuno prese posto nel suo tronetto sormontato da un serico baldacchino. I tronetti erano disposti lungo le pareti della cappella e, davanti a ciascuno di essi vi era un tavolino con lo stemma del cardinale e il suo nome, scritto in latino. L'altare della Cappella era coperto da un arazzo che raffigurava la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli. Davanti all'altare era stato posto un grande tavolo con un calice e una patena d'oro, e, accanto al tavolo, vi era una comune stufa panciuta, il cui tubo usciva da una finestrina. Al momento della votazione, ciascun cardinale avrebbe scritto il nome del suo candidato su una scheda, per posarla poi sul piatto d'oro e infine nel calice, a significare di aver compiuto un atto sacro. Dopo il computo dei voti, le schede sarebbero state bruciate nella stufa, e il fumo sarebbe uscito attraverso il condotto, in piazza San Pietro. Per eleggere il Papa, era necessaria la maggioranza di due terzi. Se tale maggioranza non fosse stata raggiunta, le schede sarebbero state bruciate insieme con paglia umida, così che il fumo uscito sarebbe stato nero e denso. Soltanto se lo scrutinio avesse dato risultato positivo le schede sarebbero bruciate senza paglia, affinché la fumata bianca informasse la folla in attesa che il nuovo Papa era stato eletto. Era una cerimonia un po' arcaica, ma serviva ad accentuare drammaticamente l'importanza del momento e la continuità di due millenni di storia pontificia. Quando i cardinali furono seduti, il Maestro delle Cerimonie fece il giro dei tronetti, porgendo a ciascun elettore un'unica scheda. Poi uscì dalla cappella, chiudendone la porta a chiave. Era il momento che Leone e Rinaldi avevano atteso. Leone si alzò dal suo tronetto e si rivolse al Conclave: « Fratelli miei, mi alzo per rivendicare un diritto previsto dalla Costituzione Vacante Sede Apostolica, proclamando a voi la mia convinzione che vi sia tra noi un uomo già scelto da Dio per occupare la cattedra di Pietro. Come il primo degli apostoli, egli ha sopportato per la fede la prigionia e la tortura, e la mano del Signore lo ha tratto di schiavitù affinché egli potesse unirsi a noi in questo Conclave. Lo annuncio come mio candidato, consacrando a lui il mio voto e la mia obbedienza... il cardinale Kiril Lakota. » Vi fu un attimo di silenzio attonito, interrotto da un singulto represso di Lakota. Poi, Rahamani il siriano si alzò e dichiarò: « Anch'io lo proclamo. » « Anch'io » disse Carlin l'americano. « E anch'io » disse Valerio Rinaldi. Quindi, a due e a tre, i vecchi si alzarono pesantemente in piedi finché tutti i cardinali, eccetto nove, stettero ritti sotto i rispettivi baldacchini, mentre il cardinale Kiril Lakota sedeva al suo posto, rigido e con il volto privo di espressione. Poi, Rinaldi fece due passi avanti e interpellò gli elettori. « Vi è qualcuno che contesti la validità della presente elezione e il fatto che il nostro fratello Kiril sia stato eletto con una maggioranza superiore ai due terzi? » Non vi fu nessuna risposta. « Prego i fratelli di sedersi » disse Valerio Rinaldi. Nel sedersi, ciascun cardinale tirò il cordone attaccato al proprio baldacchino facendolo cadere, così che rimase un unico baldacchino: quello sovrastante il tronetto del cardinale Kiril Lakota. Il Camerlengo sonò un campanellino, e andò a aprire la porta della Cappella. Immediatamente, entrarono il Segretario del Conclave, il Maestro delle Cerimonie e il Sacrista del Vaticano. I tre prelati, insieme con Leone e Rinaldi, mossero cerimoniosamente verso il trono dell'ucraino. Con voce forte Leone lo interpellò con la domanda di rito: « Acceptasne electionem? » Tutti gli occhi erano fissi sull'alto, scarno straniero dal volto segnato di cicatrici e dagli occhi tormentati. I secondi passavano lentamente: infine lo udirono rispondere con voce spenta: « Accepto... Miserere mei Deus!... Accetto... Dio abbia pietà di me! » Estratto dal memoriale segreto di Kiril I, Pont. Max. Il problema di chiunque segga sulla cattedra di Pietro sta in questo: che egli può parlare liberamente soltanto a Dio o a se stesso. La paura della solitudine e dell'isolamento è il mio punto debole, e quindi ho bisogno di qualche valvola di sicurezza, di questo diario, per esempio. Come conservare altrimenti una parvenza di intimità, di umorismo o addirittura di equilibrio, nella nobile prigione in cui sono rinchiuso a vita? Si consideri chi sono io: Kiril primo, Vescovo di Roma, Vicario di Gesú Cristo, successore del prìncipe degli apostoli, sommo pontefice della Chiesa universale, patriarca d'Occidente, primate d'Italia, arcivescovo e metropolita della provincia romana, sovrano dello stato della Città del Vaticano! L'Annuario pontificio stamperà una lista lunga due pagine delle abbazie e prefetture che mi sono riservate, nonché degli enti di cui sono "protettore", e cioè ordini religiosi, congregazioni, confraternite e ordini monastici. Il resto delle sue duemila pagine sarà un vero e proprio almanacco dei miei ministri e sudditi, dei miei strumenti di governo, di istruzione e di correzione. La mia lingua madre è il russo, la mia lingua ufficiale il latino. Devo parlare italiano con i miei collaboratori e conversare con tutti usando quell'altisonante "noi", che sembra implicare una mia segreta familiarità con il Signore, anche quando tratto di questioni terrene come il caffè che "berremo" a colazione. Il vecchio cardinale Valerio Rinaldi mi ha lealmente avvertito stamattina quando, un'ora dopo l'elezione, mi ha offerto la sua devozione e, contemporaneamente, mi ha chiesto il permesso di ritirarsi a vita privata: « Vostra Santità, non cerchi di cambiare i romani o di combatterli. Sono millenovecento anni che trattano con i Papi e Vostra Santità non riuscirà mai a far piegare loro la testa, se non a scapito della sua. Agisca con prudenza, decida con il proprio cervello, e, alla fine, riuscirà a far di loro ciò che vuole ». Ma Roma non è più il mondo intiero, e me ne preoccupo fino a un certo punto. Anzitutto, ho un vantaggio: nessuno sa bene quale strada prenderò, nemmeno io. Sono il primo slavo che abbia mai occupato la cattedra di Pietro, e il primo pontefice non italiano dopo quattro secoli e mezzo, e la curia diffiderà di me. Devono già domandarsi come rimaneggerò le loro cariche e le loro attribuzioni. Come possono immaginare quanta paura io abbia di me stesso, e quanto dubiti delle mie capacitá? Il papato è la carica più paradossale che esista al mondo. Fu fondato da un falegname nazareno che non possedeva una pietra dove posare il capo, e ora è circondato da una pompa e da uno sfarzo che mi sembrano eccessivi, in un mondo in cui la fame miete tante vittime. Non ha frontiere e, ciò nonostante, è soggetto a intrighi nazionali e a pressioni di parte. L'uomo che accetta questo ufficio rivendica la garanzia divina dall'errore, eppure non ha più probabilità di salvarsi di quanta ne abbia il più umile dei suoi sudditi. Se dichiara di non essere tentato dall'autocrazia e dall'ambizione è un bugiardo; se non gli capita di sentirsi invadere dal terrore e di pregare nelle tenebre, è uno sciocco. Sono stato eletto stamani, e questa sera sono già solo sulla montagna della desolazione. Il mondo si apre davanti a me come un piano di campagna, e vedo occhi ciechi che guardano verso di me e fuochi di guerra che esplodono su tutte le frontiere. O Dio, dammi la luce per vedere e il coraggio per sopportare! Il mio domestico, Gelasio, è stato qui or ora per prepararmi la camera da letto. Assomiglia molto alla guardia siberiana che imprecava contro di me, chiamandomi cane ucraino. Questo qui, invece, si inginocchia chiedendomi di benedire lui e la sua famiglia, e si azzarda a suggerire che, se non sono troppo stanco, potrei degnarmi di mostrarmi un'altra volta al popolo che aspetta ancora in piazza San Pietro. Come posso far capire loro che non devono aspettarsi troppo da me? Ma Gelasio dice che c'è un'affluenza straordinaria di romani e di turisti nella piazza, e che sarebbe una cortesia, Vostra Santità voglia scusarmi, una grande condiscendenza, se Vostra Santità volesse mostrarsi e impartire una benedizione. Accondiscendo, e immediatamente mi giungono ondate successive di applausi e suoni di clacson. Sono il loro Papa, il loro padre, e mi augurano di vivere a lungo. Li benedico aprendo le braccia, essi ricominciano ad acclamarmi a gran voce, e io provo una strana sensazione, come se il mio cuore stesse per fermarsi, come se le mie braccia racchiudessero il mondo intiero ed esso fosse troppo pesante per me. Poi, il mio domestico (o il mio carceriere?) mi tira indietro, chiude la finestra e tira le tende, il che significa che, almeno ufficialmente, Sua Santità Kiril primo è a letto e dorme. Gelasio è una brava persona. Parliamo un poco e poi egli mi chiede, arrossendo e balbettando, spiegazioni sul mio nome. Gli spiego che era quello dell'apostolo degli slavi cui è attribuita l'invenzione dell'alfabeto cirillico tuttora in uso nei paesi slavi, e che egli difese accanitamente il diritto dei popoli di credere nella loro lingua. Quando gli ho dichiarato che non volevo adottare la forma italiana del mio nome, il cardinale Leone mi ha chiesto esplicitamente se un nome slavo non sarebbe parso fuor di luogo nel latino canonico delle encicliche papali. Ho dovuto rispondergli con dolcezza che il fatto che le mie encicliche siano lette dal popolo mi sta maggiormente a cuore del fatto di accontentare i latinisti; ho aggiunto che, poiché il russo era diventato il linguaggio ufficiale del mondo marxista, non ci avrebbe fatto male mettere la punta di un piede nel campo avverso. Ha preso bene il rimbrotto, ma non credo che lo dimenticherà. Gli uomini che servono Dio per professione tendono a considerarlo come una proprietà privata, e alcuni di loro amerebbero che fosse una loro proprietà privata anche il suo vicario. Non posso sottomettermi ai dettami di alcuno, per quanto in alto egli sia. So già che ci saranno delle questioni a proposito della mia barba. Forse sarebbe stato cortese da parte mia informarli che mi spezzarono la mascella nel corso degli interrogatori e che, senza barba, il mio viso apparirebbe un po' sfigurato... Chissà che cosa avrà detto Kamenev alla notizia della mia elezione: chissà se ha senso dell'umorismo sufficiente per mandarmi le sue congratulazioni? Sono stanco e ho paura. Il mio compito è tanto semplice: mantenere pura la fede e ricondurre all'ovile gli agnelli perduti. Non ci indurre in tentazione, Signore, ma liberaci dal male. Capitolo 3 Nella sala di marmo bianco del Circolo della stampa estera, George Faber allungò le gambe, e pronunciò il suo verdetto sull'elezione: « Per l'Oriente una pietra di scandalo, per l'Occidente una follia, per i romani un disastro!». A queste parole una risatina echeggiò per tutto il salone. Faber continuò a parlare con la sua voce sicura: « Kiril primo rappresenta, politicamente un grosso guaio. è stato prigioniero dei russi, e questo fatto elimina, d'un colpo solo, ogni speranza di riavvicinamento tra il Vaticano e la Russia. Il che, a mio parere, sfocerà in un abbandono progressivO della politica neutralista e in un graduale allineamento del Vaticano con l'Occidente ». Collins, del Times di Londra, si strinse nelle spalle. « Questa elezione mi ha veramente sconvolto. Eppure, a quanto sento, la maggior parte dei cardinali italiani era favorevole. Costituisce un'arma tanto per le destre quanto per le sinistre. Appena il Papa aprirà bocca su una qualsiasi questione italiana, lo bolleranno da straniero che interferisce nella politica locale... La stessa cosa accadde all'olandese... come si chiamava... Adriano sesto! La storia ce lo mostra uomo saggio e amministratore capace, ma, quando morì, lasciò la Chiesa in un caos peggiore di quello in cui l'aveva trovata. » « C'è un mistero, in tutto questo » disse Boucher, un cronista francese dal volto volpino. « Un vero e proprio outsider, eletto nel più breve Conclave della storia! Sa che impressione mi hanno fatto? Che la loro scelta fosse dettata dalla disperazione: come se essi fossero convinti che la fine del mondo è prossima e abbiano voluto qualcuno di molto speciale per assisterci in quel frangente! Magari, hanno anche ragione. Una delegazione cinese si è recata a Mosca, e pare che vogliano la guerra subito: altrimenti, minacciano di provocare uno scisma nel mondo marxista. Può darsi che ci riescano, e allora faremmo meglio a raccomandare l'anima a Dio. » Lo svizzero Feuchtwanger susurrò allo svedese Erikson: « Ne ho sentita una curiosa, stamattina. Ieri è arrivato un corriere da Mosca, e questa mattina una personalità dell'ambasciata russa è andata a far visita al cardinale di Polonia, Potocki. Mi domando se la Russia non si aspetti qualcosa da quest'uomo. Kamenev si trova in difficoltà coi Cinesi e ha sempre visto molto più in là del proprio naso ». « Strano » commentò a bassa voce Fedorov, l'uomo della Tass, rivolgendosi a Beron, il ceco. « Dappertutto, oggi, trovi lo zampino di Kamenev. Non è più un mistero che è stato lui a organizzare la fuga dell'ucraino. Ora, probabilmente, riderà sotto i baffi, vedendo sulla cattedra di Pietro un uomo sul quale egli ha lasciato la propria impronta. » « E il Praesidium che cosa ne pensa? » domandò Beron. Fedorov si strinse nelle spalle. « Approvano. Perché no? Kamenev è un genio. Chi altro sarebbe riuscito là dove sono falliti tutti i piani quinquennali: a far rifiorire le pianure della Siberia? Guarda che cosa ha fatto, dal Baltico alla Bulgaria! Esportiamo grano: pensateci un po'! Ve lo dico io: qualsiasi cosa faccia quell'uomo, il Praesidium e il popolo lo appoggeranno sempre. » « In che cosa consisterebbe questa impronta di Kamenev? » domandò il ceco. L'uomo della Tass sorseggiò pensoso la sua bevanda, poi rispose: « Ne parlò una volta. Le sue parole sono queste: "Dopo che si è ridotto a pezzi un uomo martellandolo di interrogatori, e poi lo si è rimesso assieme, o lo si ama o lo si odia per il resto della vita, e lui, a sua volta, non può fare a meno di amarti o di odiarti: non si può condurre un uomo o un popolo attraverso l'inferno senza desiderare di dividere con loro anche il paradiso." Ecco perché il nostro popolo ama Kamenev: li ha oppressi per tre anni e poi, improvvisamente, ha mostrato loro un altro mondo. è un grand'uomo! » « E questo Papa, questo Kiril, che razza di uomo sarà? » « Non lo so » rispose il russo. « Se Kamenev gli vuol bene, strane cose possono accadere. Ad entrambi. » Papa Kiril, prima ancora di essere incoronato, aveva già sentito l'urto del potere, una sensazione molto più sconvolgente di quanto avesse mai immaginato. Erano stati posti nelle sue mani duemila anni di storia e l'intiera umanità. Aveva cinquecento milioni di sudditi, così, come ogni giorno compiva la sua passeggiata nei giardini vaticani, avrebbe potuto percorrere i confini del suo regno in un solo giorno, ma il suo potere si protendeva a cingere l'orbe inclinato. Doveva imparare molte cose in gran fretta; eppure, nei giorni precedenti la sua incoronazione, gli pareva quasi di essere l'oggetto di una congiura intesa a privarlo del tempo di pensare e di progettare. Vi erano momenti in cui gli sembrava di essere una marionetta che venga preparata per lo spettacolo. I calzolai venivano a prendergli la misura per le pantofole, i sarti a cucirgli le bianche vesti, i gioiellieri gli presentavano i disegni per l'anello e la croce pettorale. Poi gli araldisti gli sottoposero i disegni per il suo stemma: le chiavi incrociate di Pietro, un orso rampante in campo bianco, sormontato dalla colomba dello Spirito Santo e, sotto, il motto: "Ex Oriente lux... una luce che viene dall'Oriente". Approvò lo stemma alla prima occhiata, perché colpiva la sua fantasia e il suo spirito arguto. Ci vuole tempo per dare forma a un cucciolo d'orso, ma, una volta giunto a maturità, diventa un animale temibile. Con la guida dello Spirito Santo, poteva sperare di far molto: forse, l'Oriente era rimasto tanto a lungo nelle tenebre perché l'Occidente aveva dato colore troppo locale a un Vangelo universale. I ciambellani gli fissarono una serie di udienze: alla stampa, al corpo diplomatico, alle famiglie che rivendicavano il loro posto presso il trono papale, ai prefetti e segretari di congregazioni, di tribunali e di commissioni. La Segreteria di Stato gli sottoponeva, giorno per giorno, rapporti su crisi e intrighi di ambasciate. Ad ogni passo, il suo pontificio piede inciampava nella storia, il cerimoniale, il protocollo e la complicata burocrazia vaticana. Dovunque si volgesse, si trovava al fianco un funzionario che richiamava discretamente l'attenzione di Sua Santità su un posto vacante, su un favore da concedere. La messa in scena era grandiosa, la regia dello spettacolo accurata, ma gli ci volle quasi una settimana per scoprire il titolo dell'opera di cui era protagonista, la vecchia commedia romana intitolata Del Reggimento dei Prìncipi. Il tema era semplice: come dare a un uomo il potere assoluto, limitandogliene al tempo stesso l'uso. La tecnica consisteva nel dargli una tale sensazione della sua importanza e nel tenerlo tanto occupato nelle inezie del cerimoniale da non lasciargli il tempo di escogitare una politica né tanto meno di attuarla. Pertanto, due giorni prima dell'incoronazione, Kiril convocò tutti i cardinali nell'appartamento Borgia del Vaticano. La subitaneità dell'appello era stata calcolata, e lo era anche il rischio. Il giorno dopo la sua incoronazione, tutti i cardinali, salvo quelli di Curia, avrebbero fatto ritorno ai loro paesi. Ciascuno di loro si sarebbe rivelato, a partire da quel momento, un collaboratore volonteroso o un ostacolo alla politica pontificia. Erano più che sudditi, quei prìncipi della Chiesa: erano anche consiglieri, gelosi della propria successione apostolica e dell'autonomia che questa conferiva loro. Persino il Papa doveva agire con tatto nei loro confronti, attento a non mettere a dura prova la loro lealtà e il loro orgoglio nazionale. Quando furono seduti davanti a lui, vecchi, saggi e accorti, Kiril fece il segno della croce, invocò lo Spirito Santo e poi cominciò a parlare. Non usò l'autoritario "noi", ma parlò in tono intimo. La sua voce era forte ma tenera, come se chiedesse loro fraternità e comprensione. « Fratelli, miei collaboratori nella causa di Cristo, voi mi avete fatto quale sono oggi. Eppure non siete stati voi, ma Dio a mettermi nei panni del Pescatore. Giorno e notte mi sono chiesto che cosa io possa offrirgli: ho così poco. Come Lazzaro, sono stato strappato alla vita e poi restituito a essa dalle mani di Dio. Tutti voi siete uomini del vostro tempo. Siete cresciuti col vostro tempo e avete contribuito a modificarlo per il meglio o per il peggio. è naturale che ciascuno di voi difenda gelosamente la sapienza e l'autorità che avete conquistato. « Ora, tuttavia, vi chiedo di essere generosi con me e di farmi partecipe di quanto possedete in conoscenza e esperienza, nel nome del Signore. » La sua voce vacillò; poi prese un tono più forte ed egli parve persino crescere di statura. « Diversamente da voi, io non sono un uomo del mio tempo. Ho trascorso diciassette anni in prigione, e molta parte del mondo è una novità, per me. La sola cosa che non mi sia nuova è l'uomo, che conosco e amo per aver vissuto con lui così a lungo nella semplice intimità di chi non ha altra speranza se non quella di sopravvivere. Anche la Chiesa mi è estranea, perché ho dovuto fare a meno di ciò che in essa non è indispensabile, aggrappandomi tanto più disperatamente all'essenziale. » Sorrise loro. « So che cosa state pensando: che forse avrete per Papa un innovatore, un uomo avido di cambiamento. Non è così. Ci sono cambiamenti necessari, ma dovremo farli assieme. Non posso aderire strettamente, come certuni, al cerimoniale e alle forme tradizionali di devozione, perché per anni non ho potuto aggrapparmi che all'essenziale, alle più semplici forme di preghiera e ai sacramenti. » Tese loro le mani deformate, in un gesto di preghiera. « Forse, per voi, non sono l'uomo adatto, fratelli, ma Dio mi ha dato a voi e mi dovete accettare come sono! « Voglio condurvi a Dio, attraverso gli uomini. Se perdiamo il contatto con l'uomo, l'uomo sofferente, peccatore, la donna angosciata, i bimbi che piangono, allora anche noi saremo perduti perché significherà che siamo stati pastori negligenti. » Cessò bruscamente di parlare, e rimase fermo di fronte a loro, un uomo alto, pallido e strano, con il volto sfregiato e la nera barba bizantina. Poi lanciò loro, come una sfida, la tradizionale domanda latina: « Quid vobis videtur?... Che cosa ve ne pare? » Anche per questa occasione, come per qualsiasi atto della vita vaticana, era previsto un rito. I cardinali dovevano togliersi il berretto rosso e chinare la testa in segno di sottomissione, e poi attendere di essere congedati, per andare a fare o non fare quel che era stato loro raccomandato. Ma, questa volta, si avvertiva nell'assemblea un senso di conflitto. Il cardinal Leone si sollevò pesantemente dalla sedia, e si rivolse al pontefice. « Non adempiremmo il nostro impegno verso Vostra Santità » disse « se non manifestassimo il nostro parere, qualora lo giudicassimo necessario. » « Questo è quanto vi ho chiesto » rispose Kiril con gentilezza. « La prego, parli liberamente. » Leone annuì, con aria grave, e continuò con fermezza. « è troppo presto per misurare l'effetto dell'elezione di Vostra Santità, specialmente sulla Chiesa romana e italiana. Non intendo mancare di rispetto dicendo che, finché non conosceremo questa reazione, sarebbe opportuno mantenere un certo riserbo, e agire con una certa prudenza, per quanto riguarda pubbliche dichiarazioni ed azioni. » « Non ho nulla da obiettare al riguardo » rispose Kiril « ma anche voi non dovete sollevare obiezione quando vi dico che desidero che la voce del Papa sia udita da tutti gli uomini; non un'altra voce, ma la mia. » Il vecchio leone proseguì, ostinato: « Vi sono realtà da affrontare, Padre Santo. La voce di Vostra Santità cambierà, qualsiasi cosa la Santità Vostra faccia, perché uscirà dalla bocca di un contadino messicano, di un accademico inglese o di un missionario tedesco nel Pacifico. Sarà interpretata da una stampa ostile. Il massimo che Vostra Santità possa aspettarsi è che la prima, autentica voce sia la sua ». Si concesse un sorriso severo. « Anche noi siamo voci vostre, Santità, e anche a noi può riuscir difficile di interpretare perfettamente la partitura. » Si sedette tra un mormorio di approvazione. Poi si alzò Pallenberg, lo scarno, freddo uomo della Germania. «La mia opinione e quella dei miei fratelli vescovi è che certi cambiamenti sarebbero dovuti intervenire da tempo. La Germania è un paese diviso, noi Tedeschi godiamo di un'immensa prosperità, ma il nostro futuro è incerto. Vi è una tendenza, tra la popolazione cattolica, a estraniarsi dalla Chiesa, perché molte delle nostre donne devono sposarsi fuori di essa, dato che gli uomini sono stati decimati dalla guerra. Questi sono problemi che possiamo risolvere soltanto a un livello umano. Eppure qui, a Roma, essi sono discussi e affrontati da monsignori che lavorano soltanto in base ai canoni. E rimandano, temporeggiano, trattano gli affari delle anime come se fossero partite di un libro mastro. Il nostro fardello è sufficientemente pesante, non possiamo permetterci di portare sulla nostra schiena anche Roma. Per me e per i miei fratelli, appello ad Petrum... mi appello a Pietro! » Questa schiettezza provocò una visibile reazione nell'uditorio. Il cardinal Leone avvampò di collera e Rinaldi dissimulò un sorriso. Papa Kiril parlò, in tono benevolo, come sempre, ma usando il plurale maiestatico, questa volta. « Promettiamo ai nostri fratelli tedeschi che prenderemo in considerazione i loro problemi e conferiremo con loro privatamente prima del loro ritorno in patria. Vorremmo tuttavia esortarli alla pazienza e alla carità nei riguardi dei loro colleghi di Roma. Vorremmo che ricordassero che, spesso, i problemi restano insoluti più a causa delle abitudini e delle tradizioni ehe per mancanza di buona volontà. » Tacque un momento, perché il rimprovero giungesse in profondità, poi ebbe un risolino. « Anch'io ho avuto i miei guai con un'altra burocrazia: persino i miei aguzzini non erano privi di buona volontà; volevano costruire un nuovo mondo in una sola generazione, ma, tutte le volte, venivano sconfitti dalla burocrazia. Applichiamoci noi stessi a cercare un numero più ampio di sacerdoti che sappiano capire il cuore umano, e un po' meno burocrati. » A questo punto, fu la volta del francese, Morand. « Tutto quel che facciamo in Francia, tutti i nostri progetti, dai preti operai alla creazione di una stampa cattolica intelligente, sono accolti qui come manifestazioni di ribellione. Non possiamo lavorare liberamente in questo clima di censura. » Con fare irato, si rivolse agli italiani. « Anche qui a Roma vi sono eresie. Questa, per fare un esempio: che il metodo romano sia il migliore per tutti, da Hong Kong al Perù. Vostra Santità ha espresso il desiderio che la sua voce sia udita nel suo tono autentico. Anche noi desideriamo che la nostra voce giunga al trono di Pietro senza subire alterazioni. » « Lei tocca un problema » disse Kiril « che preoccupa anche noi. Noi stessi portiamo il fardello della storia, tanto che non sempre possiamo permetterci di trattare una questione direttamente e con semplicità, ma dobbiamo considerare un complesso di associazioni storiche. » Portò una mano alla barba, e sorrise. « Sento che persino questa è fonte di scandalo per alcuni, sebbene il nostro Maestro e i primi apostoli fossero tutti barbuti. Sarebbe terribile pensare che la rocca di Pietro possa incrinarsi per la mancanza di un rasoio. Quid vobis videtur? » Tutti risero: gli volevano bene, in quel momento. I rancori si placarono, e i cardinali ascoltarono con maggiore umiltà gli uomini dell'America del Sud che esponevano i loro problemi: povertà, scarsità di sacerdoti preparati, l'alleanza tradizionale del clero con i ricchi, e il marxismo innalzato come una torcia a chiamare a raccolta gli indigenti. Quindi si alzarono gli uomini dell'Oriente, e riferirono come, una dopo l'altra, le frontiere stessero chiudendosi all'idea cristiana e le missioni fossero distrutte ad una ad una, mentre nelle menti degli uomini si faceva strada l'idea di un paradiso terreno. Il bilancio era pauroso per uomini che dovevano render conto del loro operato all'Onnipotente, e quando, finalmente, se ne giunse alla fine, il silenzio cadde sull'intiera assemblea, e tutti aspettarono che Kiril tirasse le somme finali. Allora egli si alzò: figura stranamente giovane, stranamente sola. «Taluni credono » disse solennemente « che siamo giunti all'ultima età del mondo, perché ora l'uomo ha il potere di distruggere se stesso, e ogni giorno questo pericolo aumenta. Eppure, noi, fratelli miei, non abbiamo da offrire per la salvezza del mondo né più né meno di quanto avessimo all'inizio. Predichiamo Cristo e Cristo crocifisso. Dove dirigerci, quindi, a questo punto del cammino? Portiamo la verità innalzata come una lampada, e andiamo per il mondo come i primi apostoli, ad annunciare la buona novella a chiunque voglia ascoltarci. Se la storia ostacola il nostro cammino, ignoriamola, se i sistemi e le dignità ci intralciano, facciamone a meno. Ho un incarico, ora, per tutti voi: trovatemi degli uomini! Trovatemi degli uomini buoni, che amino Dio e amino i Suoi figli, uomini con il fuoco nel cuore e le ali ai piedi. Mandatemeli, e io li manderò in giro a portare amore a quelli che ne sono privi e speranza a coloro che vivono nelle tenebre. Andate ora, in nome di Dio! » Immediatamente dopo il Concistoro, Potocki, il cardinale polacco, chiese di essere ricevuto dal pontefiee in udienza urgente e privata. Con sua sorpresa, gli fu risposto un'ora dopo con un invito a cena. Quando giunse all'appartamento papale, trovò il pontefice che leggeva, seduto in poltrona. S'inginocchiò in segno di obbedienza; Kiril tese una mano e lo aiutò a rialzarsi, con un sorriso. « Stasera dobbiamo essere fratelli. Il cibo non è gran che, e non ho avuto tempo di riformare la cucina papale, ma spero che la sua presenza renda questa cena un po' migliore del solito! E ora che cosa posso fare per lei, amico mio?» « Stamane mi è stata consegnata una lettera che viene da Mosca » disse Potocki. « Mi è stato chiesto di rimetterla direttamente nelle mani di Vostra Santità. » Tirò fuori una busta voluminosa, e la porse a Kiril, che la tenne un momento in mano, poi la posò sul tavolo. « La leggerò più tardi. Ora mi dica. Oggi, in Concistoro, lei non prese la parola, eppure di problemi ne ha quanto gli altri. Vorrei che me ne parlasse. » Il volto di Potocki s'indurì e gli occhi gli si incupirono. « Anzitutto ho un timore personale, Santità. » « Lo divida con me; ne ho tanti di miei. » « La storia della Chiesa in Polonia è una storia amara. Non abbiamo sempre agito come fratelli in fede, ma a volte come nemici. Il tempo dei dissensi è passato, ma se Vostra Santità dovesse ricordarlo troppo aspramente, potrebbe essere una cosa negativa per noi tutti. Noi polacchi siamo latini per carattere e fedeltà. Vi fu un tempo in cui la Chiesa di Polonia si prestò alla persecuzione dei suoi fratelli di rito ruteno. Molti che oggi sono morti sarebbero ancora vivi, se avessimo mantenuto l'unità spirituale nel legame della fede. » Esitò e poi affrontò goffamente la domanda: « Non intendo mancare di rispetto, Santità, ma devo chiedere che cosa pensa Vostra Santità di noi cattolici polacchi ». Vi fu una pausa, poi Kiril il pontefice si alzò e posò le mani sulle spalle del suo fratello vescovo: « Siamo stati tutti e due in prigione, lei e io, e sappiamo che, quando hanno cercato di spezzarci, hanno fatto leva sui rancori sepolti nel profondo del nostro cuore. Quando lei sedeva nel buio, tremando e aspettando il prossimo interrogatorio, le luci dei riflettori, le torture e le domande martellanti, che cosa la tentava di più all'apostasia?» La risposta di Potocki fu schietta: « Il pensiero di Roma, dove di noi sapevano tanto e si curavano, a quanto pareva, così poco ». Kiril annuì gravemente. « La mia tentazione era rappresentata dalla memoria del grande Andrea Szepticky, metropolita della Galizia. Lo amavo come un padre, ed ero disperato al pensiero di quel che gli avevano fatto. Lo ricordavo prima che morisse, una larva d'uomo, dilaniato dalla sofferenza, che vedeva distruggere tutto ciò che aveva costruito o conservato: i collegi, i seminari, l'antica cultura. Ero oppresso dalla vanità del tutto e mi chiedevo se valesse la pena di sprecare tante vite, tanti altri nobili spiriti, per ritentare ancora. Furono brutti giorni, quelli. » Potocki arrossì fino alla radice dei capelli. « Mi vergogno, Padre Santo. Non avrei dovuto dubitare. » Kiril ebbe un sorriso dololoso. « Perché no? Siamo tutti esseri umani: lei cammina su una corda tesa in Polonia, io su un'altra a Roma. Entrambi possiamo scivolare e, in quel caso, avremo bisogno di una rete di protezione. La prego di credere che, se a volte posso mancare di comprensione, non manco mai d'amore. » « Quel che facciamo a Varsavia » disse Potocki « non è sempre compreso, a Roma. » «Mi mandi un interprete, se ne avrà bisogno; gli prometto la mia più attenta comprensione. » « Ce ne saranno tanti, Santità, e parleranno in tante lingue; come potrà star dietro a tutti? » « Lo so. » L'ossatura sottile di Kiril parve rattrappirsi, come sotto un peso. « Insegniamo che la presenza dello Spirito Santo protegge il pontefice da errori sostanziali. Io prego, ma non vedo luce sulle colline. Sto tra Dio e l'uomo, ma odo soltanto l'uomo e la voce del mio cuore. » Il volto severo del polacco si spianò. « Cor ad cor loquitur, Santità. Il cuore parla al cuore, e può darsi sia questo il vero dialogo di Dio con gli uomini. » « Andiamo a cena » propose papa Kiril, « e perdoni alle mie monache se hanno esagerato con la salsa. Dovrò trovar loro un buon libro di cucina. » La cena non fu migliore del previsto, il vinello dei Colli Albani era leggiero, ma parlarono liberamente, e un nuovo calore nacque tra loro. Papa Kiril aprì il suo cuore su un altro argomento. « Tra due giorni sarò incoronato, e la solennità del cerimoniale mi turba. Il Maestro entrò a Gerusalemme sul dorso di un asinello. Io, invece, sarò portato a spalla dai nobili, tra i flabelli che un tempo erano riservati agli imperatori romani, incoronato d'oro, in un trionfo illuminato da milioni di luci. Mi vergogno all'idea che il successore di un falegname sia trattato come un re. » Potocki ebbe un lieve sorriso e scosse la testa. « Non le permetteranno di apportare cambiamenti, Santità. » « Lo so. I romani devono pur avere il loro giorno di festa. Non posso percorrere a piedi la navata di San Pietro, perché nessuno mi vedrebbe, e se i visitatori non vengono per pregare, vengono per vedere il pontefice. Mi ricordano che, ufficialmente, sono un prìncipe, e un prìncipe deve portare la corona. » « La porti, Santità » disse Potocki con amaro umorismo. « Non passerà molto tempo che la incoroneranno di spine! » Nella sua villa sui Colli Albani, a un'ora da Roma, anche il cardinale Valerio Rinaldi aveva ospiti per la cena. Si trattava di una riunione di cui ogni componente era un personaggio importante, ed egli li trattava con l'abilità di un uomo che si era appena rivelato artefice di re. C'era Leone e c'era Semmering, il magro e biondo padre generale dei Gesuiti. C'erano Goldoni, della Segreteria di Stato, Benedetti, il principe delle finanze vaticane, e Orlando Campeggio, il bruno e sagace direttore dell'Osservatore Romano. A capotavola, quasi per una concessione alla mistica, sedeva Rahamani il siriano. La cena fu servita in un belvedere, un'alta galleria scoperta che s'affacciava su un giardino in stile classico da cui si scorgevano, in lontananza, le luci di Roma. L'aria era mite, la notte piena di stelle. Campeggio fumava il sigaro e parlava liberamente, come un prìncipe tra i prìncipi. « Prima di tutto, dobbiamo presentare il pontefice nella luce più favorevole. Finora abbiarno insistito sul tema "prigioniero per la fede" che ha suscitato un'ondata di simpatia, affetto e devozione. Ma questo non è che l'inizio e non risolve tutti i nostri problemi. Come secondo passo, ci proponiamo di presentare un "Papa del popolo". A questo punto, però, avremo bisogno di direttive e di assistenza dai membri della curia. » Leone rispose alla questione, mentre era intento a sbucciare e a fare a spicchi una mela. « Dobbiamo presentarlo, sì, ma dobbiamo anche pubblicare le sue parole. Loro hanno sentito quel che è successo oggi in Concistoro. Provate a stampare quel che ha detto, senza alcuna spiegazione, e vedrete come lo interpreterà la gente: penserà che il Papa voglia buttare dalla finestra ben duemila anni di tradizioni. Ha detto di essere un uomo fuori del suo tempo. Sarà bene ricordargli che cosa è il nostro tempo e quali siano gli strumenti di cui disponiamo. » « Credete che non se ne renda conto? » domandò Semmering. Leone aggrottò le sopracciglia. « Non ne sono sicuro. Tutto quel che so è che vuol fare delle innovazioni quando ancora non ha potuto studiare da vicino le antiche tradizioni della Chiesa. » « A quanto ricordo » disse affabilmente il siriano « ci ha chiesto di trovargli uomini "con il fuoco nel cuore". Questo non è un concetto nuovo » « Ci sono quarantamila uomini, nel nostro ordine » osservò seccamente Semmering, il gesuita. « Siamo tutti al suo comando. » « Non tutti » precisò Rinaldi senza acrimonia. « E dovremmo riconoscerlo. Accettiamo l'inerzia, l'ambizione e la burocrazia nei quartieri generali della Chiesa, perché noi stessi abbiamo contribuito a crearle. Ieri mi ha detto: "Per diciassette anni sono vissuto in luoghi dove milioni di uomini morivano senza aver mai visto un prete e udito la parola di Dio, e qui vedo centinaia di sacerdoti che timbrano documenti e forano cartellini di presenza". » « E che cosa s'aspetta Sua Santità da noi? » domandò Benedetti, acido. « Che facciamo funzionare il Vaticano con le macchine elettroniche e che mandiamo tutti i nostri sacerdoti nei territori di missione? Non può essere così ingenuo. » « Io non credo che sia ingenuo » disse Leone, « anzi. Ma penso che sottovaluti quel che Roma rappresenta per la Chiesa... in fatto di ordine e di disciplina e come baluardo della fede. » La rude voce romana di Goldoni crepitava come legna secca al fuoco, mentre lui esponeva il suo giudizio sul pontefice. « Ho l'impressione che se ne intenda di politica. Mi ha detto che la Chiesa deve essere costruita sulle risorse umane di ciascun paese, che abbiamo accentrato troppo e tardato troppo a istruire uomini capaci di mantenere lo spirito di universalità della Chiesa in ogni cultura nazionale. » « Scopa nuova... » commentò Benedetti, aspro. « Vorrebbe ripulire la casa da cima a fondo in un solo giorno... Critica il fatto che abbiamo un attivo così cospicuo, mentre c'è tanta povertà in Uruguay o tra gli indostani. Mi chiedo se si renda conto che quarant'anni fa il Vaticano era sull'orlo della bancarotta e dovette contrarre un prestito per finanziare il Conclave. Ora, almeno, possiamo sbarcare il lunario e agire con energia. » « Quando ha parlato a noi » disse Rahamani, « mi ha rammentato i primi apostoli, che furono mandati per il mondo senza bagaglio né calzari né moneta. è così che Papa Kiril è venuto dalla Siberia a Roma. » « Può darsi » commentò Benedetti, irritato « ma vi siete mai preoccupati di sapere quanto costa il viaggio di un missionario o l'istruzione di un professore di seminario? » Leone buttò indietro la bianca zazzera ed esplose in una risata così sonora che gli uccelli notturni trasalirono nei cipressi. « L'abbiamo eletto nel nome di Dio e ora, tutt'a un tratto, abbiamo paura di lui. Non ha fatto minacce, non ci ha chiesto nient'altro che quel che professiamo di offrirgli. Eppure, eccoci qua a discutere di lui come cospiratori, pronti a combatterlo. Che cosa ci ha fatto? » « Forse ha letto dentro di noi meglio di quanto avremmo voluto » rispose Semmering. « O forse... » aggiunse Valerio Rinaldi « si fida di noi più di quanto meritiamo. » Estratto dal memoriele segreto di Kiril primo, Pont. Max. è tardi e la luna sta salendo nel cielo. Piazza San Pietro è vuota. Presto, un giorno, mi scrollerò di dosso protocollo e prudenza e uscirò da Porta Angelica. Voglio vedere la mia gente mentre passeggia o se ne sta seduta sulle panchine nei viali di Trastevere o si raggomitola in piccole stanze con i suoi timori e i suoi amori. Devo affrontare questa mia, città. Voglio vederla com'è, autentica, e voglio che essa veda me come sono... Mi tornano alla mente le storie della mia infanzia, il califfo Harun al Rascid che la notte usciva travestito per studiare l'animo del suo popolo. Ricordo il Maestro che sedeva a cena con i pubblicani e le cortigiane e mi domando perché i Suoi successori siano sempre stati ansiosi di esercitare il loro potere da una stanza segreta, esibendosi al popolo come semidei, soltanto in occasione di pubbliche solennità. La lettera di Kamenev è qui davanti a me, con accanto il suo dono per la mia incoronazione: un pugno di terra russa e un pacchetto di semi di girasole. Scrive: "Ricordo di avervi domandato una volta che cosa vi mancasse più di tutto, e rispondeste che erano i girasoli dell'Ucraina. Vi odiavo in quel momento, perché ne sentivo la mancanza anch'io e perché eravamo entrambi esuli in quelle terre gelide. Ora voi siete ancora un esule, mentre io, in Russia, sono il primo. Ci rimpiangete? Me lo domando. Io vi rimpiango. Avremmo potuto fare grandi cose, assieme, ma voi siete avvinto al vostro folle sogno dell'al di là, mentre io credo che ciò che di meglio un uomo può fare è rendere fertile una terra sterile, e colti degli uomini ignoranti, e far crescere, alti e dritti tra i girasoli, i figli di uomini stremáti dalla miseria. Accettate le mie congratulazioni per la vostra elezione, per quel che valgono. Voi e io, possiamo ancora essere utili l'uno all'altro. Io e coloro che mi circondano abbiamo portato questo paese a una prosperità finora mai raggiunta, eppure siamo circondati da spade. Gli Americani hanno paura di noi, i Cinesi vorrebbero farci tornare indietro di mezzo secolo. Per voi, forse, io sono l'Anticristo, ma, per il momento, io sono la Russia e il tutore di questo popolo. Voi avete delle armi in mano, e io so, sebbene non osi ammetterlo pubblicamente, quanto siano forti. Posso solo sperare che non le rivolgerete contro la vostra madre patria né le impegnerete in alleanze degradanti in Oriente o in Occidente. Quando i semi cominceranno a germogliare, ricordate la Madre Russia e ricordate che mi siete debitore di una vita. Al momento di chiedervene il prezzo, vi manderò un uomo che vi parlerà di girasoli. Quel giorno, credete a quanto lui vi dirà, ma non trattate con altri. Io non ho lo Spirito Santo che mi protegga e devo diffidare anche dei miei amici. Vorrei poter dire che voi siete uno di loro. Vi saluto. Kamenev. Ho letto questa lettera una dozzina di volte. Conosco l'ambizione che divora Kamenev, il suo desiderio fanatico di ottenere dalla vita qualcosa di buono, qualcosa che possa ripagarlo della degradazione inflitta a sé e agli altri per tanti anni. Non lo vedo come un Anticristo, e nemmeno come un eretico per eccellenza. Credo che sia uomo capace di sbarazzarsi del dogma marxista l'attimo stesso in cui lo vedesse fallire. Credo, pur non essendone sicuro, che, con questa lettera, egli chieda il mio aiuto per preservare quanto di buono ha già conquistato per il suo popolo, offrendogli la possibilità di progredire pacificamente. Se questo è vero, lo devo aiutare. Eppure, vi sono eventi che lo smentiscono: si compiono tuttora invasioni e incursioni sotto l'egida della falce e del martello. La grande eresia di un paradiso terreno continua a infiltrarsi nel mondo come un cancro, e Kamenev ne indossa i paramenti di sommo sacerdote. Queste sono cose che ho giurato di combattere. Eppure, non posso ignorare lo strano lavorio che Dio compie nelle anime degli uomini più impensati e mi pare di scorgerne i segni nell'anima di Kamenev. Vedo, sia pure oscuramente, come i nostri destini possano esser congiunti nel disegno divino. Chiede la mia amicizia, e io gliela darei volentieri. Chiede una tregua, ma io non posso dar tregua all'errore. So che Kamenev può ancora tradirmi, e che io posso tradire me stesso e la Chiesa. Domani offrirò la messa per Kamenev e stanotte dovrò pregare perché si faccia luce per papa Kiril. Capitolo 4 A George Faber l'incoronazione di Kiril primo parve una faccenda noiosa e interminabile. La sonorità dei cori lo deprimeva, la sfarzosa processione di prelati, sacerdoti, monaci, ciambellani e soldati provocò in lui un certo risentimento, mentre le esalazioni di ottantamila corpi, pigiati nella basilica, gli diedero il capogiro. Il suo articolo era già stato scritto e pronto per essere trasmesso: si trattava di tremila parole ricche di colore, che illustravano la pompa, il simbolismo e lo splendore religioso della grande festa. Vi aveva già assistito una volta, e soltanto il gusto snobistico di sedere al posto d'onore nella tribuna della stampa l'aveva spinto a sottoporsi ancora a quella sfacchinata. Le sue natiche erano strette tra i larghi fianchi di un tedesco e le cosce ossute di Campeggio e non avrebbe potuto tagliare la corda prima di altre due ore, almeno, finché l'illustre assemblea non si fosse riversata sulla piazza, per ricevere, insieme con il popolo di Roma e i turisti, la benedizione del nuovo Papa. Faber scivolò in avanti sulla seggiola, cercando un grano di consolazione nell'idea che il nuovo Papa forse poteva rappresentare la soluzione dei guai suoi e di Chiara. Finora, la curia aveva tenuto il pontefice sotto custodia: il Papa era comparso raramente in pubblico e non aveva fatto alcuna dichiarazione importante, ma già correva voce che egli fosse un innovatore, un uomo che pensava con la propria testa, e che aveva la forza di attuare le proprie idee. Più di un funzionario vaticano parlava di cambiamenti, anche nell'organizzazione centrale. Forse, alcuni di questi cambiamenti avrebbero potuto riguardare la Sacra Rota, nei cui archivi giaceva da quasi due anni la richiesta di annullamento del matrimonio di Chiara Sull'operato di quell'augusto tribunale, gli Italiani avevano coniato una frase maligna: "In Italia non c'è il divorzio... e solo i cattolici possono ottenerlo!" Era una frase a doppio taglio. Né la Chiesa né lo Stato ammettevano il divorzio, ma entrambi tolleravano, con apparente impassibilità, un concubinato praticato su larga scala, tra i ricchi, e un numero sempre crescente di unioni irregolari tra i poveri. La Sacra Rota era un ente ecclesiastico, ma molti degli affari che trattava erano nelle mani di avvocati laici, specialisti di diritto canonico, che, tutti uniti dal reciproco interesse, avevano finito col creare una categoria estremamente rigida ed esclusiva, nelle cui secche andava a incagliarsi, senza riguardo per i drammi umani che la sospingevano, la corrente delle cause coniugali. In teoria, la Sacra Rota operava imparzialmente, si trattasse di persone in grado di pagarsi un avvocato o no. In realtà, quelli che erano in grado di assicurarsi i migliori avvocati potevano contare su una decisione molto più rapida in confronto dei loro fratelli meno abbienti. Il decreto di nullità si poteva ottenere molto più facilmente se entrambe le parti erano d'accordo fin dalla prima petizione, ma se la richiesta di nullità era avanzata da una parte sola, mentre l'altra produceva testimonianze contrarie, il caso era destinato a un probabile fallimento. Se la parte lesa otteneva il divorzio civile in un altro paese e si risposava, era scomunicata dalla Chiesa e perseguita per bigamia dallo Stato italiano. In pratica, quindi, il concubinato era la via più facile da seguire, in Italia, poiché è più comodo essere dannati dentro la Chiesa che fuori di essa, e si sta molto meglio vivendo nel peccato che scontando una condanna a Regina Coeli. Questa era la situazione di George Faber e di Chiara Calitri. Mentre osservava il nuovo pontefice che veniva rivestito dei paramenti davanti all'altar maggiore, Faber si domandava se non fosse venuto il momento di gettare al vento un'intiera vita di prudenza, e spezzare una lancia, e magari giocarsi la carriera, a favore della riforma della Sacra Rota, la questione più controversa che vi fosse a Roma. Faber non era un uomo brillante, e nemmeno coraggioso. Aveva talento per fare servizi giornalistici garbati e l'abilità di ingraziarsi la gente bennata. Ora, con l'affacciarsi degli anni della solitudine all'orizzonte, il talento non bastava più. Era innamorato e, essendo un nordico puritano e non un latino, non poteva considerare altra soluzione che il matrimonio. Così, gli piacesse o no, il destino suo e di Chiara era nelle mani severe dei canonisti, e nelle morbide effeminate palme di Corrado Calitri, ministro della Repubblica Italiana. A meno che Calitri non allentasse la sua presa, del che non si vedeva sintomo alcuno, erano destinati a rimanere entrambi in quella situazione fino al giorno del giudizio. Di la della navata, nello spazio riservato ai rappresentanti del governo Italiano, Faber intravedeva la sottile figura patrizia di Calitri con il petto splendente di decorazioni e il volto pallido simile a una maschera di marmo. Cinque anni prima, Calitri era stato un giovane e brillante deputato, con una carriera di ministro davanti a sé, ostacolata, allora, soltanto dal suo stato di celibe e da una certa propensione per i giovanotti frivoli. Il suo matrimonio con un'ereditiera uscita di fresco da un collegio di suore, gli aveva procurato il portafoglio di ministro e aveva fatto ridere tutti i pettegoli. Diciotto mesi dopo, Chiara era stata ricoverata in clinica con l'esaurimento nervoso e, al momento della sua guarigione, la loro separazione era già un fatto compiuto. Non rimaneva che avanzare una richiesta di annullamento presso la Sacra Rota e, dal quel momento, era cominciata la consueta tragicomica schermaglia. « La postulante, Chiara Calitri, adduce il vizio di intenzione » avevano dichiarato i suoi avvocati, « in quanto il coniuge contrasse il legame del matrimonio senza l'intento di adempierne tutti i termini per quanto riguarda la coabitazione e la procreazione... » « Io ero fermamente intenzionato ad adempiere tutti i termini del contratto » era stata la replica di Calitri, « ma il matrimonio implica un mutuo sostegno; da mia moglie non ottenni mai appoggio né assistenza morale. » « La postulante adduce che una delle condizioni del suo matrimonio era che il marito adottasse un comportamento sessuale normale. » « Sapeva benissimo com'ero » aveva ribattuto Calitri. « Non avevo tentato affatto di nasconderle il mio passato. Mi sposò nonostante questo. » « Benissimo » avevano concluso gli uditori della Rota. « Ciascuno dei due argomenti sarebbe sufficiente da solo per ottenere il decreto di nullita, ma come si propone la postulante di provare gli addebiti? » Così, gli ingranaggi della giustizia canonica si erano arrestati, e i legali di Chiara avevano espresso il parere che fosse meglio sospendere la causa fino a quando non fossero state trovate nuove testimonianze. Calitri era felicemente libero, e Chiara era rimasta presa nella trappola che lui le aveva tesa. Chiara aveva ventisei anni, e nel giro di pochi mesi lei e George Faber erano divenuti amanti. Roma aveva sorriso di quel legame con il solito allegro cinismo, ma Faber, cui rimordeva la coscienza, aveva cominciato a odiare Calitri. Si sentì improvvisamente girare la testa, mentre il volto e le palme delle mani gli si imperlavano di sudore, e lottò per riprendersi mentre il Papa saliva i gradini dell'altare. Campeggio guardò con aria maliziosa il collega impallidito e si chinò verso di lui. « Neanche a me piace Calitri » disse, « ma lei non arriverà mai a nulla, se non cambia sistema. » Faber si raddrizzò di colpo, guardandolo con aperta ostilità. « Che diavolo vuol dire? » Campeggio alzò le spalle. « Non si arrabbi, mio caro, il suo è un segreto di Pulcinella. è logico che lei detesti quell'uomo, e non le dò torto. Ma ci son tanti modi per scuoiare la lepre! » « Mi piacerebbe conoscerli » rispose Faber, irritato. « Facciamo colazione assieme, uno di questi giorni, e glieli dirò. » Rudolf Semmering, Generale della Compagnia di Gesù, stava rigido come una sentinella al suo posto nella navata, assorto in meditazioni sulla cerimonia e il suo significato. Non udiva né la musica né il latino ridondante. Una vasta quiete lo circondava, mentre il suo spirito si concentrava sulla relazione tra il Creatore e le creature, affermata e rinnovata nel corso dell'insediamento del suo Vicario. Semmering, per elezione, era il capo di quarantamila celibi che si erano votati ad eseguire qualsiasi missione il pontefice volesse affidare loro. Alcuni dei migliori cervelli del mondo, alcuni degli spiriti più audaci, dei maestri più ispirati, erano agli ordini di Semmering. Il suo compito consisteva nell'aiutare ciascuno di loro a svilupparsi secondo la propria natura, con l'aiuto dello spirito di Dio operante in lui. Tuttavia, già da parecchio tempo Semmering era turbato dai rapporti che gli giungevano da tutto il mondo sul ristagno del prestigio della sua Compagnia e della Chiesa. Il numero degli studenti che abbandonavano le pratiche religiose aumentava, mentre le leve dei candidati al sacerdozio diminuivano; l'impulso missionario pareva aver perduto ogni vigore, la predicazione dal pulpito degenerava nel formalismo. Nell'alzare lo sguardo verso l'altar maggiore, dove il celebrante si moveva, rigido sotto trenta chili di paramenti dorati, ricordò che il Papa aveva chiesto uomini con le ali ai piedi, e il cuore ardente. Si domandò se proprio quella non fosse la prima offerta che egli poteva trarre dalle risorse della Compagnia, un uomo capace di esporre in modo nuovo le vecchie verità e di camminare come un nuovo apostolo in un mondo che era stato determinato dalla nuvola atomica a forma di fungo. Lui aveva quest'uomo. Si chiamava Jean Télémond, e aveva trascorso quasi tutta la sua vita in strani paesi, occupato in progetti che, in apparenza, avevano ben poco a che vedere con le questioni dello spirito. Ed ora, dai suoi scritti appariva che quell'uomo era pronto ad essere impiegato altrimenti. Rudolf Semmering, individuo sobrio e metodico, prese il taccuino e notò un appunto per ricordarsi di mandare un telegramma a Giacarta. Proprio allora, riecheggiate dalle volte della basilica, le trombe ruppero in una melodiosa fanfara, e, alzati gli occhi, egli vide Papa Kiril sollevare in alto il corpo del Dio che rappresentava in terra. La sera della sua incoronazione, Kiril Lakota indossò la veste nera e il cappello rotondo dei sacerdoti romani, e uscì, attraverso Porta Angelica, per andare a ispezionare la sua nuova diocesi. Nell'attraversare il cancello, nascose il volto sfregiato dietro un fazzoletto, e le guardie gli diedero appena un'occhiata, abituate come erano alla processione giornaliera di monsignori che entravano e uscivano dal Vaticano. Erano passate da poco le dieci, e le strade erano animate dal traffico di veicoli e pedoni. Kiril camminava a grandi passi decisi, aspirando con piacere l'aria di libertà, eccitato come uno scolaretto che abbia marinato la scuola. Sul ponte Sant'Angelo si fermò, e appoggiatosi al parapetto, guardò a lungo le acque grigiastre del Tevere, che, per tremila anni, avevano riflesso follie di imperatori, e cortei di papi e di prìncipi. La città eterna era la sua città, ora. Gli apparteneva come non poteva appartenere che al successore di Pietro. Senza il papato, Roma si sarebbe ridotta a una reliquia provinciale. Molto tempo prima, erano i romani che eleggevano il papa. Ancor oggi lo rivendicavano come loro proprietà e, in un certo senso, egli apparteneva loro; era il loro vescovo, ancorato al loro suolo fino al giorno della sua morte. Potevano amarlo, potevano odiarlo, mettere in giro storielle sul suo conto, come avevano fatto, per secoli, e attribuirgli la colpa delle magagne del clero. Ma si appartenevano a vicenda, anche se metà di loro non metteva piede in chiesa e se molti avevano in tasca tessere che li dichiaravano uomini di Kamenev e non del Papa. Traversò il ponte, penetrando in un dedalo di stradine e di vicoli. da ogni parte sorgevano fabbricati grigi, corrosi e macchiati dalle intemperie. Un lumino fioco scintillava davanti all'edicola di una Madonna polverosa; un gatto randagio che frugava in un mucchio di rifiuti gli soffiò contro. Una donna incinta si appoggiava a uno stipite sotto lo stemma di qualche prìncipe dimenticato, e un ragazzo, su una Vespa rumorosa, urlò qualcosa nel passare. Un paio di prostitute che chiacchieravano sotto un lampione, nel vederlo, fecero lo scongiuro contro il malocchio. Gli avevano parlato di quel vecchio costume romano, ma questa era la prima volta che lo vedeva in atto. Un prete portava le sottane, non era né uomo né donna, ma una strana creatura, un probabile portatore di malocchio. Un attimo dopo, si trovò in una piazza stretta dove vi era un caffeuccio con dei tavolini sul marciapiede. Un tavolo era occupato da una famiglia che sgranocchiava paste e chiacchierava in dialetto romano. Sedette a un altro tavolo e ordinò un espresso. Il cameriere era distratto e la famiglia lo ignorò: Roma era piena di religiosi. Mentre sorseggiava il caffè amaro, un ometto grinzoso, con le scarpe rotte, gli si accostò per vendergli un giornale. Kiril frugò nella tasca della veste, per trovare gli spiccioli, ma si accorse che aveva dimenticato di prendere con sé del denaro: non poteva nemmeno pagare il caffè. Per un momento, si sentí umiliato e imbarazzato, ma poi lo colpì il lato comico della situazione e decise di cavarsela nel modo migliore. Fece un cenno al barista, e gli spiegò la situazione, rivoltando le tasche a prova della sua buona fede. Il barista si allontanò, imprecando a denti stretti contro i preti che succhiano il sangue dei poveri. Kiril lo prese per la manica. « Senta, non mi fraintenda. Io voglio pagare e pagherò. » Il venditore di giornali e la famiglia al tavolo vicino aspettavano, in silenzio, l'inizio di una tipica scenetta romana. « Già! » fece il barista, allargando le braccia in un gesto sprezzante. « Vuol pagare! Ma quando? Come faccio a sapere chi è lei» « Se vuole » rispose Kiril con un sorriso « le lascerò nome e indirizzo. » « Sì, così attraverso mezza Roma per ricuperare cinquanta lire! » « Gliele manderò. » « E intanto chi ci rimette? Io! Crede che ne abbia tanti da potermi permettere il lusso di pagare il caffè a tutti i preti di Roma? » I clienti si misero a ridere, soddisfatti. Il padre di famiglia si frugò in tasca e buttò bonariamente alcune monete sul tavolo. « Ecco qua! Pago io, reverendo. Anche il giornale. » «Grazie mille... Le sono molto grato. Ma vorrei rimborsarla. » « Non fa niente, reverendo, non fa niente! » esclamò l'uomo con un gesto condiscendente della mano. « E non se la prenda con Giorgio: ha dei guai colla moglie. » Giorgio grugnì, ficcandosi le monete in tasca. « Mia madre voleva che diventassi prete: forse aveva ragione lei! » « Anche i preti hanno i loro problemi » commento Kiril, in tono gentile. « Ne ha persino il Papa, a quanto dicono. » « Il Papa! Non mi faccia ridere » intervenne il giornalaio. « Un russo in Vaticano! » Spalancò il giornale sul tavolo indicando il ritratto del pontefice. « Guardi che tipo! Quella faccia e quella... » S'interruppe, fissando Kiril. La sua voce divenne un susurro. « Dio! Pare tutto lei! » Gli altri allungarono il collo sopra le sue spalle, fissando il ritratto. « è strano » fece Giorgio « sembra quasi il suo sosia. » « Io sono il Papa » affermò Kiril e tutti lo guardarono a bocca aperta . « Non ci credo » disse Giorgio. « Gli assomiglia, certo! Ma lei se ne sta seduto qui, senza una lira in tasca! » Kiril notò la loro confusione, allora chiese una matita e scrisse i loro nomi e indirizzi sullo scontrino del bar. « Vi scriverò e vi inviterò in Vaticano, e in quell'occasione vi renderò il denaro. » « Non ci sta mica pigliando in giro, padre? » domandò il giornalaio . « No, non vi piglio in giro. » Kiril si alzò, piegò il giornale, infilandolo nella tasca della veste, poi posò la mano sulla testa del vecchio e mormorò una benedizione. « Ecco » aggiunse « così potrete raccontare ai vostri amici che avete avuto la benedizione del Papa. » Fece il segno della croce sul gruppetto, poi si allontanò a grandi passi, stranamente trionfante per il primo incontro avuto con il suo popolo. Era un trionfo insignificante, ma egli rivolse al cielo una fervida preghiera perché fosse il presagio di trionfi più grandi. Se le parole creazione e redenzione avevano un senso dovevano significare un rapportO d'amore tra il Creatore e le Sue creature. L'amore è qualcosa che nasce dal cuore e il suo linguaggio è il semplice linguaggio del cuore, che non è fatto di rituali barocchi. Chi ama teme che il volto dell'Amato sia nascosto da un velo e che, alzando gli occhi, pieno di speranza, non veda davanti a sé che il volto freddo e solenne di un prete o di un Papa. Una volta, per breve tempo, in una piccola terra, Dio aveva mostrato il Suo volto agli uomini nella persona del Figlio Suo, ed essi avevano riconosciuto in Lui il buon pastore, che guariva i malati e nutriva gli affamati. Poi, Egli si era nascosto di nuovo, lasciando la Sua Chiesa come proseguimento di se stesso nel corso dei secoli. Se i Suoi sacerdoti dimenticavano il linguaggio del cuore, avrebbero presto finito coll'essere gli interlocutori di se stessi. Le stradine lo imprigionarono di nuovo: si sentì prendere dal desiderio di spiare attraverso le finestrelle la vita degli uomini che abitavano dietro di esse. Provò un senso di nostalgia per la prigione dove aveva respirato il respiro dei suoi compagni di sventura, e dove la notte si svegliava sentendoli borbottare nel sonno. Era a metà di un vicolo graveolente quando si trovò stretto tra una porta chiusa e un'automobile parcheggiata. Nello stesso istante, la porta si aprì e un uomo uscì, spingendolo contro la portiera della macchina. L'uomo mormorò una parola di scusa e poi, notando la veste talare, si fermò bruscamente e disse: « Lassú c'è un moribondo. Forse lei è in grado di fare per lui più di quanto possa fare io. Il medico lo chiamano sempre quando è troppo tardi! ». « Dove lo trovo? » « Al secondo piano. Stia attento, è molto contagioso: tbc, polmonite secondaria e emotorace. Lo assiste una donna. è molto brava, e vale più di un medico, in un momento simile. Ma farebbe bene a sbrigarsi: ne avrà per un'ora, al massimo. » Si volse, avviandosi in fretta lungo il vicolo, mentre i suoi passi s'allontanavano sul selciato. Papa Kiril spinse la porta ed entrò. L'edificio era un palazzo romano in rovina, col cortile ingombro di rifiuti e una scala che puzzava di immondezze e di cibi rancidi. Sul secondo pianerottolo s'imbatté in un gruppetto di persone stretto attorno a una donna piangente. Lo guardarono imbarazzati, e, quando lui li interrogò, uno degli uomini fece segno col pollice in direzione della porta aperta. « è là dentro. » La donna non aveva smesso un istante di lamentarsi. L'abitazione consisteva in una grande stanza priva d'aria, in cui stagnava l'odore della malattia. Nell'angolo, in un grande letto, giaceva un uomo scarno e raggrinzito, coperto da una trapunta macchiata. I capelli umidi erano appiccicati alle tempie e la testa gli rotolava da una parte e dall'altra su un mucchio di cuscini. Aveva il respiro breve e affannoso. Accanto al letto, sedeva una donna giovane, il cui aspetto raffinato stonava in quell'ambiente, che gli tergeva il sudore con una pezza di lino. Quando entrò Kiril, la donna alzò lo sguardo, e lui vide un volto giovane, stranamente sereno, e un paio di occhi scuri dall'espressione interrogativa. Disse, imbarazzato: «Ho incontrato il dottore per strada, e mi ha detto che, forse, potevo essere utile ». La donna scosse la testa. « Temo di no, è in coma. Non credo che durerà a lungo. » La voce di persona colta e il tono calmo e professionale lo lasciarono perplesso. Domandò: « Lei è una parente? ». « No; una volta facevo l'infermiera. La gente di qui mi conosce e mi manda a chiamare, quando è nei guai. » « C'è già stato il prete? » La giovane sorrise. « Ne dubito. La moglie è ebrea e lui è comunista. I preti non sono molto popolari, in questo quartiere. » Anche in quel momento, Papa Kiril dovette constatare quanto lui fosse diverso da un semplice pastore: normalmente, un prete portava in tasca la piccola ampolla degli olii santi per somministrare gli ultimi Sacramenti, ma lui non l'aveva. Si avvicinò al letto, e la giovane donna gli fece posto, ripetendo l'avvertimento del dottore: « Stia attento. è molto contagioso. » Kiril prese tra le sue la mano molle e umida del malato, e si chinò a sfiorare con le labbra l'orecchio del morente. Cominciò a recitare l'Atto di dolore, e, quando ebbe finito, disse calmo ma con forza: « Se mi senti, stringimi la mano. Se non lo puoi fare, di' al Signore nel tuo cuore che ti penti. Lui ti attende con amore: basta un solo pensiero perché tu lo raggiunga. » Ripeté varie volte l'esortazione. La testa dell'uomo si moveva di qua e di là, irrequieta; e il respiro gli si andava spegnendo in un rantolo. Infine, la ragazza disse: «è inutile, padre; è troppo in là per udirla ». Papa Kiril alzò la mano, impartendo l'assoluzione. « Deinde ego te absolvo a peccatis tuis... Nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo. Amen. » Poi s'inginocchiò accanto al letto, pregando appassionatamente per l'anima di quel misero viaggiatore che stava terminando il suo ultimo, solitario pellegrinaggio. Dopo pochi minuti, la breve tragedia era conclusa, ed egli recitò le preghiere per i defunti, mentre la donna chiudeva gli occhi sbarrati del morto, componendone il corpo nell'atteggiamento della morte. Poi, disse con fermezza: « Andiamo, padre. Adesso non siamo più graditi, qui. » « Vorrei aiutare la famiglia » disse Papa Kiril. La giovane commentò: « La morte la sanno affrontare, è la vita che li sconfigge ». Quando uscirono dalla stanza, la donna annunciò brevemente al gruppetto sul pianerottolo: « è morto. Se avete bisogno di aiuto, chiamatemi ». Poi si voltò per scendere le scale con Kiril. Il lamento acuto della donna li seguì come una maledizione. Qualche secondo dopo, erano nel vicolo deserto. La donna frugò nella borsa in cerca di una sigaretta, che accese con mano tremante. Si appoggiò all'automobile, fumando qualche istante in silenzio, poi disse: « Cerco di reagire, ma è una cosa che mi sconvolge sempre. è così indifesa e senza risorse, quella gente ». « Giunti a quel punto, siamo tutti senza risorse » commentò Kiril, calmo. « Ma come mai lei si occupa di queste cose? » « è una lunga storia. Preferirei non parlarne, adesso. Ho la macchina: posso darle un passaggio? » Kiril stava già rifiutando, ma si trattenne e domandò: «Dove abita? ». « Vicino al Palatino, dietro il Foro romano. » « Allora vengo con lei fino al Foro. Non l'ho mai visto, di notte, e mi sembra che lei abbia bisogno di un po' di compagnia. » La donna gli lanciò una strana occhiata. « Andiamo, allora. » Guidava veloce e imprudente, e si trovarono ben presto davanti alla vasta distesa del Foro, spettrale sotto la luna nascente. Scesero insieme, e andarono ad appoggiarsi alla balaustrata. All'improvviso, la donna lo interrogò: « Lei non è italiano, vero? ». « No, sono russo. » « E io l'ho già vista, non è vero? » « Hanno pubblicato una quantità di mie fotografie, recentemente. » « Allora, che cosa faceva, nella vecchia Roma? » « Sono il vescovo di questa città. Mi pareva il caso di darle almeno un'occhiata. » « Siamo stranieri tutti e due » osservò la ragazza. « Io sono tedesca di nascita, ma ho la cittadinanza americana, e vivo a Roma. » « è cattolica lei? » « Non so che cosa sono. Sto cercando di capirlo. » « In questo modo? » domandò quietamente Kiril. « Gli altri, li ho provati tutti. » Poi rise, e parve rilassarsi. « Mi perdoni, sto comportandomi molto male. Mi chiamo Ruth Lewin. » « E il mio nome è Kiril Lakota. » « Lo so: il Papa delle steppe. » « è così che mi chiamano? » « Anche... » Proseguì: « Quelle storie che stampano sulla sua fuga dalla prigione, sono vere? » « Sì. » « Ora è di nuovo in prigione. » « In un certo senso sì, ma spero di uscirne. » « Siamo tutti in prigione, in un modo o nell'altro. » « è vero... E quelli che se ne rendono conto soffrono più degli altri. » Per un lungo momento, Ruth rimase in silenzio a fissare le rovine marmoree del Foro, poi gli domandò: « Crede davvero di essere nei panni del Signore?». « Sì. » « E che effetto fa? » « Terrificante. » «E Lui le parla? Lei Lo sente?» « In un certo senso sì » rispose Kiril gravemente. « La Chiesa è tutta permeata della rivelazione che Egli ha fatto di se stesso nella Bibbia; essa ci rimane nelle Sacre Scritture e nella tradizione che ci è stata tramandata fin dal tempo degli apostoli, e che noi chiamiamo il Deposito della fede: questa è la lampada che illumina il mio cammino... Nell'altro senso, no. Io prego per avere luce divina, ma devo lavorare con un'intelligenza umana. Non posso chiedere miracoli. In questo momento, per esempio, mi domando che cosa possa fare io per lei. Non ho risposte bell'e pronte: brancolo nel buio e spero che la mano di Dio si protenda a guidarmi». « Lei è un uomo strano. » « Lo siamo tutti » rispose Kiril con un sorriso « e perché non dovremmo esserlo, visto che ciascuno di noi è una scintilla del fiammeggiante mistero della divinità? » A questo punto, la donna disse delle parole che lo commossero: « Ho bisogno di aiuto, ma non so dove e come ottenerlo ». Egli esitò, diviso tra la prudenza e i suggerimenti di un cuore troppo sensibile. Poi, una volta ancora, sentì dentro di sé il fremito sottile del potere. Egli era il Pastore. Quella notte, un'anima gli era sfuggita dalle mani, non osava rischiare di perderne un'altra. « Mi porti a casa sua » disse. « Mi offrirà una tazza di caffè e mi parlerà a cuore aperto. Poi, potrà riaccompagnarmi in Vaticano. » In un appartamentino alla base del Palatino, Ruth Lewin gli raccontò la sua storia, senza tracce dell'isterismo che ogni confessore teme, quando ha a che fare con una donna. « Sono nata in Germania trentacinque anni fa. La mia famiglia era ebrea e, quando cominciarono i pogrom, vivemmo raminghi, cacciati da un paese all'altro, finché ci si presentò l'occasione di passare in Spagna. Quando chiedemmo il visto, ci dissero che la cosa sarebbe stata più facile se ci fossimo convertiti al cattolicesimo. Così i miei genitori sbrigarono tutte le pratiche necessarie e trovammo rifugio in Spagna. « Ero una bimba, allora, ma mi pareva che il nuovo paese e la nuova religione aprissero le braccia ad accogliermi. Ricordo la musica, il colore, le processioni della Settimana Santa che si snodavano lungo le strade di Barcellona, e tante bambine come me, coi veli bianchi e le ghirlande di fiori nei capelli, che gettavano petali di rosa davanti al sacerdote che portava l'ostensorio. Avevo vissuto così a lungo nella paura, che mi pareva di essere stata trasportata nel paese delle fate. « Poi, al principio del I941, ottenemmo i visti per l'America. Il Pontificio Istituto di Assistenza si occupò di noi, e fui messa in un collegio di suore. Per la prima volta, mi sentii al sicuro e cattolica convinta. Ai miei genitori, la cosa non importava. Anche loro erano giunti in porto, e avevano la loro vita da ricostruire. Per alcuni anni vissi serena e felice. Poi, il mio mondo cominciò a spaccarsi in due, e io pure. «In Europa, milioni di ebrei stavano morendo; io ero ossessionata dal pensiero che avevo comprato la salvezza rinnegando la mia razza e la mia religione. Non potevo accettare la felicità che mi derivava dalla fede cattolica, perché mi pareva acquistata col prezzo del sangue della mia gente. Presi a ribellarmi all'insegnamento e alla disciplina del convento. Quando cominciai a uscire con dei ragazzi, sceglievo sempre quelli che rifiutavano ogni forma di religione. Era meglio non credere a nulla piuttosto che essere dilaniati da due fedi opposte. « Dopo un po', m'innamorai di un ragazzo ebreo. Andai a discutere la cosa col mio parroco, e gli chiesi la dispensa necessaria per sposare chi non appartenga alla fede cattolica. Con mia grande sorpresa e vergogna, il parroco mi fece una dura predica. Lo stetti ad ascoltare fino in fondo, poi uscii dalla canonica, e da allora non ho più messo piede in una chiesa. Per un po', odiai quell'uomo cieco e pieno di pregiudizi, e poi capii che, in realtà, odiavo soltanto me stessa. « Il mio fu un matrimonio felice. Mio marito non aveva una fede determinata, né, a quanto pareva, l'avevo io, ma portavamo in noi le stesse eredità e sapevamo vivere in pace l'uno con l'altro. Guadagnammo parecchio denaro, facemmo molte amicizie; appartenevo a qualcuno e, finalmente, a me stessa. « All'improvviso, e apparentemente senza ragione, entrai in uno stato di depressione morbosa; giravo per casa sconsolata, con le lagrime che mi rigavano le guance, disperata. Reagivo con violenza alla minima provocazione. Presi persino in considerazione l'idea del suicidio, convinta che sarebbe stato meglio farla finita che infliggere tanta infelicità a me e a mio marito. Mio marito volle a tutti i costi che mi facessi visitare da uno psichiatra. Dapprincipio rifiutai, ma lui mi disse chiaro e tondo che stavo distruggendo me stessa e il nostro matrimonio. Cedetti, e cominciai una cura con uno psicanalista. « Quella è una strada strana e paurosa, e una volta iniziata, non si può tornare indietro. Vivere la propria vita è già abbastanza difficile, ma riviverla, ripercorrerla ad ogni passo attraverso i simboli, la fantasia e i ricordi, è una cosa che ha dello stregato. La persona che ci accompagna in quel viaggio, lo psicanalista, assume molteplici identità, divenendo per noi di volta in volta padre, madre, amante, marito, maestro... finanche Dio. « Ogni passo di quel viaggio ci porta più vicini al momento della rivelazione, in cui si deve affrontare una volta per tutte proprio quella realtà che si voleva fuggire. Molte volte si cerca di uscir di strada o di tornare indietro, e sempre si è forzati a andare avanti. Si creano nuove menzogne per ingannare se stessi e la propria guida, ma le menzogne vengono demolite una per una. « Quando ero a metà della cura, mio marito rimase ucciso in un incidente automobilistico. Non potevo più, ormai, dargli la felicità di cui lo avevo privato, e mi parve che la mia stessa personalità si disintegrasse, sotto quel colpo. Mi portarono in clinica e ricominciarono la terapia. Lentamente, mi divenne chiara la natura della mia paura nascosta, e quando giunsi al nocciolo del mio essere sentii che l'avrei trovato vuoto. Non soltanto sarei stata sola, ma anche completamente vuota, perché avevo costruito un Dio a mia immagine e somiglianza, e poi lo avevo distrutto. La cosa mi atterrì. Ma quando, finalmente, mi trovai sola nel deserto, fui calma. Ricordo il mattino dopo la crisi, quando guardai dalla finestra della mia camera, e vidi il sole che scintillava sul prato verde e mi dissi: "Ho passato il peggio, e sono ancora qui. Il resto, per brutto che sia, potrò sopportarlo." « Un mese dopo, mi dimisero dalla clinica. Sistemai i beni di mio marito e venni a Roma. Ero ricca, ero libera, potevo fare nuovi progetti, potevo persino innamorarmi di nuovo. Ci provai, anche, ma in amore uno deve impegnare se stesso, e io non avevo niente da impegnare. Allora, cominciai a capire che, se fossi vissuta soltanto per me, sarei stata sempre vuota, sempre sola. Non avevo ancora saldato i miei debiti verso la mia gente e il mio passato, non potevo accettar nulla dalla vita finché non avessi cominciato a pagarli. « Ci sono molti ebrei, a Roma, le vecchie famiglie sefardite che vennero dalla Spagna al tempo dell'Inquisizione, altre venute da Bologna e dalle città della Lombardia. Sono un popolo separato dagli altri. Molti di loro sono poveri, come quelli che lei ha visto stasera, e io posso dar loro qualche cosa, so di potergliela dare. Ma non so che cosa dare a me stessa, in che direzione camminare. Non ho un Dio, sebbene ne abbia un bisogno disperato... Lei mi dice di essere entrato nei Suoi panni: può aiutarmi? » Estratto dal memoriale segreto di Kiril primo, Pont. Max. ...Ho visto morire molti uomini, ma la fine triste cui ho assistito stanotte, in un povero casamento di Roma, mi affligge fuor dell'ordinario. Mi risuonano ancora all'orecchio le parole di Ruth Lewin: "La morte la sanno affrontare: è la vita che li sconfigge!" Questa sconfitta è il simbolo del nostro fallimento nella predicazione del Verbo. Quanto al caso di Ruth Lewin, quello non è così disperato. Ho cercato di farle capire che le crisi di disperazione che affliggono gli spiriti più nobili e intelligenti sono spesso un atto della Provvidenza, che ha lo scopo di portarli ad un'accettazione della loro natura, con tutte le sue limitazioni e lacune. In Ruth Lewin, credo di vedere uno spirito eletto. Questi spiriti devono riconoscere che, lottando con la vita, lottano in realtà con Dio, come Giacobbe con l'angelo: e Giacobbe uscì malconcio dallo scontro. Ho esortato Ruth a essere paziente con se stessa e con Dio, il quale lavora a modo Suo e secondo il Suo ritmo segreto. Le ho detto di continuare le sue buone opere ma di non considerarle più come il rimborso di un debito. Nessuno di noi è in grado di saldare i propri debiti se non immedesimandosi nell'atto di redenzione consumato da Cristo sulla croce. Ho cercato di farle comprendere che rifiutare la gioia di vivere significa insultare Colui che ci ha fatto il dono del riso insieme con quello delle lacrime... Ho pregato Ruth di scrivermi e di venire qualche volta a trovarmi. Non posso permettere che il mio ufficio mi separi dal contatto diretto con la gente. Non fui mai tanto vicino a perdere la fede come quando giacevo solo in una prigione sotterranea. Quando mi riportarono alle baracche, il suono di voci umane, persino gli accenti di collera, le oscenità e le bestemmie, fu per me come una nuova promessa di salvezza. Chissà, forse è così che l'atto della creazione si rinnova ogni giorno: lo spirito di Dio che alita sulle acque oscure dello spirito umano, infondendogli una vita di cui possiamo appena immaginare l'intensità e la varietà... Capitolo 5 Erano passate quasi sei settimane dall'incoronazione, quando George Faber combinò di fare colazione con Campeggio. Avrebbe forse rimandato ancora, se Chiara non ve lo avesse spinto a forza di lacrime e di scenate; Faber viveva a Roma da troppo tempo per non aver imparato a diffidare dei gesti gratuiti. Campeggio era un illustre collega, ma non un amico, e non vi erano ragioni evidenti per cui egli dovesse preoccuparsi della sorte di Chiara Calitri. Doveva trattarsi di una combinazione. Quando si faceva colazione con dei romani bisognava stare all'erta. La primavera maturava nell'estate. Sulla scalinata di piazza di Spagna, le azalee sbocciavano in un'esplosione di colore e i fiorai vendevano a fasci le rose nuove che venivano da Rapallo. Una folla eterogenea di turisti dai piedi stanchi trovava rifugio nella sala da tè inglese, e, nella piazza, il traffico roteava in un rabbioso girotondo attorno alla barcaccia del Bernini. Faber comprò un garofano rosso e se l'appuntò all'occhiello, per darsi un tocco di spavalderia prima di incontrare Campeggio in un ristorantino tranquillo, lontano dai ritrovi favoriti dei giornalisti e degli uomini politici. Campeggio lo intrattenne per mezz'ora con una divertente cronaca del Vaticano e del modo in cui il mondo clericale si agitava, man mano che il Papa si faceva conoscere. Poi disse: « Le farà piacere sapere, caro collega, che i suoi articoli hanno destato un favorevole interesse presso Sua Santità. Egli è ansioso di entrare in contatto più diretto con la stampa; si parla di un pranzo a cui saranno invitati i corrispondenti più in vista: il suo nome, naturalmente, figura al primo posto sull'elenco. » « Ne sono molto lusingato » disse Faber, sobriamente. « Leone ha un debole per lei » proseguì Campeggio « e la vedono di buon occhio anche alla Segreteria di Stato. Queste sono fonti autorevoli d'informazione. Lei capisce quanto sia importante conservare questi buoni rapporti evitando... diciamo così, incidenti imbarazzanti. » « L'ho sempre saputo, e mi interesserebbe sapere perché tira fuori questo discorso proprio ora. » Campeggio serrò le labbra e si fissò il dorso delle mani lunghe e ben curate. Domandò: « Lei pensa di andare a vivere con Chiara Calitri? ». Faber arrossì. « Ne abbiamo parlato. » « Allora permetta che le consigli di non farlo, in questo momento. Non mi fraintenda: la sua vita privata è affar suo, ma... » « Non so come si possa definirla privata: tutti, a Roma, conoscono la mia situazione. Immagino che ne sia giunta l'eco anche in Vaticano. » Campeggio ebbe un sorrisetto. « Finché non è che una voce, priva di fondamento, non si tratta di un pubblico scandalo, il quale danneggerebbe la sua causa presso la Sacra Rota. » « Non esiste una causa » replicò Faber, franco. « Tutto l'affare è sospeso fino a quando Chiara non riuscirà a procurarsi nuove testimonianze. Finora non è riuscita a trovarne. » « Mi dicono che le speranze di un verdetto favorevole poggiano sull'accusa di vizio di intenzione. » Campeggio prese a tracciare un complicato disegno sulla tovaglia bianca. « Se potete provare che Calitri contrasse il matrimonio senza la piena intenzione di adempierne tutte le condizioni, compresa la fedeltà, avete buone probabilità di un esito favorevole. » Faber si strinse nelle spalle. « Come si fa a provare quel che un uomo ha in mente? » « Con una deposizione giurata o mediante la testimonianza di coloro che udirono esprimere l'intenzione negativa. » « Infatti è gente così che abbiamo cercato, ma non ne abbiamo trovata, e può star sicuro che Calitri non testimonierà contro se stesso. » « Sottoposto a una determinata pressione, penso che potrebbe farlo. » « Che genere di pressione? » Per la prima volta, Campeggio parve incerto. Tacque per un poco; infine disse, deciso: « Un uomo come Calitri, che occupa un'alta posizione e che ha una vita privata, diciamo così, insolita, è vulnerabilissimo agli attacchi di coloro che non godono più del suo favore. Nello strano mondo in cui vive, nulla dura a lungo, il favorito di oggi viene messo da parte domani, e vi sono sempre cuori esulcerati pronti a raccontare la loro storia. Il giorno in cui lei ha in mano due o tre di queste storie, vada da Calitri. » « Io?... Ma questo è un ricatto. » « O giustizia » disse Orlando Campeggio. « Anche se lo spaventassimo al punto di strappargli una simile dichiarazione, potrebbe addurre la violenza morale e il processo andrebbe all'aria. » « è un rischio che deve correre: può darsi che io possa aiutarla nelle sue indagini. » « Perché? » domandò Faber bruscamente. « Che cosa gliene può importare?» « Lei mi è simpatico, e credo che lei e Chiara meritino una sorte migliore. Calitri, invece, non mi piace affatto e nulla mi farebbe più piacere del vederlo distrutto. Ciò è quasi impossibile, ma se Chiara vince la causa, lui ne sarà molto danneggiato. » « Perché le è tanto antipatico? » « Preferirei non rispondere a questa domanda. » « Dato che abbiamo interessi comuni, dovremmo almeno essere onesti l'uno con l'altro! » Il romano allargò le mani in un gesto di rassegnazione. « Comunque, non ha importanza: non ci sono segreti, a Roma. Ho tre figli: uno lavora nel ministero di Calitri ed è caduto, per così dire, sotto il suo influsso. Quell'uomo ha un fascino straordinario e purtroppo non si fa scrupolo di usarlo. » « Uno sporco affare... » « Questa è una sporca città » replicò Orlando Campeggio. « Vorrei sapere perché la chiamano la città dei santi. » Mentre Faber, tutto avvilito, era intento a rimuginare la conversazione con Campeggio, Chiara se ne stava a prendere il sole sulla spiaggia di Fregene. Era una ragazza piccola e bruna, svelta come un gatto; i giovanotti che bighellonavano lungo la riva del mare, passandole accanto, le lanciavano dei fischi di ammirazione, ma Chiara, al sicuro dietro gli occhiali da sole, li guardava andare e venire, languidamente sdraiata sull'asciugamano colorato, pervasa da una sensazione di benessere. Era giovane, era bella, era amata. Faber era risoluto a combattere per lei. Si sentiva libera come non lo era mai stata in vita sua. Era quel senso di libertà che la stupiva più di tutto e, giorno per giorno, si accresceva in lei il desiderio di vederlo aumentare. Quella mattina aveva pianto e inveito come una popolana contro il povero Faber perché le era parso poco entusiasta all'idea di incontrarsi con Campeggio. E Chiara aveva intenzione di non dargli pace, perché ormai sentiva che non avrebbe potuto amare, se non avesse riacquistato la libertà di essere se stessa. Nel suo periodo di vita in comune con Calitri, le era sembrato che la sua personalità si spezzasse in due, si era sentita sospinta qua e là come una foglia al vento, e per un certo tempo - erano stati mesi terribili - le era parso di non esistere più, come donna. Ma adesso si era completamente ripresa: non era più la Chiara di un tempo, ma una donna nuova e non avrebbe mai più permesso che qualcuno avesse il potere di distruggerla. Si alzò a sedere, e cominciò a far scorrere tra le dita la sabbia calda, formando un mucchietto ai suoi piedi. Le venne in mente la clessidra che, con la caduta dei granellini dorati, segna inesorabilmente il trascorrere del tempo. Fin da bambina, era stata ossessionata dall'idea del tempo; avida, tendeva le mani ad afferrarlo. Quando era a casa, piangeva perché voleva andare in collegio; negli anni di scuola, desiderava freneticamente di crescere; quando finalmente era cresciuta, aveva voluto sposarsi al più presto. Ma, fallito il suo matrimonio con Corrado, il tempo era divenuto un'insopportabile distesa di anni senza amore. Si era sentita ancorata in eterno a quell'unione con un uomo che disprezzava e avviliva la sua femminilità. Infine, si era rifugiata nell'isterismo e nella nevrastenia. In clinica, infermiere sempre attente l'avevano tenuta lontana dalla morte, mentre i medici la spingevano lentamente e pazientemente verso la vita. Aveva combattuto anche con loro, ma quelli erano stati inesorabili e avevano cominciato a dimostrarle, suo malgrado, che il dolore, se sopportato abbastanza a lungo, finisce con l'attenuarsi, mentre se lo si fugge, insegue la sua vittima, sempre più mostruoso, come l'assassino di un incubo. Bisognava combatterlo fino a giungere a patti, fino a stringere un contratto che fosse almeno sopportabile. Così, oggi, Chiara era venuta a un compromesso con l'esistenza e si trovava meglio di quanto si fosse aspettata. Aveva scelto un uomo più anziano di lei, sapendo che gli uomini di una certa età possono dare al tempo stesso affetto e passione. Sono uomini che si muovono con autorità in un mondo più vasto, uomini con i quali una donna si sente maggiormente protetta. La sua famiglia la disapprovava, ma era stata abbastanza generosa da conservarle il suo affetto. Non poteva sposarsi, ma aveva accanto a sé un uomo che l'amava; la Chiesa la condannava, ma finché fosse vissuta senza dare scandalo, non l'avrebbe colpita con una pubblica condanna. La società aveva protestato senza convinzione, e poi aveva accettato la soluzione di Chiara abbastanza di buon grado. Non si trattava di una libertà completa, di un amore pieno, di una protezione totale: però lei aveva un po' di tutto questo, quanto bastava perché la vita tornasse a essere sopportabile. Epp